Abe Sada

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Il 25 Novembre del 1936, alle cinque di mattina, mentre Tokyo si risvegliava e per le strade incominciava il quotidiano e indaffarato viavai, un’enorme folla si era già radunata fuori dal tribunale: la gente era lì da ore, in attesa di poter vedere, anche soltanto di sfuggita, la donna di cui tutto il Giappone parlava – Abe Sada.

Ed eccola arrivare, infine, scortata dagli agenti giudiziari, con in testa un curioso cappello a cono che le nascondeva il volto fino a quando non fu all’interno dell’edificio. La folla gridava e gemeva, le donne urlavano, gli agenti cercavano di mantenere l’ordine: il processo che iniziava quella mattina sarebbe stato uno dei più famosi della recente storia giapponese.

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Abe Sada (o Sada Abe, a seconda della tradizione di nomenclatura) era nata nel 1905 da una famiglia benestante. Fin da quando era piccola, la madre l’aveva esortata ad essere indipendente e di spirito libero, nonostante le rigide norme che la società nipponica imponeva al tempo alle donne. All’età di quindici anni, però, Sada venne violentata da un conoscente; nonostante il supporto dei genitori, la ragazzina non fu più la stessa. Diventata sempre più incontrollabile, venne venduta da suo padre ad una casa delle geisha di Yokohama – non si seppe mai con certezza se per punizione, o per volontà della stessa Sada. All’epoca, diventare una geisha significava acquistare il prestigio invidiabile di donna emancipata e libera.

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Purtroppo la vita nell’okiya era più dura del previsto. Sada finì per assecondare le richieste sessuali di un cliente (cosa che le geisha non erano assolutamente tenute a fare, in contrasto con l’immagine di “cortigiane di lusso” che se ne aveva in Occidente), e si ammalò di sifilide. Si diede quindi alla prostituzione vera e propria, prima con regolare licenza e in seguito in case di tolleranza illegali. Con la morte dei genitori, la sua vita andò totalmente allo sbando: dopo anni di retate della polizia, tentativi falliti di sedurre uomini di potere, e le immancabili violenze e i soprusi con cui dovevano fare i conti tutte le prostitute senza licenza, Sada decise che era giunto il momento di abbandonare il mondo del malaffare. Nel 1936 lasciò finalmente il bordello e si impiegò come apprendista cuoca in un ristorante nel quartiere di Yoshidaya, con la speranza di ripartire da zero.
Proprio in quel ristorante Sada, che non aveva mai conosciuto il vero amore, avrebbe incontrato l’uomo della sua vita.

Il proprietario del locale era infatti Kichizo Ishida, un aitante quarantaduenne che ben presto posò i suoi occhi sulla giovane apprendista; di nascosto da sua moglie, cominciò a proporsi in avances sessuali. Sada dal canto suo aveva mai “conosciuto un uomo così sexy“, come dichiarerà in seguito. La scintilla della passione non tardò a scoccare, e i due iniziarono una torrida relazione clandestina: ritiratisi in un hotel nel quartiere di Shibuya, per quella che doveva essere una fugace scappatella, vi rimasero per quattro giorni. Spostatisi in altri quartieri e in altri hotel, per ben due settimane gli amanti si diedero all’alcol e al sesso, che non si interrompeva nemmeno quando qualche geisha entrava nella loro stanza per servire da bere.

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Che l’appetito sessuale di Sada fosse difficilmente saziabile, lo confermò in seguito anche un suo precedente amante, Kinnosuke Kasahara, che l’aveva lasciata proprio a causa della sua incontenibile iperattività: “era davvero forte, davvero potente. Se pure io sono piuttosto debole, lei d’altra parte mi stupiva sempre. Non era soddisfatta se non lo facevamo almeno due, tre, o quattro volte ogni notte. Per lei, era inaccettabile che io non tenessi la mia mano sulle sue parti intime per tutta la notte… All’inizio era fantastico, ma dopo un paio di settimane ero esausto“.

Ishida, la sua nuova fiamma, era invece di tutt’altra pasta, capace di resistere per giorni e giorni di sesso scatenato. Ma non era soltanto la sua prestanza fisica ad affascinare Sada: “è difficile dire esattamente cos’aveva Ishida di così bello. Ma era impossibile trovare qualcosa di negativo nel suo aspetto, il suo atteggiamento, la sua abilità come amante, il modo in cui esprimeva i suoi sentimenti“.
Dopo queste due settimane di follia senza freni, come tornare alla routine del ristorante? Ma, soprattutto, come sopravvivere al pensiero che Ishida avrebbe nuovamente condiviso il letto con sua moglie?

Sada si innamorò perdutamente, e con il sentimento sentì farsi strada in lei una gelosia cieca e totalizzante. Essere l’amante di Ishida non era sufficiente, doveva essere sua moglie, l’unica donna a possederlo; ben presto la sua divenne un’ossessione vera e propria.

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Una sera, Sada assistette a una rappresentazione teatrale nella quale una geisha attaccava il suo amante con un pugnale, e decise che avrebbe fatto lo stesso con Ishida. Incontratolo al ristorante, estrasse un grosso coltello da cucina che aveva comprato il giorno prima, e lo minacciò di morte; Ishida, seppure inizialmente allarmato, si mostrò infine divertito e lusingato dalla scenata di gelosia della donna. La portò dunque ad una taverna nel distretto a luci rosse di Ogu, per una nuova maratona di sesso.

Ancora due notti e due giorni di passione, l’uno nelle braccia dell’altra; mentre facevano l’amore, Sada teneva talvolta il coltello alla base del pene di Ishida – “non avrai nessun’altra donna oltre a me” gli diceva, e l’uomo rideva.

Un nuovo gioco che i due amanti cominciarono a provare era l’asfissia erotica. Sada usava l’obi del suo kimono per soffocare Ishida al momento dell’orgasmo, rilasciando in seguito la presa e intensificando così il piacere. Ishida fece lo stesso con lei, e i due cominciarono a strangolarsi regolarmente durante gli accoppiamenti, ancora scherzando sulla gelosia della donna: “Metterai la corda intorno al mio collo e la stringerai ancora mentre sto dormendo, non è vero? – le diceva Ishida – Se cominci a strangolarmi, non fermarti…

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Il 18 maggio 1936, alle due del mattino, Ishida dormiva. Sada, in silenzio, passò due volte la corda attorno al suo collo, e strinse per qualche minuto finché l’uomo non morì soffocato. Restò sdraiata accanto al corpo per diverse ore, poi prese il coltello da cucina e tagliò i genitali di Ishida; li avvolse in alcune pagine di giornale. Con il sangue scrisse sulla gamba sinistra del cadavere le parole Sada, Kichi Futari-kiri (“Sada e Kichi insieme”), poi ripeté la scritta sulle lenzuola prima di incidere con la lama il suo nome nel braccio sinistro del morto. Abe Sada si rivestì, uscì dalla stanza e disse ai gestori dell’hotel di non disturbare Ishida. Infine lasciò l’albergo con il suo prezioso pacchetto nascosto nelle pieghe del vestito: “perché non potevo portare con me la sua testa o il suo corpo. Volevo prendere la parte di lui che mi avrebbe riportato le memorie più intense.

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Poco dopo la scoperta del cadavere mutilato di Ishida, la notizia della latitanza di Sada fece il giro del paese; i giornali immediatamente dettagliarono l’oscena vicenda, e il panico si diffuse ovunque, tra falsi avvistamenti e personaggi politici la cui carriera crollava nel giro di un giorno non appena il loro nome veniva collegato alla prostituta castratrice. Sada, dal canto suo, non aveva mai lasciato Tokyo: alloggiava in un hotel a Shinagawa sotto falso nome, ancora ossessionata dall’uomo che aveva ucciso e dal feticcio prelevato dal suo corpo. “Mi sentivo attaccata al pene di Ishida e pensai che soltanto dopo essermi accomiatata tranquillamente da esso, avrei potuto morire. Scartai le pagine che li avvolgevano, e guardai il suo pene e il suo scroto. Misi il suo pene in bocca, e provai perfino ad inserirlo dentro di me… non funzionò, anche se continuavo a provare e provare. Quindi, decisi che sarei scappata a Osaka, restando con il pene di Ishida per tutto il tempo. Alla fine, sarei saltata da un dirupo sul Monte Ikoma, stringendo il suo pene nella mano.

Alle 4 di pomeriggio del 20 maggio, soltanto due giorni dopo l’omicidio, Abe Sada venne arrestata: per settimane radio e giornali non parlarono d’altro.
Il processo durò soltanto un mese perché la donna si dichiarò subito colpevole e venne condannata, per omicidio non premeditato e mutilazione di cadavere, a scontare sei anni di reclusione. Gli anni passati in carcere saranno i più tranquilli e regolari della sua vita.

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Quello che avrebbe potuto restare un semplice episodio di cronaca nera, divenne presto un simbolo fondamentale delle contraddizioni del Giappone pre-bellico.
La controversa figura di Abe Sada si ritagliò infatti un posto tutto particolare nell’immaginario giapponese: per alcuni incarnava lo stereotipo della dokufu, donna criminale spietata e sanguinaria, ma per altri la portata rivoluzionaria della storia era ben altra.
Durante tutti gli interrogatori (le cui trascrizioni divennero un best-seller), la donna aveva sottolineato sempre e soltanto l’accecante amore che nutriva per Ishida, il senso di esclusività che avvertiva nei suoi confronti, l’impossibilità di dividerlo con altre donne. Questa non era una semplice assassina: Sada parlava liberamente e sfacciatamente d’amore, di sesso e di romanticismo in un’epoca in cui la morigeratezza era un imperativo sociale. Senza mezzi termini, accusava i maschi che non soddisfacevano il piacere sessuale femminile, ed esaltava l’uomo che sapeva interpretare i desideri della propria compagna: “a letto, le dimensioni non fanno l’uomo. Quello che amavo di Ishida erano la tecnica e il suo desiderio di darmi piacere“.

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Dopo aver scontato la pena, Sada provò a dileguarsi, accettando diversi lavori che generalmente finivano non appena i datori scoprivano chi fosse veramente. A partire dagli anni ’50 Sada lavorò in un pub chiamato Hoshikikusui nel quartiere di Inari-cho. Ogni sera faceva la sua entrata, scendendo una lunga scalinata mentre gli avventori ululavano, proteggendosi le parti intime con le mani. “Nascondete i coltelli! Non andate a fare pipì!“, gridava qualcuno, ma Sada zittiva tutti con uno sguardo furioso. Soltanto quando era calato un pesante silenzio, ricominciava ad avanzare e, finalmente arrivata fra la gente, passava versando da bere ai tavoli.

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Per tutta la vita, lo stigma e la curiosità del pubblico non la abbandonarono mai. Sada riuscì a sparire del tutto solo dopo il 1970, data della sua ultima fotografia conosciuta, che la ritrae seduta al fianco di un attore; nulla si seppe più di lei, nonostante le voci che di volta in volta la volevano morta suicida oppure rinchiusa in convento. Ma, anche se svanita dall’occhio pubblico, Sada assurse nel tempo al grado di icona letteraria e cinematografica, ispirando artisti, filosofi e scrittori. Dei tre film a lei dedicati, il più celebre è il capolavoro di Nagisa Oshima, Ecco l’impero dei sensi (1976), censurato in molti paesi e presentato con enorme successo a Cannes.

Con il passare del tempo Abe Sada è stata definita in mille modi, spesso diametralmente opposti, come se non ci potessero essere vie di mezzo nel suo caso: “pervertita sessuale” e simbolo di femminismo; mostro necrofilo e “tenera, calda figura di salvezza per le future generazioni“. Una cosa è certa: Abe Sada e la sua passione omicida, violenta e struggente al tempo stesso, sono entrate indelebilmente nell’immaginario collettivo giapponese.
Ciò che invece venne dimenticato (in quella che potremmo leggere come una seconda, metaforica e definitiva castrazione), fu proprio il pene mozzato di Ishida: conservato al Museo di Patologia dell’Università di Tokyo, e ancora visibile in esposizione poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi se n’è persa ogni traccia.

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Un incontro improbabile

1958, Grenoble, Francia. I coniugi Roussimouff erano due contadini; Boris proveniva dalla Bulgaria e sua moglie Mariann dalla Polonia. La loro vita scorreva placida seguendo il ritmo del lavoro nei campi, finché divenne chiaro che il loro figlio aveva un problema: la sua crescita era abnorme ed evidentemente patologica, tanto che a 12 anni pesava 110 kg, ed era alto 190,5 cm. La sua stazza era dovuta a una secrezione eccessiva di ormone della crescita, che causa il gigantismo nei bambini e l’acromegalia negli adulti.
Ben presto per il ragazzo divenne impossibile salire sul piccolo autobus che faceva il giro delle fattorie, raccogliendo gli alunni e portandoli fino a scuola. L’unico modo per garantire che loro figlio ricevesse un’istruzione sarebbe stato acquistare un’automobile capace di reggere il suo peso per accompagnarlo alle lezioni; sfortunatamente i Roussimouff non avevano i soldi necessari.

Cinque anni prima, però, un irlandese aveva acquistato un terreno vicino alla loro fattoria. Boris Roussimouff gli aveva dato una mano nella costruzione del cottage, e da allora erano rimasti in buoni rapporti. Venuto a sapere dei problemi del ragazzo ad arrivare a scuola, l’irlandese si offrì di accompagnarlo con il suo pickup. Così, ogni mattina il gigantesco ragazzo e il vicino di casa percorrevano assieme il tragitto verso l’edificio scolastico.

Questa potrebbe non sembrare una storia tanto straordinaria, se non fosse per l’identità dei due protagonisti. L’irlandese alla guida del furgoncino non era altri che Samuel Beckett:all’epoca aveva già scritto Aspettando Godot, Finale di partita e L’ultimo nastro di Krapp e dieci anni dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Il ragazzo dodicenne che viaggiava con lui, invece, avrebbe raggiunto una fama di tutt’altro tenore, diventando un idolo per milioni di bambini con il nome di scena di André The Giant.

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Icona del wrestling dagli anni ’70 fino alla sua scomparsa nel 1993, André The Giant resta tuttora uno dei lottatori più riconoscibili e amati. Gigante gentile e di buon cuore con i bambini, ma terribile avversario sul ring, è ricordato da tutti i colleghi con affetto e simpatia. Hulk Hogan, nonostante sia stato protagonista con André di alcuni fra i più celebri feud (ossia le “faide” fra lottatori, appositamente sceneggiate e concordate per dare un contesto narrativo agli incontri), ha sempre mostrato nelle varie interviste una stima e un rispetto profondi per il gigante francese. Nella  vita di André, ha spesso ricordato Hogan, niente era comodo o scontato; non c’erano forchette o coltelli della sua misura, e i viaggi in aereo erano un incubo di ore e ore: durante il volo, il gigante doveva rimanere con la testa piegata per non toccare il soffitto, e il bagno era per lui inaccessibile a causa della sua stazza. Nonostante i problemi che l’acromegalia comportava, André era famoso per la sua generosità e la conviviale allegria. Poteva mangiare 12 bistecche e 15 aragoste, bevendo fino a 150 birre in una sola sera, soltanto per divertire i suoi ospiti.

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Di cosa avranno parlato nel 1958, in quel furgoncino, questi due uomini straordinari – “l’Ottava Meraviglia del Mondo” e Samuel Beckett? Secondo André The Giant, discutevano semplicemente di cricket, disciplina sportiva nella quale il grande scrittore aveva eccelso da ragazzo.

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D’altronde la storia non è avara di incontri così inverosimili, in cui strade e vite diversissime fra loro si incrociano per puro caso. Ad esempio, quando era un giovane studente fra la Germania e l’Austria, Orson Welles accompagnò un insegnante ad un raduno politico vicino a Innsbruck. Si trattava di un partito di minoranza, piuttosto comico nella follia del suo programma, a cui nessuno dava grande credito. L’insegnante riuscì a guadagnare un posto, per sé e per l’adolescente Welles, al tavolo del leader del partito.

L’uomo che sedeva di fianco a me – ricorderà Welles nel 1970, intervistato durante il Dick Cavett Show – era Hitler, e mi impressionò talmente poco che non riesco a ricordare nemmeno un secondo di conversazione. Non aveva assolutamente nessuna personalità. Era invisibile“.

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La mamma e i suoi coltelli

Un Guglielmo Tell in gonnella nel Texas degli anni ’50? Perché no?

La signora Louella Gallagher non batte ciglio mentre lancia i suoi coltelli verso le due figlie Connie Ann, di cinque anni, e Colleena Sue, di due e mezzo. In questo cinegiornale del 1950, l’impresa si svolge nella surreale atmosfera di un quartiere borghese; mentre la madre, vestita con il buon gusto di una casalinga di quegli anni, delizia il vicinato con la sua mira infallibile.

Tradizionalmente in ambito circense i lanciatori di coltelli sono maschi e la “vittima” è femmina, che sia una deriva maschilista – come per il numero magico della donna segata a metà (ricordate questo documentario di Mariano Tomatis?) – o meno; qui di certo siamo di fronte a una versione piuttosto inedita di questo spettacolo. Ma d’altronde, come dice il lanciatore di coltelli Gabor in La ragazza sul ponte (1999, Patrice Leconte), “ricorda, non è chi lancia l’importante – è il bersaglio“. Il bersaglio, in effetti, non è semplicemente un manichino inerte, quanto piuttosto il vero fulcro dell’identificazione del pubblico, e a lui è rivolta tutta l’ammirazione per il coraggio e la fiducia assoluta dimostrati nell’abilità del lanciatore.
Difficile vedere due “bersagli” più educati e composti di Connie e Colleena. D’altronde, con una mamma così, bisognava davvero esserlo.

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Roadkill cuisine

La nostra serie di articoli sui tabù alimentari, The Dangerous Kitchen, è conclusa da tempo; ma torniamo a parlare di cucina. Nouvelle cuisine, potremmo dire, se non altro “nuova” e sconosciuta all’assaggio per la maggioranza di chi legge (e per chi scrive). Da non scartare a priori in tempi di crisi e di dilemmi etici sulle crudeltà verso gli animali da macello, la roadkill cuisine offre innumerevoli vantaggi per la buona forchetta. L’ingrediente di base sono infatti le carcasse degli animali accidentalmente colpiti ed uccisi sulle strade.

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Certo, ad una prima occhiata l’idea di andare a caccia di animali selvatici spiaccicati, staccarli dall’asfalto, portarli in cucina, scuoiarli e metterli in pentola può sembrare un po’ distante dalle raffinatezze nostrane. Sarà perché le asettiche confezioni di carne già preparata al supermercato ci aiutano a dimenticare il “lavoro sporco” del curare e preparare l’animale. Eppure, a pensarci bene, superando la nostra ripugnanza per il corpo morto, quale differenza ci sarebbe fra un coniglio di allevamento e una lepre investita da un’auto? Si tratta pur sempre di cibo altamente vitaminico e proteico, senza grassi saturi e di sicuro privo di conservanti, coloranti, steroidi, nitriti, nitrati o altri additivi chimici alimentari. E se poi vi capitasse di trovare un cervo morto, avreste lo stesso identico bottino di una partita di caccia… meno la violenza del massacro volontario.

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Bisogna però prestare particolare attenzione alla scelta dell’animale: il rischio è quello delle malattie. I due principi di base, a sentire i sostenitori di questa particolare dieta, sono: “Quanto fresco è? Quanto è spiaccicato?“. C’è evidentemente una bella differenza, per fare un esempio, fra una volpe sbalzata sul bordo della strada e morta per trauma cranico, ma il cui corpo è ancora intatto, rispetto a un’altra a cui sono passati sopra una dozzina di veicoli.

Si-no La carne, inoltre, va cotta più del normale, proprio come si farebbe con la selvaggina, per evitare infezioni batteriche. In ogni caso, il consiglio è di evitare del tutto i ratti, se non volete ritrovarvi con la poco simpatica leptospirosi.

Mangiare animali vittime di incidenti stradali è legale, o perlomeno non regolamentato, nella maggior parte degli stati: le eccezioni riguardano normalmente specie protette, o di grossa taglia, come cervi o alci. In Alaska, ad esempio, il corpo di un caribu investito da un’auto è proprietà dello Stato, e normalmente viene macellato dai volontari sul luogo dell’incidente. La carne viene poi distribuita alle mense dei poveri. Ma dagli orsi e dalle alci in Canada, alle celeberrime zuppe di scoiattolo e gli stufati di opossum degli Stati Uniti, fino ai barbecue di canguro in Australia, diverse tradizioni culinarie “insospettabili” dimostrano che praticamente tutto è commestibile. In America, la roadkill cuisine è piuttosto diffusa, tanto da essere perfino divenuta un topos da barzelletta per ridicolizzare una certa fascia medio-bassa della popolazione del Sud (i redneck, termine spregiativo per gli “zotici” del Sud).

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Tra i propugnatori di questo stile di alimentazione vi sono però anche ambientalisti critici del sistema industriale di produzione della carne, veri e propri amanti degli animali, e la loro è una scelta di vita. Jonathan McGowan mangia esclusivamente piccole vittime del traffico da 30 anni: “Ho visto quanto erano sporchi gli animali nelle fattorie, e quanto erano poco salutari. Una volta andavo anche al mercato della carne, dove gli animali erano trattati in maniera grottesca dagli allevatori. Non ero contento di ciò che vedevo, per nulla“. Questo il suo motivo per passare a piccioni, gabbiani, tassi, talpe e corvi falcidiati dalle macchine.

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article-2048527-0E5A333B00000578-680_634x375 L’ex-biologo Arthur Boyt gratta via donnole, ricci, scoiattoli e lontre dalle strade vicino alla sua dimora in Cornovaglia addirittura da 50 anni. Pur appassionato di cani (sia detto senza ironia), afferma che il gusto del labrador è squisito come l’agnello. Non sopporta che la carne vada sprecata, ma non ucciderebbe un animale per nulla al mondo.

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eating-roadkill L’attivista Fergus Drennan, impegnato in lotte per l’ambiente e contro le fattorie industrializzate, confessa invece che, nonostante apprezzi la roadkill cuisine, lui non potrebbe mai mangiare animali domestici: “una delle poche cose che tendo ad evitare sono gatti e cani. In teoria, non dovrei avere problemi a mangiarli… ma hanno sempre nomi e targhette sui loro collari, e siccome ho due gatti, è un po’ troppo per me“.

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Lasciando da parte cani e gatti, ecco una tabella nutrizionale che abbiamo tradotto dalla pagina Wiki inglese dedicata alla roadkill cuisine:

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Due le spontanee domande che, a questo punto, il neofita gourmet delle carogne arrotate si starà certamente ponendo. 1. Non sono un biologo: come faccio a sapere con sicurezza quale animale mi trovo di fronte? 2. Una volta identificato, come lo cucino?

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Non disperi il nostro impavido sperimentatore del gusto. Masticando un po’ d’inglese, entrambi i dubbi avranno risposta. Per riconoscere gli animali spiaccicati, non c’è miglior soluzione della guida di Roger Knutson dall’esplicito titolo Flattened Fauna (“Fauna appiattita”), che descrive aspetto, abitudini e particolarità biologiche delle specie pelose più comuni, dunque a rischio investimento, sulle strade dell’America del Nord. Per quanto riguarda le modalità di cottura, nessuno invece batte Buck Peterson, vero esperto del settore e autore di numerosi ricettari che coniugano un leggero humor nero con la serietà nell’approccio (soprattutto per quanto riguarda i consigli igienico-sanitari). Anche se non avete alcuna intenzione di convertirvi a questa particolare arte culinaria, noi vi consigliamo ugualmente il suo The Original Road Kill Cookbook: se non altro, è un ottimo libro da tenere in bella vista sul bancone della cucina, quando avete ospiti a cena.

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Archeologia misteriosa

OOPArts (Out of place artifacts) è l’acronimo che indica tutti quei manufatti la cui datazione risulta “impossibile” o anacronistica secondo la Storia dell’umanità così come viene accettata dalla comunità scientifica.

Normalmente, come sa bene chi ci segue, rifuggiamo dall’affrontare su queste pagine i “misteri da supermercato” come cerchi nel grano, alieni, fantasmi o profezie millenaristiche. Facciamo un’eccezione in questo caso, perché l’archeologia misteriosa è materia che non si rifà per forza e direttamente al paranormale, e pone invece domande e dubbi interessanti sulla nostra Storia, e su quanto conosciamo veramente di essa.

Secondo i sostenitori dell’esistenza di inspiegabili oggetti anacronistici, vi sarebbero alcuni indizi, ritrovati nei modi e nei posti più vari, che metterebbero in discussione la cronologia dell’evoluzione della specie umana accettata dalla storiografia ufficiale. Alcuni di questi dimostrerebbero ad esempio che gli uomini erano presenti contemporaneamente ai dinosauri: se questo fosse vero, andrebbe riscritta l’idea convenzionale che i primi ominidi siano apparsi sulla Terra 60 milioni di anni dopo l’estinzione dei grandi rettili. Altri proverebbero in maniera sconcertante che le civiltà antiche possedevano tecnologie avanzatissime. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

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Uno degli esempi di OOPArts più interessanti (e che, a rigore, non è nemmeno un OOPArt, come vedremo) è senza dubbio il meccanismo di Antikythera. Nel 1900 un manipolo di pescatori di spugne si era rifugiato su un isolotto roccioso a cavallo fra mare Ionio ed Egeo, a seguito di una tempesta; sul fondale intorno all’isola scoprirono il relitto di una nave, naufragata nel I secolo a.C., e che trasportava oggetti di grande valore. Fra i tesori recuperati dal relitto, anche una scoperta che spiazzò la comunità scientifica: una macchina, corrosa e incrostata dai millenni passati sott’acqua, costituita da ruote ed ingranaggi di notevole complessità. Si tratta del più antico calcolatore meccanico conosciuto al mondo: veniva utilizzato per determinare il calendario solare, le fasi lunari, le eclissi, gli equinozi, e perfino le date dei giochi olimpici. La particolarità davvero unica del meccanismo è che include un tipo di ingranaggio studiato per computare la differenza fra il movimento della ruota che seguiva la posizione del sole e quella relativa alla posizione della Luna nello zodiaco. Questo ingranaggio è quello che in meccanica oggi chiamiamo differenziale, e venne brevettato ufficialmente soltanto nel 1827. Come facevano i Greci del I Secolo a.C. a possedere una scienza ingegneristica così progredita?

La risposta degli storici è che questo meccanismo, per quanto sorprendentemente raffinato, si iscrive alla perfezione nelle conoscenze del tempo e non ha nulla di anacronistico. Che i popoli dell’area mediterranea fossero tecnologicamente avanzati è ben documentato, e di macchine ed automi abbondano i resoconti sugli inventori del tempo. Il planetario di Archimede è l’esempio che per primo viene in mente, ma anche il geniale Erone aveva progettato meccanismi pneumatici, distributori automatici a moneta relativamente simili a quelli odierni, automi teatrali e via dicendo. Del resto il numero dei corpi celesti del sistema solare rappresentati sul meccanismo di Antikythera riflette le conoscenze del tempo, raffigurando esclusivamente i cinque pianeti visibili ad occhio nudo.

Ciò che questo artefatto antico prova realmente è una verità che spesso sottovalutiamo, e cioè che le tecnologie possono andare perdute. Il progresso non è una linea in continua ascesa, ma può conoscere alti, bassi e addirittura dei momenti di involuzione: se una scienza viene dimenticata, ci possono volere millenni perché qualcun altro inventi o scopra nuovamente ciò che le generazioni più antiche conoscevano già.

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Per quanto intrigante, nella maggior parte dei casi l’anacronismo degli OOPArts sta esclusivamente nella mente di chi vuole vedercelo ad ogni costo. Prendiamo ad esempio il famigerato martello di London, trovato nell’omonima cittadina del Texas nel 1936 all’interno di un blocco di arenaria. Secondo Carl E. Baugh, che acquistò il martello intorno al 1983, la roccia che lo inglobava sarebbe databile fra i 500 e i 300 milioni di anni. Baugh, creazionista convinto, esibisce l’utensile come prova di una tecnologia antecedente al Diluvio Universale. Peccato però che il proprietario non permetta che sul misterioso martello vengano svolte analisi approfondite, fatto quantomeno sospetto. Lo stesso Baugh, poi, è in possesso di un vaso in metallo che sarebbe stato ritrovato all’interno di un blocco di carbone vecchio di 300 milioni di anni. Anche per questo artefatto è stata applicata la stessa politica di riserbo e segretezza nei confronti degli scienziati che richiedono di esaminare il reperto.

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Il problema degli OOPArts ritrovati nella roccia, a cui Baugh non vuole dare credito, è che una spiegazione per questi “misteri” archeologici esiste già.

La coppa è in ghisa, e la tecnologia della ghisa cominciò nel XVIII secolo. Il suo design è molto simile ai vasi usati per contenere metalli fusi e può essere stato usato da un lattoniere, uno stagnino o una persona che forgiava proiettili… la coppa è stata probabilmente gettata da un operaio dentro una miniera di carbone oppure nel cantiere di superficie della miniera. La mineralizzazione è comune nel carbone e nei sedimenti attorno alle miniere di carbone perché l’acqua piovana reagisce con i minerali esposti, e produce soluzioni altamente mineralizzate. Carbone, sedimenti e rocce si cementano assieme nel giro di pochi anni. Può capitare facilmente che il vaso, cementato in una simile concrezione, sembri incastonato nel carbone.

(Mark Isaac, 2005, citato in questo articolo)

Anche il martello di London ha una forma simile a quelli utilizzati nelle miniere americane nel XIX secolo; ed è probabile, se vogliamo credere alle storie sul suo ritrovamento, che una soluzione di limo e sedimenti si siano solidificati attorno all’artefatto – proprio come altrove è successo anche per oggetti risalenti soltanto alla Seconda Guerra Mondiale.

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Ancora Baugh, assieme ad altri creazionisti, continua inoltre ad affermare che a Paluxy, Texas, esisterebbero delle serie di orme umane impresse nella pietra proprio di fianco ad orme di dinosauro. Ecco la prova che Dio ha creato tutto il mondo assieme, in una sola volta, come afferma la Bibbia, e che la teoria dell’evoluzione delle specie è smentita!
I paleontologi hanno però riconosciuto le presunte impronte “umane” come in realtà appartenenti anch’esse a dinosauri; il solco impresso dal metatarso della zampa del rettile sarebbe stato addolcito dall’infiltrazione di fango, alterando la forma dell’impronta e dandole un’apparenza vagamente simile ad un piede.

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C’è da dire che perfino la maggior parte dei creazionisti evita ormai di parlare di OOPArts, rendendosi conto della dubbia provenienza di questi indizi e temendo una “figuraccia” poco dignitosa, in caso di smentita. D’altronde è davvero lunga la lista dei falsi storici, e dei misteri pseudo-fanta-archeologici che la scienza ha archiviato come tranquillamente e convincentemente spiegati: dalle mappe, fra cui la celebre di Piri Reis, che mostrerebbero conoscenze geografiche impossibili per l’epoca, ai teschi di cristallo precolombiani, dal geode di Coso al papiro di Tulli che descrive avvistamenti di UFO nell’antico Egitto, dalle sfere metalliche di Klerksdorp alle pietre di Ica, che si scoprirono essere in realtà prodotte dagli abitanti del luogo per venderle agli archeologi; dall’elicottero e il carro armato incisi in bassorilievo nel tempio egiziano di Abydos, alla straordinaria città sommersa che negli anni ’60 venne scoperta negli abissi di Bimini, rinfocolando il mito di Atlantide… e che probabilmente tutto era fuorché una città.

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Certo, nello studio delle vicende umane rimangono molti enigmi e punti oscuri che gli storici, gli archeologi, i paleontologi e gli etnografi devono ancora dissipare: forse è naturale che il fascino esercitato dalle civiltà più remote e ormai scomparse catturi anche chi non è addetto ai lavori e, talora, spinga qualcuno a improvvisarsi “esperto” e a formulare bislacche teorie. Va riconosciuto che l’idea di un artefatto “fuori posto” o “fuori dal tempo”, che d’un solo colpo smentisca tutto ciò che sappiamo del passato, è un concetto estremamente poetico.
Ma, come dimostra il meccanismo di Antikythera, le sorprese che la Storia ci riserva non hanno forse bisogno d’altro, e sono spesso più che sufficienti a regalarci la più profonda meraviglia.

(Grazie, Sara!)

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On the Midway

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Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!

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All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.

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Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

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L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

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Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

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Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.

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Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

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La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

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Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

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Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.

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Certo, il principio di Barnum – “ogni minuto nasce un nuovo allocco” – era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

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Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

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[Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows]

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L’uccello lira, e la memoria sonora

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Avevamo già parlato dello straordinario menura, o uccello lira, in questo articolo. L’istrionico pennuto australiano è in grado, grazie ad una siringe (l’organo canoro degli uccelli) particolarmente raffinata e flessibile, di imitare alla perfezione innumerevoli richiami di altre specie di uccelli, di emettere più suoni contemporaneamente, di riproporre in maniera realistica anche rumori meccanici come martelli pneumatici, carrelli di macchine fotografiche e vari altri attrezzi. Sono i maschi ad aver sviluppato quest’arte, per attrarre le femmine: uno studio ha dimostrato che le imitazioni riescono ad ingannare perfino i passeri australiani, che pensano sia un maschio della loro specie ad emettere il richiamo.

La stupefacente abilità dell’uccello lira è da sempre risaputa in Australia. Ma quando nel 1969, durante una ricognizione al New England National Park vicino a Dorrigo, nel Nuovo Galles del Sud, il ranger Neville Fenton registrò un menura che riproduceva le note di un flauto, rimase intrigato. Dove aveva potuto imparare quella melodia, l’uccello?
Scoprì che un altro ricercatore, Sydnedy Curtis, aveva già registrato quel tipo di richiamo tempo prima, nello stesso parco.

Decise di investigare e, dopo qualche indagine, emerse una storia incredibile: nelle vicinanze del parco c’era una fattoria, il cui proprietario aveva l’abitudine di suonare il flauto per il suo menura domestico. Una volta liberato, evidentemente l’uccello doveva aver portato con sé la memoria di quelle melodie. Cosa c’è di incredibile? Tutto questo era successo negli anni ’30.

Nei trenta anni successivi, le melodie suonate al flauto dal contadino erano state tramandate di generazione in generazione, entrando a far parte dell’”archivio” di richiami utilizzati dai menura della zona. Neville Fenton inviò le sue registrazioni all’ornitologo Norman Robinson. Poiché il menura è capace di produrre vari suoni allo stesso momento, Robinson filtrò il richiamo, riuscendo a distinguere le diverse linee melodiche che l’uccello cantava contemporaneamente: si trattava di versioni leggermente modificate di due canzoni che erano popolari negli anni ’30, The Keel Row e Mosquito’s Dance. Il musicologo David Rothenberg confermò l’ipotesi.

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Una volta che un uccello lira ha imparato un richiamo, non lo dimentica quasi mai. E questi suoni vengono trasmessi alle generazioni successive. Così, alcuni menura a Victoria ricreano rumori che non si sentono ormai quasi più, come ad esempio suoni di asce e di seghe, oppure scatti di macchine fotografiche in disuso da anni. “Sono gli uccelli più famosi e più fotografati, per questo imitano ancora tutti questi vecchi suoni”, conferma Martyn Robinson dell’Australia Museum di Sydney.

Se i menura mantengono in vita dei brandelli sonori del passato, questi rumori raccontano una storia: ad esempio, gli uccelli lira che vivono allo zoo di Adelaide hanno convissuto per mesi con un cantiere edile, ed ora ne imitano il frastuono alla perfezione. Ma nel caso dei volatili più anziani, catturati per metterli al riparo dalla deforestazione, i richiami ci riportano l’eco di asce e seghe, come dicevamo, ma anche motoseghe, conversazioni radio, motori di jeep, sirene di antifurti, perfino esplosioni. La narrazione che emerge dai suoni che gli uccelli, oggi in gabbia, continuano ad emettere, è quella dell’irruzione dell’uomo nella foresta, dell’abbattimento di un ecosistema, e infine della loro stessa riduzione in cattività. Certo, è soltanto un richiamo amoroso: ma è difficile, dalla nostra prospettiva, non leggervi una sorta di amara memoria d’un popolo prigioniero, il canto che ricorda come avvenne la catastrofe.

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A proposito di uccelli in grado di “registrare” il passato degli uomini, un altro aneddoto ci sembra interessante. Intorno al 1800, esplorando l’Orinoco settentrionale, nell’attuale Venezuela, il naturalista Alexander von Humboldt venne a sapere che una tribù locale, quella degli Ature, era stata recentemente sterminata. Il raid dei nemici non aveva lasciato superstiti, quindi il linguaggio degli Ature era morto con loro, in quella violenta e sanguinosa battaglia.
Eppure…

All’epoca del nostro viaggio un vecchio pappagallo ci venne mostrato a Maypures, del quale gli abitanti ci dissero, e il fatto è notevole, “che non capivano cosa dicesse, perché parlava la lingua degli Ature”.

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Bobby Yeah

Robert Morgan, classe 1974, è nato e cresciuto a Yateley, città – a quanto dice lui – infestata dai fantasmi. Oggi vive a Londra, ma le cose non sono molto cambiate: ora è il suo appartamento ad essere abitato dagli spettri.
A parte questi disagi, cui bisogna rassegnarsi se si risiede nel Regno Unito, Morgan è un filmmaker multipremiato e apprezzato da pubblico e critica. I suoi lavori sono cupi e inquietanti, spesso velatamente autobiografici: il suo Monsters (2004), ad esempio, nasce dai ricordi d’infanzia di Robert quando con la famiglia si trasferì nei pressi di un manicomio.

Ma è con Bobby Yeah (2011) che Morgan si fa conoscere a livello internazionale. Questo cortometraggio viene nominato ai prestigiosi BAFTA, proiettato al Sundance e riceve premi un po’ ovunque. Si tratta di un film d’animazione a tecnica mista – ma più di questo non possiamo dirvi. Quello che accade in Bobby Yeah dovrete scoprirlo da soli, anche perché difficilmente troveremmo le parole adeguate per descrivere questo piccolo, folle gioiello. Quando pensate che la fantasia disturbata dell’autore abbia raggiunto il suo culmine, e che nulla di più oltraggiosamente osceno possa succedere, regolarmente succede.

La pagina Wiki su Robert Morgan cita, fra gli artisti che l’hanno influenzato, Bacon, Poe, Lynch, Cronenberg, Witkin e Bellmer. Certo, in trasparenza si intravede tutto questo; eppure probabilmente nessuno di questi signori ha mai partorito qualcosa di altrettanto weird e malato. Ecco il trailer di Bobby Yeah.

[AGGIORNAMENTO] Il cortometraggio non è più disponibile in versione integrale su YouTube. E’ visionabile on-demand sul sito ufficiale di Robert Morgan, al prezzo di un dollaro.

(Grazie, Paolo!)

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Mummie officinali

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Se vi dicessimo che soltanto tre secoli fa i nostri antenati praticavano diffusamente il cannibalismo, non ci credereste. E certamente non staremmo parlando di cadaveri smembrati e fatti arrosto sulla griglia. Esistono forme più sottili e meno eclatanti per mangiare un morto.

Fino al 1800 in Europa coloro che erano affetti da qualche tipo di malattia sapevano di poter contare su uno dei farmaci più potenti e ricercati di sempre: le mummie.
A patto di poterselo permettere, si aveva facoltà di acquistare tutta una varietà di unguenti, oli, tinture e polveri estratti da cadaveri mummificati, per uso esterno ed interno. Alcuni di questi rimedi andavano spalmati sulla parte dolorante, altri servivano per impacchi da porre direttamente sulle ferite aperte, altri ancora venivano assunti per via orale oppure inalati. Curavano quasi ogni genere di disturbo, dall’emicrania all’epilessia, dal mal di stomaco al mal di denti, dalle punture velenose alle ulcere, e via dicendo.

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Da quando furono scoperte nelle tombe egizie, le mummie esercitarono immediatamente un fortissimo fascino sull’immaginario occidentale: corpi miracolosamente incorrotti, sottoposti a un misterioso procedimento che rendeva le loro carni impermeabili al passare del tempo. L’idea che le mummie potessero avere degli effetti benefici contro le malattie e per allungare la vita derivava da due concetti molto in voga nei secoli passati.
Da una parte c’era la dottrina della transplantatio, mutuata da Paracelso, secondo cui un corpo morto poteva ancora “trasferire” le sue qualità spirituali: dal punto di vista antropologico, quest’idea è molto simile al cannibalismo rituale vero e proprio, in cui il corpo del nemico viene mangiato per ottenere il suo coraggio e la forza dimostrata in battaglia – e alcuni hanno voluto leggere perfino nel rituale dell’Eucarestia la stessa volontà, tramite la libagione simbolica delle carni (il “corpo di Cristo”), di appropriarsi dei caratteri spirituali superiori del defunto/santo.
Dall’altra parte si credeva nel principio terapeutico denominato similia similibus, vale a dire che il male andava sconfitto con qualcosa che gli fosse simile. In questo senso, per il corpo umano nessun ritrovato terapeutico poteva essere più efficace che il corpo umano stesso. Tutte le secrezioni prodotte in vita erano utilizzate come farmaci, e com’è naturale anche il corpo morto aveva le sue virtù.

Ma non pensiate che queste pratiche fossero appannaggio dell’antichità. Il corpo umano era considerato insostituibile per la guarigione da disturbi e malattie ancora a metà del ’700, tanto che la Farmacopea di James del 1758 riporta alla voce Homo:

l’Uomo non è solo il soggetto della medicina, ma anche contribuisce dal suo corpo molte cose alla Materia Medica. I [composti] semplici delle Officine, tratti dal corpo umano ancora vivo, sono i peli, le ugne, la saliva, la cera delle orecchie, il sudore, il latte, il sangue mestruo, le secondine, l’orina, il sangue e la membrana che copre la testa del feto [...].

Altre fonti citano fra i prodotti naturali del corpo umano da utilizzare come farmaci anche il seme, lo sterco, i vermi intestinali, i calcoli, i pidocchi. Il testo medico precedente continua così:

Li semplici poi, che si traggono dal cadavero umano, sono la Mummia, che ha una superfizie resinosa, indurita, nera, e risplendente, di sapore alquanto acre, e amaretto, e di odore fragrante.

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Con queste premesse, è ovvio che le straordinarie mummie egiziane, che tanto stupore avevano suscitato fin dai tempi di Erodoto, fossero ritenute fra le più raffinate panacee esistenti. Le resine e gli unguenti utilizzati per conservare il cadavere in Egitto non facevano che esaltare le proprietà curative del cadavere stesso. Per questo motivo, tutte le farmacopee del XVII e XVIII secolo avvertono che vi sono sul mercato tipi differenti di mummia, e che bisogna saperli ben distinguere per non farsi “fregare” al momento dell’acquisto. La categorizzazione più precisa è forse quella di Johann Schroder (1600-1664), contenuta nella sua Pharmacopoeia:

1. Mummia degli Arabi, che è il liquame, o liquore, denso che essuda dai cadaveri nel sepolcro conditi con aloe, Mirra e Balsamo.
2. Degli Egiziani, che è il liquame sprigionato dai cadaveri conditi con il Pissasfalto [pece + asfalto]. Sicuramente così venivano conditi i cadaveri dei poveri, e pertanto non si trovano facilmente esposti cadaveri in tal modo conditi.
3. Pissasfalto composto, cioè bitume misto a pece, che rivendicano essere vera Mummia.
4. Cadavere disseccato sotto l’arena arsa dal Sole. Si trova nella regione degli Ammoni, che è tra la regione di Cirene ed Alessandria, dove le Sirti deserte, sollevato il turbine dei venti, seppelliscono i corpi degli incauti viandanti, e qui asciugano e seccano i loro cadaveri per il calore del Sole ardente.
5. A queste si può aggiungere la Mummia recente.

Le mummie più pregiate rimasero sempre le mummie “nere”, egiziane, rubate dai nobili mausolei e dalle tombe più antiche; le meno efficaci invece erano quelle “recenti”, ovvero dei cadaveri morti da poco, trattati in modo che le proprietà benefiche ne fossero esaltate. Dato il fiorente mercato di mummie o parti di mummia (il porto di Venezia era rinomato per questo particolare smercio), bisognava davvero fare attenzione a tutti quei venditori disonesti che si procuravano dei cadaveri, li essiccavano frettolosamente e cercavano di farli passare per mummie autentiche.
Se invece si voleva fare le cose per bene, anche in assenza di una Mumia d’elite egiziana, si poteva ricorrere alla Basilica Chymica (1608), in cui Osvald Croll esponeva la ricetta per la preparazione della mummia di Paracelso, detta Filosofica o Spirituale:

Si prenda il cadavere di un uomo rosso, sano, appena morto di morte vergognosa, di circa ventiquattro anni, impiccato, tritato dalla Ruota o impalato, raccolto con un tempo sereno, di notte o di giorno. Questa Mummia, una volta colorata ed irradiata da due finestre, si trita a pezzi o a briciole e si cosparge di polvere di Mirra, di almeno un po’ di Aloe (poiché troppa la renderebbe amara), poi si imbeve, lasciandola macerare per qualche giorno in spirito di vino; viene a sospendersene un poco e si imbeve per la seconda volta, dal momento che quanto è venuto a sospendersi si seccherebbe inutilmente all’aria sino a prender l’aspetto della carne arrostita senza odore. Poi con lo Spirito di vino, come secondo l’arte, o con quello Sambucino, si estrae una tintura rubicondissima.

Avete letto bene, grappa o sambuca di mummia. Ovviamente qui la transplantatio di cui parlavamo prima, ossia il passaggio delle qualità spirituali dal morto al vivo, viene dimenticata (chi vorrebbe assumere le qualità di un criminale condannato a morte?) in favore di un’attenzione particolare per la buona “salute” del cadavere – giovane, di pelle chiara, senza macchie e fisicamente sano. La formula di Croll, con qualche variante, resterà la base per tutti i preparati di mummia officinale in età moderna, talvolta chiamata mummia liquida, Mummia dei Medici Chimici, ecc.

Verso la fine del XVIII secolo la mummia comincerà pian piano a sparire dalle farmacopee ufficiali, sostituita da nuovi composti, in concomitanza con il progresso della chimica applicata e della farmacologia. Questa commistione, ai nostri occhi inconcepibile, di medicina galenica e di alchimia andrà affievolendosi fino ad essere totalmente rifiutata dalla scienza nella prima metà dell’800. Le due discipline si separeranno definitivamente, e le mummie superstiti troveranno posto nei musei, invece che sugli scaffali dei farmacisti.

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Le informazioni contenute in questo articolo provengono dallo studio di Silvia Marinozzi, La mummia come rimedio terapeutico, in Le mummie e l’arte medica nell’Evo Moderno, Medicina nei Secoli, Supplemento 1, 2005.

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Parade – Presso, accanto, oltre l’amore è lo sforzo collettivo di 30 disegnatori italiani che, incuriositi dallo strano mondo delle parafilie, hanno deciso di illustrare la varietà senza fondo delle fantasie sessuali attraverso le più incredibili confessioni scovate sulla rete.

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Preview di “Oculolinctus” di Mauro Belfiore

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Preview di “Furniphilia” di Margherita Barrera

L’approccio degli autori a un soggetto così sensibile è inaspettatamente leggero, ironico, a tratti quasi romantico; ad ogni pagina una nuova sorpresa ci attende, a dimostrazione di quanto variopinta possa essere l’immaginazione erotica. Alcune delle parafilie contenute in Parade fanno sorridere, altre possono inquietare, ma l’insieme del lavoro rivela una sorta di gioiosa e giocosa voglia di esplorare, di inventare, di trascendere i limiti. Queste pagine suggeriscono che, perfino nel sesso, noi esseri umani non possiamo fare a meno di essere creativi.

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Preview di “Pillow Fetish” di Daniela Tieni

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Preview di “The Red Fence” di Margherita Paoletti

Il libro è stato autoprodotto, presentato a maggio al Comicon di Napoli, ed ora è disponibile per l’acquisto online. Oltre ad essere estremamente godibile e divertente, rappresenta anche un’occasione unica per “tastare il polso” dell’illustrazione e del fumetto italiano underground oggi: per questi motivi abbiamo aderito con entusiasmo al progetto, firmando una breve prefazione al testo e sostenendo il lavoro di questi giovani autori che sicuramente meritano visibilità.

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Questa è la pagina Facebook di Parade, e questo il sito Tumblr sul quale trovate altre preview delle illustrazioni e il link per acquistare il libro.

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