I ricami di capelli vittoriani: intervista a Courtney Lane

Una parte del piacere di collezionare curiosità risiede nello scoprire le reazioni che esse sono in grado di suscitare nelle varie persone: personalmente, vedere la meraviglia stamparsi sul volto di chi guarda mi commuove sempre, e dà significato alla collezione stessa. Tra gli oggetti che, almeno nella mia esperienza, sollecitano una risposta emotiva più forte vi sono senz’altro i corredi da lutto, e in particolare le straordinarie opere decorative, tipiche dell’Ottocento, ottenute intrecciando i capelli del defunto.

Sia che si tratti di una piccola spilla contenente una semplice ciocca, di un quadretto merlettato o di un ricamo più grande, c’è qualcosa di potente e toccante in questi lavori, e il sentimento che suscitano è sorprendentemente universale. Si direbbe che chiunque, a prescindere da cultura, esperienza o provenienza, sia “equipaggiato” per riconoscere il valore archetipico dei capelli; utilizzarli per ricami, gioielli e decorazioni è dunque un atto eminentemente magico.

Ho deciso di approfondire questa particolare tradizione con un’esperta, che è stata così gentile da rispondere alle mie domande.
L’amica Courtney Lane è un’autorità in materia, non soltanto da un punto di vista storico ma anche pratico: ha cioè studiato le tecniche originali con l’intento di riportarle concretamente in vita, convinta che questa antica arte possa ancora oggi assolvere alla sua funzione, legata alla memoria e al ricordo.

Puoi raccontarci un po’ di te stessa?

Sono un’artista di ispirazione vittoriana, lavoro con i capelli; vivo a Kansas City, e mi piace definirmi una persona “weird di professione”. La mia attività si chiama Never Forgotten, creo opere moderne realizzate in stile sentimentale vittoriano su commissione, e produco anche pezzi originali usando trecce e ciuffi di capelli umani antichi che trovo ad esempio durante le vendite di vecchie proprietà. Sul piano accademico, studio la storia dell’artigianato con capelli, svolgo attività di divulgazione attraverso conferenze e video online, e viaggio per tenere dei workshop sulle tecniche di lavoro con capelli.

Uno dei lavori di Courtney.

Da dove nasce il tuo interesse per le opere in capelli vittoriane?

Ho sempre avuto un profondo amore per la storia, e per la scoperta del bello nei luoghi che molti considerano oscuri o macabri. Alla tenera età di 5 anni, mi innamorai della bellezza dei mausolei del Diciottesimo e Diciannovesimo Secolo nei pressi del Quartiere Francese di New Orleans. Perfino da bambina, adoravo la grandiosità di quelle elaborate sculture in ricordo dei defunti. Questo mi portò a sviluppare una particolare attrazione per l’età vittoriana e per i costumi funebri dell’epoca.
Durante il mio studio del lutto vittoriano ho incontrato le opere fatte con i capelli. Essendo io stessa profondamente romantica, conoscevo già il valore sentimentale che poteva rivestire una ciocca della persona amata, quindi mi sembrò molto naturale che i capelli potessero essere anche una reliquia perfetta per un caro estinto. Trovai straordinarie queste realizzazioni artistiche, e il sentimento che le sottende di una bellezza ancora maggiore. Mi domandai perché una simile tradizione non venisse più praticata su ampia scala, e avvertii il bisogno di scoprire perché.
Così ho studiato per anni cercando di trovare le risposte e alla fine ho imparato in prima persona a creare queste opere d’arte. Ho sempre fortemente creduto che la potenza delle opere sentimentali create con i capelli potesse aiutare la società a riappropriarsi di una più sana relazione con la morte e con il lutto, quindi ho deciso di aprire una mia attività per produrre lavori moderni, educare il pubblico sulla storia spesso travisata di questa forma d’arte, e assicurare che questa tradizione non venga, appunto, “mai dimenticata”.

Come mai la creazione di queste opere divenne una pratica funebre così popolare? I capelli venivano raccolti pre o post mortem? Era un’attività esclusivamente relativa all’elaborazione del lutto?

L’arte dei capelli ha conosciuto una varietà di motivazioni, molte delle quali erano intrinsecamente sentimentali, ma non è sempre stata relativa al lutto. Con la morte di suo marito, la regina Vittoria cadde in un profondo stato di lutto che durò per i rimanenti 40 anni della sua vita. Questo a sua volta creò una certa moda, quasi un feticismo, per l’idea del lutto nell’era vittoriana. Oggi molte persone credono che tutti i lavori ricamati con i capelli fossero realizzati per elaborare una perdita, ma tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento simili opere spaziavano dai ricordi romantici della persona amata ai memento familiari, e talvolta servivano come souvenir di un momento importante nella vita di qualcuno. Per esempio, molti dei grandi ricami tridimensionali che si possono ancora vedere, erano in realtà una sorta di “storia familiare”. I capelli spesso venivano raccolti da diversi membri della famiglia ancora in vita, e intrecciati assieme per raffigurare un albero genealogico. Ho visto altri esempi di lavori con capelli che commemoravano più semplicemente un importante evento della vita, come una prima comunione o un matrimonio. Molto prima che nascesse una vera e propria forma d’arte, gli esseri umani si scambiavano già ciocche di capelli; quindi è naturale che vi fossero delle coppie che indossavano dei gioielli contenenti i capelli dei loro amati ancora in vita.


Per quanto concerne le opere di lutto, i capelli erano talvolta raccolti post mortem, oppure provenivano da epoche precedenti, in cui erano stati messi da parte. Poiché i capelli erano culturalmente così importanti, al momento di tagliarli venivano spesso recuperati, a prescindere che vi fosse il progetto immediato di farne dei gioielli o meno.
L’idea di usare i capelli per una pratica funeraria trova la sua origine in larga parte in seno al cattolicesimo del Medioevo, e in particolare nel potere delle reliquie sante della chiesa. Le reliquie dei Santi sono ben più che semplici resti umani, consentono una connessione spirituale al Santo stesso, creando un legame tra vita e morte. La credenza che una reliquia potesse essere un sostituto per la persona in odore di santità, si trasferì facilmente dal lutto pubblico e religioso al lutto privato e personale.
Di tutti i vari tipi di reliquia (ossa, carne, eccetera) i capelli sono quelli più accessibili alla persona media, in quanto non è necessario nessun tipo di accorgimento per evitare la decomposizione, al contrario del resto del corpo; raccoglierli da un cadavere richiede soltanto l’uso di un paio di forbici. I capelli sono anche una delle parti più identificabili di una persona, quindi anche se dei pezzi di osso potrebbero a rigore fungere da reliquia, i capelli della persona a cui vogliamo bene sono una parte del suo corpo che vediamo ogni giorno, in vita, e che possiamo continuare a riconoscere dopo la morte.

Ricamare i capelli era una pratica strettamente legata all’alta società?

No, non era strettamente riservato all’alta società. Anche se c’erano membri delle classi più elevate che possedevano opere in capelli, si trattava per la maggior parte di una pratica borghese. Alcuni lavori venivano prodotti da artisti professionisti, e ovviamente per commissionarli bisognava possedere adeguati mezzi economici; ma molti lavori con i capelli venivano creati in casa, di solito dalle donne della famiglia.
In questo caso, le uniche spese concernevano gli strumenti di cucito (che comunque molte donne di classe media avevano già in casa) e ovviamente i gioielli, le cornici o le campane di vetro in cui posizionare il lavoro finito.

Quante persone lavoravano a una singola ghirlanda? Era un’occupazione femminile, come il ricamo?

Le opere erano normalmente, anche se non esclusivamente, create dalle donne, ed erano addirittura considerate un sottogenere del ricamo femminile. L’attività generale del ricamo consisteva in merletti, ornamenti di perle, piume, e altro. C’erano casi in cui i capelli erano usati proprio per trapuntare e cucire. Era considerato molto femminile avere la pazienza e la meticolosità necessarie per le belle cose fatte a mano.
Per quanto riguarda le corone e le ghirlande, il numero di persone che lavoravano assieme per crearne uno poteva variare. Soltanto pochi esemplari sono documentati in modo tale da saperlo con certezza.
Ho anche osservato dozzine di diverse tecniche usate per formare i fiori nelle ghirlande, e alcune tecniche richiedono più tempo di altre. Uno dei migliori esempi che ho visto è un pezzo la cui documentazione, incredibilmente precisa, indica che il ricamo completo consiste di 1000 fiori (ognuno più grande di una normale ghirlanda); venne interamente costruito da una sola donna nell’arco di un anno. I documenti specificano anche che i 1000 fiori furono creati a partire dai capelli di 264 persone.

  

Perché nel Ventesimo secolo questa attività passò di moda?

I lavori con capelli cominciarono a declinare in popolarità all’inizio del Novecento. Ci furono diverse ragioni.
Il primo motivo fu l’industrializzazione di questo genere di artigianato. Diverse grosse ditte e cataloghi cominciarono a fare pubblicità per ricami di capelli, e molte persone temevano che commissionare i lavori esternamente, invece che crearli in casa, avrebbe finito per uccidere ogni sentimento. Una di queste industrie era la Sears, Roebuck & Co., e in uno dei loro cataloghi del 1908 scrivevano addirittura: “Non eseguiamo l’intreccio noi stessi. Lo appaltiamo; quindi non possiamo garantire che i capelli usati siano quelli che ci vengono spediti; il cliente si assume ogni rischio”. Questo, ovviamente, scoraggiava le persone dall’usare ricamatori professionisti.
Un’altra ragione sta nello sviluppo e nel consenso trovato dalla teoria dei germi nell’era vittoriana. Più la gente imparava dell’esistenza dei germi, e comprava prodotti sanitari, più il corpo umano cominciò a essere visto come qualcosa di sporco. Si iniziò a ritenere che anche i capelli fossero poco igienici, e le persone ci pensavano due volte prima di farne un medium per arte e gioielleria.
Anche la Prima Guerra Mondiale ha a che fare con il declino del ricamo di capelli. Non soltanto c’era penuria di risorse per i paesi coinvolti nel conflitto, ma sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa, e non avevano più tempo per ricamare quotidianamente. In tempo di guerra, quando tutti si davano una mano per aiutare lo sforzo bellico, i cittadini cominciarono ad abbandonare le spese superflue e concentrarsi sulle vere necessità. I capelli in questo periodo assunsero uno scopo del tutto pratico. Per esempio, in Germania c’erano dei poster di propaganda che incoraggiavano le donne a tagliarsi le chiome più lunghe e donarle all’esercito, in caso altri materiali fibrosi dovessero scarseggiare. I capelli forniti dalle donne venivano utilizzati per creare oggetti di uso pratico, come le cinghie di trasmissione.
A causa di tutto ciò, nel 1925 i ricami sentimentali di capelli erano praticamente scomparsi; nessuna grossa ditta creava o riparava più le ghirlande, e l’artigianato casalingo non faceva più parte della vita quotidiana delle donne.

I ricami di capelli ottocenteschi sono diventati oggetti da collezione molto ricercati; questo è da ascriversi in parte al fascino delle pratiche di lutto vittoriane, ma mi sembra anche che questi pezzi abbiano un valore speciale, rispetto alle normali spille o ai gioielli classici, proprio a causa – be’, della presenza di capelli umani. Secondo te avvertiamo ancora un qualche tipo di potere magico, simbolico, nei capelli? O è soltanto l’espressione di una curiosità morbosa per i resti umani, anche se in forma “moderata” e non scioccante?

Credo assolutamente che entrambe le cose siano vere. Specie tra chi è poco familiare con simili pratiche di ricamo, c’è un reale elemento di shock nel vedere qualcosa creato a partire dai capelli. Quando introduco il concetto, alcuni trovano l’idea disgustosa, ma molti si sorprendono che i capelli non si decompongano. Le persone oggi sono così poco informate sulla morte che subito pensano ai capelli come a una parte del corpo, e non comprendono come possano rimanere perfettamente immacolati a distanza di più di cento anni. Per coloro che non meditano spesso sulla propria mortalità, pensare che i loro capelli possano sopravvivere fisicamente per molto tempo dopo la morte può essere del tutto sconcertante.
Una volta che la sorpresa iniziale o la curiosità morbosa sono superate, molte persone riconoscono un valore speciale nei capelli stessi. Tra i più seri collezionisti di capelli, sembra prevalere un senso di toccante soddisfazione nell’opportunità di preservare la memoria di qualcuno che un tempo fu tanto amato da essere ricordato così – perfino se oggi si tratta di morti anonimi.
Si potrebbe quasi definire una vocazione spirituale, ma direi che come minimo si tratta di un comune senso di empatia tra esseri mortali.

Che tipo di ricerca hai dovuto fare per apprendere le basi dei ricami vittoriani di capelli? Questo, in definitiva, è un tipo di artigianato popolare che aveva un obbiettivo specifico, spesso personale; esistevano libri con istruzioni dettagliate su come procedere? O hai dovuto studiare direttamente le opere per comprendere come sono state create?

Imparare i ricami di capelli è stato un vero viaggio iniziatico per me. Per prima cosa, dovrei dire che ci sono molti tipi differenti di ricamo, e alcune tecniche sono meglio documentate di altre. Quelle che utilizzano le armature in filo di ferro sono quelle che vediamo nelle ghirlande e negli altri florilegi tridimensionali. Non sono riuscita a trovare buone fonti su questi procedimenti, quindi per imparare ho studiato innumerevoli opere originali. Ho cercato ogni opportunità per esaminare quei ricami che erano senza cornice o danneggiati, così da provare a rimetterli assieme e capire come ogni cosa era collegata. Ho passato ore a guardare vecchi pezzi e a giocare con capelli finti, sbagliando e riprovando.
Altre tecniche sono i lavori a tavolozza e i lavori da tavolo. I lavori a tavolozza includono quei disegni di capelli bidimensionali che puoi trovare incorniciati o sotto vetro nei gioielli, e i lavori da tavolo includono gli intricati intrecci che formano le catene per gioielli, come per esempio una collana o il polsino di un orologio.
The Lock of Hair di Alexanna Speight e Art of Hair Work: Hair Braiding and Jewelry of Sentiment di Mark Campbell sono due libri che insegnano, rispettivamente, i lavori a tavolozza e da tavolo. Sfortunatamente, data l’epoca in cui sono stati scritti, utilizzano un inglese arcaico e fanno riferimento a strumenti e materiali che non si producono più o che è difficile recuperare. Anche dopo averli letti, ci vuole tempo per trovare equivalenti moderni e fare pratica con alcune sostituzioni, in modo da individuare la migliore alternativa. Per questo mi piacerebbe scrivere un manuale che spieghi tutte e tre queste tecniche basilari, in modo facile da comprendere e usando materiali moderni, così da rendere quest’arte più accessibile al grande pubblico.

Perché credi che questa tecnica possa ancora essere rilevante oggi?

L’atto e la tradizione di raccogliere i capelli è ancora presente nella nostra società. I genitori spesso mettono da parte una ciocca dei primi capelli tagliati ai loro figli, ma purtroppo quella ciocca finirà nascosta in una busta o in un libro, e quasi mai più guardata. Diversi miei clienti sono persone che, pur non avendo mai sentito parlare di queste tecniche, hanno sentito l’impulso di tagliare un ciuffo di capelli a una persona cara appena defunta. I loro occhi cominciano a brillare quando scoprono che possono indossare quei capelli in un gioiello, o esporli all’interno di un’opera d’arte. La gente mi chiede di continuo se è strano avere conservato questi capelli. Spesso, non sanno nemmeno perché l’hanno fatto. È una reazione istintiva che in molti provano, ma non se ne parla né tanto meno la si celebra nella nostra cultura moderna, quindi pensano di essere anormali o morbosi, anche se è una cosa così naturale.
Un altro esempio è tenere i propri capelli dopo averli tagliati. Soprattutto quando si tratta di tagliare capelli molto lunghi, o trecce, incontro spesso persone che hanno investito talmente tanto a livello personale nei loro capelli che non se la sentono di buttarli via. Questi individui possono conservare i propri capelli in un sacco per anni, senza sapere cosa farne, consci soltanto che “sembra giusto tenerli”. Questo per me è perfettamente comprensibile, perché attraverso la storia i capelli sono sempre stati un tratto molto personale. Anche oggi, le persone si identificano attraverso i capelli, la lunghezza, la consistenza, il colore, lo stile. Culture differenti portano i capelli in modi diversi per comunicare qualcosa del loro patrimonio, oppure alcuni individui usano la loro creatività e il proprio senso identitario per decidere l’acconciatura. Che sia per motivi religiosi, culturali, romantici o di elaborazione del lutto, il desiderio di associare dei sentimenti ai capelli, e l’impulso a conservare quelli della persona amata, sono intrinsecamente umani.
Credo davvero che essere in grado di mostrare con orgoglio le nostre reliquie di capelli possa aiutarci a processare alcune delle nostre emozioni più intime, e a vivere al meglio la nostra vita.

Potete visitare il sito di Courtney Lane Never Forgotten, e seguirla su Facebook, Instagram, Twitter, e YouTube. Se siete interessati al valore magico e simbolico dei capelli umani, questo è un mio post sull’argomento.

Buon Natale!

Mai come durante queste feste natalizie si è parlato tanto di alberi.
Sembra che l’ultima moda al riguardo sia quella di posizionare gli alberi di Natale a testa in giù. Ho i miei dubbi che  si tratti di una tradizione addirittura medievale (come alcuni sostengono), fatto sta che gli alberi capovolti hanno senz’altro un elemento bizzarro e surreale che personalmente non mi dispiace.

Ma qui in Italia, e a Roma in particolare, si è parlato anche di alberi di Natale non all’altezza.
Senza addentrarmi in questioni politiche, vorrei prendere a pretesto questi alberi “devianti” per augurarvi un Natale weird e non convenzionale.

E per farlo non c’è nulla di meglio di questa divertente storiella, narrata da Tom Waits durante un suo concerto.

C’erano una volta due alberi in una foresta: c’era l’albero storto, e c’era l’albero dritto. E tutto il giorno l’albero dritto guardava l’albero storto dicendo: “Guardati, sei storto! Sei storto — guarda i tuoi rami, sono storti anche quelli! Anche le tue foglie, sono tutte storte! Probabilmente sei storto anche sotto terra… guarda me, invece. Io sono alto. Io sono dritto. Ma tu sei storto!”
Poi, un giorno… nella foresta arrivarono i boscaioli.
E diedero un’occhiata in giro. E uno di loro disse “Bob, taglia tutti gli alberi dritti.”
E quell’albero storto è ancora là, che diventa più forte, e più strano, ogni giorno che passa.

Buone feste!

“Rachel”: tra favole e anatomia

L’ultima volta che ho parlato del mio amico e mentore Stefano Bessoni è stata quattro anni fa, in occasione dell’uscita del libro-cortometraggio Canti della Forca. Molte cose sono successe da allora. Stefano ha insegnato in innumerevoli corsi e workshop di stop motion in Italia e all’estero, pubblicando alcuni manuali sull’argomento (uno introduttivo, e un testo più tecnico diviso in primo e secondo livello); ma ha anche continuato la sua esplorazione della letteratura per ragazzi reinterpretando alcuni classici come Alice, Pinocchio, il Mago di Oz e la figura tradizionale di Mr. Punch / Pulcinella.

L’ultima fatica di Bessoni si chiama Rachel, un’opera entusiasmante per più di una ragione.

Innanzitutto, si tratta della nuova incarnazione di un progetto a cui Stefano lavora da decenni: quando lo conobbi – eoni fa – stava già cercando i finanziamenti per un film intitolato Il Paese delle Scienze Inesatte, la cui sceneggiatura ad oggi rimane fra le cose più genuinamente originali che io abbia mai letto.

Ambientato durante la Grande Guerra in un paese sperduto sulle coste dell’oceano, narrava la storia di un cercatore di meraviglie in un mondo fantastico; vi si aggiravano personaggi strampalati, ossessionati dalle scienze anomale e patafisiche (qualcuno ricorda lo splendido libro Forse Queneau?), tra fameliche wunderkammer, cacciatori di calamari giganti, anatomisti pazzi, taverne costruite all’interno di capodogli spiaggiati, botteghe di zoologia apocrifa, ventriloqui, spettri e homunculi.

Un vero e proprio compendio della poetica di Bessoni, nato dall’amore per le fiabe nere, per l’estetica delle camere delle meraviglie, per la filosofia naturale del Settecento e le ballate macabre di Nick Cave.

Oggi Stefano sta riportando in vita quel particolarissimo universo, e Rachel costituisce soltanto un tassello dell’impresa. Si tratta infatti del primo volume della tetralogia Le scienze inesatte che sarà pubblicata a cadenza semestrale, e che si arricchirà di tre titoli dedicati agli altri protagonisti della storia: Rebecca, Giona e Theophilus.

Rachel è una sorta di prequel, o di antefatto della vicenda vera e propria: è la storia di una strana e malinconica bambina che vive da sola in una casa sulla scogliera, con l’unica compagnia di alcuni improbabili amici immaginari. Ma una terribile rivelazione la aspetta…

Per quanto riletto attraverso la lente della fantasia, il personaggio è ispirato alla figura storica di Rachel Ruysch (1664-1750), figlia del celeberrimo anatomista fiammingo Frederik Ruysch (di cui ho già scritto).

Scrive Bessoni:

Si racconta che Rachel aiutasse il padre nelle sue preparazioni e che fosse anche molto brava. Testimonianza di questa inusuale attività infantile è la sua presenza in un famoso dipinto di Jan van Neck, dove, abbigliata come un maschietto, assiste il padre durante una lezione di anatomia sul corpo di un neonato. Rachel vestiva con pizzi e merletti da lei ricamati e decorava con fiori le creazioni anatomiche conservate in vetro, immerse in un liquido che Ruysch aveva battezzato liquor balsamicum, una mistura portentosa in grado di conservare nel tempo l’effimera bellezza delle cose morte; molti di questi preparati, oggi esposti nei musei, conservano ancora il colorito roseo della pelle e la morbidezza di un corpo vivo.

Ma il destino della vera Rachel fu diverso da quello immaginato nella mia storia. Una volta cresciuta abbandonò la medicina e l’anatomia, diventando una bravissima pittrice specializzata in nature morte e ritratti, una delle pochissime artiste dell’epoca di cui ci sia pervenuta notizia. Alcune delle sue opere sono conservate agli Uffizi e nella Galleria Palatina a Firenze.

Rachel Ruysch, Natura morta con cesto pieno di fiori ed erbe con insetti, 1711

Arrivato a questo punto, mi sento in dovere di fare una confessione: i libri di Bessoni per me sono sempre stati una bussola speciale. Ogni volta che mi sembra di non riuscire più a mettere a fuoco o trovare la direzione, mi basta prenderne uno in mano e di colpo le sue illustrazioni mi ricordano ciò che è davvero essenziale: perché l’opera di Stefano riflette una totale dedizione alla parte di sé che è capace di meravigliarsi. E una simile purezza è preziosa.

Basta guardare con quale amore vengono omaggiati, fra le pagine di Rachel, i favolosi diorami perduti di Ruysch; dietro le bambole anatomiche parlanti, le chimere, i bimbi sotto formalina, gli immancabili teschi di coccodrilli, non c’è traccia di sofisticazione né della “maniera” di un artista ormai riconosciuto. Si avverte soltanto uno sguardo di bambino che ancora brilla di emozione di fronte all’incanto, che è ancora in grado di riempirsi di visioni oniriche di rara bellezza — ad esempio le flotte di Zeppelin che solcano i cieli sopra alla scogliera dove vive la piccola Rachel.

Ecco perché sapere che il suo progetto più ambizioso e personale è ritornato alla luce mi riempie di entusiasmo.
E poi c’è un’ultima ragione.

Dopo tanti anni, e a partire da questi quatto libri, Le scienze inesatte è sul punto, stavolta per davvero, di trasformarsi anche in un vero e proprio lungometraggio di animazione stop motion. Attualmente in fase di sviluppo, il film sarà una coproduzione Francia-Italia, ed è già stato riconosciuto di interesse culturale dal MiBACT.

E chi non vorrebbe vedere questi personaggi, e questo mondo macabro e buffo, prendere vita sullo schermo?

Rachel di Stefano Bessoni è acquistabile a questo indirizzo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 11

Come recita un vecchio adagio, “Mai leggere Bizzarro Bazar mentre si prepara la cena”.

  • Da qualche tempo esiste una versione virtuale della Biblioteca di Babele immaginata da Borges. Farsi un giro attraverso gli esagoni e spulciare dei libri a caso è un’esperienza vertiginosa — ci sono volumi contenenti il vostro nome, ma anche tutto quello che avete fatto oggi o che farete domani; ma per cogliere appieno l’immensa portata del progetto, è indispensabile questa eccellente disamina sul blog di Virio Guido Stipa.
  • F.A.Q.: qual è una delle cose più schifose che può succedere durante la decomposizione? Se dovete chiederlo, probabilmente non conoscete l’adipocera. Rimediate con questo articolo di Atlas Obscura.
  • Occorreva proprio chiamare H. R. Giger per disegnare l’uovo di Alien? No, bastava questo simpatico funghetto chiamato Clathrus archeri.

  • Vi ricordate il mio Museo del Fallimento? Ecco una recente aggiunta: il Transaereo di G. B. Caproni. Da Wiki: “Spinto da otto motori e caratterizzato da tre cellule triplane per un totale di nove ali, era progettato per poter trasportare su distanze transatlantiche 100 passeggeri alla volta. Volò due volte, il 12 febbraio e il 4 marzo del 1921, decollando dal lago Maggiore. Precipitò in acqua al termine del secondo volo, danneggiandosi in modo molto grave e ponendo fine agli ambiziosi test.

Il sogno

La realtà

  • Proposito per l’anno nuovo: trovare un mecenate che mi assuma come eremita decorativo da giardino. La barba ce l’ho già.
  • Su Repubblica è uscito un bel video sulla tradizione napoletana dei femminielli — incredibile strategia popolare per elaborare e accettare la diversità rendendola “teatrale”. D’altronde, come diceva Orson Welles, “l’Italia conta oltre cinquanta milioni di attori. I peggiori stanno sul palcoscenico“.
  • L’olandese Arnoldus Montanus scrisse nel 1671 un libro intitolato “Il nuovo e sconosciuto mondo: ovvero la descrizione dell’America e delle Terre del Sud, contenete l’Origine degli Americani e degli abitanti delle Terre del Sud, viaggi rimarchevoli compiuti laggiù, qualità delle spiagge, isole, città, fortezze, villaggi, templi, montagne, fonti sorgive, fiumi, case, la natura delle fiere, alberi, piante e coltivazioni indigene, religione e costumi, eventi miracolosi, vecchie e nuove guerre: adornato con illustrazioni tratte dalla vita nelle Americhe, e descritte da Arnoldus Montanus“.
    Il titolo era così lungo che evidentemente non c’era più spazio per una piccola precisazione: e cioè che il buon Arnoldus non si era mai mosso dall’Europa in vita sua. E, a dire la verità, a guardare le illustrazioni un po’ si intuiva:

  • Momento di meraviglia assoluta:

  • Il multiverso, le dimensioni parallele, le realtà alternative — tutti questi concetti potranno magari suonare ancora un po’ fantascientifici, ma se ne parlava già nel Medio Evo, in seguito a una disputa teologica.
  • Se dovessi votare la mia pagina preferita IN ASSOLUTO in tutta Wikipedia, non avrei dubbi. Eccola.
  • Anni fa avevo scritto dell’incredibile storia di Phineas Gage, l’uomo che sopravvisse con il cervello trapassato da parte a parte da una sbarra di ferro. Oggi abbiamo un suo emulo contemporaneo: lo scienziato che per sbaglio ha infilato la testa in un acceleratore di particelle acceso.
  • La caverna qui sopra non è naturale. E’ stata scavata con un getto di acqua pressurizzata. Per quale motivo?
    Benvenuti nel mondo dei cercatori abusivi di mammut.

  • Mentalfloss ha pubblicato un articolo che sarebbe stato perfetto nel mio ciclo di post “L’amore che non muore” (qui, qui e qui): la storia della vedova del Missouri che fece installare una finestrella sulla tomba del marito per continuare a vedere il suo volto.
  • A Varanasi il fumo delle cremazioni non si ferma mai; i turisti scattano fotografie, rapiti dalla profonda esperienza spirituale. Chi invece ha una visione differente delle cose è Gagan Chaudhary, uno degli “intoccabili” addetti alle pire funebri. Alcol e ganja, assunti da quando aveva 13 anni, gli consentono di non svenire per l’odore; le sue gambe sono massacrate di tagli e cicatrici; la sua è una vita passata tra abusi, violenze e orribili visioni. Racconta la sua esperienza in un toccante articolo su LiveMint: “Ho visto cadaveri la cui pelle era stata strappata; ho visto corpi con la lingua di fuori e il sangue che scorreva dagli orifizi. […] Ho visto corpi fatti a pezzi e ricuciti. Ho visto cadaveri senza testa; ho visto corpi ricoperti di cicatrici. E li ho bruciati tutti.

  • Balthus torna a far discutere, a causa della petizione online per far rimuovere (o per lo meno contestualizzare, come è stato detto successivamente, aggiustando il tiro) una sua opera esposta al MET di New York. Ancora una volta ricompare l’ombra della pedofilia a macchiare i suoi dipinti: occasione per riflettere sull’arte (è puro significante o deve essere valutata con il metro dell’etica?); e per rileggere l’articolo che avevo dedicato alla spinosa questione un paio d’anni fa.
  • WoodSwimmer è un video in stop motion che ha dell’incredibile. Brett Foxwell l’ha realizzato tagliando tronchi e pezzi di legno a fette sottili, e fotografando progressivamente queste sezioni. Nelle sue parole, “una tecnica semplice ma paurosamente noiosa da completare“.

  • Questa qui sotto è una pinza da testa. In epoca vittoriana serviva per tenere ferma la nuca di un soggetto durante i tempi di esposizione, piuttosto lunghi, di una fotografia.
    Forse immaginate già dove stiamo andando a parare: nelle foto postmortem serviva per fissare i cadaveri in pose naturali, come se fossero vivi, giusto?
    Be’, non proprio. Tempo di fare un po’ di debunking sulla fotografia postmortem.

Questa immagine viene da un articolo chiamato The Truth About Post Mortem Photography. Mai scrivere qualcosa che comincia con “La verità su”.

  • Negli ultimi 59 anni, Jim “Antlerman” Phillips ha continuato a battere le colline del Montana alla ricerca di corna di alce, cervo o antilope, perse dagli animali durante la loro muta annuale. La sua collezione ammonta ormai a più di 16.000 corna. (Grazie, Riccardo!)

Ed è tutto: io vi lascio con una GIF invernale fatta di ossicini e vi ricordo che, se proprio siete a corto di idee per i regali di Natale, magari un bel libriccino su Parigi, molto pop e colorato, può fare alla bisogna.

Philipp Wiechern, Boneflacke Collection, 2012.

Pestilenze, alberi sacri e un bicchiere d’acqua tonica

Ho un debole per l’acqua tonica. Forse perché è l’unica tra le bevande gassate ad avere un gusto che non ho mai capito fino in fondo, impossibile da descrivere: un sapore ambiguo, strano contrasto tra quel pizzico di zucchero e la vena aspra che asciuga il palato.
Di tanto in tanto, nelle sere d’estate, mi capita di sorseggiarla sul terrazzo di casa mentre guardo i Colli Albani, dove i Castelli Romani si aggrappano al vulcano spento. E portando il bicchiere alle labbra, non posso impedirmi di pensare a quanto strana possa essere la storia dell’umanità.

Sovrani, guerre, crociate, invasioni, rivoluzioni, e via dicendo. Qual è la più potente tra le cause di cambiamento? Quale agente ha prodotto le più drammatiche modificazioni a lungo termine della società umana?
La risposta è: le epidemie.
Secondo diversi studiosi, nessun altro elemento ha avuto un impatto così profondo sulla nostra cultura, tanto che si è detto che senza la peste, il progresso sociale e scientifico come lo conosciamo non sarebbe stato possibile (ne avevo già scritto tempo fa). Con ogni ondata epidemica, i sopravvissuti si ritrovavano poco numerosi e molto più ricchi. Così le arti e le scienze avevano modo di svilupparsi e fiorire; ma la peste cambiò anche la storia della medicina e i suoi metodi.

“Peste” è un termine in verità generico, come “malattia”: fu usato storicamente per definire diversi tipi di epidemie. Fra queste, una tra le più antiche e probabilmente la peggiore che abbia mai colpito l’umanità, era la malaria.

Si crede che la malaria abbia ucciso più di tutte le altre cause di morte messe assieme attraverso l’intera storia umana.
A dispetto dell’importante riduzione dell’impatto della malattia nell’ultima decade, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa 300 milioni di persone siano colpite ogni anno. Significa all’incirca la popolazione degli Stati Uniti. Di quelli che si ammalano, più di 400.000 muoiono ogni anno, soprattutto bambini: la malaria reclama la vita di un bimbo ogni due minuti.

La malaria prende il nome dalla “mala aria” che si poteva respirare negli acquitrini e nelle paludi che circondavano la città di Roma. Si credeva che l’odore mefitico e stagnante fosse la causa del morbo. (Giovanni Maria Lancisi aveva suggerito già nel 1712 che le zanzare potessero avere a che fare con l’epidemia, ma soltanto alla fine del XIX secolo Sir Ronald Ross, premio Nobel inglese, provò che la malaria è trasmessa dalla zanzara anofele.)

Ai tempi della Roma medievale, ogni estate riportava con sé il flagello, e morivano centinaia di persone. La pestilenza colpiva senza fare distinzioni: uccideva aristocratici, guerrieri, contadini, cardinali, perfino Papi. Come scrisse Goffredo da Viterbo nel 1167, “quando è incapace di difendersi con la spada, Roma può difendersi per mezzo della febbre”.

La malaria era diffusa in Europa, Asia e Africa. Eppure, nessuno sapeva esattamente cosa fosse, né come curare la patologia. Non c’era cura, non c’era rimedio.

Ecco, questa è la parte che davvero mi fa impazzire. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che qualcuno stesse giocando un brutto scherzo agli esseri umani — perché, in realtà, un rimedio c’era. Ma gli Dei beffardi l’avevano piazzato in una terra che non era mai stata raggiunta dalla malaria. Peggio: si trovava in una terra che nessuno aveva ancora scoperto.

Mentre l’Europa continuava a essere devastata dalle terribili febbri di palude, la soluzione era nascosta nel folto delle giungle del Perù.

Qui entrano in gioco i gesuiti. La loro prima missione in Perù fu fondata nel 1609. I gesuiti non potevano esercitare la medicina: le istruzioni lasciate dal fondatore dell’ordine, Sant’Ignazio di Loyola, proibivano loro di diventare dottori, poiché dovevano concentrarsi unicamente sulle anime degli uomini. A dispetto del divieto di praticare la medicina, i preti gesuiti spesso rivolsero la loro attenzione allo studio di erbe e piante. Padre Agostino Salumbrino era un gesuita, e un farmacista. Egli fu tra i primi missionari in Perù, e visse al collegio di San Pablo a Lima, facendo buon uso della sua conoscenza farmacologica nel costruire quella che sarebbe diventata la più grande è migliore farmacia in tutto il nuovo mondo. I gesuiti volevano convertire i nativi al cattolicesimo, ma capirono che non poteva essere fatto con la forza; prima dovevano comprendere gli indios e la loro cultura. I guaritori nativi, ovviamente, conoscevano ogni sorta di rimedi naturali, e i preti annotarono con cura tutta questa conoscenza, raccogliendo piante ed erbe mai viste prima di allora, registrando e dettagliando i loro effetti. Ed è a questo punto che notarono che gli indiani che vivevano nelle Ande a volte bevevano infusioni di una particolare corteccia per arrestare i brividi e le convulsioni. I gesuiti fecero due più due: forse quella corteccia poteva essere efficace nel trattamento delle febbri di palude.

A partire dal 1630 circa, Padre Salumbrino (forse con l’aiuto di un altro gesuita, Bernabé Cobo) decise di spedire a Roma un piccolo quantitativo di questa corteccia, per vedere se potesse essere d’aiuto con la malaria.
A Roma, all’epoca, viveva un altro personaggio straordinario: il Cardinale Juan De Lugo, direttore della farmacia dell’Ospedale Santo Spirito. Era stato lui a trasformare la farmacia da una bottega artigianale a qualcosa che si avvicina a una moderna filiera produttiva: sotto la sua direzione, l’officina galenica aveva raggiunto proporzioni inedite, sia per scala che per visione. Migliaia di vasetti e bottiglie, scaffali straripanti di ricette per preparazioni medicinali, prescrizioni per il loro uso e descrizioni di sintomi e malattie. De Lugo curava i poveri e distribuiva medicamenti gratuiti. Quando la corteccia peruviana arrivò a Roma, De Lugo comprese il suo potenziale e decise di pubblicizzare la medicina il più possibile: si trattava del primo rimedio che funzionasse veramente contro le febbri.

Il Perù offre alla scienza un ramo di cinchona (acquaforte, XVII Secolo).

La corteccia dell’albero cinchona contiene quattro differenti alcaloidi attivi contro il parassita della malaria, il più importante fra i  quali è il chinino. Il segreto del chinino è che è in grado di calmare la febbre e i brividi, ma allo stesso tempo di uccidere il parassita che causa la malaria, perciò può essere impiegato sia come cura che come trattamento preventivo.
Ma non tutti erano felici dell’arrivo di questa nuova, miracolosa polvere di corteccia.

Prima di tutto, era stata scoperta dai Gesuiti. Di conseguenza, tutti i protestanti immediatamente rifiutarono di assumere la medicina. Non potevano accettare che la cura per la più antica e mortale delle malattie fosse arrivata dai loro rivali religiosi. Così in Olanda, Germania e Inghilterra la cura fu quasi unanimemente rifiutata.
In secondo luogo, la corteccia era amarissima. “Lo sapevamo, quei Gesuiti stanno cercando di avvelenarci!

Ma forse il rifiuto più veemente arrivò proprio dal mondo della medicina.
Questo potrebbe non sorprendere, se si sa come i dottori trattavano la malaria prima del chinino. Molte cure medievali implicavano ad esempio il traferire la malattia su oggetti o animali: si portava una pecora nella camera da letto di un paziente febbricitante, e si salmodiavano canti e preghiere per spostare il morbo sulla bestia. Una cura ancora popolare nel Diciassettesimo secolo faceva uso di una mela dolce e di un incantesimo rivolto ai tre Magi che seguirono la stella a Betlemme: “Si tagli la mela in tre parti. Nella prima fetta si scrivano le parole Ave Gaspari, nella seconda Ave Balthasar, nella terza Ave Melchior. Poi si mangi ogni segmento all’alba per tre mattine consecutive, recitando tre padrenostri e tre avemarie”.

Anche dopo il Medioevo, l’ortodossia medica credeva ancora ciecamente negli insegnamenti di Galeno. Ai tradizionalisti, che volevano preservare l’antica dottrina della medicina galenica ad ogni costo, sembrava che la corteccia di cinchona smentisse tutta la loro visione del corpo umano – ed effettivamente era quello che avrebbe fatto. Secondo Galeno, la febbre era un disordine causato dalla bile: non era un sintomo ma una malattia in sé. Un paziente con febbre alta si riteneva soffrisse di “fermentazione” del sangue. Quando il sangue fermentava, si comportava un po’ come il latte che bolle, producendo un residuo spesso che andava eliminato affinché il paziente potesse riprendersi. Per questo motivo i trattamenti d’elezione erano i salassi, le purghe, o entrambi.
Ma la corteccia peruviana sembrava curare la febbre senza produrre alcun residuo. Com’era possibile?

Gli anni passarono, e il successo della cura arrivò dall’uso: nessuno sapeva perché, ma funzionava.  Nel tempo, la corteccia di cinchona modificò il modo in cui i medici si approcciavano alla malattia: fu uno dei colpi decisivi inferti alla dottrina di Galeno, che aprì e preparò la strada alla medicina moderna.

Un grande contributo per il successo della corteccia dei Gesuiti venne da un certo Robert Talbor. Talbor non era un medico: non aveva una vera e propria istruzione, era soltanto un ciarlatano. Ma era riuscito a diventare piuttosto famoso e alla moda, e quando venne chiamato a curare il re Carlo II d’Inghilterra dalla malaria, egli usò un rimedio segreto che stava sperimentando da tempo. Funzionò, e ovviamente si scoprì che si trattava della polvere dei Gesuiti sciolta nel vino. Re Carlo appuntò Talbor come medico personale, facendo infuriare l’establishment medico inglese, e lo spedì in Francia dove curò anche il figlio del re. Senza rendersene conto, Talbor aveva scoperto il modo perfetto per somministrare la corteccia di cinchona: le emulsioni più efficaci erano quelle create dissolvendo la polvere nel vino — e non nell’acqua — perché gli alcaloidi della cinchona sono altamente solubili in alcol.

Alla fine del XVIII secolo, quasi trecento navi arrivavano ai porti spagnoli dalle Americhe ogni anno — quasi una al giorno. Una su tre veniva dal Perù, e a bordo di ognuna c’era l’immancabile corteccia di cinchona.

Caventou & Pelletier.

Il chinino nacque ufficialmente nel 1820: due scienziati, Pelletier e Caventou, isolarono il principio attivo e misero a punto la procedura di estrazione dell’alcaloide dal legno. Per il nome della loro droga presero ispirazione dal nome originario della pianta, quina o quina-quina, che significa “corteccia delle cortecce”, o “corteccia sacra”.

Per il chinino si combatterono ancora innumerevoli  battaglie, si persero e rischiarono vite. Negli anni 40 e 50 dell’Ottocento, i soldati britannici e i coloni in India usavano più di 700 tonnellate di corteccia ogni anno, ma il monopolio sul chinino era spagnolo. Esploratori inglesi e olandesi cominciarono quindi a contrabbandare i semi della pianta, e proprio  gli olandesi riuscirono infine a stabilire delle piantagioni a Java, arrivando a controllare presto le scorte mondiali di chinino.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i Giapponesi occuparono Giava, e ancora una volta si impugnarono le armi per un estratto di corteccia; ma per fortuna venne sviluppata una versione sintetica del chinino, e per la prima volta le compagnie farmaceutiche furono in grado di produrre la sostanza senza il bisogno di enormi piantagioni.

Le truppe di stanza nelle colonie consumavano, nelle loro razioni mediche, farmaci antipiretici a base di chinino come ad esempio la tintura di Warbug. Questo portò alla creazione, tramite l’aggiunta di soda, di diverse Acque Toniche al chinino; nel 1870 venne commercializzata l’Acqua Tonica Indiana di Schweppes, a base della celebre acqua minerale inventata già a fine Settecento dall’orologiaio svizzero Jacob Schweppe. L’Acqua Tonica Indiana era pensata appositamente per i coloni inglesi che cominciavano ogni giornata con una forte dose di solfato di chinino, e conteneva acido citrico per dissolvere gli alcaloidi, e un un pizzico di zucchero.

Quindi eccomi qui ora, che guardo i i Colli Albani. Vivo nel luogo in cui un tempo cominciavano le temute antiche paludi; la mortale “mala aria” si sprigionava proprio da queste terre.
Ovviamente, la malaria venne eradicata negli anni ‘50 in tutta la penisola italiana. Eppure ogni volta che mi verso un bicchiere di acqua tonica, e assaporo l’amaro aroma del chinino, non posso impedirmi di pensare a quanto possa essere strana la storia dell’umanità — in cui un albero sacro venuto dall’altra parte dell’oceano è capace di dimostrarsi più importante di tutti i sovrani, le guerre e le crociate del mondo.

Gran parte delle informazioni sono tratte da Fiammetta Rocco, The Miraculous Fever-Tree. Malaria, medicine and the cure that changed the world (2003 Harper-Collins).

Head Over Heels

Timothy Reckart è un regista di animazione, a breve nelle sale con il suo primo lungometraggio per bambini, Gli eroi del Natale. Il suo cortometraggio di diploma alla National Film and Television School di Londra, intitolato Head Over Heels (2012), è stato presentato al Festival di Cannes, ha vinto oltre trenta premi e nel 2013 è stato nominato come miglior corto d’animazione agli Oscar.

A prima vista il cortometraggio, realizzato in stop motion, segue una parabola tutto sommato risaputa: parte da una premessa surreale, e ne esplora tutte le possibili implicazioni. Eppure c’è di più.
A rendere davvero coinvolgente la visione è la raffinata caratterizzazione dei personaggi, che evita sapientemente le trappole del romanticismo mainstream. La coppia di anziani protagonisti si trova ad affrontare una quotidianità fatta di reciproche insofferenze e meschini sgarbi, in un momento in cui ogni affetto sembra essere perduto; con straordinaria delicatezza, Reckart tesse una piccola allegoria sulle glaciazioni che ogni storia sentimentale inevitabilmente può subire.

Ma ogni crisi ha due facce, è al tempo stesso distruttiva e feconda, e può essere sfruttata per ripartire.
Nelle parole del regista,

quando due persone sono innamorate, non è mai quell’ingranaggio perfetto che si vede nei film di Hollywood, i momenti non si incastrano tutti perfettamente, bisogna impegnarsi e adattarsi di continuo […]. Sono persone diverse, e devono costantemente rinnovare lo sforzo per rimanere insieme. E in realtà sono proprio le differenze e le difficoltà che danno modo di mostrare l’amore che provano l’uno per l’altra.

Un’insolita intervista

I lettori di Bizzarro Bazar sanno che da molto tempo seguo con ammirazione il lavoro di Ayzad, esperto di sessualità alternative.
Occorre una grande intelligenza, una perfetta lucidità per trattare argomenti così sensibili in maniera attendibile e al tempo stesso leggera.

Non a caso il sito di Ayzad è stato recentemente nominato da Kinkly quarto miglior blog sul sesso scritto da un uomo nel mondo, e 27° in assoluto (su circa 500 candidati).
I suoi libri e il suo blog, infatti, non sono soltanto delle miniere di informazioni scrupolose, capaci di sorprendere anche chi immagina di essere scafato in questioni di BDSM o eros estremo: Ayzad vi coltiva anche un gusto del weird programmatico, in perenne equilibrio tra la fascinazione per le più strambe declinazioni della sessualità, e la risata liberatoria — perché l’amore fra gli Homo sapiens, diciamocelo, può essere talvolta francamente comico.

Così quando mi ha chiesto se mi andava di rispondere a qualche domanda per il suo sito, non ho esitato un istante. Quello che ne è venuto fuori non è però un’intervista, a riprova dell’intelligenza di cui parlavo, ma piuttosto uno scambio di esperienze fra due cercatori di stranezze: una delle più belle discussioni che mi sia capitato di fare ultimamente, in cui, perfettamente a nostro agio, siamo anche scesi in particolari molto personali (sfiorando perfino una vera e propria querelle, seppure divertita).

Ma non voglio rovinarvi la lettura: ecco a voi la chiacchierata tra un esploratore del perturbante e uno specialista di sesso estremo.

La Grotta Gino: nell’antro del popolo di pietra

Articolo a cura delle guestblogger Alessia Cagnotto e Martina Huni

È una bella giornata di ottobre, il cielo è terso e il sole scalda ancora come fosse inizio settembre. Ci troviamo a Moncalieri, di fronte a un edificio meticolosamente salvato dal trascorrere del tempo. La facciata è illuminata in modo omogeneo; le ombre dei decori e delle finestre non sono eccessivamente calcate e le insegne verde Irlanda risaltano nette contro le pareti di mattoni color salmone, proprio come le lettere bianche della scritta “Ristorante La Grotta Gino”.
La porta d’ingresso non presenta nulla di strano, ma non ci lasciamo ingannare da questa apparente normalità: sappiamo che ciò che ci attende all’interno è tutto fuorché ordinario.

Entrando nella piccola saletta bar, una ragazza sorridente ci accoglie e ci indica il percorso per addentrarsi nel fiabesco ristorante.
A sinistra c’è qualche tavolo apparecchiato, circondato da pentole antiche appese ai muri, insieme ad altri utensili e fotografie: sono pedine su cui rimbalza lo sguardo fino ad arrivare all’ingresso dell’antro che ci porterà all’interno di un altro mondo.
Si ergono qui due cariatidi rosso cupo che segnano l’inizio del tragitto, oltre le quali l’intonaco rassicurante delle pareti muta in una volta di pietra grigio scuro, mentre gli occhi si perdono all’interno di un tunnel illuminato da pochi faretti incastonati nel soffitto.

Oltrepassate le cariatidi del Mondo Vero, per proseguire all’interno della grotta — come in tutte le avventure che si rispettino — c’è una barca ormeggiata che aspetta di prendere il largo; ci ritroviamo quindi a galleggiare su un sentiero di acqua incerta, sul nostro traghetto personale. Decidiamo di goderci con calma il percorso, a nostro agio nei panni di Jim Hawkins, e ci soffermiamo a guardare le statue che costeggiano il canale.


Dietro una leggera curva del percorso (circa 50 metri su un rivolo di acqua sorgiva) incontriamo il primo gruppo di personaggi rocciosi, del quale fanno parte l’artefice dello scavo in persona, cioè il Signor Lorenzo Gino, assieme al Re Galantuomo e a un putto in carne che sorregge un’iscrizione dedicata al Re Vittorio Emanuele.

La storia della Grotta è infatti incredibile: nell’arco di trent’anni, tra il 1855 e il 1885, Lorenzo Gino scavò da solo il suo pertugio, con il pretesto di voler ampliare la sua bottega di falegname. I lavori si svolsero con numerose e notevoli difficoltà, senza piani o progetti architettonici da seguire, e tuttavia furono portati a termine con questo straordinario risultato.
Nel 1902 il figlio Giovanni volle dedicare al padre e ai suoi sforzi un busto, proprio quello che abbiamo appena sorpassato; durante l’inaugurazione della statua intervennero i giornali, che pubblicizzarono con due libretti la strabiliante Grotta Gino.

Già allora il pubblico guardava con meraviglia quei tunnel improvvisati, all’interno dei quali Gino aveva inserito raffigurazioni di personaggi reali e all’epoca ben noti.
La luce che viene dall’alto scolpisce ulteriormente i lineamenti delle statue, l’incavatura degli occhi sembra più profonda e da quelle fessure ombrose le pietre personificate ricambiano, fiere, il nostro sguardo curioso.
Proseguiamo sul nostro canale in miniatura fino ad attraccare in un piccolo slargo pianeggiante che fa da molo. Scendiamo un po’ dispiaciute dalla barca e ci ritroviamo a guardare dentro una nicchia buia, che si incurva proprio davanti a noi: dall’oscurità emergono, severi, due uomini baffuti in compagnia di un fedele cane da caccia con in bocca una lepre.

Realizziamo con stupore di aver iniziato un nuovo percorso avventuroso, saliamo un paio di gradini e ci imbattiamo in un altro gruppo di statue disposte in cerchio: ballano felici sotto una volta forata che fa entrare qualche raggio di luce naturale che, in quel buio contesto, risulta così inaspettata da sembrare magica.

Da lì si diramano altri nuovi cunicoli. Alla nostra destra c’è un rettilineo che ospita ancora un po’ di acqua calma, sulla quale si specchiano bottiglie e piccole creature pietrificate, incastonate nella parete soprastante. I mezzi busti, gli omini alti come i loro cilindri e una dama elegantemente malinconica si sporgono sul rigagnolo, nel quale un bambino impertinente sguazza giocoso.

Forse sorridiamo, con la sensazione di essere dentro la pancia della balena. Lo straniamento è aiutato dall’illuminazione: neon coloratissimi rendono la pietra rossa, verde, blu, viola, e così osserviamo quel che ci circonda come quando da piccoli si guarda il mondo attraverso la carta colorata delle caramelle. L’unica cosa che ci potrebbe ancorare alla realtà del XXI secolo è il sonoro della radio, ma il volume discreto non riesce a rompere l’incantesimo, e a toglierci di dosso la sensazione che quelle creature ci stiano guardando, divertite dal nostro stupore.

Ci incamminiamo nei cunicoli come in cerca di un forziere magico, guardandoci attorno ipnotizzate da ogni dettaglio; ci accompagnano le onnipresenti bottiglie impolverate e la folla di sculture umanizzate, quasi volessero indirizzarci lungo il giusto percorso. Ci imbattiamo in un antro a mezza sfera, ricolmo di un’enorme quantità di bottiglie che ci sovrastano, le osserviamo appoggiate su più piani, etichetta dopo etichetta: fanno da festone a una serie di nicchie abitate da basse creature bizzarre, tutte sorridenti, il viso che si sporge a guardare i curiosi come noi. Al centro di questa sorta di portico in miniatura sta un giovinetto di pietra bianca, ancora più gioioso dei suoi compagni di stanza, intento a festeggiare eternamente il vino che lo circonda.

 

Proseguiamo per raggiungere un nuovo gruppo di statue: i personaggi, questa volta, sono più numerosi, sempre disposti in un festoso girotondo — signori dai grossi baffi e dagli alti cilindri accompagnano un ragazzetto smodato e una signora ben vestita, dall’abito ingombrante; le ombre sul tessuto richiamano la dettagliata acconciatura della gran dama. Nella penombra, le statue suscitano una leggera melanconia: ci sembra di scorgervi l’eterno tentativo dell’Uomo di scolpire il tempo, di imprimere nella pietra un istante, una visione che non si vorrebbe finisse consumata; una missione purtroppo destinata a fallire perché, come recita il detto, “il ricordo della felicità non è più felicità”.
Per qualche minuto, però, riusciamo davvero a diventare parte della festa, giriamo in tondo attorno ai convitati di pietra, seguendo il turbinio che suggeriscono i loro movimenti fissati in eterno.
Ce ne andiamo, infine, in silenzio, come fanno gli intrusi, senza essere riuscite a comprendere del tutto il motivo della celebrazione.

I cunicoli ci portano verso una leggera salita, il sentiero umido si trasforma in una scala. Saliamo i gradini, ormai avvezze ai mezzi busti imponenti che ci accompagnano nell’ultima parte della nostra avventura.


Una piccola scala a chiocciola in ferro battuto, verde come le insegne in superficie, ci riporta alla contemporaneità. La sua presenza contrasta con quella di un’ultima, piccola statua posta sulla parete di sfondo: un putto bianco, paffuto e diroccato, rimane immobile sotto una finestrina, la luce del sole non lo sfiora che per poco. Dalla sua nicchia, è destinato a immaginarsi il mondo senza mai poterlo conoscere.

Il viaggio finisce di lì a poco, quando ci troviamo in una grande sala rotonda, sovrastata da un’alta cupola. Eccoci nel luogo deputato ai ricevimenti e agli eventi che qui si possono organizzare.

Il percorso a ritroso, seguito a malincuore, ci regala un’ultima magia prima di ritornare con i piedi per terra: dalla barca, la luce che proviene dall’esterno oltre le cariatidi rosse, appare eccessivamente bianca, si riverbera nell’acqua creando un riflesso stranamente allungato, come quelli rappresentati nelle illustrazioni dei libri antichi di favole e leggende.

All’uscita dall’antro fiabesco, di ritorno al Mondo Vero, la giornata di ottobre che ci attende sa ancora di inizio settembre.
Con un sorriso ringraziamo mentalmente il Signor Lorenzo Gino per aver scavato una piccola favola nella realtà, e per aver dato sostanza, nella pietra, al desiderio che tutti abbiamo: quello di potere, per un poco, giocare e fantasticare come quando eravamo bambini.
Come quando distorcevamo il mondo guardandolo da dietro una carta di caramella, dolciastra e colorata.

“La Grotta Gino” si trova in Piazza Amedeo Ferdinando 2, a Moncalieri (TO). Ecco il sito ufficiale e la pagina FB.
Segnalo che sul blog dell’associazione Egeria Centro Ricerche Sotterranee si accenna al mistero di una seconda Grotta Gino in Lombardia.
Vi consiglio anche di dare un’occhiata alle belle fotografie delle due autrici di questo articolo: Alessia Cagnotto e Martina Huni.

Un computer in gonnella

(Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 46: #HEROES)

L’anno prossimo Katherine Johnson, questa bellissima signora, compirà cento anni. Quando era piccola, suo padre Joshua le ripeteva sempre: “Tu vali quanto chiunque altro in questa città, ma non di più”.
Difficile credere di valere come chiunque altro, per una bambina di colore cresciuta a White Sulphur Springs, dove per chi non era bianco l’educazione si fermava obbligatoriamente alla terza media.
Papà Joshua lavorava come contadino e tuttofare presso il Greenbrier Hotel, lo stabilimento termale dove i signorotti più ricchi di tutta la Virginia andavano in villeggiatura; forse proprio per questo voleva che la sua bambina andasse spedita per la sua strada, ignorando le barriere segregazioniste. Nella loro cittadina non la facevano studiare? Lui l’avrebbe portata a Institute, 130 miglia più a ovest.

Katherine, dal canto suo, bruciò ogni tappa: a 14 anni aveva già finito le superiori, a 18 anni era laureata con lode in matematica. Nel 1938 la Corte Suprema stabilì che le università “white-only” avrebbero dovuto ammettere anche studenti di colore, così nel 1939 Katherine divenne la prima donna afroamericana a entrare nella scuola di specializzazione alla West Virginia University di Morgantown.
Completati gli studi, però, la carriera era tutt’altro che assicurata. Katherine avrebbe voluto dedicarsi alla ricerca, ma ancora una volta c’erano ben due handicap da superare: era donna, e per giunta afroamericana.

Insegnò matematica per più di dieci anni, aspettando l’occasione propizia che infine arrivò nel 1952. La NASA (all’epoca chiamata NACA) aveva cominciato ad assumere matematici sia bianchi sia afroamericani, e le propose un lavoro. Katherine Johnson entrò così a far parte, nel 1953, del primissimo team dell’agenzia spaziale.
Inizialmente lavorò nella sezione dei “calcolatori in gonnella”, un gruppo di donne il cui compito era elaborare i dati delle scatole nere degli aerei e svolgere specifiche operazioni matematiche. Un giorno Katherine venne assegnata a un gruppo di ricerca di volo, composto esclusivamente da maschi; la sua permanenza all’interno del team avrebbe dovuto essere temporanea, ma Katherine dimostrò una tale conoscenza della geometria analitica che i capi finirono per “dimenticarsi” di rimandarla al suo lavoro precedente.

Alla segregazione, però, non si sfuggiva. Katherine doveva lavorare, mangiare e andare in bagno in luoghi separati da quelli usati dai colleghi bianchi. Indipendentemente da chi avesse svolto il lavoro, i report venivano firmati soltanto dagli uomini del team.
Ma Katherine aveva sempre in mente le parole del padre, e la sua strategia fu quella di non curarsi di cosa ci si aspettava da lei. Si presentava alle riunioni ingegneristiche per soli uomini, firmava rapporti al posto dei suoi superiori maschi, ignorando qualsiasi obiezione. Perché non si era mai sentita inferiore – né superiore – a nessuno.

Era un’epoca pionieristica, e far parte della prima Space Task Force della storia significava avventurarsi in problemi e operazioni del tutto inediti. Con la sua preparazione e propensione per la geometria, Katherine era una dei “computer umani” più brillanti. Eseguì tutti i calcoli relativi alla traiettoria del primo volo americano nello spazio, quello di Alan Shepard nel 1961.

Venne il momento in cui la NASA decise di passare ai computer elettronici, smantellando l’équipe dei “calcolatori umani”; il primo volo ad essere programmato usando le nuove macchine fu quello di John Glenn, che doveva essere spedito in orbita intorno alla Terra. Ma fu l’astronauta in persona a rifiutarsi di partire, a meno che Katherine non avesse verificato a mano tutti calcoli eseguiti dal computer. Si fidava soltanto di lei.
In seguito Katherine contribuì a calcolare la traiettoria per il volo dell’Apollo 11, nel 1969. Vedere Neil Armstrong fare il primo passo sulla Luna la emozionò, ma neanche troppo: per chi aveva passato anni sulla missione non era certo una sorpresa.

Per lungo tempo si seppe ben poco del lavoro svolto da Katherine (e dalle sue colleghe): rimasta per decenni nell’ombra a fronte di una società che faticava a tributarle il giusto peso, oggi finalmente il suo nome si studia sui banchi di scuola e la sua storia è stata di recente raccontata dal film Il diritto di contare (2016, regia di Theodore Melfi). Il contributo offerto da questa donna alla corsa spaziale è riconosciuto come fondamentale – anche se a diventare eroi furono quegli astronauti che non avrebbero mai lasciato il suolo senza la precisione dei suoi calcoli.

Sorridente, a quasi un secolo di età, Katherine Johnson non smette di ripetere: “Valgo quanto chiunque altro, ma non di più”.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 10

Ecco una nuova portata di link e bizzarrie da divorare in un sol boccone, un po’ come fa la rana col serpentello qui sopra.

  • In Madagascar si effettua un tipo di doppia sepoltura chiamata famadihana: simile per certi versi alle più celebri tradizioni dello Sulawesi, anche la famadihana consiste nel riesumare la salma di un caro estinto, fornirla di un sudario nuovo e pulito, e seppellirla nuovamente. Non prima, però, di aver ballato con il morto un’ultima, ritmata danza.

  • Altro che blocco dello scrittore: Francis van Helmont, amico intimo del celebre filosofo Leibniz, nonché alchimista imprigionato dall’Inquisizione, scrisse un libro tra una sessione di tortura e l’altra. Oltre ad essere evidentemente un tipetto tosto, aveva anche idee originali: secondo la sua teoria, le antiche lettere ebraiche erano in realtà diagrammi che mostravano come la bocca e le labbra dovevano essere posizionate per pronunciare le lettere corrispondenti. Dio, insomma, avrebbe impresso l’alfabeto ebraico nella nostra stessa anatomia.

  • Ragione n.4178 per amare il Giappone: le sculture giganti in paglia di riso.
  • All’inizio del secolo scorso, negli USA era legale spedire i bambini via posta. (Vediamo se la regia ci può agevolare una foto, ecco, grazie.)

  • In Francia, invece, a quanto pare nel 1657 i fanciulli si dedicavano al simpatico Giuoco del Peto in Faccia (“Ah, ai miei tempi, ci bastava poco per divertirci“).

  • Se pensate che i musei delle cere abbiano sempre qualcosa di sinistro, leggetevi la storia di Madame Tussaud, una donna che fece fortuna con la ghigliottina.
  • Ok, è ora di preparare i fazzoletti: uno scimpanzè femmina, che sta morendo di vecchiaia, riconosce un amico venuto a darle l’ultimo addio.
  • Parlando di primati: in un parco faunistico italiano una mamma macaco ha tenuto con sé per 25 giorni il figlioletto morto, cullandolo e abbracciandolo. Quando ormai il piccolo era irriconoscibile, ne ha mangiato i resti. Un altro tassello interessante nello studio del lutto tra i mammiferi.
  • L’intagliatore Caspicara, vissuto in Ecuador nel 1700, è probabilmente l’autore di quest’opera spettacolare in cui sono rappresentati morte, paradiso, purgatorio e inferno. Non so a voi, ma a me quello di destra sembra proprio Keith Richards.

  • James Ballard era appassionato di quella che chiamava “letteratura invisibile”: scontrini, liste della spesa, report di autopsia, istruzioni di assemblaggio, eccetera. Io trovo un brivido simile nei manuali per imbalsamatori dell’Ottocento: un tipo di pubblicazione “tecnica” che letta ora ha sempre un non so che di surreale. E in cui si trovano talvolta fotografie eccezionali, come queste tratte da un testo del 1897.

  • E concludo ricordandovi due prossimi appuntamenti: il 29 ottobre alle ore 19 sarò alla Giufà Libreria Caffe’ (in via degli Aurunci 38 a Roma) per presentare La Tavola Smeraldina, l’ultimo visionario libro illustrato dell’amico Claudio Romo.
    Dal 3 al 5 Novembre, invece, mi troverete come di consueto al Lucca Comics & Games, stand NAP201, per firmare copie di Paris Mirabilia e fare due chiacchiere con i lettori di Bizzarro Bazar. Vi aspetto!