Link, curiosità & meraviglie assortite – 16

La meravigliosa foto qui sopra mostra un gruppo di artiste irlandesi della Metropolitan School of Art di Dublino, tra cui Margaret Clarke ed Estella Solomons (via BiblioCuriosa).
E partiamo subito con l’abituale infornata di link e stranezze!

  • Questa qui sopra è la tuta da sommozzatore più antica del mondo. Si trova nel museo di Raahe in Finlandia, e risale al Settecento. Veniva usata per brevi camminate sott’acqua, per riparare le chiglie delle navi. Adesso, invece, “si immerge nei vostri incubi” (cit. Stefano Castelli).
  • Capolavori riscoperti: i fumetti cristiani degli anni Settanta in cui i peccatori vengono redenti dagli eroi evangelizzatori. “La Croce è più potente del coltellino a serramanico!” (Grazie, Gigio!)

  • Sulla facciata del Municipio di Colonia c’è una statua del vescovo Corrado di Hochstaden. La severità della sua figura di ecclesiastico non stupisce; è quello che sta sotto al piedestallo che lascia sbigottiti.

La figura impegnata in un’oscena auto-fellatio è da ricollegare ai classici marginalia medievali, che non di rado includevano situazioni grottesche e bizzarre poste “a margine”, appunto, dell’opera principale — che poteva essere un libro, un affresco, un dipinto o, come in questo caso, un complesso scultoreo.
Visto che simili figure compaiono su un buon numero di chiese, principalmente in Francia, Spagna e Germania, sul loro significato si è speculato molto: non si tratterebbe di retaggi pagani o di simboli di fertilità, ma di allegorie salvifiche più complesse, come sostiene questo libro (in inglese, ma ne esiste anche uno in francese esclusivamente dedicato alla Bretagna). Al di là delle congetture, risulta chiaro come la distinzione tra sacro e profano in epoca medievale non fosse così netta e univoca come saremmo portati a credere.

  • Restiamo in pieno Medio Evo. Quando nel 1004 la nipote dell’Imperatore bizantino si azzardò a usare per la prima volta una forchetta a tavola, causò un putiferio e l’atto venne condannato dal clero come blasfemo. (A riprova di quanto la nobildonna avesse offeso l’Altissimo, quest’ultimo la fece morire di peste.)
  • Morto anch’egli, da ben 3230 anni, ma con tutte le carte in regola: ecco il passaporto egiziano rilasciato nel 1974 alla mummia di Ramses II, in modo che potesse volare fino a Parigi senza intoppi al check in.

  • Detesto quando chiedo un semplice cappuccino, ma il barista deve fare il fenomeno.
  • L’artista Alex Eckman-Lawn aggiunge dei concreti e disturbanti “livelli” di lettura al volto umano. (Grazie, Anastasia!)
  • Un altro artista, Arngrímur Sigurðsson, ha illustrato diverse figure tradizionali del folklore islandese in un libro intitolato Duldýrasafnið, che tradotto significa più o meno “Il Museo degli Esseri Nascosti”. Il volume è praticamente introvabile online, ma potete vedere molti evocativi dipinti sul sito ufficiale e soprattutto in questo articolo. (Grazie, Luca!)
  • Altro che Formula Uno! Ecco la gara automobilistica definitiva!

  • Se amate i videogiochi e odiate i lunedì (pardon, il capitalismo), non perdetevi questo pezzone di Mariano Tomatis.
  • Ricordate il mio vecchio post sulle maschere mortuarie? Pia Interlandi è un’artista che le realizza ancora oggi.
  • E per finire, facciamo un salto sulla parte sommersa del porno, in particolare quella dei video di belle ragazze che rimangono invischiate — per finta — nella colla a presa rapida. Se ne trovano a dozzine, e per un buon motivo: si tratta di un peculiare feticismo di immobilizzazione (ben riassunto in questo breve articolo) che unisce la classica venerazione del piede femminile, la sensualità della colla (?) e l’eccitazione un po’ sadica di assistere agli inutili tentativi della vittima di liberarsi. Col bel vantaggio di non violare le policy di YouTube cui contenuti espliciti.

Guarda in alto, la meraviglia sopra di noi

Ho di recente assistito alla proiezione in anteprima di Guarda in alto, scritto e diretto da Fulvio Risuleo, in uscita nelle sale italiane il 18 ottobre.

Fulvio era già stato ospite sulle pagine di Bizzarro Bazar in tempi non sospetti, quando ancora non aveva vinto il Discovery Award al Festival di Cannes con il cortometraggio Varicella (2015). Guarda in alto, prodotto da Revok Film e Rai Cinema, lo vede confrontarsi per la prima volta con la dimensione del lungometraggio.

Giacomo Ferrara, Fulvio Risuleo e Alida Baldari Calabria sul set.

Riassumo brevemente la sinossi cercando di evitare ogni spoiler.
Il protagonista del film è il giovane Teco (Giacomo Ferrara, già noto per il ruolo di Spadino in Suburra), un assistente di panificio deluso dalla monotonia del suo lavoro. Durante una pausa sigaretta assieme ai colleghi sul tetto dello stabile, assiste a un evento bizzarro: un gabbiano, che sembra diverso dagli altri e vola in maniera alquanto innaturale, finisce per schiantarsi su un terrazzo lì vicino. Mentre i suoi compagni decidono di rientrare al lavoro, Teco non resiste alla curiosità e decide di scavalcare un’inferriata per indagare sullo strano fenomeno.
Da quel momento in poi, il ragazzo si imbarca per un’avventura sui tetti e le terrazze di Roma – gli edifici sono tutti più o meno collegati tra loro – senza mai scendere di quota; scopre quindi che una pittoresca umanità popola la parte alta della città, invisibile ai passanti, e che i tetti nascondono una realtà parallela in cui le regole del mondo di sotto sembrano non essere più valide.

Già dalla trama, è possibile intuire come Guarda in alto racchiuda molteplici suggestioni letterarie, prima fra tutte il Barone Rampante di Calvino. Ma l’influenza del romanzo d’avventura o burlesco/picaresco è evidente anche nel rifiuto della struttura classica in tre atti in favore della serie di “quadri”: Teco è una sorta di Gulliver o di Piccolo Principe che, al posto di nuove isole o nuovi pianeti, visita un tetto dopo l’altro incontrando personaggi sempre più surreali e grotteschi.

Eppure, c’è una sottile precisazione da fare.
Il mondo che vive sopra alle teste degli ignari cittadini è essenzialmente una sorta di scena underground rovesciata (overground, si potrebbe dire), con tanto di bische clandestine ed eccentriche band musicali. Una babele di lingue e provenienze disparate, i cui abitanti sono impegnati in imprese straordinarie, talvolta incomprensibili o comiche. Ma si tratta ancora, tuttavia, del nostro mondo: benché trasfigurati, diversi quartieri di Roma sono chiaramente riconoscibili.
Scavalcando quel cancello – il punto di non ritorno – Teco non entra affatto in un universo fantasy, impossibile, come faceva Alice. Non accede a una nuova realtà, ma scopre una parte della vecchia che è preclusa allo sguardo quotidiano.
Questo è un distinguo importante perché è proprio ciò che rende Guarda in alto un film squisitamente, intenzionalmente weird.

Riguardo alla differenza tra weird e fantasy, Mark Fisher scrive nel suo brillante studio The Weird and the Eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo (2016):

[Il weird] chiama in causa un senso di non-correttezza: un’entità o un oggetto weird è talmente inusuale da generare la sensazione che non dovrebbe esistere, o perlomeno non dovrebbe essere qui. Eppure, se l’entità oppure l’oggetto è effettivamente qui, allora le categorie utilizzate finora per dare senso al mondo non possono essere valide. La cosa weird non è sbagliata, dopotutto: dovranno per forza essere inadeguate le nostre concezioni. […] È l’irruzione in questo mondo di qualcosa che proviene dall’esterno a fare da marcatore del weird.

Per questo un lupo mannaro o un vampiro, afferma Fisher, non sono weird – in quanto fantasie sovra-naturali, scollegate dal nostro mondo, che seguono le proprie regole diegetiche – mentre, paradossalmente, potrebbe essere considerato weird un buco nero, che appartiene all’ordine del naturale ma sembra smentirne le leggi.

Allo stesso modo, Guarda in alto suggerisce che il surreale è già qui, tra di noi, anche se non lo vediamo. La dimensione fra cielo e terra che Teco si trova a esplorare non è corretta secondo i canoni comuni, ma non è apertamente fantastica (se si esclude il poetico finale).
E, continua Fisher,

Il senso di non-correttezza associato al weird – la convinzione che questa cosa non torni – è spesso segno che ci troviamo in presenza del nuovo. Il weird è qui un segnale del fatto che i concetti e i sistemi di riferimento di cui ci siamo serviti in precedenza sono ormai obsoleti. […] Esiste un appagamento nel vedere il familiare e il convenzionale divenire antiquati.

L’appagamento del nuovo che stravolge le regole: se dovessi riassumere quest’opera prima di Fulvio Risuleo, direi che è assolutamente gioiosa, attraversata com’è dall’eccitazione infantile di sovvertire i canoni, di sorprendere e sorprendersi.
Guarda in alto è un film sorridente come il suo protagonista; si tratta di un sorriso di stupore, mai di scherno. Nonostante le situazioni si prestino a più riprese alla satira o all’iconoclastia (ad esempio tra i personaggi ricorrenti vi sono delle suore impegnate in strani ed esoterici traffici di reliquie), la pellicola mantiene una leggerezza a mio parere miracolosa. A Risuleo non interessa né la critica sociale né la parodia grottesca delle nostre umane contraddizioni. Ciò che gli interessa davvero è mostrare come, per trovare la magia, basti talvolta cambiare prospettiva; la meraviglia è lì che ci aspetta, appena leviamo gli occhi dal selciato, dai nostri ammennicoli quotidiani.

E, come riassume la battuta chiave del film, “c’è bisogno di meraviglia nel mondo”.

Guarda in alto, un film di Fulvio Risuleo con Giacomo Ferrara, Aurélia Poirier, Ivan Franek, Lou Castel, esce nelle sale il 18 ottobre 2018.

Alberto Martini, il maudit dell’arte italiana

Chi vive nel sogno è un essere superiore;
chi vive nella realtà uno schiavo infelice.
Alberto Martini, 1940

Alberto Giacomo Spiridione Martini (1876-1954) è stato uno degli artisti italiani più straordinari della prima metà del Novecento.
Fu autore di una vastissima produzione grafica che include incisioni, litografie, ex libris, acquerelli, biglietti da visita, cartoline, illustrazioni a corredo di libri e romanzi di vario genere (da Dante a D’annunzio, da Shakespeare a Victor Hugo, da Tassoni a Nerval).

Nato a Oderzo, studia disegno e pittura sotto la guida di suo padre Giorgio, professore di disegno all’Istituto Tecnico di Treviso. Influenzato inizialmente dal manierismo tedesco cinquecentesco di Dürer e Baldung, si spinge poi verso un simbolismo sempre più personale e raffinato, sostenuto da un bagaglio culturale e visivo d’eccezione. A soli 21 anni espone per la prima volta alla Biennale di Venezia; vi parteciperà per 14 anni consecutivi.
L’anno successivo, il 1898, mentre è a Monaco per collaborare con alcune riviste conosce il celebre critico d’arte napoletano Vittorio Pica che, impressionato dal suo stile, sarà per sempre il suo più convinto sostenitore. Pica lo ricorda così:

L’uomo, poco più che ventenne […] mi riuscì di prim’acchito simpatico nella riservatezza signorile, seppure un po’ fredda […], nell’eleganza sottile della persona, nel pallore del volto, in cui alla freschezza sensuale delle labbra rosse contrastava lo sguardo strano, fra acuto e astratto, fra disdegnoso e canzonatorio.

(in Alberto Martini: la vita e le opere 1876-1906, Oderzo Cultura)

Dopo aver disegnato 22 tavole per la storica edizione della Divina Commedia stampata nel 1902 dai fratelli Alinari a Firenze, a partire dal 1905 si dedica al ciclo di illustrazioni a china per i racconti di Edgar Allan Poe, che rimangono una delle vette della sua arte.
In questa serie, Martini fa sfoggio di una spiccata visionarietà, allontanandosi dalla minuziosa osservazione realistica dei primi lavori, e allo stesso tempo sviluppando una vena crudele ed estetizzante che ricorda Rops, Beardsley e Redon.

Durante la Prima Guerra Mondiale pubblica cinque serie di cartoline intitolate Danza Macabra Europea: si tratta di 54 litografie di propaganda satirica contro l’impero austroungarico, distribuite tra gli alleati. Ancora una volta Martini dimostra di possedere una fantasia grottesca senza freni, ed è anche in virtù di questi lavori che egli è oggi ritenuto un precursore del Surrealismo.

Amareggiato dalla scarsa considerazione di cui gode in Italia, si trasferisce a Parigi nel 1928. “Hanno giurato — scriverà nella sua autobiografia— di cancellarmi come pittore nella memoria degli italiani, impedendomi di presenziare nelle esposizioni e nel mercato italiano [….]. So bene che la mia pittura originale può dar noia agli scarabocchini ed ai criticonzoli miopi“.
A Parigi conosce il gruppo surrealista e sviluppa una serie di dipinti alla “maniera nera”, per poi passare negli anni successivi a un più acceso uso del colore (la “maniera chiara”) per cercare di carpire le visioni estatiche che lo posseggono.

La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare. Mi incitano a essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò. Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, perché chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d’artista. Una notte senza stelle, in quel rettangolo nero mi vidi come in uno specchio. Mi vidi pallido, impassibile. E’ la mia anima, pensai, che ora specchia il mio volto nell’infinito e un giorno specchiò chissà quali mie sembianze, perché se l’anima è eterna non ha né principio né fine e noi non siamo ora che un suo differente episodio terreno. E questo pensiero rivelatore mi turbava […]. Assorto com’ero in questi intricati pensieri, trasalii sentendomi accarezzare in modo strano la mano che avevo posata sopra un libro aperto sotto una lampada. […] Mi voltai e vidi posata accanto alla mia mano una grande farfalla notturna che mi guardava battendo le ali. Anche tu, pensai, stai sognando e l’incantesimo dei tuoi immoti occhi di polvere mi vede un fantasma. Sì, notturna e bella visitatrice, sono un sognatore che crede nell’immortalità, o forse un fantasma del sogno eterno che chiamiamo vita.

(A. Martini, Vita d’artista, manoscritto, 1939-1940)

In ristrettezze economiche, Martini torna a Milano nel 1934. Continuerà il suo incessante e multiforme percorso artistico lungo gli ultimi vent’anni della sua vita, senza mai ottenere il successo sperato. Si spegne l’8 novembre 1954. Oggi le sue spoglie giacciono insieme a quelle della moglie Maria Petringa nel cimitero di Oderzo.

Il fatto che a Martini non sia mai stata tributata la collocazione che gli spetterebbe nel panorama dell’arte italiana di inizio secolo è forse da imputare alla sua predilezione per i temi grotteschi e per le atmosfere lugubri (è purtroppo risaputa la mala reputazione che il fantastico ha scontato, e sconta, nel nostro paese). Non giovò nemmeno l’eclettismo della sua produzione, che rifuggeva da qualsiasi etichetta o facile categorizzazione: l’originalità, che giustamente egli riteneva un punto di forza, fu paradossalmente ciò che lo costrinse a rimanere “un artista periferico e occulto, continuando ad aggirarsi, come un’anima dannata, tra le zone inesplorate della storia dell’arte” (Barbara Meletto, Alberto Martini: L’anima nera dell’arte).

Eppure la sua figura è fortemente emblematica del passaggio culturale tra il decadentismo romantico ottocentesco e le nuove, più oscure urgenze deflagrate assieme al primo conflitto mondiale. Al pari del suo contemporaneo Alfred Kubin, con il quale condivise l’immaginario irreale e il tratto macabro, Martini si fece portavoce di quelle tensioni esistenziali che sarebbero poi sfociate nel surrealismo e nella metafisica.

L’interpretazione delle allegorie satiriche di alcune cartoline della Danza Macabra Europea si può trovare qui e qui.
La Pinacoteca Civica di Oderzo è dedicata ad Alberto Martini e prosegue gli studi sulla sua opera.

Stupri, molestie e #MeToo animali

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 52 — Delitti Bestiali

Lo stupro, oltre a essere un crimine, è un atto moralmente repellente.
Ma ha una sua motivazione evoluzionistica?

Prima di scandalizzarci per questa domanda, ricordiamo che essa è solo apparentemente scomoda, perché anche se si arrivasse a dimostrare che lo stupro riveste una qualche utilità ai fini della continuazione della specie, questo non cambierebbe di una virgola la dimensione etica del problema; di fatto le società umane hanno da tempo immemorabile messo in pratica tutta una serie di regole proprio per evitare che sia la cosiddetta “legge della giungla” a governare i rapporti sociali. La nostra cultura e le nostre leggi sono pensate anche per tutelare il debole contro i soprusi del più forte, che invece nello stato naturale avrebbe la meglio.
Detto questo, rispondere alla domanda non è semplice. Generalizzando si può affermare che, almeno in natura, lo stupro deriva effettivamente da stimoli adattivi ed evoluzionistici; eppure non sempre si rivela una strategia riproduttiva vincente.

Il sesso non consensuale tra gli animali è abbastanza raro, ma ciò non significa che non ne esistano declinazioni anche particolarmente violente.
La lontra marina maschio forza la compagna al rapporto sessuale infliggendole danni anche gravi perché, non riuscendosi ad aggrapparsi al suo pelo scivoloso e bagnato, le artiglia o le morde il muso ferendola a sangue. Uno stupratore particolarmente violento, osservato dagli studiosi nella baia di Monterey in California, ha fatto annegare la femmina durante il rapporto; ne ha poi trascinato in mare il cadavere per giorni, finché non ha trovato la vittima successiva.
Fin dal XVII secolo è noto che il maschio del germano reale (la classica anatra dalla sgargiante testa verde, che troviamo nei laghetti dei parchi cittadini) organizza degli stupri collettivi. Quando un gruppo di una decina di maschi cattura una femmina, spesso la stupra fino alla morte. La violenza di branco è talmente diffusa che quasi un’anatra femmina su dieci finisce i suoi giorni in questo modo terribile.

Tra i “peggiori elementi” del regno animale vanno annoverate di certo le cimici dei letti. I maschi conficcano il loro organo sessuale, simile a un pugnale o una lancia, in una qualsiasi parte del corpo femminile. Questa aggressione, non a caso definita “inseminazione traumatica”, ha lo scopo di rilasciare lo sperma nel sangue della vittima. Entrato in circolazione, esso raggiunge una sorta di organo accumulatore dove viene utilizzato per la fecondazione delle uova, appena la femmina riesce a cibarsi del sangue umano, oppure viene digerito sotto forma di proteine. Ma i maschi delle cimici non si fermano neppure di fronte a individui dello stesso sesso: trafiggono anche loro, iniettando i propri spermatozoi che raggiungono il condotto spermatico del maschio colpito. Quando questo, a sua volta, violenterà una femmina, le trasmetterà inconsapevolmente lo sperma del suo aggressore.
L’entomologo Howard Ewans, piuttosto disgustato dallo spettacolo, ha scritto: “dinanzi alla rappresentazione di questa schiera di cimici dei letti che si divertono aspettando il prossimo pasto a base di sangue – cioè copulando a piacere e indipendentemente dal sesso e trasmettendosi reciprocamente attraverso lo sperma sostanze nutritive –, al confronto Sodoma sembra il Vaticano” (citato in M. Miersch, La bizzarra vita sessuale degli animali, Newton Compton 1999).

Eppure, come dicevamo, non sempre queste aggressioni giovano alla specie. Fino a poco tempo fa, gli studiosi supponevano che i due sessi avessero sempre un fine riproduttivo comune; recentemente però si è cominciato a considerare l’ipotesi di un conflitto sessuale, causato da un’evoluzione non perfettamente allineata tra i due sessi. Il maschio, per esempio, può ricercare una maggiore frequenza di copula per aumentare le possibilità di trasmissione del suo corredo genetico, mentre la femmina tende a ridurre lo stress fisico derivante dall’accoppiamento al fine di garantire una nidiata più sana. Le due strategie, evidentemente, non vanno a braccetto.
Così anche la frenesia sessuale delle cimici dei letti, a lungo andare, ha effetti controproducenti: la frequenza degli accoppiamenti non è ottimale per il mantenimento della fertilità della femmina, anzi le continue ‘pugnalate’ ne riducono la longevità e il successo riproduttivo.

Lo stupro esiste anche tra i nostri parenti più stretti, i primati – in particolare è diffusissimo tra gli oranghi. Ma, proprio come è avvenuto nelle nostre società, anche alcune specie hanno adottato delle contromisure.
Presso i catta, i colobo rossi, i macachi e gli ateli, le femmine si organizzano in gruppi anti-stupro capaci di tenere a bada i maschi più irrequieti, e addirittura di allontanare dal branco gli individui sgraditi. Un vero e proprio #MeToo delle scimmie, che conferma come anche in natura i due sessi abbiano talvolta un rapporto conflittuale.

Arriva “London Mirabilia”!

Il 10 Ottobre uscirà il mio nuovo libro, London Mirabilia: Viaggio nell’insolito incanto.

Edito come sempre da Logos Edizioni e ancora una volta arricchito dalle splendide fotografie di Carlo Vannini, il libro è il secondo volume della Collana Mirabilia, che propone guide alternative alle più celebri mete turistiche di tutto il mondo, pensate espressamente per gli esploratori del bizzarro.

Questa volta io e Carlo ci siamo avventurati nel cuore di Londra, alla ricerca dei luoghi più strani e meravigliosi da condividere con i lettori.
Dalla cartella stampa:

Non bisogna lasciarsi ingannare dal cliché del cielo perennemente plumbeo, o dal fantasma dei moralismi vittoriani, né limitarsi a vedere nella sobria e classica architettura londinese un’espressione della severità anglosassone. Ben più di altre metropoli, infatti, Londra è una sconfinata moltitudine che vive di contrasti.
Solo qui – forse proprio per reazione al congenito, misurato contegno – hanno potuto fiorire l’iconoclastia dandy, la scorrettezza senza tabù del British humour, le esplosioni estatiche di Blake e il nichilismo punk. Solo qui i più avveniristici palazzi si innalzano senza vergogna di fianco a filari di villette a schiera o ad antiche chiese. E solo qui si può contemplare un tramonto su una caotica stazione ferroviaria, e sentirsi “in paradiso”, come recita Waterloo Sunset dei Kinks, forse la più bella canzone che sia mai stata dedicata alla città.

LONDON MIRABILIA propone un’immersione negli inaspettati colori, nelle contraddizioni e negli splendori meno noti della City.
17 location eccentriche ed eleganti attendono il lettore che – accompagnato dai testi Ivan Cenzi, l’esploratore del bizzarro, e dalle suggestive fotografie di Carlo Vannini – potrà visitare i più reconditi musei, ammirando di volta in volta la delicatezza di antichi ventagli istoriati o la terribile maestosità delle macchine da guerra che conquistarono il cielo e il mare.
Sorseggerà l’immancabile pinta di real ale in un classico pub londinese che conserva macabre reliquie di una vicenda straordinaria; scoprirà sontuose dimore arabescate dissimulate dietro a facciate ordinarie, e collezioni fluorescenti di insegne al neon; si aggirerà tra le lapidi inghiottite dalla vegetazione nei romantici cimiteri inglesi; varcherà la soglia di interni fiabeschi e di autentiche wunderkammer moderne.

Potete già prenotare la vostra copia a questo link, scontata se acquistata in bundle assieme a Paris Mirabilia. Disponibile anche in inglese.

In attesa che London Mirabilia sbarchi nelle librerie, vi lascio con un assaggio di quello che potrete trovare all’interno della guida.

BB Contest Awards – 2

La seconda edizione del Bizzarro Bazar Contest si è conclusa.

Nello scrivere queste righe, mi accorgo che non conosco un modo non noioso per esprimere la mia gratitudine a tutti i partecipanti. Quindi datelo pure per sottinteso, siete riusciti a scaldare il cuore di un vecchio cercatore di stranezze.
Tanto, inutile girarci intorno, se siete qui è per vedere cos’hanno partorito le menti deliziosamente devianti dei colleghi lettori, mica a perdere tempo!

Come l’anno scorso, i lavori candidati sono stati così tanti, e di qualità così alta, che hanno reso il compito di selezionare tre vincitori dannatamente arduo.
Quindi l’avvertenza è sempre la solita: quelle che state per vedere sono le menzioni speciali — a insindacabile discrezione della Giuria, cioè mia — ma l’applauso si estende anche a chi per motivi di spazio non ha potuto essere incluso qui. Nelle prossime settimane avrò modo di sdebitarmi condividendo sui social tutte le opere, con le relative informazioni sugli autori.

E partiamo senza indugi con la nostra weird parade!

Molti elementi classici — clessidra, fiore appassito, teschio, candela consumata — per una rivisitazione  piuttosto gotica della vanitas.

(Debby: Facebook, blog)

I lavori di Giulia, a essere proprio pignoli, con quel logo un po’ appiccicato non soddisferebbero appieno i requisiti del regolamento; ma alla fine siamo tra amici, e i suoi collage intitolati Sotto pelle sono così belli che non potevo certo escluderli.

(Giulia Dah Mer: Facebook, Instagram)

Memento mori, sì ok, ma soprattutto memento cogitare.

(Diego Bono: Facebook, Instagram)

Gaber Ricci propone una GIF animata nonché anatomica che sarebbe perfetta su una T-shirt. Ora ci serve solo qualche tecnico illuminato che capisca come riprodurre le GIF sulle T-shirt, e ragazzi, abbiamo tra le mani il business del futuro.

(Gaber rifugge dai social, ma ha un blog di rara lucidità e intelligenza che vi consiglio di mettere subito tra i preferiti: Suprasaturalanx.)

Un altro blogger che dovreste conoscere è The LondoNerD, che per l’occasione mi ritrae nei panni della celebre auto-icon di Jeremy Bentham (contenente il suo scheletro, tranne la testa). A parte il fatto che anch’io ho sempre la testa altrove, l’accostamento con il grande filosofo è immeritato.

(The LondoNerd: blog, Facebook, Twitter, Instagram)

Alessandro ci regala una visione sacrale intitolata Curiositas, che mi pare a metà strada fra Art déco, Beardsley e alcune grafiche di Alberto Martini.

(Alessandro Amoruso: Facebook, Deviantart)

Greta a.k.a Nevestella celebra un’ipotetica unione tra due famosissimi artisti di freakshow: sapete indovinare chi sono?

(Nevestella: Facebook, Instagram, Deviantart)

Anche Pamela propone una spettacolare composizione che include elementi tipici delle vanitas.

(Pamela Annunziata Artworks: Facebook, Instagram)

Dubito che diventerà mai virale, ma almeno la strada è aperta: ecco il primo meme dedicato al blog!

(Bruno Boborosso Craighero: Facebook, Instagram)

Elena Nisi mi ha trasformato addirittura in un eroe dei fumetti. Il dettaglio che mi ha conquistato è quell’accenno ad Ayzad, amico ed esperto di BDSM, che posso solo immaginarmi nei panni del villain: pagherei oro per avere l’albo in cui infine mi trovo a sfidare le sue fruste mortali! FSHH! THUD! KA-BOOM!

Una foto che illustra perfettamente quello che mi succede quando si avvicina la deadline di consegna di un nuovo libro.

(Sara Crimilde: Facebook)

Lascio la parola a Mala Tempora per spiegare il suo contributo, realizzato in collaborazione con Viktoria Kiss:

Ipotizzando un articolo per Bizzarro Bazar che parli della leggenda del Tilberi del folklore islandese [un mostriciattolo evocato dalle streghe per rubare il latte alle pecore, alle mucche e occasionalmente anche alle madri umane, ndr], abbiamo realizzato due oggetti per illustrarne la storia. In questo caso la collaborazione di Viktoria è stata preziosa, in quanto questi esseri potevano essere creati solo da donne.

(Mala Tempora Studio: sito ufficiale, Facebook, Instagram)

Consuelo & Samantha hanno disegnato e animato una discordante sonata macabra per orchestra scheletrica, e lacrima.

(Consuelo & Samantha Art: sito ufficiale, Facebook, Instagram)

Se state cercando un’idea per il vostro prossimo tatuaggio, Seltz vi ha già risolto il problema con questo raffinato, elegante e romantico progetto.

(Seltz: Facebook, Instagram)

In questo conturbante autoritratto Irene si propone in veste di Venere anatomica, catturanto appieno tutta l’ambigua sensualità delle figure femminili dissezionate.

(Irene Manco: Facebook, Instagram)

Blue Luna unisce chiari riferimenti alla Cripta dei Cappuccini di Via Veneto (vedi il mio libro Mors Pretiosa), i naturalia da wunderkammer, e uno scheletro dal pizzetto fin troppo familiare.

(Blue Luna: Facebook, Instagram)

La straordinaria Emanuela Cucchiarini in arte Eeriette, classificatasi al secondo posto l’anno scorso, ha realizzato questa incredibile meraviglia in gouache su pastelli, ispirata alle reliquie di martiri e santi impreziosite di gioielli.

(Eeriette: Facebook, Instagram, Twitter)

Quest’opera merita, a mio parere, una menzione speciale.
L’illustrazione di Meewelyne potrebbe trarre in inganno per l’apparente semplicità. Ma guardatela con attenzione e comincerete a provare un sottile senso di disagio.
Una bambina è accompagnata da sua madre a quello che sembra un circo, o una fiera itinerante; il tratto del disegno è grazioso e ricorda moltissimo le illustrazioni di Beatrix Potter. Eppure, nel più classico caso di perturbante freudiano, appaiono dei dettagli “fuori posto”, ambigui e spiazzanti: la madre indossa in vita una testa di volpe, lo zainetto della bambina è cucito a partire dalla pelle di un cucciolo di orso e decorato con ali d’uccello (guardate quei pettirossi!). Chi sono queste due? Perché sono così a loro agio con la tassidermia? È forse un’attività di famiglia, la madre insegna alla bambina come si spella e si concia un animale? O dobbiamo immaginare che, nell’universo immaginario di questa scena, sia normale agghindarsi così?
Quest’immagine — a dispetto del segno delicato, da illustrazione per bambini — nasconde una vena inquietante che ho davvero adorato.

(Meewelyne Rosolovà: Facebook, Deviantart)

VINCITORI

Dopo giorni e giorni di tormentata indecisione, ho deciso di assegnare un terzo posto a pari merito a due candidati.

Terzo premio

Un altro bellissimo autoritratto nature, ma questa volta ironico e sbigottito.
L’opera di Chiara Toniolo è deliziosamente stralunata, e mi ha conquistato per il modo entusiasta, sorridente e luminoso con cui integra elementi che, sulla carta, risulterebbero disturbanti.
E poi, diciamocelo. C’è il nudo artistico, c’è il teschio, c’è il gattino: grazie a Chiara abbiamo tutte le carte in regola per un boom di visualizzazioni.

(Chiara Toniolo Art: Facebook, Instagram)

a pari merito con

La sorpresa di quest’anno è stata l’inattesa partecipazione al contest del mentalista Francesco Busani (a cui avevo dedicato uno speciale un paio di anni fa). Gran collezionista di tavole ouija, Francesco ne ha creata una appositamente per Bizzarro Bazar. L’attenzione filologica per i dettagli è strabiliante, dalle grafiche vintage all’utilizzo dei materiali impiegati negli anni ’60 per costruire questi strumenti medianici, in particolare la faesite.
Delle uniche due copie realizzate da Francesco, una è rimasta nella sua collezione, e una fa già parte della mia. Ma confesso che non ho ancora provato a interrogare la tavola, perché se c’è una cosa che ho imparato dai film horror, è che con certe cose non va bene scherzare.

(Francesco Busani: sito ufficiale, Facebook)

Secondo premio

La bravissima Gadiro (Gaia Di Roberto) crea bambole, peluche, accessori, ciondoli e collane che riescono a essere al tempo stesso creepy e kawaii. Affinché questa commistione risulti naturale e originale, ci vuole talento ma soprattutto occorre una sensibilità particolare.
Una sensibilità che emerge anche dalle sue parole:

L’esistenza di BizzarroBazar non solo mi ha ispirato per il mio lavoro ma mi ha spronato a intraprendere la strada di realizzatrice di creaturine “tenerrificanti” (come mi piace chiamarle); in tempi in cui quasi mi sentivo in colpa a nutrire certi interessi, questo blog e tutte le persone che lo seguono mi hanno fatto sentire meno sola, in famiglia.

A guardarmi lì in mezzo alle bambole di Gadiro, sotto forma di pupazzo, anch’io mi sento in famiglia.

(Gadiro: Facebook, Instagram, Etsy shop)

Primo premio

Guardate, una scatola misteriosa!
Cosa conterrà?

Un teschio decorato?
Ma allora cosa ci fa, sulla porticina, quella specie di vetrino da microscopio?

Ho capito!
Non è un teschio, è un… Bizzarroscopio!

Ispirandosi a uno dei miei primissimi articoli, in cui parlavo delle straordinarie macchine stenoscopiche di Wayne Martin Belger, André Santapaola in arte Elragno ha costruito questo spettacolare strumento che serve, essenzialmente, a iniettare la meraviglia nella nostra visione del mondo.
Grazie a un foro stenopeico nell’orbita destra del teschio è possibile fissare la realtà tramite l’artificio della fotografia (non a caso il relativo visore è targato Artificialia); inserendo un vetrino sul lato sinistro del cranio, invece, è possibile guardare il mondo attraverso il filtro di un’ala di farfalla, di una goccia di rugiada, o di qualsiasi altro elemento della natura — ecco perché questa loupe è chiamata Naturalia.

La scritta che campeggia sulla fronte del teschio rimanda al terzo elemento classico di ogni wunderkammer, che poi è anche l’inevitabile risultato di queste esplorazioni: Mirabilia.

Elragno si aggiudica dunque il primo posto con un oggetto particolarmente ben realizzato, ma  soprattutto in ragione di un concept davvero raffinato: “il Bizzarroscopio […], come gli articoli scritti da Ivan Cenzi, permette di vedere il mondo da un’altra prospettiva utilizzando “l’osservato” come mezzo per osservare.
Come a dire: la passione per il bizzarro nasce dal desiderio di cambiare il proprio modo di guardare, e la meraviglia è la chiave per abbracciare nuovi, insospettati orizzonti.

(Elragno Creations: Facebook, Instagram)

Se vi è piaciuta qualche opera in particolare assicuratevi di segnalare nei commenti il vostro apprezzamento, gli autori ne saranno felici!
Ricordo che nelle prossime settimane diffonderò sui social anche le opere che non compaiono qui.
Ancora un sentito grazie a tutti i partecipanti, mi avete rallegrato e commosso — e spero vi siate divertiti anche voi a partecipare.

La tribù perfetta

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 51 — Il Barone Rampante

© Markus Fleute

I Korowai sono la tribù perfetta, perché sono puri e incontaminati.
Il primo contatto avvenne nel 1974, quando una trentina di indigeni fu avvicinata da un’équipe di antropologi; si presume che fino ad allora i Korowai non sapessero dell’esistenza di altre popolazioni a parte la loro. Qualche anno più tardi, arrivarono i missionari, a cercare di convertirli.

I Korowai sono la tribù perfetta, perché vivono in maniera esotica.
Nascosti in un angolo di foresta in uno dei paesi più remoti — l’isola di Nuova Guinea — costruiscono palafitte sulla cima degli alberi. In questo modo si proteggono da insetti, serpenti, cinghiali e nemici di altre tribù. Diversi documentari, negli anni, hanno mostrato la loro abilità ingegneristica: nel 2011 un episodio di Human Planet, prodotto dalla BBC, dettagliò l’edificazione di una casa alla vertiginosa altezza di 40 metri, e trasloco di una famiglia in questa nuova incredibile abitazione.


I Korowai sono la tribù perfetta, perché sono cannibali.
Non mangiano i nemici, né praticano l’endocannibalismo indiscriminato: uccidono e divorano unicamente chi pratica la magia nera.
Quando qualcuno si ammala di un morbo sconosciuto, di solito prima di morire fa il nome del khakhua, lo stregone che ha lanciato su di lui la fatale maledizione. A quel punto i parenti del morto catturano il negromante e lo fanno a pezzi, distribuendo la carne tra le famiglie del villaggio.
Nel 2006 l’australiano Paul Raffaele, giornalista d’avventura e personalità televisiva, si recò tra i Korowai per salvare un ragazzino che stava per essere cannibalizzato. La puntata di 60 Minutes in cui raccontava la sua spedizione registrò un boom di ascolti. L’intrepido reporter scrisse anche un resoconto intitolato “Sleeping With The Cannibals” per il prestigioso Smithsonian Magazine; si tratta di un articolo ancora oggi molto popolare.

I Korowai sono la tribù perfetta, perché abbiamo ancora bisogno del mito del Selvaggio.
Ci piace pensare all’esistenza di tribù “fuori dal tempo”, cristallizzatesi in una fase preistorica senza mai conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali. Questa favola ci rassicura sulla nostra superiorità, sulle nostre straordinarie capacità di progresso. Per questo preferiamo che il Selvaggio sia nudo, primitivo, brutale, se non addirittura animalesco, caratterizzato cioè da tutti quei tratti che noi abbiamo abbandonato.
Prendiamo l’esempio delle tsantsa, le famose teste rimpicciolite degli indios Jivaros stanziati tra Ecuador e Perù: fino all’arrivo dell’uomo bianco, gli indigeni ne producevano poche, in maniera molto sporadica. Ma gli esploratori occidentali videro nelle tsantsa il perfetto souvenir macabro, e soprattutto l’emblema della “primitiva barbarie” di queste tribù. Fu soltanto a causa della crescente domanda di questi manufatti che le tribù Shuar e Achuar cominciarono a organizzare dei raid tra le popolazioni limitrofe per approvvigionarsi di nuove teste, da rimpicciolire e vendere ai bianchi in cambio dei fucili.
Nei musei di antropologia, pochi visitatori si rendono conto che in alcuni casi non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura: stanno ammirando una fantasia, l’idea di quella cultura che gli stessi occidentali hanno creato e costruito.

E i Korowai, che vivono appollaiati sugli alberi come Tarzan?
Nell’aprile di quest’anno la BBC ha ammesso che la casa sull’albero di 40 metri, mostrata nella puntata del 2011 di Human Planet, era un falso.
Si trattava cioè di una sequenza concordata con gli indigeni, ai quali la troupe televisiva aveva commissionato la realizzazione di una palafitta gigante — che normalmente non avrebbero mai costruito. Un membro della tribù ha dichiarato che la casa era stata fabbricata “a beneficio dei produttori di programmi d’oltreoceano”: in realtà le abitazioni tradizionali dei Korowai venivano costruite a un massimo di 5-10 metri dal suolo.

© George Steinmetz

E i banchetti a base di carne umana?
In realtà, neanche il cannibalismo è più praticato da chissà quanti decenni. “La maggior parte di questi gruppi ha un’esperienza decennale nel fornire queste storie [di cannibalismo] ai turisti”, ha dichiarato l’antropologo Chris Ballard della Australian National University.
La loro vita dipende ormai dagli occidentali che arrivano nella giungla in cerca di forti emozioni. I Korowai hanno imparato a dare loro ciò che desiderano.
E se i bianchi hanno ancora bisogno del Selvaggio, eccoli serviti.

Le tombe erotiche del Madagascar

Sulla costa occidentale del Madagascar vivono i Sakalava, un gruppo etnico piuttosto composito; la loro popolazione infatti è costituita dai discendenti delle innumerevoli etnie che formavano il Regno di Menabe. Questo impero raggiunse il massimo splendore nel Settecento grazie un intenso commercio di schiavi con gli Arabi e i coloni europei.

Uno degli aspetti più particolari della cultura Sakalava è senz’altro rappresentato dalle sculture funerarie che adornano le tombe. Posti ai quattro angoli della sepoltura, i feticci intagliati nel legno sono spesso composti da una figura maschile e una femminile.
Ma queste effigi hanno affascinato gli occidentali fin dall’Ottocento per un motivo ben preciso: il loro disinvolto erotismo.

Agli occhi dei coloni, il sesso maschile in evidenza e quello femminile talvolta aperto e allargato dalle mani della donna dovevano già risultare osceni; ma le statue funebri dei Sakalava si spingono ancora più in là, nella rappresentazione esplicita di veri e propri amplessi.

Perfino nel contesto dell’arte funeraria malgascia, notoriamente eterogenea e variegata, questo tipo di sculture sono singolari. Qual era il loro significato?

Verrebbe spontaneo interpretarle alla luce della promiscuità di Eros e Thanatos, cadendo così nella trappola di un’idebita proiezione culturale: come ammonisce Giuseppe Ferrauto, il senso veicolato da queste opere “piuttosto che un messaggio di «lussuria» peccaminosa, non è niente altro che un messaggio di fecondità” (in Arcana, vol. II, 1970).


Dello stesso avviso è Jacques Lombard, che spiega ancora più dettagliatamente il valore simbolico dell’erotismo funerario dei Sakalava:

Si può dire che due cose apparentemente antitetiche sono molto valorizzate, in maniera equivalente, presso tutti i Sakalava come peraltro presso tutti i Malgasci. I morti, gli antenati da una parte, i figli, la discendenza dall’altra. […] Un sesso ritto, o «aperto», lungi dall’essere una volgarità, è al contrario una modalità di preghiera, la manifestazione più evidente del fervore religioso. Allo stesso modo, i funerali che un tempo potevano durare giorni e giorni sono l’occasione per dei canti particolarmente espliciti dove ancora una volta l’amore, la nascita, la vita sono celebrati con i termini più precisi, con le espressioni più osé. In questa occasione, soprattutto le donne si lasciano andare a queste manifestazioni verbali ma anche gestuali, evocando, mimando l’atto amoroso, proprio a fianco della tomba.
[…] La famiglia estesa, il lignaggio, è il punto di incontro tra i vivi e i morti ma anche con tutti coloro che verranno, e il cerchio si chiude grazie all’incontro con tutti gli antenati fino al più alto, e dunque con Dio e tutti i suoi figli fino al più lontano nel tempo, al cuore del futuro. Onorare i propri antenati, creare una discendenza, significa già prendere posto nell’eternità del mondo.

Jacques Lombard, L’art et les ancêtres:
le dialogue avec les morts: l’art sakalava
,
in Madagascar: Arts De La Vie Et De La Survie
(Cahiers de l’ADEIAO n.8, 1989)

C’è infine da notare come i Sakalava aumentarono esponenzialmente la produzione di questo genere di artefatti funerari a partire dall’inizio del Novecento.
Perché?
Il motivo è semplice: compiacere la pruriginosa curiosità dei turisti occidentali.

Potete trovare un esauriente articolo sulla cultura dei Sakalava a questa pagina.

Bizzarro Bazar Contest 2

Oggi Bizzarro Bazar entra nel suo decimo anno di attività!
L’anno scorso, l’idea un po’ avventata di festeggiare il compleanno del blog con un contest ha avuto risultati insperati: mi avete sommerso di meraviglie — racconti, fotografie, disegni, sculture, dipinti, musica e ogni genere di stranezze. Ho spesso riguardato i vostri contributi, durante i mesi successivi, ogni volta che avevo bisogno di una piccola iniezione di fiducia.

Quindi, se per caso siete stanchi di fare parole crociate sulla spiaggia, che ne dite se ci riproviamo?

Le regole sono le stesse della volta scorsa:

  1. Creare un contributo originale che faccia riferimento esplicito a Bizzarro Bazar;
  2. Postare il lavoro su Facebook, Instagram o Twitter utilizzando l’hashtag #bizzarrobazarcontest — in alternativa, inviarlo via mail;
  3. La deadline è il 10 Settembre 2018;
  4. Ricordate che l’idea è dare libero sfogo alla vostra creatività più weird, festeggiare e soprattutto divertirci fra amici!

Il punto 1 ha creato qualche incomprensione la volta scorsa, quindi ribadisco il concetto: per “riferimento esplicito” si intende che Bizzarro Bazar (il sito, il logo, uno dei miei libri, al limite perfino la mia barbetta) deve essere raffigurato/menzionato/incluso all’interno del contributo. Tenete a mente che pubblicizzare le vostre creazioni dev’essere anche un modo per promuovere questo blog. E siamo tutti contenti.
Vi consiglio di dare un’occhiata ai bellissimi contributi pubblicati alla fine della prima edizione.

Ecco i premi che saranno assegnati:

1° premio: Un libro a scelta tra quelli che ho scritto, con dedica + T-shirt + regalo a sorpresa
2° premio: Un libro a scelta tra quelli che ho scritto, con dedica + T-shirt
3° premio: Un libro a scelta tra quelli che ho scritto, con dedica

I migliori lavori non classificati saranno comunque pubblicati su Bizzarro Bazar con link ai siti/profili degli autori, e diffusi sui social.

Pronti?
Allora, che il gioco più stravagante dell’anno abbia inizio!

Link, curiosità & meraviglie assortite – 15

  • Cogito, ergo… memento mori“: il busto in gesso che vedete qui sopra rappresenta Cartesio, con teschio incorporato e calotta rimovibile. Fa parte della collezione di gessi anatomici dell’École des Beaux-Arts di Parigi, ed è stato scolpito nel 1913 da Paul Richer, professore di anatomia artistica originario di Chartres. Il vero teschio di Cartesio ha una storia piuttosto bizzarra, che ho raccontato anni fa in questo post.
  • Una testimonianza straordinaria su una condizione di cui probabilmente non avete mai sentito parlare: l’afantasia, ovvero l’incapacità di immaginare e di visualizzare oggetti, situazioni, persone o sensazioni “con l’occhio della mente”. Articolo assolutamente da leggere.
  • XV secolo: sono molto diffusi i reliquiari contenenti il latte della Vergine. Ma San Bernardino non ci sta, e si lancia in una gustosissima invettiva.
  • Un bel pezzo di Jen Aitken sui necrologi, e più in generale sulla terminologia relativa alla morte e al fine vita:
    La morte non è una guerra. Quando parliamo di “lunga battaglia”, “combattere” o “sfidare” “valorosamente” e “coraggiosamente”, stiamo trasformando la morte in qualcosa di malvagio che possiamo “vincere”. La morte non è un fallimento. È inevitabile. Le persone non vengono “sconfitte”, semplicemente muoiono.
  • I libertini esistono ancora? Qual era la relazione tra libero amore e libero pensiero? Cosa accomuna Lord Byron a George Best?
  • Ecco qui sotto un caldo, confortevole e morbidissimo nido preparato da un gufo delle nevi. Un nido composto interamente di lemming morti.

  • Nel 1973 tre donne e cinque uomini finsero di avere allucinazioni per scoprire se gli psichiatri si sarebbero accorti che in realtà erano sani di mente. Risultato: finirono ricoverati in 12 diversi ospedali. Così il pionieristico esperimento Rosenhan scosse le fondamenta della pratica psichiatrica.
  • Non sapete cosa regalare alla nonna? I servizi da tè di Ronit Baranga fanno al caso vostro.

  • David Nebreda, classe 1952, è affetto da schizofrenia fin dall’età di 19 anni. Invece di sottoporsi alle cure mediche, si è ritirato da eremita in un appartamento di due stanze, senza contatti con il mondo esterno, praticando l’astinenza sessuale e costringendosi a lunghi digiuni. La sua unica arma per combattere i dèmoni è una macchina fotografica: i suoi autoritratti sono, certamente, la rappresentazione di un inferno mentale — ma anche uno squarcio di luce al fondo di questo abisso; paiono quasi immortalare la catarsi nell’atto di compiersi, e a dispetto della loro natura estrema e disturbante sembrano celebrare un’autentica vittoria sulla carne. Nebreda si riappropria del dolore, e lo trascende attraverso l’arte. Potete vedere alcune sue fotografie qui e qui.
  • La femme fatale, vestita in modo glamour e diabolicamente letale, è un mito letterario e cinematografico: nella realtà, le assassine riescono a essere invisibili proprio giocando sulle aspettative culturali e mantenendo un profilo decisamente sobrio.
  • Sempre parlando dell’immaginario legato alla figura femminile, c’è un topos della fantascienza raramente preso in considerazione: le donne in provetta. Che l’ossessiva presenza di quest’immagine abbia a che fare con l’oggettificazione del femmineo, con un certo feticismo, con un inconscio desiderio maschile di costringere, recludere e dominare la donna? A scorrere il centinaio di esempi raccolti sulla pagina Sci-Fi Women in Tubes, qualche dubbio viene. (Grazie, Mauro!)

  • Ho sempre sostenuto che muffe e funghi siano esseri superiori. Ad esempio gli organismi mucillaginosi nelle foto qui sopra, chiamati Stemonitis fusca, sembrano in grado di sfidare la gravità. Il mio primo articolo per la rivista Illustrati, anni fa, era dedicato all’incredibile Cordyceps unilateralis, un parassita capace di controllare il corpo e la mente dell’ospite che attacca. E di recente ho trovato la foto qui sotto, che mostra cosa succede quando un Cordyceps si impianta nel corpo di una tarantola. Altro che Cthulhu! I funghi, gente! I funghi sono i veri padroni dell’Universo! E sono anche buoni nel risotto!

  • Non hai mai pensato a un tatuaggetto? / La tua amica sfoggia un tatuaggetto / Corri corri a farti un tatuaggetto…“, recita una canzone di Elio e le Storie Tese. Di certo è passata l’epoca in cui tatuarsi era appannaggio dei reietti sociali, dei carcerati, dei delinquenti. Ma la storia di questo tipo di body art non sarebbe stata la stessa senza le donne tatuate che si esibivano nei freakshow. Wikipedia (inglese) ha una bella pagina al riguardo, e qui trovate un’intervista a un’esperta che ha studiato la vita di queste artiste. Come colonna sonora durante la lettura, si consiglia il pirotecnico cavallo di battaglia di Groucho Marx, Lydia The Tattooed Lady.
  • Può un armadietto del Settecento lasciarvi a bocca aperta? Be’, guardate il video qui sotto.

  • L’ultima aggiunta alla lista dei candidati per il mio Museo del Fallimento è il brasiliano Adelir Antônio de Carli, noto come Padre Baloeiro (“il prete dei palloncini”). Carli intendeva raccogliere fondi per costruire una cappella per i camionisti di Paranaguá; così, per pubblicizzare la sua causa, il 20 aprile 2008 legò una sedia a 1000 palloncini gonfiati con l’elio e prese il volo di fronte a giornalisti e curiosi. Dopo aver raggiunto i 6000 metri di altitudine scomparve tra le nuvole.
    Passò un mese e mezzo prima che la parte inferiore del suo corpo venisse ritrovata, a 100 km dalla costa.

  • La passionata è un pezzo di Guy Marchand che ebbe grande successo nel 1966. E che dimostra due sorprendenti verità: 1- i tormentoni estivi spagnoleggianti esistevano già allora; 2- i suddetti tormentoni portavano a evidenti disturbi della personalità. Cosa che peraltro fanno anche oggi. (Grazie, Gigio!)

  • Due neuroscienziati costruiscono una specie di casco che eccita i lobi temporali di chi lo indossa, con l’intento di studiare l’effetto di una leggera stimolazione magnetica sulla creatività. E i soggetti del test si mettono a vedere angeli, parenti deceduti, e a parlare con Dio. È forse la scoperta destinata a spiegare le estasi mistiche, le esperienze paranormali, il senso stesso del sacro? O si tratta di un mezzo di comunicazione con una realtà invisibile? Nessuna delle due, perché la verità è un po’ più deludente: tutti i tentativi di replicare l’esperimento non hanno rilevato effetti particolari. Però rimane una buona idea per un romanzo. Ecco la pagina Wiki italiana sul casco di Dio, ma quella inglese è più completa.
  • Il California Institute of Abnormalarts è un nightclub a tema sideshow situato a North Hollywood (Los angeles) che ospita eventi di burlesque, concerti underground, spettacoli di freakshow e proiezioni cinematografiche. Ma se avete paura dei clown, forse è meglio che stiate alla larga: nel locale è presente il famoso cadavere imbalsamato di Achile Chatouilleu, un pagliaccio che chiese di essere sepolto nel suo costume di scena e con il viso truccato.
    Certo, per essere morto nel 1912 è conservato fin troppo bene (sarà mica un’altra di quelle finte meraviglie per cui erano celebri i sideshow di una volta?). Comunque sia, l’effetto è grottesco e decisamente inquietante…

  • Vi lascio infine con l’immagine intitolata The Crossing, opera del fotografo naturalista Ryan Peruniak. Tutti i suoi lavori sono spettacolari, come potete vedere dando un’occhiata al suo sito ufficiale, ma trovo questo scatto particolarmente poetico.
    Ecco il suo ricordo del momento:
    All’inizio di aprile nelle Montagne Rocciose, la neve ricopre ancora i picchi maestosi mentre sulle vette più basse si è sciolta così come i laghi e i fiumi. Stavo camminando sulla sponda quando vidi una forma scura sul fondo del fiume. Il mio primo pensiero fu che un cervo doveva essere caduto attraverso il ghiaccio, quindi mi avvicinai per investigare… e in quel momento vidi la lunga coda. Mi ci volle qualche momento per capire cosa stavo vedendo… un puma adulto riverso serenamente sul letto del fiume, una vittima del ghiaccio sottile.