I soldi dei morti

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Per i cinesi, ogni uomo è composto da diversi spiriti: fra tutti, i due più importanti sono quello materiale, chiamato po, con sede nel fegato e nutrito dal cibo, che al momento della morte rimane nella tomba; e l’anima spirituale, chiamata hun, con sede nei polmoni e nutrita dal respiro, che al trapasso si stacca invece dal corpo e va incontro al suo destino.
Un destino che è ovviamente conseguenza delle azioni terrene, della virtù e delle qualità del morto. Così, nell’oltretomba, esiste una gamma di possibili mutamenti che attendono lo hun del defunto: il più difficile e prestigioso è ovviamente divenire uno xiandao, un Immortale taoista – oppure raggiungere Jing-tu, la Terra Pura, se si è buddhisti. Ma, qualora in vita le azioni del morto non siano state per nulla virtuose, l’anima può finire per incrementare le fila degli egui, “spiriti affamati” che arrecano danni e problemi ai viventi a causa della fame e della sete insaziabili che li divorano.
Tutti coloro che stanno nel mezzo – né spiriti eccelsi, né peccatori senza speranza – vengono destinati alla “Via dell’Uomo” (rendao), vale a dire a reincarnarsi fino a che non saranno finalmente degni di lasciare questo mondo. Queste anime, però, prima di potersi reincarnare dovranno passare per una sorta di regno di mezzo chiamato diyu, assimilabile al nostro purgatorio.

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Il diyu non è altro che una terribile “prigione sotterranea” che in qualche modo riflette specularmente la burocrazia del nostro mondo. Qui le anime vengono imputate in un vero e proprio processo in dieci differenti stadi, i Dieci Tribunali dell’Inferno: alla fine del lungo dibattimento giudiziario, il defunto viene assegnato ad un supplizio specifico a seconda delle sue colpe e mancanze. Si tratta di pene e torture dantesche sia nella crudeltà che nel contrappasso, che l’anima patisce provando dolori atroci, proprio come se avesse ancora un corpo. Fra lame che mozzano la lingua ai bugiardi, seghe che tagliano in due gli uomini d’affari scorretti, stupratori e ladri gettati in calderoni d’olio bollente o cotti al vapore, gente macinata e ridotta in polvere con mole di pietra, il diyu è una fiera degli orrori senza fine. Le anime, una volta subìto il supplizio, vengono ricomposte e la pena ricomincia.

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Una volta scontato il periodo di “carcere duro” previsto dai giudici, all’anima è somministrata una pozione che le fa dimenticare quanto ha visto, e infine viene rispedita sulla terra… spesso con un bel calcio nel sedere (il che spiega le voglie violacee all’altezza delle natiche che a volte mostrano i neonati).

Dicevamo però che il diyu è una sorta di versione ribaltata del nostro mondo. Non crediate quindi che le delibere del Tribunale dell’Inferno siano infallibili: proprio come accade nei Palazzi di Giustizia terreni, nell’oltretomba cinese possono verificarsi degli errori giudiziari; c’è una mole impressionante di pratiche burocratiche da sbrigare, e anche fra i demoni esistono corruzione e nepotismo.
Ecco perché i cinesi hanno sviluppato uno dei rituali sacrificali più particolari e bizzarri: quello delle qian zhi, le “banconote di carta”.

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Si tratta di imitazioni di banconote su cui è impresso il volto del sovrano dell’Aldilà, simili ai soldi finti dei giochi in scatola, stampate su carta di riso ed emesse dalla Banca degli Inferi, Yantong Yinhang. I tagli variano (anche a seconda dell’inflazione!) da diecimila a centinaia di miliardi di yuan – anche se ovviamente il prezzo d’acquisto è infinitamente inferiore a quello nominale. Si possono comprare in svariati empori e negozi.

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Le banconote vengono bruciate in falò rituali accesi vicino alle tombe, così che il fuoco le “trasporti” oltre il confine fra vivi e morti, recapitandole al caro estinto. L’anima del defunto potrà quindi usare i soldi inviatigli dalla famiglia per acquistare beni di consumo, per “comprare” i favori delle guardie, oppure per guadagnarsi rispetto e status sociale, o magari addirittura per corrompere un giudice e ottenere così uno sconto di pena.

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Vi sono regole strette e tabù collegati al modo in cui le banconote vanno bruciate, così come ad esempio regalarne una ad una persona ancora in vita è altamente offensivo: insomma, i soldi dei morti sono un affare serio per molti cinesi.
Il defunto è in definitiva considerato come un parente vivo e vegeto, che si trova in un luogo lontano e sta attraversando un periodo di difficoltà. Quale famiglia amorevole non gli manderebbe un po’ di soldi?

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Se questo approccio, tipico della pratica e concreta mentalità cinese, ci sembra strano ad un primo sguardo, si tratta in realtà di una pratica non molto distante dal nostro atteggiamento verso i cari estinti: compriamo una bella lapide, raccomandiamo a Dio la loro anima, in modo da ottenere la loro benevolenza; in cambio, li preghiamo per avere intercessioni, protezione e favori.
Il culto degli antenati è pressoché universale, e la versione cinese delle qian zhi non fa che rendere evidente il meccanismo che lo sottende.
L’appartenenza alla società è di norma sancita dallo scambio (economico, di lavoro, di sostegno e di aiuto) fra i membri della società stessa: la barriera della morte, che in teoria dovrebbe interrompere questo commercio, non è affatto insormontabile, perché in tutte le culture lo scambio fra vivi e morti non viene mai meno, diventa semplicemente simbolico.

La peculiarità non sta quindi nel tentativo di regalare qualcosa ai morti, poiché è proprio questo il nocciolo del culto dei defunti, in ogni epoca e latitudine: vogliamo continuare a proteggere i nostri cari, e a dimostrare attraverso il dono sacrificale quanto forte sia ancora l’affetto che ci lega a loro. Il vero aspetto singolare di questa tradizione sta nella somiglianza quasi comica dell’Aldilà cinese con il nostro mondo.

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Con il passare del tempo e con l’evolversi della tecnologia, ormai anche all’Inferno le semplici mazzette non bastano più. Forse i diavoli sono diventati più esigenti, o forse nell’Aldilà – dove comunque è indispensabile darsi un tono – le stesse anime dei defunti si fanno influenzare dalle mode consumistiche; fatto sta che nei negozi, accanto alle banconote, sono oggi esposte delle raffigurazioni cartacee di bottiglie di champagne (conquistare la simpatia del carceriere con un goccetto funziona sempre), prodotti di bellezza, completi in gessato, ciabatte contraffatte di Louis Vuitton con cui pavoneggiarsi, carte di credito, addirittura ville in miniatura, macchine di lusso, televisori al plasma, laptop, cellulari, iPhone e iPad taroccati con tanto di custodia. Tutto in carta, pronto da bruciare, in vendita per pochi euro.

Un oltretomba fin troppo familiare, che rispecchia vizi e problemi per i quali nemmeno la morte sembra essere un rimedio sicuro: non c’è da stupirsi quindi che, fra i vari gadget che si possono inviare nell’oltretomba, vi siano anche le repliche delle scatole di Viagra.

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La maggior parte delle informazioni sono tratte dall’illuminante e consigliatissimo Tre uomini fanno una tigre. Viaggio nella cultura e nella lingua cinese (2014) di Nazzarena Fazzari.

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Charlie No Face

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Nell’area di Pittsburgh, Pennsylvania, circola una leggenda metropolitana, quella del Green Man, chiamato anche Charlie No Face. Si tratta di una creatura mostruosa, un uomo senza faccia che si aggira di notte lungo le strade meno battute, alla ricerca di una vittima a cui rubare il volto che gli manca. È la classica storia che si racconta attorno al fuoco di un campeggio, o ai bambini per minacciarli se non fanno i bravi: “Se resti fuori dopo il tramonto, Charlie No Face verrà a prenderti”.
Come accade con tutte le leggende urbane, le declinazioni della favola sono molteplici: il Green Man, dalla pelle verdastra e fosforescente, è di volta in volta un fantasma, un orco, un povero operaio caduto in una vasca di acido, un elettricista colpito da un fulmine e dato per morto che vive nascosto in un vecchio capanno abbandonato… è stato avvistato in una mezza dozzina di posti diversi, come la strada fra Koppel e New Galilee, oppure un’area industriale deserta a New Castle, o ancora un tunnel dismesso della ferrovia a South Park, e via dicendo.

Certo, questa è la leggenda. Pochi sanno, però, che Charlie No Face non è affatto un personaggio di fantasia.

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Il 18 Giugno 1919 un gruppo di ragazzini stava andando a farsi una nuotata in un’ansa del fiume Beaver, quando arrivarono al ponte di Morado che si innalzava sopra alle acque del Wallace Run. Si trattava di un grande ponte in legno su cui passava una linea di tram elettrici che connettevano le cittadine di Beaver Falls e Big Beaver: la massiccia struttura del ponte era un’attrazione conosciuta per la gioventù del luogo, che spesso si avventurava a scalarlo. Quel giorno, i ragazzini avvistarono un nido che qualche uccello aveva costruito proprio fra le assi più alte del ponte.
Cominciarono a sfidarsi su chi avrebbe avuto il coraggio di andare a controllare quanti uccelli c’erano nel nido: fu un bambino di soli otto anni, Ray, che salì verso la cima del ponte.
Purtroppo, sul Morado Bridge passavano due linee elettriche, una della potenza di 1.200 volt continui, e l’altra di 22.000 volt di corrente alternata. Il bambino per salire si aggrappò ad un cavo, e restò folgorato dall’immensa scossa, mentre il suo corpo letteralmente bruciava prima di staccarsi infine dai cavi e precipitare giù.

Ponte di Morado, bambino di 8 anni folgorato da cavo scoperto, in punto di morte“, titolava la gazzetta di Beaver Falls il giorno dopo. In effetti non c’erano quasi speranze per il piccolo Ray; eppure, dopo un mese passato fra la vita e la morte, la sua salute cominciò a migliorare. Raymond Robinson sopravvisse, ma la sua faccia era stata completamente sciolta dalla corrente. Non aveva più occhi, né naso; le labbra erano completamente sfigurate, così come le orecchie. Il braccio con cui era rimasto attaccato al cavo aveva dovuto essere amputato sotto il gomito, e il petto era un’unica, enorme cicatrice.

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Ritornato a casa sua dopo i lunghi mesi d’ospedale a Pittsburgh, Ray non lasciò mai più Koppel. Con un’amorevole famiglia che si prendeva cura di lui, si apprestò a vivere una vita da recluso, conscio che il suo aspetto avrebbe terrorizzato la gente. Nonostante fosse cieco, dava una mano in casa costruendo cinture, portafogli e altri oggetti da vendere; aveva una grande collezione di rompicapi di metallo, fatti di ferri di cavallo, tubi e molle, che risolveva abilmente per stupire i nipotini. Amava passare una vecchia falciatrice sull’erba del giardino, di tanto in tanto, e anche se qualche punto del prato non era ben rasato, i familiari non correggevano mai i suoi errori. Il fatto è che Ray, a detta di tutti i suoi parenti, era una persona di una gentilezza unica; tutti coloro che lo conoscevano bene avvertivano l’istinto e il dovere di proteggerlo dal mondo esterno, che sapevano poter essere crudele nei suoi confronti.
Nelle rare occasioni in cui doveva proprio mostrarsi a qualche estraneo, Raymond indossava un naso prostetico collegato a un paio di occhiali da sole. “Non discuteva mai delle sue ferite o dei suoi problemi” – racconta il nipote di Ray – “Era soltanto una realtà, e non c’era nulla che ci potesse fare, perciò non ne parlava mai. Non si è mai lamentato di niente”.

Eppure evidentemente quella vita gli stava un po’ stretta, Raymond aveva bisogno di un suo spazio privato, di qualcosa che lo facesse sentire più autonomo e meno dipendente dalla famiglia. Fu così che cominciò a passeggiare di notte lungo la strada statale 351 fra Koppel e New Galilee. Aiutandosi con un bastone, metteva un piede sull’asfalto e uno sui sassi a bordo carreggiata: con questo metodo avanzava seguendo la strada.

Le passeggiate notturne di Ray Robinson divennero presto una routine. Verso le 10 di sera egli afferrava il suo bastone e usciva di casa nella notte, sordo alle proteste di sua madre e del patrigno. “Perché devi per forza andare?”, chiedevano, ma Ray si incamminava lo stesso. Era il suo momento di libertà.

Presto si sparse la voce che c’era un uomo mostruoso che camminava la notte, sempre lungo la stessa strada, e per i teenager locali una storia simile era ovviamente un’attrattiva irresistibile. Nelle calde sere d’estate in cui non c’era nulla da fare, i ragazzi cominciarono a guidare su e giù per il tratto di statale per riuscire a vederlo. Ogni tanto ci riuscivano, e la storia si ingigantiva.

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Raymond si nascondeva dietro gli alberi, appena sentiva una macchina avvicinarsi, e dava poca confidenza agli estranei. Spesso questi ultimi lo insultavano e beffeggiavano in modo sadico. Altre volte, invece, gli capitava di incontrare dei ragazzi che gli offrivano delle birre o delle sigarette per scambiare due parole, o per potersi fare una foto assieme a lui. Più di una volta tornò a casa ubriaco, sconvolgendo la madre perché in casa sua non si era mai consumata nemmeno una goccia di alcol.

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Le passeggiate notturne di Raymond divennero una vera e propria attrazione ad un certo punto, tanto che la fila di macchine sulla statale 351 alcune sere aveva addirittura richiesto l’intervento della polizia. Fu più o meno in questo periodo che vennero coniati i nomignoli Charlie No Face e Green Man. Diverse volte Ray venne investito dalle automobili, diverse volte finì talmente ubriaco da perdere la strada per tornare a casa – lo trovarono i familiari, riverso sul bordo della strada, sfinito dopo aver vagato per ore nei boschi.

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Raymond continuò a passeggiare quasi ogni notte, dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, incurante della leggenda che si stava creando attorno alla sua figura. Negli ultimi anni della sua vita venne trasferito al Beaver County Geriatric Center, e lì morì nel 1985 a 74 anni. Ma ancora oggi egli è a suo modo presente, vero e proprio mito popolare moderno, nelle storie e nei racconti tramandati di generazione in generazione.

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(Grazie, Slago!)

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Il Cacciatore di Streghe

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Di tutti i secoli passati, il Seicento è sicuramente fra i più bizzarri, rispetto alla sensibilità moderna.
Epidemie di vampirismo, masticatori di sudari, santi prodigiosi le cui spoglie operavano miracoli, ed infine loro, le streghe, quelle donne malvagie che stringevano alleanze con il Diavolo. Il soprannaturale era parte integrante della quotidianità, e dubitare delle sue influenze sulla vita di tutti i giorni era, secondo alcuni pensatori come ad esempio Joseph Glanvill, una vera e propria eresia: tanto abbietta quanto la negazione dell’esistenza degli angeli. Il demonio, in quegli anni, si aggirava davvero per le campagne alla ricerca di anime da catturare e dannare per l’eternità, era cioè una figura concreta, che la gente credeva di riconoscere dietro ad ogni evento peculiare.

Le streghe avevano un posto centrale nell’immaginario popolare, e chiunque poteva essere sospettato di stregoneria: una lite con una vicina di casa, seguita dalla comparsa di vaghi dolori o di una malattia del bestiame, era chiaro segnale che la donna aveva immensi poteri di provenienza diabolica. In un’epoca in cui i processi per stregoneria erano diffusi, è facile comprendere come accusare un proprio nemico d’aver stretto un patto con Satana fosse un metodo facile ed economico per toglierselo dai piedi.

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In questo contesto emerse la figura di Matthew Hopkins, il cacciatore di streghe più famoso della Storia.
Nato intorno al 1620 a Wenham Magna, minuscolo villaggio inglese nella contea di Suffolk, era il quarto dei sei figli di un pastore puritano piuttosto amato dai suoi compaesani. Della vita di Matthew prima del 1644 si conosce molto poco: sembra che avesse un’infarinatura di giurisprudenza, e che avesse acquistato una locanda a Mistley con i soldi ricevuti in eredità, ma questi aneddoti sono poco verificabili.

Quello che è certo è che all’inizio degli anni 40 del Seicento Hopkins si trasferì a Manningtree, Essex, e lì nel 1644 si autoproclamò Witchfinder General. Si trattava di un titolo che voleva sembrare ufficiale (general significa “rappresentante del Governo”), ma ovviamente il Parlamento non aveva mai istituito la carica di Cacciatore di Streghe; Hopkins era comunque ben deciso a guadagnarsi fama e fortuna, e quell’altisonante appellativo non era che l’inizio. La sua carriera vera e propria cominciò quello stesso anno, quando Hopkins dichiarò di aver sentito alcune donne parlare dei loro incontri con il demonio. Da quel momento in poi, assieme al fido compare John Stearne, cominciò a viaggiare per l’Inghilterra orientale, principalmente tra Suffolk, Essex e Norfolk, disinfestando borghi, villaggi e città dalle temute streghe.

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Hopkins e Stearne arrivavano in una nuova cittadina, annunciavano di essere stati incaricati dal Parlamento di scoprire le streghe della zona, raccoglievano denunce e “indizi”, quindi passavano ai fatti: accusavano e processavano anche venti o venticinque persone, trovavano immancabilmente le prove dell’avvenuto Patto con il diavolo, e mandavano tutti al patibolo.
Bisogna sottolineare che i processi per stregoneria erano diversi da tutti gli altri procedimenti giudiziari, perché la gravità del crimine era tale da permettere ai giudici di abbandonare le normali procedure legali ed ogni scrupolo etico (crimen exceptum): la confessione andava estorta con qualsiasi mezzo e ad ogni costo. Ma la tortura era pur sempre illegale in Inghilterra.

Così i metodi di Hopkins per scoprire se l’imputata fosse realmente una strega, pur essendo fra i più crudeli, rimanevano sempre sul limite di ciò che si poteva considerare tortura: la prassi più utilizzata prevedeva ad esempio la deprivazione del sonno. Si teneva l’imputata sveglia e immobile per giorni, seduta con le gambe incrociate e impedendole di dormire, finché la poveretta non finiva per ammettere qualsiasi cosa.

Si cercava poi sul suo corpo il Segno della Bestia – che non era difficile da trovare, visto che praticamente tutto (da un terzo capezzolo, a una zona di pelle un po’ secca, a un neo particolarmente grosso) poteva essere interpretato in tal senso. Se non vi era alcun Segno del Diavolo sul corpo, significava una sola cosa: che non era visibile ad occhio nudo. Ecco quindi entrare le assistenti di Hopkins, donne che viaggiavano con lui e che svolgevano la funzione di witch prickers, “pungolatrici di streghe”. Il Segno del Diavolo era infatti immune al dolore e non sanguinava, a quanto si diceva, e per trovarlo le witch prickers utilizzavano degli spilloni appositi tormentando il corpo della presunta strega in ogni sua parte.

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In queste lunghe ore di osservazione, spesso Hopkins e altri testimoni vedevano comparire uno o più “famigli“, cioè i demoni minori al servizio della strega, che si presentavano sotto forma di cane, gatto, capra o altri animali, e che bevevano il sangue che scorreva dal corpo della strega come fosse latte. L’apparizione di un famiglio era, com’è ovvio, uno degli indizi di colpevolezza più schiaccianti.

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C’erano pochissime probabilità che tutte queste indagini fallissero nel trovare prove inconfutabili della natura diabolica della strega. Ma se proprio non si era ancora certi, Hopkins poteva sempre ricorrere alla sua trovata più clamorosa, l’infame ordalia dell’acqua. Secondo una teoria dell’epoca, l’acqua (simbolo del battesimo, elemento purissimo) avrebbe rifiutato di accogliere una strega: bastava quindi legare l’imputata a una sedia e gettarla in un fiume o un lago. Se fosse rimasta a galla, si sarebbe trattato per forza di una strega; se fosse annegata, la sua anima innocente sarebbe volata all’altro mondo nella grazia di Dio.
Quest’ultimo metodo era davvero troppo estremo, e le autorità intimarono a Hopkins di utilizzarlo esclusivamente con il consenso della vittima; così già alla fine del 1645 la pratica venne abbandonata.

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Fin dall’inizio della loro “battuta di caccia”, in virtù degli spietati processi, i nomi di Hopkins e Stearne sparsero il terrore in tutta l’Inghilterra dell’est. Una terribile fama li precedeva, e appena circolava voce che i due, con le loro assistenti femminili, si stessero dirigendo verso un determinato villaggio, la gente del posto non dormiva certo sonni tranquilli. Anche con tutta la superstizione e le convinzioni sull’esistenza delle streghe, il popolo poteva vedere benissimo che i processi di Hopkins erano solo delle farse, il cui esito era deciso in anticipo.
Ma cosa alimentava la foga di quest’uomo nella sua missione? Ci credeva veramente, o aveva qualche interesse nascosto?

Lasciando alle spalle un’impressionante scia di cadaveri, la caccia in verità stava fruttando al Witchfinder General un lauto bottino. Nonostante lui più tardi dichiarasse che la sua paga, necessaria a sostenere la sua compagnia e tre cavalli, fosse di soli venti scellini a città, i registri contabili raccontano una realtà differente: l’onorario di Hopkins era di 23 sterline a città, più le spese di viaggio – una somma altissima per l’epoca. Le spese a carico dei vari municipi erano talmente elevate, che nella cittadina di Ipswich fu necessario istituire una tassa speciale per coprirle. Improvvisarsi cacciatore di streghe freelance era senza dubbio un colpo geniale, se non ci si faceva scrupoli a mandare a morte decine e decine di persone.

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L’eco delle gesta del Witchfinder General arrivò anche al Parlamento, e diversi membri espressero preoccupazione per il degenerare della cosa. Anche altre voci, come quella del predicatore puritano John Gaule, si levarono contro l’operato di Hopkins. Fu così che si arrivò a un peculiare ribaltamento della situazione: nella contea di Norfolk, nel 1646, i due cacciatori di streghe vennero fatti sedere sul banco degli imputati. I giudici volevano assicurarsi che non fossero stati usati mezzi di tortura per estorcere confessioni; intendevano indagare sulle parcelle richieste da Hopkins e Stearle alle comunità che avevano visitato; e infine insinuarono, in un sorprendente e ironico twist, che se Hopkins era davvero tanto esperto nella stregoneria e nella demonologia, forse nascondeva anch’egli un segreto…

Dopo questo primo interrogatorio, Hopkins comprese che sarebbe stato più saggio per lui chiudere l’attività. Quando la corte si riaggiornò nel 1647, egli era già tornato a vivere a Manningtree. La carriera del Witchfinder General durò quindi poco più di un anno, 14 mesi per la precisione. Nonostante il breve periodo, i numeri sono impressionanti: tra il 1644 e il 1646 egli fu responsabile della morte di circa trecento donne, impiccate, bruciate, annegate, o morte in prigione. Se si pensa che in totale, dall’inizio della caccia alle streghe nel primo ’400 fino alla sua fine nel tardo ’700, in Inghilterra furono condannate per stregoneria meno di cinquecento persone, significa che il 60% del totale delle uccisioni è da attribuirsi al Witchfinder General.

Ma la sua inquietante ombra non si limita ai processi da lui personalmente celebrati: nel 1647, già “in pensione”, Hopkins scrisse The Discovery of Witches, un vero e proprio manuale per individuare le streghe. Questo libro ebbe fortuna nel Nuovo Mondo, e fu utilizzato come testo di riferimento in vari processi, fra cui quelli, tristemente noti, di Salem nel Massachussetts.

Con il tempo la figura di Hopkins divenne quasi mitologica, una sorta di orco o di uomo nero dalla malvagità senza confini. Si racconta che venne processato per stregoneria, sottoposto al suo stesso metodo inumano di “ordalia dell’acqua”, e che morì annegato in un fiume. Ma questa è soltanto una leggenda, con un confortevole e troppo preciso contrappasso. Nella realtà Matthew Hopkins, il Witchfinder General, morì di tubercolosi il 12 agosto 1647, nel suo letto.

Nel 1968 la sua storia venne portata sul grande schermo, romanzata, da Michael Reeves nel cult Il grande inquisitore che fece scandalo per le sue insistite sequenze di tortura e nel quale il Witchfinder General è interpretato da un grande Vincent Price.

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Il libro di Hopkins, The Discovery of Witches, è disponibile gratuitamente online sul sito del Progetto Gutenberg.

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Abe Sada

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Il 25 Novembre del 1936, alle cinque di mattina, mentre Tokyo si risvegliava e per le strade incominciava il quotidiano e indaffarato viavai, un’enorme folla si era già radunata fuori dal tribunale: la gente era lì da ore, in attesa di poter vedere, anche soltanto di sfuggita, la donna di cui tutto il Giappone parlava – Abe Sada.

Ed eccola arrivare, infine, scortata dagli agenti giudiziari, con in testa un curioso cappello a cono che le nascondeva il volto fino a quando non fu all’interno dell’edificio. La folla gridava e gemeva, le donne urlavano, gli agenti cercavano di mantenere l’ordine: il processo che iniziava quella mattina sarebbe stato uno dei più famosi della recente storia giapponese.

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Abe Sada (o Sada Abe, a seconda della tradizione di nomenclatura) era nata nel 1905 da una famiglia benestante. Fin da quando era piccola, la madre l’aveva esortata ad essere indipendente e di spirito libero, nonostante le rigide norme che la società nipponica imponeva al tempo alle donne. All’età di quindici anni, però, Sada venne violentata da un conoscente; nonostante il supporto dei genitori, la ragazzina non fu più la stessa. Diventata sempre più incontrollabile, venne venduta da suo padre ad una casa delle geisha di Yokohama – non si seppe mai con certezza se per punizione, o per volontà della stessa Sada. All’epoca, diventare una geisha significava acquistare il prestigio invidiabile di donna emancipata e libera.

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Purtroppo la vita nell’okiya era più dura del previsto. Sada finì per assecondare le richieste sessuali di un cliente (cosa che le geisha non erano assolutamente tenute a fare, in contrasto con l’immagine di “cortigiane di lusso” che se ne aveva in Occidente), e si ammalò di sifilide. Si diede quindi alla prostituzione vera e propria, prima con regolare licenza e in seguito in case di tolleranza illegali. Con la morte dei genitori, la sua vita andò totalmente allo sbando: dopo anni di retate della polizia, tentativi falliti di sedurre uomini di potere, e le immancabili violenze e i soprusi con cui dovevano fare i conti tutte le prostitute senza licenza, Sada decise che era giunto il momento di abbandonare il mondo del malaffare. Nel 1936 lasciò finalmente il bordello e si impiegò come apprendista cuoca in un ristorante nel quartiere di Yoshidaya, con la speranza di ripartire da zero.
Proprio in quel ristorante Sada, che non aveva mai conosciuto il vero amore, avrebbe incontrato l’uomo della sua vita.

Il proprietario del locale era infatti Kichizo Ishida, un aitante quarantaduenne che ben presto posò i suoi occhi sulla giovane apprendista; di nascosto da sua moglie, cominciò a proporsi in avances sessuali. Sada dal canto suo aveva mai “conosciuto un uomo così sexy“, come dichiarerà in seguito. La scintilla della passione non tardò a scoccare, e i due iniziarono una torrida relazione clandestina: ritiratisi in un hotel nel quartiere di Shibuya, per quella che doveva essere una fugace scappatella, vi rimasero per quattro giorni. Spostatisi in altri quartieri e in altri hotel, per ben due settimane gli amanti si diedero all’alcol e al sesso, che non si interrompeva nemmeno quando qualche geisha entrava nella loro stanza per servire da bere.

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Che l’appetito sessuale di Sada fosse difficilmente saziabile, lo confermò in seguito anche un suo precedente amante, Kinnosuke Kasahara, che l’aveva lasciata proprio a causa della sua incontenibile iperattività: “era davvero forte, davvero potente. Se pure io sono piuttosto debole, lei d’altra parte mi stupiva sempre. Non era soddisfatta se non lo facevamo almeno due, tre, o quattro volte ogni notte. Per lei, era inaccettabile che io non tenessi la mia mano sulle sue parti intime per tutta la notte… All’inizio era fantastico, ma dopo un paio di settimane ero esausto“.

Ishida, la sua nuova fiamma, era invece di tutt’altra pasta, capace di resistere per giorni e giorni di sesso scatenato. Ma non era soltanto la sua prestanza fisica ad affascinare Sada: “è difficile dire esattamente cos’aveva Ishida di così bello. Ma era impossibile trovare qualcosa di negativo nel suo aspetto, il suo atteggiamento, la sua abilità come amante, il modo in cui esprimeva i suoi sentimenti“.
Dopo queste due settimane di follia senza freni, come tornare alla routine del ristorante? Ma, soprattutto, come sopravvivere al pensiero che Ishida avrebbe nuovamente condiviso il letto con sua moglie?

Sada si innamorò perdutamente, e con il sentimento sentì farsi strada in lei una gelosia cieca e totalizzante. Essere l’amante di Ishida non era sufficiente, doveva essere sua moglie, l’unica donna a possederlo; ben presto la sua divenne un’ossessione vera e propria.

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Una sera, Sada assistette a una rappresentazione teatrale nella quale una geisha attaccava il suo amante con un pugnale, e decise che avrebbe fatto lo stesso con Ishida. Incontratolo al ristorante, estrasse un grosso coltello da cucina che aveva comprato il giorno prima, e lo minacciò di morte; Ishida, seppure inizialmente allarmato, si mostrò infine divertito e lusingato dalla scenata di gelosia della donna. La portò dunque ad una taverna nel distretto a luci rosse di Ogu, per una nuova maratona di sesso.

Ancora due notti e due giorni di passione, l’uno nelle braccia dell’altra; mentre facevano l’amore, Sada teneva talvolta il coltello alla base del pene di Ishida – “non avrai nessun’altra donna oltre a me” gli diceva, e l’uomo rideva.

Un nuovo gioco che i due amanti cominciarono a provare era l’asfissia erotica. Sada usava l’obi del suo kimono per soffocare Ishida al momento dell’orgasmo, rilasciando in seguito la presa e intensificando così il piacere. Ishida fece lo stesso con lei, e i due cominciarono a strangolarsi regolarmente durante gli accoppiamenti, ancora scherzando sulla gelosia della donna: “Metterai la corda intorno al mio collo e la stringerai ancora mentre sto dormendo, non è vero? – le diceva Ishida – Se cominci a strangolarmi, non fermarti…

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Il 18 maggio 1936, alle due del mattino, Ishida dormiva. Sada, in silenzio, passò due volte la corda attorno al suo collo, e strinse per qualche minuto finché l’uomo non morì soffocato. Restò sdraiata accanto al corpo per diverse ore, poi prese il coltello da cucina e tagliò i genitali di Ishida; li avvolse in alcune pagine di giornale. Con il sangue scrisse sulla gamba sinistra del cadavere le parole Sada, Kichi Futari-kiri (“Sada e Kichi insieme”), poi ripeté la scritta sulle lenzuola prima di incidere con la lama il suo nome nel braccio sinistro del morto. Abe Sada si rivestì, uscì dalla stanza e disse ai gestori dell’hotel di non disturbare Ishida. Infine lasciò l’albergo con il suo prezioso pacchetto nascosto nelle pieghe del vestito: “perché non potevo portare con me la sua testa o il suo corpo. Volevo prendere la parte di lui che mi avrebbe riportato le memorie più intense.

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Poco dopo la scoperta del cadavere mutilato di Ishida, la notizia della latitanza di Sada fece il giro del paese; i giornali immediatamente dettagliarono l’oscena vicenda, e il panico si diffuse ovunque, tra falsi avvistamenti e personaggi politici la cui carriera crollava nel giro di un giorno non appena il loro nome veniva collegato alla prostituta castratrice. Sada, dal canto suo, non aveva mai lasciato Tokyo: alloggiava in un hotel a Shinagawa sotto falso nome, ancora ossessionata dall’uomo che aveva ucciso e dal feticcio prelevato dal suo corpo. “Mi sentivo attaccata al pene di Ishida e pensai che soltanto dopo essermi accomiatata tranquillamente da esso, avrei potuto morire. Scartai le pagine che li avvolgevano, e guardai il suo pene e il suo scroto. Misi il suo pene in bocca, e provai perfino ad inserirlo dentro di me… non funzionò, anche se continuavo a provare e provare. Quindi, decisi che sarei scappata a Osaka, restando con il pene di Ishida per tutto il tempo. Alla fine, sarei saltata da un dirupo sul Monte Ikoma, stringendo il suo pene nella mano.

Alle 4 di pomeriggio del 20 maggio, soltanto due giorni dopo l’omicidio, Abe Sada venne arrestata: per settimane radio e giornali non parlarono d’altro.
Il processo durò soltanto un mese perché la donna si dichiarò subito colpevole e venne condannata, per omicidio non premeditato e mutilazione di cadavere, a scontare sei anni di reclusione. Gli anni passati in carcere saranno i più tranquilli e regolari della sua vita.

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Quello che avrebbe potuto restare un semplice episodio di cronaca nera, divenne presto un simbolo fondamentale delle contraddizioni del Giappone pre-bellico.
La controversa figura di Abe Sada si ritagliò infatti un posto tutto particolare nell’immaginario giapponese: per alcuni incarnava lo stereotipo della dokufu, donna criminale spietata e sanguinaria, ma per altri la portata rivoluzionaria della storia era ben altra.
Durante tutti gli interrogatori (le cui trascrizioni divennero un best-seller), la donna aveva sottolineato sempre e soltanto l’accecante amore che nutriva per Ishida, il senso di esclusività che avvertiva nei suoi confronti, l’impossibilità di dividerlo con altre donne. Questa non era una semplice assassina: Sada parlava liberamente e sfacciatamente d’amore, di sesso e di romanticismo in un’epoca in cui la morigeratezza era un imperativo sociale. Senza mezzi termini, accusava i maschi che non soddisfacevano il piacere sessuale femminile, ed esaltava l’uomo che sapeva interpretare i desideri della propria compagna: “a letto, le dimensioni non fanno l’uomo. Quello che amavo di Ishida erano la tecnica e il suo desiderio di darmi piacere“.

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Dopo aver scontato la pena, Sada provò a dileguarsi, accettando diversi lavori che generalmente finivano non appena i datori scoprivano chi fosse veramente. A partire dagli anni ’50 Sada lavorò in un pub chiamato Hoshikikusui nel quartiere di Inari-cho. Ogni sera faceva la sua entrata, scendendo una lunga scalinata mentre gli avventori ululavano, proteggendosi le parti intime con le mani. “Nascondete i coltelli! Non andate a fare pipì!“, gridava qualcuno, ma Sada zittiva tutti con uno sguardo furioso. Soltanto quando era calato un pesante silenzio, ricominciava ad avanzare e, finalmente arrivata fra la gente, passava versando da bere ai tavoli.

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Per tutta la vita, lo stigma e la curiosità del pubblico non la abbandonarono mai. Sada riuscì a sparire del tutto solo dopo il 1970, data della sua ultima fotografia conosciuta, che la ritrae seduta al fianco di un attore; nulla si seppe più di lei, nonostante le voci che di volta in volta la volevano morta suicida oppure rinchiusa in convento. Ma, anche se svanita dall’occhio pubblico, Sada assurse nel tempo al grado di icona letteraria e cinematografica, ispirando artisti, filosofi e scrittori. Dei tre film a lei dedicati, il più celebre è il capolavoro di Nagisa Oshima, Ecco l’impero dei sensi (1976), censurato in molti paesi e presentato con enorme successo a Cannes.

Con il passare del tempo Abe Sada è stata definita in mille modi, spesso diametralmente opposti, come se non ci potessero essere vie di mezzo nel suo caso: “pervertita sessuale” e simbolo di femminismo; mostro necrofilo e “tenera, calda figura di salvezza per le future generazioni“. Una cosa è certa: Abe Sada e la sua passione omicida, violenta e struggente al tempo stesso, sono entrate indelebilmente nell’immaginario collettivo giapponese.
Ciò che invece venne dimenticato (in quella che potremmo leggere come una seconda, metaforica e definitiva castrazione), fu proprio il pene mozzato di Ishida: conservato al Museo di Patologia dell’Università di Tokyo, e ancora visibile in esposizione poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi se n’è persa ogni traccia.

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Un incontro improbabile

1958, Grenoble, Francia. I coniugi Roussimouff erano due contadini; Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia. La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.
Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimouff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimouff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage, e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett:all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

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Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia. Hulk Hogan, nonostante sia stato protagonista con André di alcuni fra i più celebri feud (ossia le “faide” fra lottatori, appositamente sceneggiate e concordate per dare un contesto narrativo agli incontri), ha sempre mostrato nelle varie interviste una stima e un rispetto profondi per il gigante francese. Nella  vita di André, ha spesso ricordato Hogan, niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

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Di cosa avranno parlato nel 1958, in quel furgoncino, questi due uomini straordinari – “l’Ottava Meraviglia del Mondo” e Samuel Beckett? Secondo André The Giant, discutevano semplicemente di cricket, disciplina sportiva nella quale il grande scrittore aveva eccelso da ragazzo.

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D’altronde la storia non è avara di incontri così inverosimili, in cui strade e vite diversissime fra loro si incrociano per puro caso. Ad esempio, quando era un giovane studente fra la Germania e l’Austria, Orson Welles accompagnò un insegnante ad un raduno politico vicino a Innsbruck. Si trattava di un partito di minoranza, piuttosto comico nella follia del suo programma, a cui nessuno dava grande credito. L’insegnante riuscì a guadagnare un posto, per sé e per l’adolescente Welles, al tavolo del leader del partito.

L’uomo che sedeva di fianco a me – ricorderà Welles nel 1970, intervistato durante il Dick Cavett Show – era Hitler, e mi impressionò talmente poco che non riesco a ricordare nemmeno un secondo di conversazione. Non aveva assolutamente nessuna personalità. Era invisibile“.

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La mamma e i suoi coltelli

Un Guglielmo Tell in gonnella nel Texas degli anni ’50? Perché no?

La signora Louella Gallagher non batte ciglio mentre lancia i suoi coltelli verso le due figlie Connie Ann, di cinque anni, e Colleena Sue, di due e mezzo. In questo cinegiornale del 1950, l’impresa si svolge nella surreale atmosfera di un quartiere borghese; mentre la madre, vestita con il buon gusto di una casalinga di quegli anni, delizia il vicinato con la sua mira infallibile.

Tradizionalmente in ambito circense i lanciatori di coltelli sono maschi e la “vittima” è femmina, che sia una deriva maschilista – come per il numero magico della donna segata a metà (ricordate questo documentario di Mariano Tomatis?) – o meno; qui di certo siamo di fronte a una versione piuttosto inedita di questo spettacolo. Ma d’altronde, come dice il lanciatore di coltelli Gabor in La ragazza sul ponte (1999, Patrice Leconte), “ricorda, non è chi lancia l’importante – è il bersaglio“. Il bersaglio, in effetti, non è semplicemente un manichino inerte, quanto piuttosto il vero fulcro dell’identificazione del pubblico, e a lui è rivolta tutta l’ammirazione per il coraggio e la fiducia assoluta dimostrati nell’abilità del lanciatore.
Difficile vedere due “bersagli” più educati e composti di Connie e Colleena. D’altronde, con una mamma così, bisognava davvero esserlo.

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Roadkill cuisine

La nostra serie di articoli sui tabù alimentari, The Dangerous Kitchen, è conclusa da tempo; ma torniamo a parlare di cucina. Nouvelle cuisine, potremmo dire, se non altro “nuova” e sconosciuta all’assaggio per la maggioranza di chi legge (e per chi scrive). Da non scartare a priori in tempi di crisi e di dilemmi etici sulle crudeltà verso gli animali da macello, la roadkill cuisine offre innumerevoli vantaggi per la buona forchetta. L’ingrediente di base sono infatti le carcasse degli animali accidentalmente colpiti ed uccisi sulle strade.

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Certo, ad una prima occhiata l’idea di andare a caccia di animali selvatici spiaccicati, staccarli dall’asfalto, portarli in cucina, scuoiarli e metterli in pentola può sembrare un po’ distante dalle raffinatezze nostrane. Sarà perché le asettiche confezioni di carne già preparata al supermercato ci aiutano a dimenticare il “lavoro sporco” del curare e preparare l’animale. Eppure, a pensarci bene, superando la nostra ripugnanza per il corpo morto, quale differenza ci sarebbe fra un coniglio di allevamento e una lepre investita da un’auto? Si tratta pur sempre di cibo altamente vitaminico e proteico, senza grassi saturi e di sicuro privo di conservanti, coloranti, steroidi, nitriti, nitrati o altri additivi chimici alimentari. E se poi vi capitasse di trovare un cervo morto, avreste lo stesso identico bottino di una partita di caccia… meno la violenza del massacro volontario.

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Bisogna però prestare particolare attenzione alla scelta dell’animale: il rischio è quello delle malattie. I due principi di base, a sentire i sostenitori di questa particolare dieta, sono: “Quanto fresco è? Quanto è spiaccicato?“. C’è evidentemente una bella differenza, per fare un esempio, fra una volpe sbalzata sul bordo della strada e morta per trauma cranico, ma il cui corpo è ancora intatto, rispetto a un’altra a cui sono passati sopra una dozzina di veicoli.

Si-no La carne, inoltre, va cotta più del normale, proprio come si farebbe con la selvaggina, per evitare infezioni batteriche. In ogni caso, il consiglio è di evitare del tutto i ratti, se non volete ritrovarvi con la poco simpatica leptospirosi.

Mangiare animali vittime di incidenti stradali è legale, o perlomeno non regolamentato, nella maggior parte degli stati: le eccezioni riguardano normalmente specie protette, o di grossa taglia, come cervi o alci. In Alaska, ad esempio, il corpo di un caribu investito da un’auto è proprietà dello Stato, e normalmente viene macellato dai volontari sul luogo dell’incidente. La carne viene poi distribuita alle mense dei poveri. Ma dagli orsi e dalle alci in Canada, alle celeberrime zuppe di scoiattolo e gli stufati di opossum degli Stati Uniti, fino ai barbecue di canguro in Australia, diverse tradizioni culinarie “insospettabili” dimostrano che praticamente tutto è commestibile. In America, la roadkill cuisine è piuttosto diffusa, tanto da essere perfino divenuta un topos da barzelletta per ridicolizzare una certa fascia medio-bassa della popolazione del Sud (i redneck, termine spregiativo per gli “zotici” del Sud).

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Tra i propugnatori di questo stile di alimentazione vi sono però anche ambientalisti critici del sistema industriale di produzione della carne, veri e propri amanti degli animali, e la loro è una scelta di vita. Jonathan McGowan mangia esclusivamente piccole vittime del traffico da 30 anni: “Ho visto quanto erano sporchi gli animali nelle fattorie, e quanto erano poco salutari. Una volta andavo anche al mercato della carne, dove gli animali erano trattati in maniera grottesca dagli allevatori. Non ero contento di ciò che vedevo, per nulla“. Questo il suo motivo per passare a piccioni, gabbiani, tassi, talpe e corvi falcidiati dalle macchine.

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article-2048527-0E5A333B00000578-680_634x375 L’ex-biologo Arthur Boyt gratta via donnole, ricci, scoiattoli e lontre dalle strade vicino alla sua dimora in Cornovaglia addirittura da 50 anni. Pur appassionato di cani (sia detto senza ironia), afferma che il gusto del labrador è squisito come l’agnello. Non sopporta che la carne vada sprecata, ma non ucciderebbe un animale per nulla al mondo.

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eating-roadkill L’attivista Fergus Drennan, impegnato in lotte per l’ambiente e contro le fattorie industrializzate, confessa invece che, nonostante apprezzi la roadkill cuisine, lui non potrebbe mai mangiare animali domestici: “una delle poche cose che tendo ad evitare sono gatti e cani. In teoria, non dovrei avere problemi a mangiarli… ma hanno sempre nomi e targhette sui loro collari, e siccome ho due gatti, è un po’ troppo per me“.

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Lasciando da parte cani e gatti, ecco una tabella nutrizionale che abbiamo tradotto dalla pagina Wiki inglese dedicata alla roadkill cuisine:

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Due le spontanee domande che, a questo punto, il neofita gourmet delle carogne arrotate si starà certamente ponendo. 1. Non sono un biologo: come faccio a sapere con sicurezza quale animale mi trovo di fronte? 2. Una volta identificato, come lo cucino?

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Non disperi il nostro impavido sperimentatore del gusto. Masticando un po’ d’inglese, entrambi i dubbi avranno risposta. Per riconoscere gli animali spiaccicati, non c’è miglior soluzione della guida di Roger Knutson dall’esplicito titolo Flattened Fauna (“Fauna appiattita”), che descrive aspetto, abitudini e particolarità biologiche delle specie pelose più comuni, dunque a rischio investimento, sulle strade dell’America del Nord. Per quanto riguarda le modalità di cottura, nessuno invece batte Buck Peterson, vero esperto del settore e autore di numerosi ricettari che coniugano un leggero humor nero con la serietà nell’approccio (soprattutto per quanto riguarda i consigli igienico-sanitari). Anche se non avete alcuna intenzione di convertirvi a questa particolare arte culinaria, noi vi consigliamo ugualmente il suo The Original Road Kill Cookbook: se non altro, è un ottimo libro da tenere in bella vista sul bancone della cucina, quando avete ospiti a cena.

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Archeologia misteriosa

OOPArts (Out of place artifacts) è l’acronimo che indica tutti quei manufatti la cui datazione risulta “impossibile” o anacronistica secondo la Storia dell’umanità così come viene accettata dalla comunità scientifica.

Normalmente, come sa bene chi ci segue, rifuggiamo dall’affrontare su queste pagine i “misteri da supermercato” come cerchi nel grano, alieni, fantasmi o profezie millenaristiche. Facciamo un’eccezione in questo caso, perché l’archeologia misteriosa è materia che non si rifà per forza e direttamente al paranormale, e pone invece domande e dubbi interessanti sulla nostra Storia, e su quanto conosciamo veramente di essa.

Secondo i sostenitori dell’esistenza di inspiegabili oggetti anacronistici, vi sarebbero alcuni indizi, ritrovati nei modi e nei posti più vari, che metterebbero in discussione la cronologia dell’evoluzione della specie umana accettata dalla storiografia ufficiale. Alcuni di questi dimostrerebbero ad esempio che gli uomini erano presenti contemporaneamente ai dinosauri: se questo fosse vero, andrebbe riscritta l’idea convenzionale che i primi ominidi siano apparsi sulla Terra 60 milioni di anni dopo l’estinzione dei grandi rettili. Altri proverebbero in maniera sconcertante che le civiltà antiche possedevano tecnologie avanzatissime. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

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Uno degli esempi di OOPArts più interessanti (e che, a rigore, non è nemmeno un OOPArt, come vedremo) è senza dubbio il meccanismo di Antikythera. Nel 1900 un manipolo di pescatori di spugne si era rifugiato su un isolotto roccioso a cavallo fra mare Ionio ed Egeo, a seguito di una tempesta; sul fondale intorno all’isola scoprirono il relitto di una nave, naufragata nel I secolo a.C., e che trasportava oggetti di grande valore. Fra i tesori recuperati dal relitto, anche una scoperta che spiazzò la comunità scientifica: una macchina, corrosa e incrostata dai millenni passati sott’acqua, costituita da ruote ed ingranaggi di notevole complessità. Si tratta del più antico calcolatore meccanico conosciuto al mondo: veniva utilizzato per determinare il calendario solare, le fasi lunari, le eclissi, gli equinozi, e perfino le date dei giochi olimpici. La particolarità davvero unica del meccanismo è che include un tipo di ingranaggio studiato per computare la differenza fra il movimento della ruota che seguiva la posizione del sole e quella relativa alla posizione della Luna nello zodiaco. Questo ingranaggio è quello che in meccanica oggi chiamiamo differenziale, e venne brevettato ufficialmente soltanto nel 1827. Come facevano i Greci del I Secolo a.C. a possedere una scienza ingegneristica così progredita?

La risposta degli storici è che questo meccanismo, per quanto sorprendentemente raffinato, si iscrive alla perfezione nelle conoscenze del tempo e non ha nulla di anacronistico. Che i popoli dell’area mediterranea fossero tecnologicamente avanzati è ben documentato, e di macchine ed automi abbondano i resoconti sugli inventori del tempo. Il planetario di Archimede è l’esempio che per primo viene in mente, ma anche il geniale Erone aveva progettato meccanismi pneumatici, distributori automatici a moneta relativamente simili a quelli odierni, automi teatrali e via dicendo. Del resto il numero dei corpi celesti del sistema solare rappresentati sul meccanismo di Antikythera riflette le conoscenze del tempo, raffigurando esclusivamente i cinque pianeti visibili ad occhio nudo.

Ciò che questo artefatto antico prova realmente è una verità che spesso sottovalutiamo, e cioè che le tecnologie possono andare perdute. Il progresso non è una linea in continua ascesa, ma può conoscere alti, bassi e addirittura dei momenti di involuzione: se una scienza viene dimenticata, ci possono volere millenni perché qualcun altro inventi o scopra nuovamente ciò che le generazioni più antiche conoscevano già.

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Per quanto intrigante, nella maggior parte dei casi l’anacronismo degli OOPArts sta esclusivamente nella mente di chi vuole vedercelo ad ogni costo. Prendiamo ad esempio il famigerato martello di London, trovato nell’omonima cittadina del Texas nel 1936 all’interno di un blocco di arenaria. Secondo Carl E. Baugh, che acquistò il martello intorno al 1983, la roccia che lo inglobava sarebbe databile fra i 500 e i 300 milioni di anni. Baugh, creazionista convinto, esibisce l’utensile come prova di una tecnologia antecedente al Diluvio Universale. Peccato però che il proprietario non permetta che sul misterioso martello vengano svolte analisi approfondite, fatto quantomeno sospetto. Lo stesso Baugh, poi, è in possesso di un vaso in metallo che sarebbe stato ritrovato all’interno di un blocco di carbone vecchio di 300 milioni di anni. Anche per questo artefatto è stata applicata la stessa politica di riserbo e segretezza nei confronti degli scienziati che richiedono di esaminare il reperto.

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Il problema degli OOPArts ritrovati nella roccia, a cui Baugh non vuole dare credito, è che una spiegazione per questi “misteri” archeologici esiste già.

La coppa è in ghisa, e la tecnologia della ghisa cominciò nel XVIII secolo. Il suo design è molto simile ai vasi usati per contenere metalli fusi e può essere stato usato da un lattoniere, uno stagnino o una persona che forgiava proiettili… la coppa è stata probabilmente gettata da un operaio dentro una miniera di carbone oppure nel cantiere di superficie della miniera. La mineralizzazione è comune nel carbone e nei sedimenti attorno alle miniere di carbone perché l’acqua piovana reagisce con i minerali esposti, e produce soluzioni altamente mineralizzate. Carbone, sedimenti e rocce si cementano assieme nel giro di pochi anni. Può capitare facilmente che il vaso, cementato in una simile concrezione, sembri incastonato nel carbone.

(Mark Isaac, 2005, citato in questo articolo)

Anche il martello di London ha una forma simile a quelli utilizzati nelle miniere americane nel XIX secolo; ed è probabile, se vogliamo credere alle storie sul suo ritrovamento, che una soluzione di limo e sedimenti si siano solidificati attorno all’artefatto – proprio come altrove è successo anche per oggetti risalenti soltanto alla Seconda Guerra Mondiale.

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Ancora Baugh, assieme ad altri creazionisti, continua inoltre ad affermare che a Paluxy, Texas, esisterebbero delle serie di orme umane impresse nella pietra proprio di fianco ad orme di dinosauro. Ecco la prova che Dio ha creato tutto il mondo assieme, in una sola volta, come afferma la Bibbia, e che la teoria dell’evoluzione delle specie è smentita!
I paleontologi hanno però riconosciuto le presunte impronte “umane” come in realtà appartenenti anch’esse a dinosauri; il solco impresso dal metatarso della zampa del rettile sarebbe stato addolcito dall’infiltrazione di fango, alterando la forma dell’impronta e dandole un’apparenza vagamente simile ad un piede.

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C’è da dire che perfino la maggior parte dei creazionisti evita ormai di parlare di OOPArts, rendendosi conto della dubbia provenienza di questi indizi e temendo una “figuraccia” poco dignitosa, in caso di smentita. D’altronde è davvero lunga la lista dei falsi storici, e dei misteri pseudo-fanta-archeologici che la scienza ha archiviato come tranquillamente e convincentemente spiegati: dalle mappe, fra cui la celebre di Piri Reis, che mostrerebbero conoscenze geografiche impossibili per l’epoca, ai teschi di cristallo precolombiani, dal geode di Coso al papiro di Tulli che descrive avvistamenti di UFO nell’antico Egitto, dalle sfere metalliche di Klerksdorp alle pietre di Ica, che si scoprirono essere in realtà prodotte dagli abitanti del luogo per venderle agli archeologi; dall’elicottero e il carro armato incisi in bassorilievo nel tempio egiziano di Abydos, alla straordinaria città sommersa che negli anni ’60 venne scoperta negli abissi di Bimini, rinfocolando il mito di Atlantide… e che probabilmente tutto era fuorché una città.

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Certo, nello studio delle vicende umane rimangono molti enigmi e punti oscuri che gli storici, gli archeologi, i paleontologi e gli etnografi devono ancora dissipare: forse è naturale che il fascino esercitato dalle civiltà più remote e ormai scomparse catturi anche chi non è addetto ai lavori e, talora, spinga qualcuno a improvvisarsi “esperto” e a formulare bislacche teorie. Va riconosciuto che l’idea di un artefatto “fuori posto” o “fuori dal tempo”, che d’un solo colpo smentisca tutto ciò che sappiamo del passato, è un concetto estremamente poetico.
Ma, come dimostra il meccanismo di Antikythera, le sorprese che la Storia ci riserva non hanno forse bisogno d’altro, e sono spesso più che sufficienti a regalarci la più profonda meraviglia.

(Grazie, Sara!)

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On the Midway

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Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!

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All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.

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Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

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L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

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Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

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Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.

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Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

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La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

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Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

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Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.

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Certo, il principio di Barnum – “ogni minuto nasce un nuovo allocco” – era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

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Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

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[Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows]

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L’uccello lira, e la memoria sonora

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Avevamo già parlato dello straordinario menura, o uccello lira, in questo articolo. L’istrionico pennuto australiano è in grado, grazie ad una siringe (l’organo canoro degli uccelli) particolarmente raffinata e flessibile, di imitare alla perfezione innumerevoli richiami di altre specie di uccelli, di emettere più suoni contemporaneamente, di riproporre in maniera realistica anche rumori meccanici come martelli pneumatici, carrelli di macchine fotografiche e vari altri attrezzi. Sono i maschi ad aver sviluppato quest’arte, per attrarre le femmine: uno studio ha dimostrato che le imitazioni riescono ad ingannare perfino i passeri australiani, che pensano sia un maschio della loro specie ad emettere il richiamo.

La stupefacente abilità dell’uccello lira è da sempre risaputa in Australia. Ma quando nel 1969, durante una ricognizione al New England National Park vicino a Dorrigo, nel Nuovo Galles del Sud, il ranger Neville Fenton registrò un menura che riproduceva le note di un flauto, rimase intrigato. Dove aveva potuto imparare quella melodia, l’uccello?
Scoprì che un altro ricercatore, Sydnedy Curtis, aveva già registrato quel tipo di richiamo tempo prima, nello stesso parco.

Decise di investigare e, dopo qualche indagine, emerse una storia incredibile: nelle vicinanze del parco c’era una fattoria, il cui proprietario aveva l’abitudine di suonare il flauto per il suo menura domestico. Una volta liberato, evidentemente l’uccello doveva aver portato con sé la memoria di quelle melodie. Cosa c’è di incredibile? Tutto questo era successo negli anni ’30.

Nei trenta anni successivi, le melodie suonate al flauto dal contadino erano state tramandate di generazione in generazione, entrando a far parte dell’”archivio” di richiami utilizzati dai menura della zona. Neville Fenton inviò le sue registrazioni all’ornitologo Norman Robinson. Poiché il menura è capace di produrre vari suoni allo stesso momento, Robinson filtrò il richiamo, riuscendo a distinguere le diverse linee melodiche che l’uccello cantava contemporaneamente: si trattava di versioni leggermente modificate di due canzoni che erano popolari negli anni ’30, The Keel Row e Mosquito’s Dance. Il musicologo David Rothenberg confermò l’ipotesi.

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Una volta che un uccello lira ha imparato un richiamo, non lo dimentica quasi mai. E questi suoni vengono trasmessi alle generazioni successive. Così, alcuni menura a Victoria ricreano rumori che non si sentono ormai quasi più, come ad esempio suoni di asce e di seghe, oppure scatti di macchine fotografiche in disuso da anni. “Sono gli uccelli più famosi e più fotografati, per questo imitano ancora tutti questi vecchi suoni”, conferma Martyn Robinson dell’Australia Museum di Sydney.

Se i menura mantengono in vita dei brandelli sonori del passato, questi rumori raccontano una storia: ad esempio, gli uccelli lira che vivono allo zoo di Adelaide hanno convissuto per mesi con un cantiere edile, ed ora ne imitano il frastuono alla perfezione. Ma nel caso dei volatili più anziani, catturati per metterli al riparo dalla deforestazione, i richiami ci riportano l’eco di asce e seghe, come dicevamo, ma anche motoseghe, conversazioni radio, motori di jeep, sirene di antifurti, perfino esplosioni. La narrazione che emerge dai suoni che gli uccelli, oggi in gabbia, continuano ad emettere, è quella dell’irruzione dell’uomo nella foresta, dell’abbattimento di un ecosistema, e infine della loro stessa riduzione in cattività. Certo, è soltanto un richiamo amoroso: ma è difficile, dalla nostra prospettiva, non leggervi una sorta di amara memoria d’un popolo prigioniero, il canto che ricorda come avvenne la catastrofe.

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A proposito di uccelli in grado di “registrare” il passato degli uomini, un altro aneddoto ci sembra interessante. Intorno al 1800, esplorando l’Orinoco settentrionale, nell’attuale Venezuela, il naturalista Alexander von Humboldt venne a sapere che una tribù locale, quella degli Ature, era stata recentemente sterminata. Il raid dei nemici non aveva lasciato superstiti, quindi il linguaggio degli Ature era morto con loro, in quella violenta e sanguinosa battaglia.
Eppure…

All’epoca del nostro viaggio un vecchio pappagallo ci venne mostrato a Maypures, del quale gli abitanti ci dissero, e il fatto è notevole, “che non capivano cosa dicesse, perché parlava la lingua degli Ature”.

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