Adam and Eve Raised Cain

Sappiamo tutti quanto sia faticoso per un talento emergere, in ambito artistico. Per questo nel mio piccolo ho cercato, di tanto in tanto, di dar voce a giovani autori che ritengo promettenti: qualcuno fra loro ha continuato la carriera con exploit superlativi, come nel caso di Fulvio Risuleo, di cui avevo segnalato il lavoro e che ha in seguito vinto il primo premio della “Semaine de la Critique” al Festival di Cannes.
Dico questo non per vantarmi d’averci visto lungo, ma con la segreta speranza che Bizzarro Bazar possa rivelarsi di buon auspicio anche in futuro: in particolare oggi vorrei presentarvi un curioso cortometraggio in stop motion che a mio avviso è un vero gioiello.

Si tratta di Adam and Eve Raised Cain, scritto, diretto, animato e montato da Francesco Erba, classe 1986, originario di Bergamo.
Prima di parlare del corto assieme al suo autore, vi consiglio di prendervi una ventina di minuti e lasciarvi assorbire dalle cupe, disturbanti atmosfere del film.

Il cortometraggio, come avete visto, si apre con una dichiarazione d’amore per i B-movies di fantascienza anni ’50 (i mostri giganti radioattivi di Jack Arnold, Roger Corman o Bert I. Gordon), e più avanti viene omaggiato anche il padre del cinema fantastico, Georges Méliès.
Ma il vero referente sembra essere il cinema di genere degli anni ’80, i film horror di Carpenter, Hooper e Cronenberg. Sono strizzatine d’occhio evidenti, e (cosa sempre più rara) perfettamente inserite nel contesto: la passione del protagonista per i monster movies, ad esempio, diventa un artificio drammatico cruciale nella scena della vendita dei giocattoli, un momento che segna psicologicamente il piccolo Albert.
Ogni citazionismo, anche quando non è fine a se stesso, comporta però inevitabilmente il rischio di incrinare l’identificazione dello spettatore, di portarlo per così dire “fuori” dalla pellicola, di inficiare l’impatto emotivo. Forse anche in virtù della natura sanguigna e dolorosa dei temi trattati, Francesco Erba invece compie il piccolo miracolo di creare una connessione ancora più forte con il suo personaggio: è come se, attraverso il filtro del cinema americano con cui è cresciuta la generazione Eighties, il trauma di Albert diventasse più riconoscibile, più umano – a dispetto delle sue sembianze grezze di pupazzo animato a passo uno.

Francesco respira e vive di cinema, fin da bambino. Come poteva dunque raccontare una storia di paura e amore, se non ripensando ai film che l’hanno spaventato e fatto innamorare?
Questa è a mio avviso l’ammirevole sottigliezza di Adam and Eve Raised Cain, una sensibilità che dispiace non trovare più spesso nelle varie “operazioni nostalgia”.
Dietro alla facciata di film d’animazione, dietro l’intrattenimento, Erba sta dipingendo un mondo di solitudine e di gabbie mentali. E quando utilizza stilemi vintage, non li sta lanciando come noccioline per titillare i riflessi pavloviani dei cinefili: li sta usando perché per lui restano il modo migliore (forse l’unico) per raccontare davvero le ferite e le angosce del suo protagonista carnefice-vittima.

Ho rivolto a Francesco Erba qualche domanda sul suo lavoro.

Qual è la genesi del progetto, e come sei arrivato a realizzarlo?

Il concept di Adam and Eve era uno dei tanti sepolti nella cartella “idee” sul mio laptop. Dopo aver passato molto tempo a lavorare con e per altri, ho deciso che era venuto il momento di girare nuovamente qualcosa di mio. Frugando nella cartella (e scartate tutte le idee sopra il milione di euro!), il soggetto che rimase era una versione in live action di Adam and Eve.
Ho iniziato a lavoraci sopra, ad inserire nuovi elementi e a focalizzare meglio la struttura fino a che ho capito cosa realmente stavo raccontando: il mio era un film sulla prigionia, intesa in tutte le sue possibili accezioni.

Finito lo script è cominciata a ronzarmi nel cervello l’idea che questo film potesse – dovesse – essere realizzato in stop motion: quale estremizzazione era più azzeccata del raccontare questa “prigionia” attraverso dei pupazzi rinchiusi dentro a una scatola di legno di 1,5 m x 1m?

Sapevo benissimo che realizzare questo film in stop motion, così come l’avevo in mente e con le risorse di cui disponevo, mi avrebbe “rubato” almeno 2 anni di lavoro e di vita. Ci sarebbe stato prima lo storyboard completo, lo studio sui personaggi e i disegni preparatori, la costruzione di scenografie e props, lo sculpting dei pupazzi e il mold making, i piccoli test di movimento e infine diverse settimane di riprese chiuso in una stanza buia. E poi gli effetti digitali e l’integrazione degli occhi degli attori “in carne ed ossa” sui pupazzi di lattice, lavoro che necessariamente andava fatto frame by frame

Insomma, facendo appello a tutto il mio masochismo, ho cominciato a girare e alla fine ho scoperto che ero stato addirittura ottimista. Per completare il cortometraggio ci ho messo quasi tre anni e mezzo!

La scelta della stop motion è stata limitante o ti ha, al contrario, accordato più libertà? Quali sono state le sfide più ardue da superare nella realizzazione del corto?

La stop motion, che io non reputo UNA tecnica, ma LA tecnica di animazione per eccellenza, ha un fascino indiscutibile, che trascende il tempo e le innovazioni tecnologiche. Ma è anche una gran stronza!
Se da un lato, anche con budget molto contenuti, ti consente una libertà artistica totale, la stop motion non fa certo sconti su tempi di ripresa, modalità di ripresa, ricostruzioni scenografiche in scala (a volte fino al arrivare alla miniaturizzazione). Ogni aspetto va pensato con largo anticipo, calcolato e calibrato con precisione e molto spesso bypassato con un po’ di astuzia e ingegno: non posso muovere la macchina da presa, quindi costruisco uno slider millimetrato per i movimenti, eccetera.

Tutti questi “limiti”, a parer mio, soccombono di fronte al risultato finale, a quello che puoi creare con questa tecnica incredibile. Prendi i film prodotti da Laika oggi: ci insegnano che la stop motion, pur essendo ormai molto vecchia e quasi coetanea del cinema stesso, non ha limiti se non quelli dettati dal budget o dalla creatività.

Adam and Eve mi sembra inserirsi in una vena molto attuale di nostalgia per gli anni 80 (Super 8, Stranger Things, l’episodio San Junipero in Black Mirror, ecc.). Ci sono dei film in particolare a cui ti sei ispirato? Qualche “nume tutelare” che avevi in mente scrivendo la sceneggiatura?

Il corto è stato girato nell’ormai lontano 2011, prima di questa nuova ondata di nostalgia per il cinema degli anni ‘80 e ‘90 (almeno ho scelto di metterlo online al momento giusto!). Inevitabilmente, dentro al corto sono finiti molti stilemi appartenenti ai film con cui io sono cresciuto, che fanno parte del mio DNA; sono dei riferimenti da cui non riesco a prescindere.

In realtà anche i referenti cinematografici derivanti dal mio imprinting sono racchiusi, come tutto il resto della storia, in un sistema di scatole cinesi. Oltre al cinema ‘80 e ‘90 ho voluto inserire dei richiami ai film da cui a loro volta i registi di quegli anni hanno preso ispirazione e che hanno talvolta saccheggiato a piene mani, cioè il cinema di mostri degli anni ’50. Esasperando ancora di più, come tutto il cortometraggio cerca di fare in ogni suo aspetto, mi sono permesso di spingermi ancora più indietro, omaggiando addirittura Méliès.

A volte ai registi viene chiesto di descrivere in modo immediato lo stile che vogliono raggiungere. La mia risposta, fin dall’inizio, era: “pensa a Rob Zombie che gira un film in stop motion”. Uno stile rude, cattivo, graffiante e a volte repulsivo, che si doveva riconoscere in ogni aspetto della realizzazione.
Ma ovviamente stavo semplificando. Se ripenso a tutti gli autori da cui ho preso ispirazione, rischia di sembrare un elenco del telefono senza capo né coda, eppure all’interno del mondo di opposti ed estremi di Adam and Eve per me questi nomi trovano un senso: Carpenter, Cronenberg, Jackson, Spielberg, Selick, Chan-Wook, Harryhausen, Quay, Svankmajer, Peter Lord e la Aardman, la Laika… tutti hanno influenzato in maniera creativa la genesi e il mio approccio al cortometraggio.

Il film affronta temi estremamente adulti: fobie, alienazione, violenza familiare, gravidanze indesiderate, disperazione. Eppure il tutto è filtrato da un’evidente ironia: la tecnica di animazione artigianale e gli omaggi all’immaginario del cinema americano fanno sì che il film sia un’esperienza di “secondo livello”. Personalmente trovo che quest’ambiguità sia una delle forze del progetto. Ma nei tuoi intenti, Adam and Eve andrebbe preso come puro intrattenimento, o considerato più seriamente?

Questo è uno degli aspetti della “ricerca” che nel mio piccolo, con tutta l’umiltà possibile, tento di portare avanti con il mio lavoro. Una delle costanti che si può ritrovare in ciò che ho fatto finora, dai corti ai videoclip, dalla puntata pilota per una serie per bambini al lungometraggio su cui sto lavorando, è la ricerca del limite e dell’equilibrio nell’accostamento di due estremi opposti.

Usare la stop motion (che dal pubblico medio è normalmente riconosciuta come una tecnica “per bambini”) per raccontare una storia da adulti, fare un film adulto sulla prigionia, sull’alienazione e sulle fobie con dei pupazzi di lattice, è già un abbinamento forte. “Imprigionare” dentro ai pupazzi gli occhi di un attore “vero” e rinchiuderlo nei limiti che questo causa inevitabilmente, per me costituisce un’esasperazione ulteriore di questo concetto. Se poi immagini anche me stesso, animatore, incastrato in posizione strane e “prigioniero” di una piccola stanzetta buia, il discorso diventa davvero vertiginoso!

E l’intrattenimento? Be’, non appartengo di certo alla schiera di coloro che riconoscono al cinema il potere di salvare il mondo, ma di certo lo rende un posto un pochino più bello. Il cinema per me non deve dare risposte, ma solo stimolare domande e creare emozioni. Se vuoi qualche risposta importante forse ti serve di più un biglietto per il museo, che per il cinema.
Secondo questa filosofia Adam and Eve è certamente un film da prendere come esperienza visiva e non solo come percorso di ricerca: che sia concepito anche come intrattenimento puro mi pare evidente dalle sequenze in cui entro “fisicamente” dentro il cervello del protagonista per mostrare il suo passato.

Questo cortometraggio dev’essersi rivelato una vera e propria palestra. Continuerai sulla strada dell’animazione? Quali sono le novità in arrivo?

Sto ultimando il mio primo lungometraggio in live action: qui la mia ricerca personale si è evoluta ancora di più, costruendo un film narrativamente e stilisticamente formato da un documentario d’inchiesta, un mockumentary e un film “tradizionale”.
Porto avanti da un po’ di mesi anche il lavoro su una serie in animazione con pupazzi per bambini di 5/6 anni in cui credo davvero molto e che mi ha dato la possibilità di sperimentare cose nuove con un diverso tipo di animazione.

Quanto alla stop motion, il suo “richiamo” è fortissimo, nonostante gli enormi sacrifici che Adam and Eve ha richiesto. Mi piacerebbe un giorno riuscire a girare una mia particolare versione horror di Peter Pan o un altro piccolo cortometraggio incentrato su Tesla ed Edison.
Il mio lavoro spesso si basa sull’interazione umana e sulla mediazione… e ti confesso che talvolta rimpiango di non essere chiuso da solo in una stanzetta piccola e buia, a spostare fotogramma per fotogramma la testa del mio pupazzo!

Ecco la pagina Facebook di Adam and Eve Raised Cain.

La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte…, Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47ma mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con sé stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

L’abominevole vizio

Tra le curiosità bibliografiche che ho collezionato negli anni, c’è anche un volumetto intitolato L’amico discreto. Si tratta dell’edizione italiana del 1862 di The silent friend (1847) di R. e L. Perry; oltre a 100 belle tavole anatomiche fuori testo, il libro esibisce anche un sottotitolo impagabile: Osservazioni sull’Onanismo ed i suoi funesti risultati, come L’Incapacità e l’Impotenza intellettuale e fisica.

Anche soltanto scorrendo l’indice, si comprende come la masturbazione fosse indicata dagli autori come causa principe delle malattie più disparate: si va dall’indigestione alla “malinconia ipocondriaca“, dalla sordità alla “curvatura della verga“, dal colorito pallido all’impossibilità di camminare, in un crescendo di sintomi sempre più terribili che spianano la via per l’inevitabile decorso finale — la morte.
Pagina dopo pagina, il lettore viene edotto su come l’onanismo provochi simili danni, nello specifico perché causa una

irritazione del sistema nervoso [che] produce, prima che l’età matura succeda alla gioventù, tutte le infermità della vecchiezza, effettuando ne’ suoi effetti terribili un concorso tale d’irritazione malaticcia che espone il corpo ad una eccitazione immensa e difficile a sopportare.

Ma questo non è che l’inizio: il male maggiore è quello arrecato allo spirito, perché la costante stimolazione nervosa

che mette l’uomo in uno stato d’angoscia e di miseria per tutto il resto della sua vita, e che sarebbe difficile a descrivere, fa sì che vegeti ma non viva: […] conduce l’uomo alla degradazione graduale e fatale di se stesso ed alla violazione dei diritti che la natura ha saggiamente istituiti per la conservazione della specie […] ad onta di tutte le leggi morali e religiose: di tal modo l’uomo che nella sua adolescenza era dotato d’uno spirito vivo e sociabile, diventa misantropo prima che sia giunto all’età di venti anni. Quanto devono essere deboli i sentimenti morali di colui che non si sente abbastanza forte per arrestarsi sull’orlo d’un sì terribile precipizio! […] Non è forse nulla d’accendere la tetra fiaccola che conduce a passi lenti e tristi al sepolcro della virilità, nel fiore della gioventù, lorché la sacra fiamma del genio, dei sentimenti e delle passioni dovrebbero invece animare tutto il sistema?

Trattandosi di un volume di anatomia e fisiologia, l’enfasi e il vocabolario evocativo (più vicino a quello di uno scadente poetucolo che alla terminologia scientifica) sembrano stranamente fuori posto — e possiamo sorridere nel leggere simili assurde teorie; eppure L’amico discreto non è che uno dei tanti esempi ottocenteschi di testi che demonizzavano la masturbazione, popolari e diffusissimi fin da quando nel 1712 un anonimo sacerdote aveva dato alle stampe un volume intitolato Onania, seguito nel 1760 da L’Onanisme del medico svizzero Samuel-Auguste Tissot, che divenne in breve tempo un best-seller del suo tempo.
Ora, se i medici reagivano in maniera tanto dura alla masturbazione maschile, vi lascio immaginare come fosse vista quella femminile.

Qui la repulsione per un atto già in sé considerato aberrante si arricchiva di tutti le ancestrali paure che da sempre avevano riguardato la sessualità della donna. Dall’antica vagina dentata (di cui ho già scritto), alla descrizione platonica dell’utero (hystera) come animale aggressivo che vaga nell’addome della femmina, passando per i dettami teologici biblico-cristiani, la medicina aveva ereditato una visione cupa e fortemente misogina: la sessualità femminile, vero e proprio rimosso, era avvertita come pericolosa e ingovernabile.
Un altro dei testi nella mia libreria è l’analogo femminile dell’Onania di Tissot: opera di J.D.T. de Bienville, La Ninfomania ovvero il Furore Uterino fu originariamente pubblicato in Francia nel 1771.
Copio un paio di passaggi, che mostrano toni molto simili a quelli degli estratti precedenti:

Si vedono ancora certe sviate fanciulle, che per lungo tratto di tempo hanno condotta una vita voluttuosa, attaccate improvvisamente da questo morbo; e ciò accade allorché uno sforzato ritiro le tien lontane dalle occasioni, che favorivano la rea e fatale loro inclinazione. […] Tutte, in somma, dopo che sono invase da tal morbo, si occupano con egual forza, e vivacità perpetuamente in oggetti, che possono accendere nella loro passione la fiamma infernale del piacer lubrico […], si trattengono nella lettura di lubrici Romanzi, che incominciano a disporre il cuore a teneri sentimenti, e terminano con ispirare la più grossolana, e turpe incontinenza. […] Le femmine che dopo aver inoltrati i primi passi in questo orrido laberinto, non hanno forza di tornare indietro, cadono insensibilmente, quasi senza avvedersene, in eccessi, i quali dopo aver corrotta, e danneggiata la loro buona fama, terminano col privarle della vita.

Il libro continua descrivendo il delirio in cui cadono le ninfomani, che si avventano come furie sugli uomini (evidentemente tutti casti e puri) lasciando “appena tempo di fuggir loro dalle mani“.
Certo, il testo è settecentesco. Ma le cose non migliorarono nel secolo successivo: è proprio nell’Ottocento che il malcelato desiderio di reprimere la sessualità femminile trovò una delle sue più crudeli attuazioni, nella moda della cosiddetta “estirpazione”.

Sotto questo eufemismo si indicava la pratica della clitoridectomia, l’asportazione chirurgica del clitoride.
Tutti sanno che le mutilazioni genitali femminili continuano ad essere una realtà in diversi paesi del mondo, e sono al centro di numerose campagne internazionali volte a promuovere l’abbandono della pratica.
Risulta forse più difficile credere che, lungi dall’essere tradizione esclusivamente tribale, essa fosse diffusa sia in Europa che in America nel quadro della medicina occidentale moderna.
La clitoridectomia, operazione tanto semplice quanto micidiale, si basava sull’idea che la masturbazione femminile portasse all’isteria, al lesbismo e alla ninfomania. Il perfetto ragionamento circolare che sottendeva questa teoria era il seguente: poiché le pazienti dei manicomi venivano spesso colte nell’atto di masturbarsi, evidentemente la masturbazione doveva aver causato la loro follia.

Uno dei più ferventi promotori dell’estirpazione era il Dr. Isaac Baker Brown, ginecologo e chirurgo ostetrico inglese.
Nel 1858 aprì una sua clinica a Notting Hill, e le sue terapie avevano tanto successo da spingere Baker Brown a rassegnare le dimissioni dal Guy’s Hospital per lavorare privatamente a tempo pieno. Mediante la clitoridectomia, il medico riusciva a curare (almeno a quanto raccontava) diverse forme di pazzia, epilessia, catalessi e isteria nelle sue pazienti: nel 1866 pubblicò un bel volumetto al riguardo, che il Times si affrettò a lodare, affermando che Brown aveva “condotto la follia alla portata del trattamento chirurgico“. Nel suo libro Brown riportava 48 casi di masturbazione femminile, i conseguenti, atroci effetti sulla salute delle pazienti, e il miracoloso risultato della clitoridectomia nella cura dei sintomi.

Non sappiamo con certezza quante donne finirono sotto il bisturi dell’entusiasta dottore.
Brown avrebbe probabilmente continuato senza impedimenti la sua opera di mutilazione, se non avesse commesso l’errore di organizzare un clamoroso battage pubblicitario per reclamizzare la sua clinica. Anche allora era considerato eticamente scorretto per un medico auto-promuoversi, e fu questo che spinse il British Medical Journal a pubblicare il 29 aprile 1866 un pesante j’accuse nei confronti del medico. Seguì a stretto giro il Lancet, e subito dopo anche il Times mostrò di aver cambiato opinione, chiedendosi in un editoriale se il trattamento chirurgico della follia fosse o meno consentito dalla legge. Brown finì indagato dalla Lunacy Commission, che si occupava del benessere dei pazienti dei manicomi, e preso dal panico negò di aver mai effettuato clitoridectomie sulle pazienti malate di mente ospitate nella sua clinica.

Ma ormai era troppo tardi.
Persino i piani alti del Royal College of Surgeons gli voltarono le spalle, e durante una seduta venne stabilita (con 194 voti favorevoli e 38 contrari) la sua esplusione immediata dall’Obstetric Society of London.
R. Youngson e I. Schott, nel loro A Brief History of Bad Medicine (Robinson, 2012), sottolineano il paradosso della storia:

La cosa straordinaria fu che Baker Brown cadde in disgrazia non perché praticasse la clitoridectomia per indicazioni assurde, ma perché, per avidità, aveva offeso l’etica professionale. Nessuno suggerì mai che vi fosse alcunché di sbagliato nella clitoridectomia in sé. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che questa operazione venisse condannata dalla professione medica.

E ancora molti di più, perché infine la stessa masturbazione si liberasse dallo stigma della criminalizzazione medica e dai pregiudizi di carattere morale: ancora a inizio Novecento si continuavano a raccomandare e prescrivere lacci restrittivi, camicie di forza, cinture di castità, fino alle terapie d’urto come cauterizzazione ed elettroshock.

Brevetto del 1903 per prevenire erezioni e polluzioni notturne tramite l’uso di spuntoni, scosse elettriche e una campanella d’allarme.

In tutta questa terribile galassia dei presidi anti-masturbatori, ce n’è uno che a prima vista sembrerebbe innocuo e addirittura salutare: sono i corn flakes, inventati dal famoso Dr. Kellogg come dieta coadiuvante per sconfiggere le tentazioni dell’onanismo. Eppure, quando i cereali non bastavano, Kellogg suggeriva di cucire con il fil di ferro il prepuzio dei giovani ragazzi, e quanto alle femminucce consigliava di bruciare il clitoride con l’acido fenico, che a suo dire era

un mezzo eccellente per sedare l’eccitazione anormale, e prevenire che la pratica venga ripetuta in coloro la cui forza di volontà si è indebolita a tal punto che la paziente è incapace di esercitare l’autocontrollo.
I peggiori casi tra le giovinette sono quelli in cui la malattia è in stato così avanzato che i pensieri erotici sono accompagnati dalle stesse sensazioni voluttuose dell’atto pratico. L’autore ha incontrato molti simili casi in giovani donne che riferivano che bastava questo a produrre l’orgasmo sessuale, anche più volte al giorno. L’applicazione di acido fenico nel modo già descritto è utile anche in questi casi per placare l’eccitazione abnorme, che è frequentemente provocata dalla pratica di questa forma di masturbazione mentale.

(J. H. Kellogg, Plain Facts for Old And Young, 1888)

Bisognerà aspettare il Rapporto Kinsey (1948-1953) per vedere la masturbazione definitivamente sdoganata in quanto parte naturale e salutare della sessualità.
In fondo, nelle parole di Woody Allen, non è altro che “fare sesso con qualcuno che amate“.

Sulla “fisiologia fantastica” dell’utero, si veda questo meraviglioso articolo di R. K. Salinari; Wikipedia ha invece un lemma sulla storia della masturbazione; consiglio anche Orgasmo e Occidente. Storia del piacere dal Rinascimento a oggi, di R. Muchembled.

R.I.P. Leonard Cohen

Aveva visto il futuro. Aveva conosciuto la tenebra e la luce. Aveva sempre osservato il mondo senza sconti, con una sincerità talvolta crudele perfino con se stesso, non esitando a farci parte dei suoi fallimenti. Aveva anche compreso come siano proprio quelle ferite che portiamo dentro di noi, a permettere la bellezza.
Negli ultimi tempi, dava l’idea di un uomo che si preparava alla morte spogliandosi delle sue maschere, ad una ad una.
È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. Sappi che ti sono così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Così scriveva pochi mesi fa a Marianne Ihlen, la musa che aveva l’ispirato  e che si trovava in quei giorni sul letto di morte.

Il percorso di Leonard Cohen è stato tormentato, in perenne precario equilibrio fra i due estremi dello spettro dell’esperienza: vizio ed estasi, depressione e misticismo, eccessi e frugalità, cinismo e romanticismo.
Eppure sarebbe vano cercare di rintracciare nelle sue parole una qualsiasi indulgenza o presunzione. Guardatevi una sua qualsiasi intervista, e vedrete una modestia quasi imbarazzata (la sua leggendaria insicurezza gli diede in effetti non pochi problemi con le esibizioni dal vivo), e la gentilezza di chi è consapevole della pena di essere vivi.

Era questo il fulcro delle sue poesie, e della sua musica. La qualità liturgica di molti suoi testi era forse per lui il registro più naturale per affrontare il problema della sofferenza, ma non esitava a contaminarla con elementi profani. In effetti la sua è sempre stata una ricerca sintetica, un tentativo di conciliare gli opposti che aveva vissuto: e si traduceva anche in un paziente lavoro di condensamento sulla parola (cinque anni per scrivere Hallelujah, dieci per Anthem). Lo scopo era giungere il più possibile vicino alla perfezione della semplicità.
Arrivare a versi come questo, capace di riassumere in un breve tocco l’idea più autentica di amore: “Tu va’ per la tua strada / me ne andrò anch’io per la tua“.

Questa necessità di trascendenza aveva portato il “piccolo ebreo” innamorato della Cabala a sperimentare diversi sentieri spirituali, fino a rinchiudersi in un monastero Zen — e non da “turista”, ci rimase sei anni. Salvo comprendere infine, come confessava nell’ultimo singolo pubblicato, che i suoi demoni erano sempre stati vergognosamente borghesi e noiosi.

Già, quell’ultimo gioello nero, You Want It Darker; una sorta di testamento o di preparazione alla fine.
Un cupo dialogo tra l’uomo-Cohen, l’Uomo di ogni epoca e latitudine, e un Dio con cui è impossibile il vero compromesso (“Se tu sei il banco, abbandono il gioco / Se tu sei il guaritore, allora io sono debole e spezzato / Se tua è la gloria, a me lasci la vergogna“); un Dio che si rifiuta di tendere la sua mano verso l’uomo, lasciandolo perduto nell’inferno che gli è stato preparato (“un milione di candele accese per un aiuto che non è mai arrivato“).
Un Dio freddo ed enigmatico dal cui mistero scaturisce perfino il Male, tanto che tutto l’orrore sembra nascere dal Suo ordine imperscrutabile: se Dio vuole questa Terra un po’ più oscura, noi uomini, pronti, “soffochiamo la fiamma“.
Ed è in questo desolante affresco che, come un fiato finale, come un’estrema preghiera, arriva quello straziante hineni. “Eccomi“, la parola pronunciata da Abramo mentre si accingeva a sacrificare suo figlio per conto del Signore.
Sono pronto“, sussurra Leonard.

Forse era davvero, finalmente, pronto.

Speciale: Francesco Busani

Sono ormai diversi anni che mi interesso di illusionismo.
Intendiamoci, non ho neanche mai provato a far sparire un fazzoletto: quello che mi intriga è la portata simbolica del gioco di prestigio, lo scarto di prospettiva che opera, ma soprattutto il potere performativo di rendere instabile il confine tra realtà e finzione. La capacità dell’illusionista di toglierci il terreno sotto i piedi senza ricorrere a tanti giri di parole teorici, con un semplice gesto.
Eppure più si studia, più ci si accorge che a rendere possibile la magia è ancora e sempre la storia che si sta raccontando. Che sia sotterranea o esplicita, la narrativa rimane il vero meccanismo dell’incanto (o dell’inganno).

Quando il mentalista Francesco Busani ha accettato di partecipare all’inaugurazione dell’Accademia dell’Incanto, ho studiato la sua performance nei minimi dettagli.
Non tanto per scoprire i suoi trucchi — esercizio tutto sommato sterile e destinato alla delusione, perché come insegna Teller, “il segreto più grande dietro la messa in scena di un effetto magico che inganni in modo efficace è quello di realizzarlo con un metodo il più brutto possibile”.
No, il suo trucco migliore lo conoscevo già: sapevo che, prima di tutto, Busani è un eccezionale storyteller (uno storyteller “con gli effetti speciali”, come ama definirsi). Così mi sono concentrato sul modo in cui egli tirava i fili della sua narrazione. E sono rimasto con un sorriso stampato sul volto per l’intero show.
Perché durante un suo spettacolo succede qualcosa di strano: tutti ci rendiamo conto razionalmente che le storie fantastiche che Busani racconta sono, almeno in parte, frutto di fantasia; ma non sappiamo fino a che punto, e ci accorgiamo con sorpresa che esiste un’incontrollabile parte di noi che è disposta a crederci.

Un solo esempio: Busani ha raccontato la storia di due monete seppellite per anni assieme a un morto, sugli occhi del cadavere. Con l’aiuto di una spettatrice che si è offerta volontaria dal pubblico, in una routine che non vi svelo, le monete hanno dimostrato di aver acquisito virtù esoteriche e misteriose, a causa del prolungato contatto con la salma.
A colpirmi non è stato soltanto l’effetto finale, pure strabiliante, bensì un altro dettaglio a cui magari pochi hanno prestato attenzione: a chiusura del suo gioco, Francesco ha consegnato le monete nel palmo della spettatrice, e quest’ultima con uno scatto immediato e del tutto involontario ha tirato indietro le mani per non toccarle.

Ecco, quando quelle due monete sono cadute rumorosamente sul tavolo ho compreso quale eccezionale narratore fosse Francesco Busani.

Gran parte del fascino deriva proprio dal fatto che egli fa il “verso”, per così dire, a medium e sensitivi. Possiamo guardare con superiorità chi si affida a cartomanti e maghi, ma con un semplice gioco di prestigio raccontato nella giusta maniera Busani ci dimostra quanto il mito sia ancora intrinsecamente e inconsciamente efficace sulla nostra mente. E non è solo una lezione di umiltà: è anche a suo modo un tributo alla potenza della sconfinata fantasia umana.

Non mi sono dunque lasciato sfuggire l’occasione, la mattina successiva, di fargli qualche domanda in più sulla sua professione.

Partiamo dalla domanda inevitabile: quando e come hai cominciato a interessarti al paranormale da una parte, e all’illusionismo dall’altra?

Il mio è un percorso piuttosto anomalo per un mentalista.  Non mi sono formato nei club magici o negli ambienti dove si ritrovano i prestigiatori, ma arrivo del mondo della ricerca sul paranormale e sull’occulto, che ho coltivato fin da quando, a circa 12 anni, mi sono spaventato durante una seduta spiritica. In quel momento ho capito che l’unico modo per esorcizzare le mie paure era capire se potevano realmente esistere sistemi per contattare l’aldilà.
Successivamente mi sono interessato anche alle facoltà ESP, a figure di sensitivi e medium e ai casi di cronaca misteriosi. Durante tutti questi anni ho visitato luoghi infestati, cimiteri, castelli, ho visto all’opera sensitivi, cartomanti e anche qualche medium. Ho partecipato a ritiri spirituali, ascoltato decine di testimonianze relative a situazioni paranormali, letto centinaia di libri scritti sia da scettici che da believer. Visto che la maggior parte delle persone di cui sentivo o leggevo le testimonianze erano in buona fede, ho cominciato a chiedermi come mai io, assieme ad altre migliaia di ricercatori, non riuscissi a verificare alcunché di particolare.
Questo percorso è proseguito in parallelo con quello religioso di cattolico praticante fino ai ventiquattro anni, quando sono giunto alla conclusione che non esistono prove oggettive e scientifiche di fenomenologie paranormali. In quel preciso momento mi sono staccato anche dal percorso religioso che avevo mantenuto fino a quel momento solo per motivi sociali.
Infine ho scoperto che esistevano illusionisti che, utilizzando perlopiù tecniche derivate dai medium, “simulavano” i prodigi delle sedute spiritiche. Da lì al mentalismo il passo è stato breve.

Ti definisci “scettico al 100%”, eppure a fini scenici utilizzi tutto l’armamentario simbolico dell’occultismo e del paranormale. Non c’è una contraddizione?

Essere scettici e mentalisti non è per nulla un contraddizione: anzi forse è vero il contrario. I più grandi performer, da Derren Brown a Silvan solo per citarne due conosciuti in Italia, sono dichiaratamente scettici. E d’altronde se qualcuno possedesse doti paranormali, non avrebbe bisogno né di definirsi mentalista, né di mantenere il segreto sulle sue tecniche… né probabilmente di esibirsi per soldi!
La mia scelta stilistica, nella maggior parte dei miei spettacoli, è quella di utilizzare contesti e narrazioni che richiamano il mondo dell’occulto e dello spiritismo. Il mentalista è un intrattenitore – non dimentichiamolo – e la sua performance consiste nel sospendere l’incredulità nello spettatore. Questo processo avviene per gradi.
All’inizio di un mio show lo spettatore è cosciente che sta assistendo ad uno spettacolo. Poi, passo dopo passo, uso varie tecniche ed effetti per traghettare lo spettatore verso uno stato di dubbio sempre più profondo, fino a quando non è più in grado di capire dove finisce la finzione e inizia la realtà.

Nei tuoi spettacoli ti poni in maniera radicalmente differente rispetto ai classici mentalisti che sfoggiano “superpoteri” e abilità psichiche sovrumane: spesso si ha la sensazione che tu voglia rimanere un po’ in disparte, come se la tua funzione fosse quella del catalizzatore e del testimone di eventi inspiegabili, piuttosto che il loro diretto artefice. In altre parole, eviti programmaticamente l’effetto “et voilà!”.
Quanto è difficile per un performer questa rimozione dell’ego? Non rischia di diminuire l’impatto dei tuoi trucchi?

Penso che il mentalismo raggiunga il suo effetto più dirompente quando è il pubblico stesso a realizzare dei prodigi. Lo spettatore si aspetta che un illusionista possa stupirlo, ma non che sarà stupito da se stesso.
Questo scarto, seppure non sempre attuabile, è a parer mio l’ultimo gradino della trasmissione della meraviglia al pubblico, quello più alto. Infatti io spesso ci arrivo per gradi. Ad esempio in uno spettacolo scritto da me e dall’amico Luca Speroni, abile mentalista e copywriter, accadeva che ogni effetto magico fosse un passo per far acquisire al pubblico (tutto il pubblico in sala!) i poteri tipici delle guaritrici magiche che ancora oggi esistono nell’Appennino Tosco-Emiliano. Attraverso alcuni riti e un percorso ascetico ogni spettatore che saliva sul palco si trovava ad avere questi poteri sempre più amplificati.
Oppure prendi il mio intervento durante una conferenza/spettacolo con il collettivo Wu Ming e Mariano Tomatis (esiste un video della performance su YouTube): sono riuscito a far gridare a tutto il pubblico una parola che lo spettatore sul palcoscenico aveva soltanto pensato. L’effetto è stato stranissimo: le persone tra il pubblico si guardavano l’un l’altro divertite e si chiedevano come potesse essere accaduto.
Detto questo, non esiste un “modo corretto” per trasmettere lo stupore al pubblico: ogni performer deve trovare il proprio. Il mentalista-superuomo in determinati casi potrebbe far pesare troppo la sua abilità e risultare altezzoso, ma è anche vero che ci sono colleghi preparatissimi che rivestono in modo magistrale il personaggio del mentalista con poteri da X-Men.
Dipende anche dalla situazione. Lo spostamento dell’attenzione sullo spettatore funziona bene con un pubblico non troppo numeroso, ma spesso di fronte a platee più ampie, ad esempio negli spettacoli aziendali, rimango invece vestito dell’abito tipico del mentalista.

Al di là dei tuoi spettacoli di bizarre magic, hai sviluppato un’originale declinazione di mentalismo one-to-one. Come cambia il tuo lavoro quando ti trovi di fronte a un solo spettatore? Quali libertà ti puoi permettere, e a quali devi rinunciare?

Amo in particolar modo il contesto one-to-one, mi consente di esibirmi in ambienti e ambiti in cui spesso sarebbe impossibile realizzare uno spettacolo. Lavorare davanti a un solo spettatore è una bella sfida, sia psicologicamente che tecnicamente: sono indispensabili grande empatia, capacità di improvvisazione e sicurezza. La libertà che ti puoi permettere è quella di “affidare” allo spettatore stesso una parte dell’effetto, vale a dire che è lui che ne elabora e ne gestisce il senso, il significato speciale che un gioco può ricoprire rispetto alla sua sfera personale. Di contro, parlavamo di egocentrismo del performer: ecco, nel one-to-one devi assolutamente scordartelo, va messo da parte e soprattutto dal punto di vista etico bisogna rinunciare alla tentazione del potere quasi illimitato che quel ruolo, in quel momento, ti consentirebbe di avere.

Nel libro Magia a tu per tu racconti nel dettaglio come sei arrivato a costruire i tuoi effetti migliori, e in generale risulta evidente il perfezionismo nello studiare ogni minimo dettaglio della performance. Ti spingi perfino a dare suggerimenti minuziosi sulla logistica, su come posizionare o preparare la scena, eccetera. Eppure una delle cose che mi ha più colpito sono i passaggi in cui, di contro, parli dell’importanza dell’improvvisazione: quei preziosi momenti in cui – magari per quello che potrebbe sembrare a prima vista un incredibile colpo di fortuna – il numero travalica l’intento originario, e diventa qualcosa di più, sorprendendo perfino te stesso. Questo tipo di “fiuto” che ti permette di volgere la casualità a tuo favore, ho il sospetto che nasca proprio dalla meticolosità della preparazione, dall’esperienza. In che misura lasci la porta aperta all’imprevisto?

Un mentalista deve saper cogliere ogni situazione che si crea durante la performance, e volgerla a proprio favore. Non di rado, sia sul palco che in one-to-one, un’informazione ricevuta dallo spettatore permette di creare una variazione che risulta molto più potente dell’effetto magico programmato che, a quel punto, passa in secondo piano e può essere accantonato.
Chiaramente ogni improvvisazione, sia in ambito musicale che teatrale o illusionistico, necessita di una perfetta conoscenza della materia: da qui la maniacale preparazione di tutta l’impalcatura che deve sorreggere una mia performance.
Questa caratteristica di cambiare repentinamente traiettoria è anche una delle differenze che si notano tra gli illusionisti ed i sensitivi: i primi solitamente propongono allo spettatore uno schema che rimane invariato indipendentemente da ciò che lo spettatore comunica (volontariamente o involontariamente). Al contrario i sensitivi, dai quali io prendo ispirazione, sono estremamente opportunisti e se colgono uno spiraglio da cui possono trarre maggior stupore lo utilizzano al volo. Certo, è molto meno faticoso proporre una routine magica in modo “meccanico”, ma penso che la seconda strada porti a risultati eccezionali, e regali grande soddisfazione anche allo spettatore.

Qual è il tuo consiglio d’oro per qualcuno che volesse muovere i primi passi sulla strada del mentalismo?

Vorresti conseguire il brevetto di volo in una scuola dove nessun insegnante ha mai volato? Piuttosto rischioso… Eppure in questi anni ho visto nascere corsi di mentalismo tenuti da performer che non hanno mai fatto uno show in vita loro. Analoga situazione per i libri e i corsi online: hanno la pretesa di spiegare tecniche ed effetti, ma del loro ideatore non trovi traccia. Hai un bel cercare uno show del “docente” per andare a vederlo in scena, è tutto inutile: mai una foto di lui sul palco, mai una recensione. Ecco perché consiglio di frequentare lezioni e corsi tenuti di mentalisti che lavorano sul serio a contatto con il pubblico, che fanno davvero spettacolo.
Diverso è il discorso per i libri di storia dell’illusionismo, di storytelling e di principi generali: in Italia abbiamo scrittori riconosciuti in tutto il mondo, uno per tutti Mariano Tomatis che con il suo ambizioso progetto Mesmer – Lezioni di mentalismo ha realizzato una vera e propria enciclopedia relativa alla storia del mentalismo partendo dal ‘700.

Anche il mestiere ideale ha sempre qualche lato frustrante. C’è qualche aspetto del tuo lavoro che proprio non ti va giù?

La frustrazione inizia quando non si è più in grado di esprimere se stessi dal punto di vista artistico. Per questo motivo cerco sempre di rinnovarmi, e presentare testi che siano stimolanti per me, prima ancora che per il pubblico. Per ora non ho incontrato aspetti negativi, forse perché il mentalismo, pur essendo la mia professione, non riesco ancora a considerarlo un lavoro: rimane sempre la più grande delle mie passioni.

Ecco il sito ufficiale di Francesco Busani.

Booksigning 2016

Quest’anno si moltiplicano le occasioni per incontrarci.

Sua Maestà Anatomica sarà presentato ufficialmente all’Università di Padova il 22 Novembre. Ecco la cartolina dell’evento:


Ma non è tutto. Oltre all’ormai consueto appuntamento al Lucca Comics & Games (mi troverete lì già da domani, allo stand Logos, E137 Napoleone), sarò presente anche a Firenze il 3 novembre per conversare con Claudio Romo, autore di Nueva Carne — senza contare ovviamente tutti gli incontri romani dell’Accademia dell’Incanto.

Se volete farvi autografare la copia di un libro, scambiare quattro chiacchiere su argomenti di cui non riuscite mai a parlare con nessuno (perché come-fanno-a-piacerti-certe-cose) o anche solo passare per un saluto, ecco uno specchietto riassuntivo dei miei prossimi impegni.
Vi aspetto!

La Suicida punita

Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese sul sito Death & The Maiden, che esplora i rapporti fra le donne e la morte.

Padova, 1863.

Una mattina, sotto un cielo color cenere, una giovane ragazza saltò nelle acque fangose del fiume che scorreva proprio dietro all’ospedale cittadino. Non conosciamo il suo nome, soltanto che lavorava come cucitrice, che aveva diciotto anni, e che il suo suicidio era con tutta probabilità dovuto a una delusione d’amore.
Un triste ma anonimo episodio, uno di quelli che la Storia è incline a dimenticare – se non fosse accaduto, per così dire, nel posto e nel momento “giusti”.

La città di Padova era sede di una delle più antiche Università della storia, ed era riconosciuta anche come la culla dell’anatomia. Fra gli altri, vi avevano insegnato medicina il grande Vesalio, Morgagni e Falloppio; nel 1595 Girolamo Fabrici d’Acquapendente vi aveva fatto costruire il primo teatro anatomico stabile, all’interno del Palazzo del Bo.
Nel 1863, la cattedra di Anatomia Patologica era occupata da Lodovico Brunetti (1813-1899), il quale, come molti anatomisti del tempo, aveva messo a punto un suo personale metodo per preservare gli esemplari anatomici: la tannizzazione. Il processo consisteva nell’essiccare i campioni e iniettarli poi con acido tannico; si trattava di una procedura lunga e difficile (e come tale non avrà infatti molta fortuna dopo di lui), ma nonostante ciò dava risultati qualitativamente straordinari. Ho avuto l’opportunità di saggiare la consistenza di alcuni suoi preparati, e ancora oggi mantengono meglio di altri le dimensioni naturali, l’elasticità e la morbidezza dei tessuti originari.
Ma torniamo alla nostra storia.

Quando Brunetti seppe del suicidio della giovane, chiese che gli fosse portato il corpo, per i suoi esperimenti.
Per prima cosa realizzò un calco in gesso del volto e della parte superiore del busto. Poi rimosse tutta la pelle dalla testa e dal collo, facendo particolare attenzione a preservare la bella chioma dorata della ragazza. Si accinse infine a trattare la pelle, sgrassandola con etere solforico e fissandola con la formula di acido tannico di sua invenzione. Una volta salvata la pelle dalla putrefazione, la stese sul calco in gesso che riproduceva i tratti somatici della giovane donna, e aggiunse alla sua creazione occhi in vetro e orecchie di gesso.

Ma qualcosa non andava.
L’anatomista si accorse che in diversi punti la pelle era lacerata. Erano gli strappi lasciati dagli uncini, usati dagli uomini per trascinare il corpo fuori dall’acqua, sull’argine del fiume.
Brunetti, che evidentemente doveva essere un perfezionista, ricorse allora a un’ingegnosa trovata per mascherare quei segni.

Piantò dei rametti vicino al busto e vi attorcigliò attorno dei serpenti tannizzati, posizionando attentamente i rettili come se stessero divorando il viso della ragazza. Fece colare un po’ di cera rossa per simulare degli spruzzi di sangue, ed ecco fatto: una perfetta allegoria della punizione riservata all’Inferno a coloro che avevano commesso il peccato mortale del suicidio.

Chiamò questa sua composizione La suicida punita.

Se questo fosse quanto, Brunetti potrebbe sembrare una sorta di psicopatico, e il suo lavoro sarebbe inaccettabile e spaventoso, sotto qualsiasi prospettiva etica.
Ma la storia non finisce qui.
Dopo aver completato il suo capolavoro, la prima cosa che fece Brunetti fu mostrarlo ai genitori della ragazza.
E qui le cose prendono una piega davvero inaspettata.
Perché i genitori della morta, invece di essere scioccati e orripilati, gli presentarono i loro complimenti per la precisione mostrata nel riprodurre le fattezze della loro figliola.
Sono riuscito a conservare la sua fisionomia tanto perfettamente – annotava orgoglioso Brunetti – che tutti hanno potuto riconoscerla”.

Ma aspettate, c’è di più.
Quattro anni più tardi, apriva a Parigi l’Esposizione Universale, e Brunetti chiese all’Università di assegnargli dei fondi per portare la sua Suicida punita in Francia. Ci aspetteremmo qualche tipo di imbarazzo da parte dell’Accademia, e invece non vi furono problemi a finanziare il viaggio a Parigi.
All’Esposizione Universale migliaia di spettatori, provenienti da tutto il mondo per ammirare le ultime innovazioni tecnologiche e scientifiche, videro la Suicida punita. Cosa pensate che successe a Brunetti allora? Il suo lavoro causò forse uno scandalo, venne forse criticato o esecrato?
Non proprio. Vinse il Grand Prix per le Arti e i Mestieri.

Se a questo punto avvertite una leggera vertigine, be’, probabilmente fate bene.
Considerando questa sconcertante storia, rimaniamo con due opzioni soltanto: o tutti nel mondo intero, Brunetti incluso, erano palesemente pazzi; oppure dev’esserci un enorme scarto di percezione fra il nostro sguardo sulla morte e quello della gente dell’epoca.
Mi colpisce sempre come non ci sia bisogno di allontanarsi troppo sull’asse temporale per provare questo tipo di vertigine: gli eventi di cui parliamo risalgono a meno di 150 anni fa, eppure fatichiamo a capire come ragionavano i nostri bis-bisnonni.
Certo, gli antropologi ci ricordano che la rimozione culturale della morte e la medicalizzazione del cadavere sono processi avvenuti in tempi relativamente recenti, cominciati all’incirca a inizio Novecento. Ma finché non ci troviamo faccia a faccia con un “oggetto” difficile come questo, non riusciamo veramente ad afferrare la distanza abissale che ci separa dai nostri antenati, l’intensità di questo cambiamento di sensibilità.
La Suicida punita è, in questo senso, un complesso e meraviglioso indizio di come i confini culturali e i tabù possano variare nell’arco di un brevissimo periodo di tempo.
Perfetto esempio di intersezione fra arte (che incontri o meno il nostro gusto moderno), anatomia (serviva in fin dei conti a illustrare una tecnica conservativa) e sacro (in quanto allegoria dell’Aldilà), è uno dei reperti più impegnativi tra i molti ancora visibili nel Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova.

Il volto anonimo di questa giovane ragazza, fissato per sempre in un’agonia tormentata nella sua teca di vetro, non può non suscitare una risposta emotiva fortissima. Ci forza a considerare molte essenziali questioni relative al nostro passato, al nostro stesso rapporto con la morte, al modo in cui intendiamo trattare i nostri morti in futuro, all’etica dell’esposizione museale di resti umani, e via dicendo.
Proprio in virtù della ricchezza e fecondità dei dilemmi che pone, mi piace pensare che la sua morte non sia stata del tutto vana.

Al Museo “Morgagni” di Anatomia Patologica di Padova è dedicato l’ultimo libro della Collana Bizzarro Bazar, Sua Maestà Anatomica. Tutte le foto sono di Carlo Vannini. La storia della “suicida punita” è stata portata alla luce per la prima volta da F. Zampieri, A. Zanatta e M. Rippa Bonati su Physis, XLVIII(1-2):297-338, 2012.

Freaks: disabilità e sguardo

Introduzione: quei maledetti occhiali colorati

L’immagine qui sotto è probabilmente la mia illusione preferita (non a caso già apparsa in questo blog).

Ad una prima occhiata sembra una famigliola in una stanza, intenta a fare colazione.
Eppure, quando la figura viene mostrata agli abitanti di alcune zone rurali dell’Africa, essi vedono qualcosa di diverso: una famigliola intenta a fare colazione all’aperto, ai piedi di un albero, mentre la madre sta tenendo una scatola in equilibrio sulla testa, forse per divertire i bambini. L’illusione qui non è ottica, ma culturale.

Le origini dell’immagine sono incerte, ma non ci importa qui se essa sia stata effettivamente usata in uno studio psicologico, né se sia viziata o meno da un pregiudizio di fondo sulla vita nel Terzo Mondo. La forza di questa illustrazione sta nel sottolineare come la cultura sia un inevitabile filtro della realtà.

Ricorda a suo modo un passaggio del documentario di Werner Herzog The Flying Doctors of East Africa (1969), in cui i medici si trovano di fronte al problema di spiegare alla popolazione che sono le mosche a veicolare le infezioni; mostrare grandi cartelloni con la raffigurazione dell’insetto e la descrizione dei pericoli non sortisce alcun effetto perché la gente, non abituata alle convenzioni delle nostre rappresentazioni grafiche, non capisce che sono in scala e pensa: “Certo, staremo attenti, ma qui da noi non esistono delle mosche così grosse“.

Anche se non ci piace ammetterlo, la nostra visione è condizionata socialmente. La cultura è come un paio di occhiali dalle lenti colorate, utile in molte situazioni per decodificare il mondo ma deleterio in altre, e da cui fatichiamo a liberarci con la sola forza di volontà.

‘Freak pride’ e disabilità

Veniamo dunque ai “freak”: questo termine in origine denigratorio ha assunto oggi un particolare fascino culturale, e in questo senso l’ho sempre usato con il preciso intento di combattere il pietismo e dare valore alla diversità.
Ogni volta che ho parlato di meraviglie umane, ho scoperto sulla mia pelle quanto difficile sia scrivere di queste persone.

Riflettere sul taglio più corretto da dare all’argomento significa cercare di togliersi dal naso gli occhiali colorati della cultura, un’operazione quasi impossibile. Spesso mi sono domandato se non fossi incorso anch’io in alcune generalizzazioni che non intendevo fare, se avessi peccato di involontario conformismo nel mio approccio.
Certo, ho tentato di raccontare le storie di questi personaggi stupefacenti attraverso il filtro della meraviglia: convinto che – data per scontata l’uguaglianza dei diritti – la separazione fra ordinario e extra-ordinario potesse giocare in favore della disabilità.
In questo senso ho sempre preferito quei “diversi” che hanno deciso di riappropriarsi dell’esotismo del proprio corpo, della distanza dalla Norma, in una sorta di freak pride che rigira come un calzino il concetto di handicap.

Ma è davvero il modo più corretto di approcciarsi alla diversità e, in alcuni casi, alla disabilità? Quanto di questa visione è originale e quanto proviene pedissequamente da una lunga tradizione culturale? E se il freak, alla faccia dell’orgoglio, volesse in realtà soltanto avere una vita banale, se cercasse il conforto della mediocrità? Insomma, quale prospettiva narrativa è più etica?

A instillarmi il dubbio credo che sia stata una frase di Fredi Saal, classe 1935, autore tedesco che ha passato tutta la prima parte della sua esistenza fra ospedali e case di cura perché considerato “non educabile”:

No, non è la persona disabile che avverte se stessa come anormale – è avvertita come anormale dagli altri, perché un’intera fetta di vita umana è ignorata. Dunque la sua esistenza assume una qualità minacciosa. Non ci si concentra sulle persone disabili, ma sulla propria esperienza. Ci si chiede, come reagirei se mi colpisse improvvisamente un handicap?, e la risposta è proiettata sulla persona disabile. Quindi l’immagine che se ne riceve è completamente distorta. Perché non si vede l’altra persona, ma se stessi.

(F. Saal, Behinderung = Selbstgelebte Normalität, 1992)

Per quanto io sia affezionato all’idea di un orgoglio freak, è dunque possibile che sia soltanto l’ennesima proiezione inconscia: vale a dire che mi piace pensare che io reagirei così alla disabilità… ancora una volta non mi sto veramente rapportando con la persona diversa, ma con la mia idea romantica e irreale della diversità.

Non possiamo certo guardare attraverso gli occhi del disabile, c’è un’invalicabile barriera, ma in definitiva è la stessa che si innalza fra tutti gli esseri umani. Il “cosa farei io in quella situazione?” di cui parla Saal, quel proiettare sempre noi stessi a discapito degli altri, in realtà lo si fa di continuo e non solo nei confronti dei disabili.

Il freak però è sempre stato ambiguo – o, meglio, ciò che è difficile da comprendere appieno è il nostro stesso sguardo sul freak.
Credo sia dunque importante cercare di rintracciare le origini di questo sguardo, capire come si è evoluto nel tempo: potremmo addirittura scoprire che questa cosa che chiamiamo disabilità non è in definitiva che un altro prodotto culturale, un’illusione che siamo “allenati” a riconoscere nello stesso modo in cui vediamo la famigliola fare colazione all’interno di una casa anziché all’aperto.

A mia discolpa, chiariamo subito un punto: se è possibile per me immaginare un orgoglio freak, è perché il concetto stesso di freak non arriva dal nulla, e non ha propriamente a che fare con la disabilità. Molte delle persone che si esibivano nei freakshow erano anche disabili, altre no. Non era quello il discrimine. La vera caratteristica che permetteva a quelle persone di salire su un palco era la meraviglia che suscitavano: alcuni corpi erano ammirati, altri erano in grado di scandalizzare (in quanto insopportabilmente osceni), ma chi pagava il biglietto lo faceva per rimanere stupito, scioccato, scosso nelle sue certezze.

Nei tempi antichi il monstrum era un segno divino (condivide infatti la radice etimologica con “mostrare”), che andava interpretato – e molto spesso temuto, proprio in quanto segnale di sorte funesta. Se di norma il segno mostruoso era portatore di sciagura, alcune disabilità venivano risparmiate (la cecità e la follia su tutte, considerate forme di veggenza, cfr. V. Amendolagine, Da castigo degli dei a diversamente abili: l’identità sociale del disabile nel corso del tempo, 2014).

Nel Medioevo, invece, il problema della deformità acquista decisamente complessità; da una parte la fisiognomica voleva suggerire una correlazione fra la bruttezza e la corruzione dell’animo, e in effetti la letteratura propone vari esempi di denigrazione degli avversari mediante la descrizione dei loro difetti fisici; dall’altra teologi e filosofi (Sant’Agostino in prima linea) consideravano la deformità soltanto un altro esempio della condizione penale degli uomini su questa terra, tanto che nella risurrezione ne sarebbero stati cancellati tutti i segni (cfr. J.Ziegler in Deformità fisica e identità della persona tra medioevo ed età moderna, 2015); addirittura diverse sante cristiane invocavano la deformità come prova di espiazione (vedi il mio Corpi estatici: erotismo e agiografia).
Dall’altro canto la deformità precludeva l’accesso all’ordo clericalis, sulla base di un celebre passo del Levitico in cui il sacrificio sull’altare non può essere offerto da chi è imperfetto nel corpo (P. Ostinelli, sempre in Deformità fisica…, 2015).

Il monstrum che diviene mirabile, invece, è un’idea più moderna e tuttavia nata ben prima dei carrozzoni ambulanti, prima del “One of us!” di Tod Browning, prima delle controculture hippie che se ne sono appropriate: e si oppone all’altra grande invenzione moderna nei confronti della disabilità, cioè la commiserazione.
Tutta la storia dei nostri rapporti con la disabilità oscilla fra questi due poli contrapposti, l’ammirazione e la pietà.

Il tipo giusto di occhi

All’interno della mostra Der (im)perfekte Mensch (“L’essere umano (im)perfetto”), organizzata nel 2001 dal Museo Tedesco dell’Igiene a Dresda, venivano riconosciute sei categorie principali di sguardo sul disabile:

– Lo sguardo meravigliato e medico
– Lo sguardo annichilente
– Lo sguardo pietoso
– Lo sguardo d’ammirazione
– Lo sguardo strumentalizzante
– Lo sguardo che esclude

Questa lista è certamente discutibile, ma ha il merito di proporre e tracciare delle possibili distinzioni.
Fra tutti i tipi di sguardo elencati qui sopra, quello che più infastidisce oggi è lo sguardo pietoso. Perché implica una superiorità dell’osservatore, un giudizio definitivo su una condizione che, agli occhi del “normale”, non può che sembrare tragica: è la supponenza, l’intima convinzione che l’altro sia un povero storpio da compatire. Il sottinteso è che non ci può essere fortuna, non ci può essere felicità nell’essere diversi.

Il concetto di povero storpio che (pur imbellettato con termini più politicamente corretti) sta alla base di tutte le varie maratone di raccolta fondi è ancora profondamente radicato nella nostra cultura, e porta a una visione distorta dell’assistenza – spesso più incentrata sul nostro “fare opera pia” che non sul disabile stesso.

Per quanto riguarda lo sguardo pietoso, l’esempio storico più antico di cui siamo a conoscenza è questa stampa del 1620, conservata al Museo Regionale Tirolese Ferdinandeum di Innsbruck, che mostra un falegname disabile di nome Wolffgang Gschaiter nel suo letto. Il testo racconta come quest’uomo, dopo aver sofferto di insopportabili dolori al braccio sinistro e alla schiena per tre giorni, si sia ritrovato completamente paralizzato. Da quindici anni, continua il racconto, egli è in grado di muovere soltanto occhi e lingua. L’intento del foglietto è quello di raccogliere elemosine e carità, e i lettori sono invitati a pregare per lui nella vicina chiesa dei Tre Santi di Dreiheiligen.

Questo pamphlet è interessante per più di un motivo: nel testo la disabilità viene esplicitamente descritta come “specchio” della stessa miseria dell’osservatore, dunque stabilisce l’idea che si debba pensare a se stessi mentre la si guarda; viene operata la distinzione fra anima e corpo per rinforzare il dramma (l’anima del falegname può essere salvata, il suo corpo no); si tratta storicamente di uno dei primi utilizzi dell’espressione “povero storpio“.
Ma soprattutto questo foglietto è uno dei primissimi esempi di comunicazione di massa in cui la disabilità è associata al concetto di donazione, di raccolta fondi. In pratica, un proto-Telethon che puntava sull’elemosina e sulle preghiere in chiesa per ripulire le coscienze, e allo stesso tempo uno strumento in linea con la propaganda ideologica della Controriforma (cfr. V. Schönwiese, The Social Gaze at People with Disabilities, 2007).

Di contro, già nel secolo precedente si era sviluppato un altro tipo di sguardo, quello clinico-anatomico. Questa incisione di Albrecht Dürer del 1538 mostra una donna reclinata su un tavolo il cui corpo viene meticolosamente disegnato da un artista. Fra le due figure è stato eretto un telaio con dei fili che dividono in piccoli quadrati la visione del pittore, in modo che egli possa trasporla accuratamente su un foglio recante la medesima griglia. Ogni curva, ogni dettaglio è scomposto e replicato grazie a questo stratagemma: la visione ha il primato sugli altri sensi, ed è organizzata in un quadro asettico, geometrico, di pura forma. Siamo nella fase in cui si sviluppa una vera e propria cartografia del corpo umano, e in questo contesto anche la deformità viene studiata in maniera analoga. È lo sguardo “meravigliato e medico“, in cui non si avverte alcun giudizio di tipo etico o pietista, ma la cui ideologia è piuttosto quella della mappatura, dell’intelletto che divide, categorizza e dunque domina ogni possibile variante del cosmo.

Nella wunderkammer dell’Arciduca Ferdinando II di Austria (1529-1595), conservata nel Castello di Ambras vicino a Innsbruck, è presente un ritratto davvero eccezionale. Originariamente una parte del dipinto era coperta da una tendina di carta rossa: i visitatori della collezione, nel XVI Secolo, devono aver visto qualcosa di simile a questa mia ricostruzione.

Chi aveva voglia e coraggio poteva scostare il foglio per ammirare il dipinto nella sua interezza: ecco allora comparire il corpo floscio e deforme del soggetto, raffigurato con un’estrema crudezza di dettaglio e di realismo.

Cosa gli uomini del Cinquecento vedessero in un simile dipinto non possiamo saperlo con certezza. Per rendersi conto della relatività dello sguardo, è sufficiente ricordare che all’epoca la categoria delle “meraviglie umane” includeva per esempio anche gli stranieri provenienti da paesi esotici, e una sotto-categoria degli stranieri erano i cretini che si diceva abbondassero in determinate regioni geografiche.
In libri come la celebre Opera ne la quale vi è molti Mostri de tute le parti del mondo antichi et moderni (1585) di Giovan Battista de’ Cavalieri sono messi fianco a fianco disabili e apparizioni mostruose, persone senza gambe e chimere mitologiche.

Ma la tendina di carta rossa del ritratto di Ambras è un segnale importante, perché sta a significare che un simile corpo era da una parte considerato osceno, capace di urtare la sensibilità dell’osservatore. Dall’altra gli animi più forti o curiosi potevano confrontarsi con l’immagine intera. Questo ci fa supporre che già nel Cinquecento la mostruosità si fosse almeno in parte svincolata dall’idea del prodigio, e liberata dalla superstizione dei secoli precedenti.

Il quadro è dunque un perfetto esempio di sguardo “meravigliato e medico”; dalla deformità come mirabilia all’ammirazione vera e propria, il passo è breve.

Il giusto mezzo?

Lo sguardo di ammirazione è quello che spesso ho adottato nei miei articoli. La mia pratica di scrittura e di pensiero coincide con quella di John Waters, che ha spesso ribadito di provare ammirazione per i protagonisti dei suoi film, di guardarli “dal basso verso l’alto” (looking up) e non viceversa: “Tutti i personaggi nei miei film, io li ammiro. Non penso a loro come fa la gente di fronte a un reality – che noi siamo meglio, e che dovremmo ridere di loro.

Eppure il rischio qui è di cadere nella trappola opposta a quella pietista, cioè un’eccessiva idealizzazione. Sarà forse una mia peculiare allergia al concetto di eroismo, ma non mi interessa proporre versioni agiografiche delle vite delle meraviglie umane.

Tutte queste riflessioni, di cui vi ho fatto parte, mi portano a credere che non esista un equilibrio facile. Non si può parlare dei freak senza incorrere in qualche errore, in qualche generalizzazione, senza insomma cadere nell’inganno delle lenti colorate.
Ogni comunicazione fra noi e i diversi/disabili sopravvive in una sorta di limbo, che è l’incrocio fra il nostro e il loro sguardo. E in questo spazio non può mai esistere un confronto davvero autentico, perché dal punto di vista fisico siamo separati da un’esperienza troppo differente.
Io non potrò mai comprendere il corpo degli altri, né loro il mio.

Forse, però, questa distanza è proprio ciò che ci avvicina.

“Ognuno sta solo sul cuor della terra…”

Proviamo a considerare l’unico punto di riferimento che abbiamo – il nostro stesso corpo – rifiutando l’abitudine.
Prendo a prestito l’incipit dell’introduzione che ho scritto per Nueva Carne di Claudio Romo:

Il nostro corpo è un territorio inconoscibile.
Possiamo smontarlo, ritagliarlo in parti sempre più minuscole, studiarne le ossessive geometrie, annotare minuziosamente ogni sua insenatura su diagrammi precisi, rovistare fra le sue interiora, e il suo segreto continuerà a sfuggirci.
Ci guardiamo le mani. Passiamo la lingua sull’arco dei denti. Ci tocchiamo i capelli.
Siamo davvero noi, questo?

Ecco l’esercizio mentale definitivo, la mia personale soluzione al rebus dei freak: l’unico modo sincero e onesto che trovo per raccontare la diversità è renderla universale.

Johnny Eck si è risvegliato in questo mondo senza le estremità inferiori; suo fratello è invece emerso dal magma delle forme con due gambe.
Anch’ io sono dotato di piedi, completi di dita che posso osservare, là in fondo, muoversi appena lo decido. Sono sempre io, quelle dita? Ignoro fin dove la mia identità si spinga, e dove cominci una sua estensione.
A ben guardare la mia esperienza e quella di Johnny sono diversamente, ugualmente
misteriose.
Siamo tutti fratelli nell’enigma della carne.

Questo è lo sguardo che scelgo, che mi permette di fissare il freak negli occhi senza compatirlo né celebrarlo oltre misura. Uno sguardo che non pretende affatto di mettere sullo stesso piano la mia e la sua esperienza, ma neanche di esagerare le nostre differenze.

Mi piacerebbe idealmente sedermi con lui — con il freak, con il “mostro” — sulla veranda dei ricordi, di fronte al tramonto delle nostre vite.
Allora, che te ne è parso di questo strano viaggio? Di questo strano posto in cui siamo capitati?’, gli chiederei.
E sono certo che il suo sorriso sarebbe simile al mio.

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Per chi volesse addentrarsi nei meandri dell’etica e della politica del mostruoso, consiglio l’antologia saggistica a cura di U. Fadini, A. Negri e C. T. Wolfe Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica (Manifestolibri, 2001).

Link, curiosità & meraviglie assortite – IV

Essendo assorbito dai lavori dell’Accademia dell’Incanto, appena avviati, mi perdonerete se ripiego su una nuova raccolta di stranezze, sempre e comunque di prima scelta.

  • Vi ricordate il mio articolo sulle mummie affumicate? Ulla Lohmann ha documentato per la prima volta il processo di mummificazione di un anziano del villaggio, che la fotografa aveva conosciuto quand’era ancora in vita. La storia della rispettosa ostinazione con cui la Lohmann è riuscita a farsi accettare dalla tribù, e le spettacolari fotografie che ha scattato, sono su National Geographic.

  • Pire collettive che bruciavano per giorni e giorni appestando l’aria, denti strappati ai caduti per costruire le dentiere dei vivi, ossa usate come fertilizzante: benvenuti nel feroce mondo di chi doveva pulire i campi di battaglia durante le guerre napoleoniche. (Scoperto via Prismo)
  • A tre miglia dalla costa di Miami c’è un vero cimitero sottomarino. Certo, non saranno molti i parenti che prenderanno lezioni di scuba diving per venirvi a porgere un ultimo saluto; ma in compenso la vostra tomba si ricoprirà di bellissimi coralli.

  • Avreste mai immaginato di veder comparire su queste pagine Giancarlo Magalli? L’episodio di cui il presentatore è stato recentemente protagonista è però un brillante esempio di memento mori come forza sovversiva: in questo caso, la spettacolare irruzione è avvenuta proprio in uno dei tanti momenti di televisione anestetica — quella che conforta e ottunde con il miraggio della vincita, del premio che arriva senza fatica, della cuccagna distribuita a casaccio da una sorte benigna. La sconfitta è ironica e definitiva: “l’orologio a questo punto mi sembra inutile…
    (Grazie, Silvia!)

  • Come essere sicuri che un morto sia veramente morto? Nell’800 la questione era tutto fuorché scontata. Ecco perché c’era chi aveva l’ingrato compito di tirare la lingua ai cadaveri, chi provava a infilarsi le dita della salma nelle orecchie, e chi ai corpi stesi nell’obitorio somministrava dei clisteri di tabacco… soffiando attraverso un tubo.
  • E se i Monty Python, nella loro canzone dei filosofi che descrive i giganti del pensiero come alcolizzati terminali, fossero andati vicini alla verità? Un interessante long read sulla relazione fra la filosofia occidentale e l’uso delle sostanze psicotrope.
  • Per chi non l’avesse ancora vista, c’è una crudele radiografia che disintegra il mantra autoconsolatorio ho-solo-le-ossa-grosse.

  • L’uomo sbarcherà su Marte, presto o tardi. Presto, probabilmente. Ma oltre alla vita, sul Pianeta Rosso porteremo anche un’altra novità: la morte. Cosa succede a un cadavere nell’atmosfera marziana, in assenza di insetti, saprofaghi e batteri? Dovremmo seppellirlo, cremarlo o compostarlo? Se l’è chiesto Sarah Laskow su AtlasObscura.
  • Per finire, ecco una splendida serie di foto intitolata Wilder Mann. Attraversando in lungo e in largo l’Europa, il fotografo francese Charles Fréger ha documentato decine di maschere rurali. Inquietanti e suggestive, queste figure pagane sopravvivono al passare del tempo, e da secoli continuano ad annunciare ogni anno l’arrivo dell’inverno.

Navigando sulle cime dei monti

Come la folle rabbia di un cane, che si ostina ad azzannare la gamba di un capriolo ormai morto e insiste a scuotere e a tirare con forza la selvaggina abbattuta, al punto che il cacciatore rinuncia a ogni tentativo di calmarlo, una visione si era radicata dentro di me: l’immagine di un grande battello a vapore su una montagna — la barca che si trascina tra i fumi grazie alla sua stessa forza, risalendo un ripido pendio nel cuore della giungla e, in mezzo a una natura che annienta senza distinzione i deboli e i forti, la voce di Caruso, che riduce al silenzio il dolore e il clamore degli animali della foresta amazzonica e smorza il canto degli uccelli. O meglio: le grida degli uccelli, perché in questa terra, incompiuta e abbandonata da Dio nella sua ira, gli uccelli non cantano, gridano di dolore, e colossali alberi intricati si artigliano uno con l’altro come in una gigantomachia, da orizzonte a orizzonte, tra le esalazioni di una creazione che qui non si è ancora conclusa.

(Werner Herzog, La conquista dell’inutile, 2004)

Questa è la genesi di Fitzcarraldo, questo il sogno per inseguire il quale Herzog innalzò davvero un battello a vapore fino alla cima di una montagna, per farlo passare dal Rio Camisea all’Urubamba; uno sforzo titanico che comportò morte e follia, forse la più leggendaria ed estrema lavorazione cinematografica della storia.

L’epica del contrasto (qui: la barca sulla montagna, la raffinatezza dell’opera lirica contro la barbarie della giungla) è quella che da sempre ha sedotto gli uomini a tentare l’impossibile.
Eppure ottant’anni prima di Fitzcarraldo era vissuto un uomo a cui questa stessa impresa era sembrata tutt’altro che visionaria. Un uomo che nell’idea di una nave che attraversava in salita le pendici dei monti vedeva il futuro.

Pietro Caminada (1862-1923), era nato dal matrimonio fra Gion Antoni Caminada, svizzero grigionese trapiantato in Lombardia, e di Maria Turconi, milanese. Affascinato dalla figura di Leonardo Da Vinci fin dalla tenera età, studiò ingegneria e dopo la laurea fu costretto, come tanti altri all’epoca, a emigrare verso l’Argentina assieme al fratello Angelo in cerca di lavoro. Fermatosi per una breve visita turistica a Rio de Janeiro, però, rimase folgorato dalla città. Tornò sulla nave solo per recuperare il bagaglio, e disse al fratello: “Io mi fermo qui“.

Durante i suoi quindici anni a Rio, Caminada si occupò di diversi progetti relativi al piano regolatore, all’ammodernamento del porto, ai trasporti: trasformò l’acquedotto degli Arcos da Lapa, costruito in stile romano nel 1750, in un viadotto su cui far transitare il Bonde, l’inconfondibile tram giallo che ha caratterizzato la città brasiliana fino al 2011. Fu perfino scelto per disegnare da zero la nuova capitale, Brasilia, sessant’anni prima che la città fosse realizzata.
Dopo questo brillante inizio di carriera, Caminada tornò in Italia per stabilirsi a Roma. Al suo rientro, oltre a una moglie e tre figlie, portava con sé anche il suo progetto più ambizioso: rendere le Alpi navigabili.

L’idea aveva certamente uno scopo innanzitutto pratico. Un collegamento diretto tra Genova e Costanza attraverso il Passo dello Spluga avrebbe consentito uno sviluppo commerciale altrimenti impensabile, poiché le vie d’acqua erano le più economiche.
Ma nella proposta di Caminada c’era anche un elemento di sfida alla natura che la stampa dell’epoca non mancava di sottolineare. Un articolo, apparso sulla rivista Ars et Labor (1906-1912), cominciava così:

L’uomo sembra che volga di preferenza il suo estro inventivo a turbare le più ferme intenzioni e i più saldi ordinamenti della natura. È come un ragazzo ribelle che si compiace specialmente di ciò che gli è proibito.
— Ah, tu non mi hai dato le ali, pare che l’uomo dica alla natura, ebbene io me le fabbricherò e volerò egualmente a tuo dispetto!
Tu mi hai fatto le gambe deboli e lente, ebbene io mi costruirò un cavallo di ferro che vincerà in corsa le tue creature più veloci. […] Per quanto meraviglioso possa essere un treno in movimento, esso non scombussola alcuno dei fondamentali principi del sistema naturale, ma navigare in montagna, navigare in salita, navigare superando erte pendenze e richiedendo soltanto alle energie delle acque incanalate questo miracolo, è tal cosa che sconvolge le nostre nozioni più sicure in fatto di acque, di navigazione, e contraria gli immutabili modi di essere dell’acqua […].

La bellezza dello stratagemma architettato da Caminada per portare le navi a valicare le Alpi stava nella sua semplicità. Si trattava essenzialmente di una variazione sul sistema già ben rodato della chiusa.
Se rimaneva impensabile costruire delle “scale” di chiuse su diversi livelli, secondo l’ingegnere tutto sarebbe diventato più facile sfruttando il concetto di piano inclinato:

Immaginiamo un tubo cilindrico riempito d’acqua e tenuto verticale, il piano dell’acqua sarà circolare: se si inclina il tubo il piano d’acqua pur restando sempre orizzontale assumerà una forma tanto più ellittica e allungata quanto più il tubo si avvicinerà alla posizione orizzontale. Se si fa uscir l’acqua dal tubo, qualsiasi corpo che galleggi sul piano d’acqua discenderà con essa, percorrendo una diagonale […]. In tal modo se il tubo è tenuto verticale il corpo galleggiante sale o scende seguendo una linea verticale: se è tenuto inclinato il corpo galleggiante, oltre al salire o al discendere percorre una distanza orizzontale. Su questa semplice idea di chiusa tubulare io ho costruito il mio sistema di canali a fondo inclinato a doppia via in senso opposto.

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Le due chiuse tubolari progettate da Caminada procedevano parallele, mantenedo in comune i bacini d’acqua sia a monte che a valle.

Una chiusa è piena, l’altra è vuota. In quella piena si introduce il battello che deve scendere; in quella vuota l’altro battello che deve salire. Le due chiuse comunicano mediante il fondo con condotti o sifoni. Aprendo il condotto, l’acqua della chiusa piena passa in quella vuota, abbassando e trasportando in giù il battello della chiusa piena; sollevando e trasportando in su quello della chiusa vuota, fino a che si trovano allo stesso livello […]. Si termina l’operazione chiudendo il condotto di comunicazione, vuotando completamente la chiusa portante il battello in discesa, mentre dal condotto di alimentazione del bacino a monte si fa venir l’acqua necessaria per riempire la chiusa portante il battello in salita.

Il sistema, brevettato da Caminada in tutto il mondo a partire dal 1907, ebbe larga risonanza in quegli anni. Se ne parlava in decine di articoli sulle testate internazionali, in convegni e incontri, tanto che molti davano per assodato che il progetto sarebbe stato realizzato in tempi brevissimi.
Il ticinese Cesare Bolla, critico nei confronti di Caminada, nel 1908 compose addirittura uno scherzoso poemetto sull’inevitabile, epocale trasformazione che stava per avvenire a Lugano:

Fuori il mio albergo, sai sulla vetrina
ò già stampato: Hotel della Marina.
La gente qui, da sacro foco spinta,
di vele solo parla e bastimenti.
[… ]e fra poco, pe ‘l bene del Ticino,
a piè del Sosto noi vedremo il mare.
Passeranno navigli in abbondanza
indirizzati al lago di Costanza.

L’ingegnere non smise mai per un attimo di lavorare al suo sogno.

«Caminada — nota Till Hein — lottava per la sua visione. Curava i particolari del suo progetto, costruiva in miniatura il suo sistema di chiuse in più varianti. E infine costruì, per la grande Esposizione di Architettura di Milano, un modello gigante. Con zelo instancabile portava avanti un’opera di convinzione presso politici e funzionari». Era, come scrisse il Bündner Tagblatt, «un vulcano in eruzione» e aveva «una testa sempre in fermento con i capelli fin sulle spalle» […].

(T. Gatani, Da Genova a Costanza in barca attraverso le Alpi, La Rivista, n. 12, dicembre 2012)

Ma la linea Genova-Costanza immaginata da Caminada si scontrò da una parte con gli interessi della “lobby ferroviaria” grigionese che voleva da tempo una linea ferrata sullo Spluga; dall’altra c’era l’Austria, che dominava il Lombardo-Veneto ed era decisa a impedire che il Regno dei Savoia stabilisse un collegamento diretto con la Germania, fosse via treno o via nave.

Nel 1923, all’età di sessant’anni, Caminada morì a Roma senza che le sue idrovie inclinate fossero mai diventate realtà.
Il progetto, che solo quindici anni prima sembrava avere un futuro certo, finì assieme al suo inventore nella fossa comune del ricordo — se si esclude qualche sporadica mostra sul lavoro dell’ingegnere italo-svizzero e una viuzza di campagna a suo nome, nei pressi dell’areoporto intitolato all’amato Leonardo Da Vinci.

Oggi suona particolarmente poco felice e quasi beffarda la profezia del re Vittorio Emanuele III, a cui il piano era stato esposto in udienza privata il 3 gennaio 1908. In quell’occasione il re, impressionato, aveva detto a Caminada: “Quando io sarò da molto tempo del tutto dimenticato, si parlerà ancora di lei“.

La frase, il motto che quest’uomo aveva ripetuto per tutta la vita rimane però attuale. In due semplici parole latine, racchiude ogni anelito, ogni tensione verso il limite umano, ogni desiderio d’esplorazione di ardite frontiere: Navigare necesse.

Per l’essere umano salpare verso nuovi orizzonti è, ancora e sempre, una necessità e un imperativo.

(Grazie, Emiliano!)