Supervenus

Supervenus (2013) è un cortometraggio di animazione diretto dal filmmaker sperimentale Fréderic Doazan.

Si tratta di una satira della moderna concezione della bellezza femminile, della chirurgia estetica e della odierna manipolazione del corpo per raggiungere gli ideali estetici imposti dalla società. L’ultima immagine del corto, che rimanda alla celeberrima Venere di Milo, è il perfetto finale per questo gioiellino di humor nero.

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L’esperienza della meraviglia

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Words Social Forum, il “Centro sociale dell’Arte”, è uno dei siti collettivi più ricchi e interessanti dedicati alla letteratura, l’arte, il cinema e la fotografia: ospita quotidianamente nuove interviste, recensioni, saggi e molto altro.

Oggi su WSF è stato pubblicato uno scritto inedito, firmato Bizzarro Bazar, che esplora brevemente il significato della meraviglia nella sua dimensione passata e odierna, quale momento fondante dell’essere umano:

[...] A cosa rimanda dunque il segno meraviglioso?
Rimanda proprio al sublime, all’ineffabile, al senso del mistero del cosmo che prova il bambino muto di fronte alla volta celeste; che lo si affronti in assenza o in compresenza di un’idea di Dio.
Tutto questo suggerisce come il sublime e la meraviglia possano essere visti come la vera e propria religione universale (da re-ligare), il legame che tiene assieme tutte le cose e tutti gli uomini senza punto conoscere epoca o latitudine, esperienza comune e fondante a prescindere da fedi, credenze, politiche culturali o sociali.
E per questo motivo occorre anche comprendere che la meraviglia è, e deve essere, come forse ogni religione, anche agghiacciante.

Potete leggere per intero L’esperienza della meraviglia a questa pagina.

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I morti in piedi

Le tradizioni funerarie, come qualsiasi altra espressione culturale, non sono fisse e immutabili ma si evolvono e variano a seconda dell’epoca e della sensibilità della società che le adotta. Non bisogna perciò stupirsi se anche nell’ambito delle pratiche di sepoltura si formano nuovi costumi, e in qualche caso delle vere e proprie mode.

È quello che succede da qualche anno nel bacino del Golfo del Messico, dove sta prendendo piede l’usanza dei muertos paraos (“morti in piedi”). Si tratta ancora di una nicchia all’interno della tradizione più classica, ma si contano già diversi casi di questa peculiare e fantasiosa attitudine nei confronti del cadavere di un defunto. Rintracciarne la storia può riservare alcune sorprese.

Il primo caso di muerto parao avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico. Le spoglie di David Morales Colon, un giovane vittima di una sparatoria, per volere dei parenti vengono preparate nella camera ardente in maniera pittoresca: il cadavere è fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada (l’avevamo segnalato in un vecchio post).

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Questo tipo di disposizione scenografica della salma non è, com’è intuibile, in alcun modo contemplata dalla legge, che prevede severe norme igieniche, in particolare in relazione alla vicinanza fra il pubblico e il cadavere. In effetti, sempre nel 2008, i responsabili delle pompe funebri passano qualche guaio giudiziario, soprattutto dopo che replicano l’exploit sul corpo di  Luis Angel Pantoja Medina, esposto in piedi nel salotto di famiglia per tutti e tre i giorni della veglia funebre.

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Ma è difficile imputare un vero e proprio reato agli imbalsamatori: si tratta, in definitiva, di un modo forse un po’ stravagante di onorare le passioni e gli ultimi voleri del defunto.
Nel frattempo le fotografie e i video realizzati nelle camere ardenti fanno il giro del mondo, complice la rete, e ci vuole poco perché l’idea prenda piede.

Quindi su internet compare la salma di Carlos Cabrera, alias El Che Cabrera, seduto come se stesse meditando sull’imminente rivoluzione, nel tentativo di dare un’estrema veste iconografica alla sua figura.

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Ed ecco il boxeur Christopher Rivera, le cui spoglie mortali sono fissate all’angolo di un ring, come se la morte non avesse minimamente intaccato il suo spirito battagliero: un guerriero pronto ad affrontare l’aldilà con forza e determinazione immutate.

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La moda dei muertos paraos sbarca a New Orleans. Qui “Uncle” Lionel Batiste, storico musicista e cantante jazz e blues, leader di una banda tradizionale di ottoni, decide che “nessuno guarderà il mio cadavere dall’alto in basso”. Si fa quindi imbalsamare in piedi, per l’estremo saluto.

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Allo stesso modo, lo scorso aprile la mondana Mary Cathryn “Mickey” Easterling, gran dama di New Orleans, è rimasta seduta – senza vita -, tra fiori, piume di struzzo, sigarette con bocchino, e tutto il suo usuale armamentario di seduzione, all’interno del Saenger Theatre.

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Il proprietario di una ditta di veicoli di pronto soccorso, deceduto quando un colpo di pistola è accidentalmente partito dall’arma di un suo collega, viene immortalato nell’atto di guidare un’autoambulanza.

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La moda conquista altri stati. Un biker di ben 82 anni, Bill Standley, viene seppellito in Ohio in una bara di plexiglas appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.

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Ma da dove nasce questa moda? È una trovata degli ultimi anni, o sono esistiti dei precursori?
Se questo trend vi sembra moderno e originale, ricordiamo qui l’antesignano Willie “Flukey” Stokes Jr., ganster e pappone di Chicago che nel 1984 venne esposto, e in seguito seppellito, all’interno di una bara a forma di Cadillac con banconote da 100$ nascoste sotto i suoi anelli con diamante.

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E viene spontaneao azzardare un parallelo, anche soltanto pensando al patrimonio che gli Stati Uniti hanno ereditato geneticamente e culturalmente dall’Africa, fra questo peculiare tipo di rapporto con la morte, e quello esibito dalle tribù Ga-Adangme del Ghana e del Togo.
In queste popolazioni dell’Africa, infatti, vigono dei pittoreschi costumi funebri: le bare vengono realizzate da falegnami esperti, ciascuna in una foggia che richiami i gusti personali o il lavoro del defunto. Le hall di queste pompe funebri assomigliano ad un laboratorio di un parco divertimenti: se un morto viveva di pesca, il suo sarcofago sarà a forma di pesce. L’operaio, invece, verrà sepolto in una bara a forma di martello. Se il trapassato indulgeva nell’alcol, la sua cassa avrà la forma di una bottiglia, se era un gran fumatore assomiglierà ad una sigaretta, e così via. Ecco quindi che anche qui, come nella moda dei muertos paraos, il funerale non è standardizzato e identico per tutti, ma personalizzato: le bare dei Ga-Adangme sono un colorato, vivace e simbolico viatico per l’aldilà, nel rispetto delle passioni e della vita del defunto, così come si è dipanata.

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Per noi, che ancora deponiamo i nostri morti in loculi “democraticamente” identici, orizzontali, nascosti alla vista, potrebbe quasi sembrare un insulto o una mancanza di rispetto verso il morto. Ma ogni funerale non è che un simbolo volto ad elaborare il lutto, e le modalità di consegna del defunto all’ “aldilà” mutano come e quando muta la cultura.

Così, non è detto che la moda non sbarchi anche sulle coste italiche. E il cadavere di una donna, seduta al suo posto preferito, con una birra in una mano e una sigaretta nell’altra, potrebbe in futuro sembrarci meno assurdo di quanto crediamo.

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(Grazie, ipnosarcoma!)

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Henry Cotton

- Dottore, ho dei continui sbalzi di umore.
- Non si preoccupi. Le togliamo un paio di denti, e tornerà come nuovo.
- Sono anche un po’ depresso.
- Allora, oltre ai canini, le rimuoviamo chirurgicamente il colon.

Poche teorie mediche hanno avuto una vita travagliata come quella sulle infezioni focali: propugnata a spada tratta all’inizio del ‘900, poi abbandonata a metà secolo, e in seguito riesumata dati alla mano negli anni ’90, è una di quelle strane nebulose che ancora è difficile dipanare. L’infezione focale è un’infezione secondaria che, partendo da un focus, cioè un focolaio infettivo, per qualche ragione riesce ad arrivare ad organi e parti del corpo distanti dal focus originario. Un esempio per tutti sono le tonsille che, se non curate durante l’infezione da streptococco, potrebbero far ammalare il bambino in siti distanti dalla gola, come i reni, l’endocardio, le vie urinarie o le articolazioni.
Che questi “passaggi” di infezioni in punti diversi del corpo possano esistere (anche se non con la frequenza un tempo stimata) sembrerebbe ormai piuttosto sicuro; ma in che modo questo avvenga è ancora oggetto di studio. Nel corso degli anni il processo e l’effetto a distanza di origine focale è stato attribuito alla diffusione dei batteri, oppure delle tossine, a reazioni di tipo allergico, ormonale, e via dicendo. Secondo alcuni studiosi i dati sarebbero però contrastanti, confusi e addirittura l’intera teoria potrebbe anche rivelarsi errata.

Nella prima metà del ‘900, comunque, le infezioni focali erano una vera e propria moda per medici e dottori, e a farne le spese erano spesso i denti dei pazienti. Da quando nel 1910, in un celebre discorso alla McGill University, il chirurgo inglese William Huter aveva indicato nelle infezioni alla bocca la causa prima di un impressionante elenco di malattie sistemiche (anemia, gastrite, colite, febbri oscure, disturbi nervosi, infezioni reumatiche, malattie renali), si era presto diffusa l’idea che le estrazioni dentali e le tonsillectomie potessero curare i più svariati disturbi. Così qualsiasi dente malato veniva estirpato, senza se e senza ma, e qualche medico avanzò perfino l’idea che perfino alcuni fra i denti sani andassero estratti dalla bocca del paziente… come forma di prevenzione. Altri proponevano che i dentisti che ancora si intestardivano a praticare devitalizzazioni e odontoiatria conservativa venissero puniti con sei mesi di lavori forzati. In tutta questa frenesia, com’è facile immaginare, molti pazienti si ritrovarono completamente sdentati.

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Naturalmente, quando una teoria è elegante e sembra poter spiegare molte cose assieme, c’è sempre chi ha la tendenza ad esagerare. In questo caso, l’uomo che spinse queste idee un po’ troppo oltre si chiamava Dr. Henry A. Cotton, ed era il direttore medico del Trenton State Hospital nel New Jersey.

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Henry Cotton mostrava senza dubbio delle idee progressiste: fra le altre iniziative, decise di abolire il contenimento dei pazienti psichiatrici (che fino ad allora venivano regolarmente legati al letto con cinghie di cuoio e altri metodi restrittivi) e istituì riunioni quotidiane con lo staff per discutere approfonditamente i progressi dei pazienti e risolvere qualsiasi problema relativo alle cure mediche. Auspicava che i manicomi venissero sostituiti da strutture più simili agli ospedali, ma inserite in contesti bucolici e piacevoli, in modo da creare un “ambiente sano per le persone che non lo sono”.
Il vero errore di Cotton fu quello di applicare le contemporanee teorie sulle infezioni focali (ancora agli albori) alla psichiatria.
E se altri studiosi avevano soltanto ipotizzato che alcuni disturbi nervosi potessero in realtà essere causati da focolai insospettabili, per esempio un ascesso all’interno della bocca, Cotton dal canto suo passò all’azione, convinto di poter curare gran parte delle malattie mentali con le tenaglie da dentista.

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Al Trenton State Hospital, lo staff del dottor Cotton estrasse più di 11.000 denti.
Il metodo di Cotton per perseverare nel suo errore era rigoroso: se l’estrazione dei denti non era sufficiente a far guarire il paziente affetto da psicosi o da schizofrenia, evidentemente il focolaio d’infezione non si trovava lì. Si passava quindi alla tonsillectomia, e alle procedure chirurgiche per pulire i seni nasali. Se ancora la malattia mentale non scompariva, per Cotton non c’era dubbio che il responsabile fosse qualche altro organo infetto, che andava prontamente rimosso.

La lista degli organi asportati chirurgicamente ai pazienti di Henry Cotton fa venire i brividi. C’è chi perse i testicoli, chi le ovaie o la cervice; altri si ritrovarono senza cistifellea, senza milza, addirittura senza stomaco; nella maggior parte dei casi il principale responsabile delle infezioni focali era giudicato il colon.
Il problema è che all’epoca non c’erano antibiotici, e gli interventi chirurgici erano spesso fatali o comportavano complicazioni post-operatorie: la figlia dell’economista Irving Fisher, Margaret, morì proprio a seguito di un’infezione, contratta in seguito a diverse operazioni. Cotton le aveva diagnosticato una “marcata ritenzione di materia fecale nel colon cieco con marcato ispessimento dell’area”. In breve tempo i pazienti cominciarono ad essere comprensibilmente terrorizzati all’idea di finire sotto i ferri del chirurgo (saranno stati anche malati di mente, ma non erano di certo matti). In alcuni casi i degenti vennero portati di forza nella sala operatoria. Oggi un’idea del genere ci fa indignare, ma all’epoca l’etica medica non andava al di là di chiedere il consenso ai genitori del paziente. E comunque, come scrive Nathan Belofsky, “pochi si lamentavano, e quelli che lo facevano erano considerati pazzi, quindi nessuno li stava a sentire“.

Henry Cotton, in tutto questo, guadagnava fama e popolarità: le sue terapie rivoluzionarie avevano, a suo dire, una percentuale di successo dell’85%. Le onorificenze cominciarono a piovere sullo psichiatra dalle associazioni mediche di tutto il mondo, e i pazienti facevano la fila per essere trattati con le sue tecniche d’avanguardia. D’altronde, soprattutto in quell’epoca, i manicomi erano nella pratica delle carceri in cui si entrava per non uscirne più, e per chi soffriva di una malattia nervosa o mentale l’idea di risolvere tutto con una semplice operazione chirurgica doveva sembrare un sogno.

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Ma i primi problemi per Cotton dovevano presto arrivare, e proprio da dove erano meno attesi. Il Dr. Meyer era stato insegnante di Cotton, ed era uno dei fautori della teoria. Uno dei membri del consiglio di amministrazione del Trenton State Hospital, sapendo che poteva contare sulla sua benevolenza, gli commissionò uno studio indipendente sui metodi di Cotton, forse nella speranza di una buona pubblicità. Meyer affidò l’inchiesta a un’altra sua ex-studente, Dr. Phyllis Greenacre, pensando che tutto sarebbe andato liscio. La giovane Greenacre, però, tornò da lui con un resoconto piuttosto scottante: prima di tutto l’ospedale di Cotton, che veniva vantato come la punta di diamante dell’avanguardia dal volto particolarmente “umano”, le era in verità sembrato malsano e insalubre tanto quanto i vecchi manicomi. Inoltre i pazienti le erano sembrati fin dall’inizio stranamente inquietanti, finché non si era resa conto del motivo di questo disagio: erano quasi tutti senza denti, incapacitati ad articolare bene i suoni o a mangiare. Lo stesso Cotton le apparve come un personaggio ambiguo (“è singolarmente peculiare”, annoterà). Ma il vero punto caldo che la Greenacre portò alla luce fu un dubbio scandaloso: la giovane dottoressa avanzò più di una riserva sui metodi statistici impiegati da Cotton per arrivare a quell’85% di successo nelle terapie che il dottore pubblicizzava. I registri erano caotici e imprecisi, con dati che spesso si contraddicevano da soli.

Queste dure critiche al metodo Cotton giunsero fino al Senato del New Jersey, che aprì un’inchiesta, ma il tutto si risolse in una bolla di sapone, anche grazie alle conoscenze altolocate del primario. La Greenacre venne messa a tacere da Adolf Meyer, e i più eminenti scienziati testimoniarono che la clinica di Cotton era la più tecnologicamente avanzata e la “più progredita del mondo nella cura dei folli, e che il nuovo metodo di trattamento per rimozione dell’infezione focale pone l’istituzione in una posizione unica per quanto riguarda gli ospedali per i malati di mente”.

Nel frattempo, Cotton aprì una sua clinica privata per esaudire le richieste dei pazienti più facoltosi, in cui riproponeva i suoi metodi. Metodi, gli va dato atto, in cui probabilmente aveva una fede cieca, se dobbiamo dare credito alla diceria che egli stesso si sia curato da un inizio di depressione facendosi togliere alcuni denti marci.

Nel 1930 Cotton andò in pensione, forse spinto dalla crescente ondata di scetticismo sulle sue pratiche mediche; proprio quando altri studi e altre inchieste stavano venendo alla luce, smontando di fatto tutte le statistiche presentate da Cotton e dai suoi collaboratori, egli, con encomiabile tempismo, morì di infarto fulminante nel 1933. La sua fama era ancora intonsa, ed egli venne elogiato nei necrologi come un pioniere nella battaglia contro le malattie mentali.

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Le parti abbandonate del Trenton State Hospital (le tre foto sono di Scott Haefner (http://scotthaefner.com/)

Per chi fosse interessato, il libro pubblicato da Henry Cotton nel 1921, The Defective Delinquent And Insane: the relation of focal infections to their causation, treatment and prevention è consultabile online a questo indirizzo. Questa pagina (in inglese) contiene informazioni aggiuntive sulla carriera di Cotton.

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Sport bestiali: il gioco, il sangue, la crudeltà

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Orson Welles, come è noto, ha cambiato la storia del cinema a soli 26 anni con l’inarrivabile Quarto Potere, un film che già nel 1941 mostrava un linguaggio inaspettatamente moderno e complesso. Welles era anche un eccellente prestigiatore e illusionista, ma quello che pochi sanno è che in gioventù il poliedrico artista e intellettuale aveva accarezzato il sogno di diventare un torero. La sua passione per le battaglie con i tori scemò progressivamente negli anni, quando Welles vide prevalere l’aspetto sensazionalistico e folkloristico della corrida sul suo significato simbolico – nelle sue parole, il sacrificio della “bestia coraggiosa” che incontra un “uomo coraggioso” in una battaglia rituale. “Odio tutto quello che è folkloristico. Ma non ce l’ho con la corrida perché ha bisogno di tutti quei giapponesi nella prima fila per continuare ad esistere (e ne ha bisogno davvero); piuttosto, mi è successa la stessa cosa di mio padre, che era un grande cacciatore e di colpo smise di cacciare, perché disse: ho ucciso troppi animali, e adesso mi vergogno di me stesso“.
Nella stessa splendida intervista con Michael Parkinson, Welles definiva la corrida “indifendibile e irresistibile” allo stesso tempo.

Irresistibile. Qualsiasi scontro violento fra uomo e animale, o fra animale e animale, attira inevitabilmente il nostro sguardo. Sarà forse un richiamo primitivo che ci riporta in contatto con l’antica paura di diventare prede; ma alzi la mano chi non è rimasto, almeno da bambino, incantato di fronte alle immagini televisive dei leoni maschi che combattono per il privilegio sulla femmina, o dei cervi che si scornano per il territorio. La lotta, la violenza sono parte integrante della natura, ed esercitano ancora su di noi un fascino potente e ancestrale.

Questo è probabilmente lo stimolo che sottende un tipo di “show” (se così si può chiamare), già avversato sotto il profilo etico nell’800, e ormai quasi universalmente condannato per la sua crudeltà: si tratta dei cosiddetti bloodsport, definiti dal Cambridge Dictionary come “qualsiasi sport che implica l’uccisione o il ferimento di animali per l’eccitazione degli spettatori o delle persone che ne prendono parte”.
Combattimenti fra galli, fra cani, fra tori, fra orsi, fra ratti, fra tassi: la fantasia non ha mai avuto confini quando si trattava di spingere due animali ad un duello per il semplice gusto dello spettacolo. In questo articolo passeremo in rassegna alcuni dei bloodsport più bizzarri – e probabilmente farete fatica a credere che alcune di queste forme di “intrattenimento” esistano, o siano esistite, per davvero.

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Il tiro dell’oca viene praticato ancora oggi in alcune regioni del Belgio, dell’Olanda, e della Germania, ma si utilizza un’oca già morta, uccisa con “metodi umani” da un veterinario. Non era così al principio della tradizione: l’oca, ancora viva, veniva legata per le zampe ad un’asse o a una corda sospesa; si spalmavano attentamente la testa e il collo dell’animale con grasso o sapone. I concorrenti, a turno, dovevano cavalcare sotto il palo e tentare di afferrare la scivolosa testa dell’oca. L’eroe del giorno era chi riusciva a staccare la testa all’uccello, e spesso il premio per la vincita era semplicemente l’oca stessa. Poteva sembrare un’impresa semplice, ma non lo era affatto, come testimonia un passaggio di William G. Simms:

Soltanto al cavaliere esperto, e all’esperto sportivo, è possibile assicurarsi il successo. I giovani principianti, che considerano l’impresa piuttosto facile, sono costantemente scornati; molti scoprono che è impossibile per loro passare nel punto giusto; molti vengono tirati giù dalla sella, e anche quando siano riusciti a passare sotto all’albero senza disastri, falliscono nell’afferrare l’oca, che continua a svolazzare e gridare; oppure, non riescono, andando al galoppo, a mantenere la presa sul collo scivoloso come un’anguilla e sulla testa che hanno preso.

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Nato nel XVII secolo in Olanda, questo sport si diffuse anche in Inghilterra e nel Nord America e, nonostante fosse criticato da molte voci autorevoli dell’epoca, resistette oltreoceano fino alla fine dell’800. Una versione leggermente diversa, ma altrettanto antica, si tiene ogni anno in Svizzera, a Sursee, durante la festa chiamata Gansabhauet: i concorrenti indossano una maschera che rappresenta il volto del Sole e una casacca rossa; la maschera impedisce di vedere alcunché e i partecipanti, procedendo alla cieca, devono riuscire a decapitare un’oca (già morta) appesa ad una corda, utilizzando una spada a cui, per aumentare la difficoltà, è stato tolto il filo.

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Un altro sport stravagante vide la luce invece in tempi più recenti, durante gli anni ’60. Si tratta dell’octopus wrestling: senza bombole o boccagli di sorta, i concorrenti dovevano riuscire ad afferrare una piovra gigante a mani nude e riportarla in superficie. Il peso del polpo determinava il vincitore. L’animale veniva in seguito cucinato, donato all’acquario locale oppure rimesso in libertà.

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Agli inizi degli anni ’60 si teneva annualmente un Campionato Mondiale di octopus wrestling, che attraeva migliaia di persone, tanto da essere ripreso perfino dalla televisione; nell’edizione del 1963 vennero pescati un totale di 25 polpi giganti del Pacifico, il più grosso dei quali pesava quasi 26 chili. Si aggiudicò la medaglia d’oro lo scozzese Alexander Williams, che catturò ben tre animali.

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In Giappone, nella cittadina di Kajiki, ogni anno si tiene il festival tradizionale Kumo Gassen, che è il più celebre evento di lotta fra ragni. Praticata un po’ in tutto il Sud Est asiatico, questa disciplina prevede l’utilizzo di argiopi a strisce nere e gialle. Amorevolmente allevati come fossero dei cuccioli, i ragni sono liberi di vagare per la casa, di camminare sulla faccia e sul corpo dei loro padroni, e di costruirsi le loro ragnatele a piacimento: lo scotto da pagare per questa libertà è il duro allenamento alla lotta. A dire il vero, questi aracnidi non sono per loro natura particolarmente aggressivi, e anche durante il combattimento, che avviene per mezzo di un bastoncino sul quale i ragni si scontrano, è raro che si feriscano brutalmente. In ogni caso, è presente un arbitro addetto a separarli, se le cose dovessero farsi troppo violente.

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Se il Kumo Gassen non è in definitiva uno sport particolarmente cruento rispetto ad altri, concludiamo invece con quello che è forse il più agghiacciante fra tutti: il fuchsprellen, popolare nel XVII e XVIII secolo.
Immaginate la scena. In un’arena chiusa (il cortile di un castello, oppure uno spazio appositamente delimitato) si radunavano le coppie di partecipanti al gioco. Nobili con le loro consorti, alti dignitari e rampolli di grandi casate. Ogni coppia era spesso composta da marito e moglie, in modo da aumentare la competitività dei concorrenti. A sei o sette metri di distanza l’uno dall’altra, entrambi tenevano in mano il capo di una rete o di una serie di corde poggiata per terra: questa era la loro fionda.
Ad un tratto, una volpe veniva liberata nel cortile: spaventata, correva di qua e di là finché non passava sopra alla fionda di una delle coppie. In quell’esatto momento i due concorrenti dovevano tirare gli estremi della rete con tutta la forza, per lanciare l’animale il più in alto possibile.

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Nel campionato di lancio della volpe indetto da Augusto II di Polonia, non furono soltanto questi bellissimi animali a venire sparati in aria: vennero fiondati in totale 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Il Re in persona partecipò ai giochi, e dimostrò (a quanto si racconta) la sua forza tenendo la rete con un solo dito, mentre all’altro capo stavano due dei cortigiani più muscolosi. Ogni tanto si provava anche qualche nuova variante: nel 1648 vennero liberati nel recinto 34 cinghiali “con grande diletto dei cavalieri, ma causando il terrore delle nobildonne, fra le gonne delle quali i cinghiali crearono grande scompiglio, per l’ilarità senza fine dell’illustre compagnia ivi assembrata“. Nello stesso campionato si provò a lanciare tre lupi.
Leopoldo I d’Asburgo invece si univa con gioia ai nani di corte per finire a mazzate gli animali appena atterrati, tanto che un ambasciatore annotò la sua sorpresa nel vedere l’Imperatore del Sacro Romano Impero accompagnarsi con quella cricca di “minuscoli ragazzi, e idioti“.

Indifendibile, ma non certo irresistibile.

(Grazie, Gianluca!)

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This Way Up

La quotidiana routine di due operatori funebri – sconvolta da una serie di improbabili eventi – non è mai stata così divertente come nel cortometraggio This Way Up (2008) diretto da Alan Smith e Adam Foulkes e vincitore di numerosi premi, fra cui la nomination agli Oscar 2009 come miglior corto di animazione. In questa folle e imprevedibile corsa contro il tempo, i toni macabri sono stemperati da un irresistibile umorismo nero, estremamente british.

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Musica a cranio aperto

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Mentre cammina lungo il corridoio dell’ospedale, una lontana melodia raggiunge l’orecchio di un infermiere. Da dove proviene?
Un violinista sta suonando il suo strumento, ma non si tratta di un paziente in un letto di corsia che ammazza la noia con un concertino improvvisato: in realtà, il musicista è bloccato su una poltroncina operatoria, la testa richiusa in una specie di morsa che ricorda vagamente una versione steampunk della Cura Ludovico di Arancia Meccanica… e mentre il suo archetto si muove sinuoso avanti e indietro carezzando le corde, e liberando le note, alcuni chirurghi stanno infilando dei lunghi spilloni di metallo attraverso un buco nel suo cranio, fino nel profondo del suo cervello esposto.

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Il violinista si chiama Roger Frisch, ed ha alle spalle quarant’anni di carriera come musicista da camera, pedagogo e suonatore d’orchestra. Il 1992 vide il suo debutto come solista al Carnegie Hall, e da allora egli è stato spesso primo violino.

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Ma nel 2009 Frisch scoprì di non riuscire più a muovere correttamente l’archetto: la sua mano destra era affetta da un leggero tremolio. Per qualsiasi altra persona l’entità del tremore sarebbe stata trascurabile, ma per Frisch si trattava di un problema che metteva a repentaglio la sua intera professione.

La procedura chirurgica a cui Roger Frisch ha deciso di sottoporsi è la Stimolazione Cerebrale Profonda (SCP). Il cranio viene trapanato, degli elettrodi sono impiantati nel subtalamo e collegati poi con un pacemaker che verrà posizionato sottocute a livello della clavicola oppure nell’addome.

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Utilizzata come sostegno esclusivamente sintomatologico (la malattia rimane, ma i suoi effetti vengono alleviati) per tremori essenziali, distonia, Parkinson, e molte altre patologie motorie, la SCP è una terapia integrativa a quella farmaceutica, e si basa sulla stimolazione elettrica delle zone danneggiate del cervello. Sulla rete si possono trovare dei video che elogiano gli effetti all’apparenza “miracolosi” di questa tecnica, come ad esempio quello qui sotto.

Questi filmati, per quanto impressionanti, vanno comunque presi con le pinze: nonostante la Stimolazione Cerebrale Profonda sia praticata ormai da vent’anni con effetti spesso benefici, i medici non hanno ancora compreso con precisione come essa agisca sul tessuto nervoso stimolato. La procedura è lunga e difficoltosa per il paziente, che deve rimanere sveglio durante l’intera operazione e sottoporsi a continui test affinché i neurochirurghi possano “aggiustare il tiro” e posizionare gli elettrodi nel punto esatto in cui saranno davvero efficaci. Inoltre gli effetti collaterali che possono insorgere sono i più imprevedibili e vari, molto spesso perfino complicati da diagnosticare: alcuni pazienti, ad esempio, mostrano una decisa modificazione della personalità (che però potrebbe anche essere conseguenza della ritrovata libertà); altri un’ipersessualità che in alcuni casi incrina perfino le dinamiche coniugali, oppure alterazioni del linguaggio, o ancora allucinazioni ed inedite tendenze suicide. Insomma, il rapporto benefici/effetti collaterali a lungo termine può variare, e deve essere discusso a fondo anche con i congiunti del paziente. Nel caso di Frisch, oltre alle verifiche “classiche” a cui vengono sottoposti i pazienti durante l’operazione (disegnare spirali, ripetere scioglilingua, svolgere semplici compiti con le mani), è essenziale che lui suoni il suo violino. Soltanto così medici e paziente si possono rendere conto di quale esatta posizione dell’elettrodo riduca effettivamente il tremore.

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Ma Frisch non è il solo, né il più noto personaggio ad aver suonato in sala operatoria in queste strane condizioni.

Chi ha seguito la celebre serie televisiva True Detective, prodotta da HBO, si ricorderà certamente il personaggio del carcerato Charlie Lang, e magari ha già visto l’attore in questione, Brad Carter, in alcune puntate di CSI, Bones, The Mentalist, Justified o Dexter.

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Oltre a condurre una fortunata carriera d’attore, Brad Carter è però anche un musicista country. Da diversi anni ormai soffre di tremore essenziale, una patologia degenerativa che potrebbe tramutarsi in breve tempo in una forma di Parkinson. Brad ha subìto ben due interventi di Stimolazione Cerebrale Profonda, che descrive come “la cosa peggiore che abbia mai provato in vita mia“. L’operazione principale, della durata di sette ore, prevedeva che Brad ne passasse sei rimanendo sveglio: “il talamo controlla anche il linguaggio e c’erano momenti in cui ho completamente perduto la mia capacità di parlare. È stata la cosa più surreale di cui io abbia mai fatto esperienza“.

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Essendo il cinquecentesimo paziente a subire l’intervento all’UCLA, l’ospedale ha chiesto a Brad di poter filmare l’operazione; la performance eseguita sulla sua chitarra artigianale è stata postata live su Twitter e nel giro di poco tempo è diventata virale, venendo vista da 30 milioni di persone soltanto il primo giorno e facendo velocemente il giro del pianeta. Ne hanno parlato i telegiornali di tutto il mondo, da Hong Kong all’Australia all’Iran.

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Grazie a questa inaspettata pubblicità, Brad Carter ha potuto finanziare su Kickstarter quello che sarà, presumibilmente, il suo primo e unico album professionale. Se la SCP ha infatti rallentato il tremore alla mano destra, le sue condizioni si stanno inesorabilmente aggravando, e la registrazione di questo lavoro è stata una vera e propria lotta contro il tempo. Oggi il disco, intitolato semplicemente Carter, è in prevendita sul sito ufficiale dell’artista. Una piccola rivincita sulla malattia che gli sta portando via la cosa per lui più preziosa: “Sono un chitarrista dal 1988, la musica è il mio primo amore. Faccio l’attore per vivere, ma ho sempre la musica a cui ritornare, è una parte della mia anima. [...] D’un tratto guardi tutte le tue abilità, e ciò che sei veramente, svanire di fronte ai tuoi occhi. È dura,  quando lo vedi succedere. E non puoi farci nulla. [... ] Quello che mi è stato offerto è la speranza, che prima non avevo.

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(Grazie, Ipnosarcoma!)

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Buon compleanno! – V

BB

Eccoci arrivati, come di consueto, ad un altro giro di boa!

Finora il raccolto del 2014 è stato succoso: alluvioni di melassa e cadaveri abbandonati sull’Everest, sarti volanti e panettieri cannibali, messia meccanici e conigli rosa giganti, boia pasticcioni, farmaci a base di mummia e manicaretti preparati con animali spappolati, e molte altre incredibili stranezze. Ne trovate traccia scandagliando gli archivi nella colonna qui a destra.

Un lettore faceva notare che i post di maggiore successo sono spesso quelli più lunghi e approfonditi, alla faccia dell’idea che sulla rete tutto debba essere per forza immediato e veloce. Ma d’altronde risulta evidente che la fanbase di Bizzarro Bazar (circa 2.000 visite quotidiane) è costituita da persone che apprezzano mettere in discussione le proprie idee, sanno trovare il tempo di riflettere e danno valore all’esotismo – nel senso etimologico di tutto ciò che è “fuori” (ex) dal comune, che è diverso, sconosciuto.
Quindi finiamola qui – inutile sperticarsi in salamelecchi e captatio benevolentiae: è chiaro che senza questo elemento fondamentale (lettori svegli, attivi e curiosi) uno spazio come questo probabilmente non esisterebbe più da tempo.

Cinque anni (internettiani, che quindi valgono il doppio) alle spalle, e il primo libro della Collana Bizzarro Bazar in uscita ad ottobre… non è poco per un piccolo blog come Bizzarro Bazar, nato e mantenuto con fatica e dedizione, in virtù della pura voglia di condividere il lato più inconsueto delle cose e del mondo, attraverso le scoperte del vostro entusiasta ed infaticabile esploratore del perturbante e del difforme.

Possiamo dire che quest’anno stiamo finalmente entrando nella maggiore età.
Grazie a tutti!

WeirdUncleSam

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Vermi cannibali e molecole di memoria

A volte, in questo mondo, la meraviglia può nascondersi nei luoghi e negli esseri più umili e, all’apparenza, insignificanti.
Le planarie sono dei minuscoli e piatti vermiciattoli, lunghi appena qualche centimetro, del colore del fango e che nel fango trascorrono la loro esistenza, nell’alveo di stagni e acquitrini.

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Eppure questi platelminti hanno una capacità che ha del miracoloso: se li tagliate in due, la testa è capace di rigenerare l’intero corpo. E fin qui non ci sarebbe nulla di così straordinario – molti animali sono in grado di far “ricrescere” le parti del proprio corpo che vengono a mancare e alcuni (come il granchio, la salamandra, la stella marina o la lucertola) arrivano addirittura all’autotomia, vale a dire ad amputarsi volontariamente un’appendice per sfuggire a un predatore. Quello che rende le planarie davvero straordinarie è che non soltanto la testa può rigenerare l’intero corpo, ma anche la coda riesce a farsi spuntare una nuova testa.
In effetti, esistono planarie sessuate e planarie asessuate; se quelle sessuate copulano e producono uova, le loro compagne asessuate si riproducono perdendo la coda, che diviene un secondo individuo con lo stesso patrimonio genetico del “genitore”.
E questo è solo l’inizio.

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Se sezionate una planaria longitudinalmente passando il vostro bisturi fra i due occhi, dove dovrebbe stare il cervello, fino alla fine della coda, le due metà si rigenereranno comunque: la parte sinistra farà ricrescere la parte destra mancante, e viceversa.
Poniamo che siate davvero accecati dall’odio per questo animaletto, e che decidiate di tagliarlo in 100 pezzi, certi finalmente di averlo fatto fuori; nel giro di qualche settimana le “fettine” avranno dato vita a 100 vermi perfettamente formati. Questo è stato verificato perfino tagliando una planaria in 279 pezzi.
E per finire, se dividete a metà la testa di una planaria, lasciandole però intatto il corpo, le due parti attiveranno comunque il processo di ricrescita della metà “mancante”, e in poco tempo vi ritroverete con una planaria a due teste.

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Ovviamente il segreto sta nella semplicità della struttura fisica di questi animali: l’apparato digerente è rudimentale, lo scambio fra ossigeno e anidride carbonica avviene per diffusione, senza bisogno di organi particolari e, più che di un vero e proprio cervello, essi sono dotati di un piccolo ganglio, due lobi di tessuto nervoso che formano una massa in cui è stata riscontrata attività elettrica simile a quella di altri animali. Due nervi principali corrono giù su entrambi i fianchi della planaria fino alla coda, e altri più piccoli li uniscono trasversalmente, come pioli di una scala.

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L’attività rigenerativa avviene per epimorfosi: questo significa che sulla ferita cominciano a proliferare delle cellule indifferenziate che, una volta raggiunto un numero adeguato, si differenziano e cominciano a creare i tessuti mancanti.

McConnell, James V

Se tutte queste stranezze non fossero già abbastanza, ecco entrare in scena il professor James V. McConnell, biologo ed etologo, personalità eccentrica con uno spiccato gusto per la provocazione. Lo studioso nel 1955 cominciò i suoi esperimenti con le planarie, e scoprì di poter condizionare il loro comportamento proprio come Pavlov con il suo famoso cane. Sottopose i vermi a questo trattamento: prima accendeva sul loro acquario una forte luce, e poi dava loro una scossa elettrica. Le planarie, come è comprensibile, facevano l’unica cosa che potevano per proteggersi o per resistere al dolore: si accartocciavano. Luce forte, scossa, luce forte, scossa. Dopo un certo periodo McConnell provò ad accendere soltanto la luce; gli animali si accartocciarono, in attesa di una scossa che non sarebbe arrivata.
McConnell dimostrò quindi che le planarie avevano una memoria: quelle già condizionate in precedenza avevano bisogno di meno tempo, e meno scosse, per ricordarsi il significato della luce, rispetto alle loro ignare colleghe appena entrate nell’acquario.
A partire da questa constatazione, McConnell cominciò i bizzarri esperimenti per cui ancora oggi – nonostante successive, più prestigiose ricerche – viene ricordato.

Assieme al suo team di worm runners (così aveva battezzato i suoi collaboratori) condizionò delle planarie, poi le divise a metà. Voleva accertarsi se, una volta rigenerate in due individui separati, si ricordassero ancora il loro condizionamento, e le sottopose quindi al suo test luce/scossa. La planaria formatasi a partire dalla testa, che quindi aveva mantenuto il suo cervello, si ricordava ancora perfettamente il pericolo associato alla luce, e si accartocciava appena questa veniva accesa. Ma la cosa davvero incredibile era che anche la planaria “nata” dalla coda tagliata sembrava non aver minimamente perso la memoria del condizionamento.
Cosa voleva dire? Per McConnell la spiegazione era evidente: quella era la prova che la memoria dell’animale non albergava esclusivamente nel cervello, o nel sistema nervoso centrale. Ma dove, allora?

McConnell aveva una sua teoria, ma per confermarla doveva fare un passo ulteriore.
Tagliò uno dei vermi già condizionati in pezzetti piccolissimi – praticamente lo macinò – e lo diede in pasto ad altre planarie che non sapevano nulla di luci o di scosse. (Ebbene sì, questi animaletti non disdegnano affatto il cannibalismo).
Ed ecco, prodigio!, le planarie ignoranti di colpo non lo erano più. Avevano digerito e incorporato la memoria del loro sfortunato compagno.

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Secondo i test successivi, infatti, i vermi cannibali che si erano cibati della planaria “addestrata” apprendevano molto più in fretta a reagire al riflesso condizionato. La memoria, concluse McConnell, era dunque un fenomeno chimico: dato che l’RNA codifica informazioni, e dato che le cellule viventi producono e modificano l’RNA in reazione ad eventi esterni, era forse così che all’interno dei neuroni venivano registrati e conservati i ricordi: Memory RNA, battezzò McConnell la molecola che ipoteticamente potrebbe essere responsabile di tutte le nostre memorie.

Le scoperte di McConnell causarono, comprensibilmente, un piccolo vespaio. Dal 1962 fino al 1969 circa, scettici e possibilisti si accapigliarono: potevano questi risultati avere qualcosa a che vedere con il modo in cui l’apprendimento avviene nel cervello umano? I vermi avevano davvero imparato semplicemente mangiando le memorie altrui, o l’esperimento era falsato? Era possibile immaginare un futuro in cui, invece di studiare, sarebbe bastata una pillola per diventare edotti in qualsiasi materia?

Di colpo, tutti si misero a tagliare vermi in laboratorio. Nonostante la buona volontà, però, questi eclatanti risultati non vennero mai replicati con precisione. Già difficile da digerire in partenza, la teoria di McConnell a poco a poco perse di risonanza, fino a diventare poco più di una barzelletta.

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A dire la verità, l’atteggiamento poco ortodosso e irriverente di McConnell non aiutò. Secondo lui, per essere scienziati seri non serviva assolutamente essere anche solenni e pomposi.
Nel suo Journal of Biological Psychology, il professore spesso amava mischiare le carte, e pubblicava le sue scoperte “serie” insieme ad articoli satirici. I lettori finirono per essere troppo confusi, quindi McConnell decise di stampare i testi scientifici su un lato della rivista, e quelli comici sul retro, sottosopra: da una parte si leggeva il Journal of Biological Psychology, e girando i fogli ci si poteva intrattenere con il più faceto Worm Runner’s Digest. McConnell si divertiva come un matto quando qualche libreria rispediva indietro le copie della strana rivista, segnalando un errore nella rilegatura.
Alla fine i contributi satirici del Worm Runner’s Digest risultarono così numerosi che McConnell riuscì a raccoglierli in ben due libri: The Worm Re-Turns (1965) e Science, Sex and Sacred Cows (1971).

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La sede della memoria, oggi lo sappiamo con relativa certezza, è la corteccia cerebrale, anche se ippocampo e amigdala giocano sicuramente ruoli importanti nella “registrazione” del ricordo. Eppure i meccanismi molecolari che regolano la formazione e il mantenimento della memoria, così come la sua “morte” nel momento in cui dimentichiamo qualcosa, sono ancora nebulosi.

Nel 2001 alcuni ricercatori intenti a studiare l’interferenza dell’RNA (uno degli argomenti più “caldi” nella biologia molecolare odierna) hanno sollevato il dubbio che McConnell, almeno in parte, fosse sulla strada giusta nell’insistere affinché venissero studiate le basi chimiche della memoria. Peccato che il diretto interessato non possa assistere a questo ritorno di fiamma delle sue teorie.
Nella seconda parte della sua carriera accademica di professore emerito, James McConnell si dedicò alla redazione di un fondamentale libro di testo di psicologia generale (Understandig Human Behavior), si occupò di psicologia sociale e di sensorialità nei soggetti autistici, e svolse ricerche sulla percezione subliminale. Nel 1985 fu vittima di Unabomber, e perse temporaneamente l’udito quando il suo assistente aprì un manoscritto esplosivo. Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, per dedicarsi alle sue orchidee, morì infine nel 1990.

E i vermi di tutto il mondo sospirarono di sollievo.

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R.I.P. Robin Williams

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Ti viene concessa soltanto una piccola scintilla di follia. Non devi perderla.
(Robin Williams, 1951-2014)

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