Sei fazzoletti per i cannibali: il terribile “Jameson Affair”

Questo articolo è apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 54 – “Se questo è un uomo”

da James W. Buel, Heroes of the Dark Continent, 1889

Nel 1885, lo stato del Congo diventò proprietà privata del Re Leopoldo II del Belgio. Il sovrano, durante i 23 anni del suo dominio africano, non mise mai piede in questa colonia; eppure per sfruttarne le risorse ridusse in schiavitù gli abitanti, causando dagli 8 ai 30 milioni di morti e di fatto dimezzando la popolazione locale. La Force Publique, una milizia istituita dal monarca per instaurare il terrore, torturò e mutilò uomini, donne e bambini in una delle più vergognose e sanguinose pagine del colonialismo europeo.

James S. Jameson

In questo contesto disumano si inserisce lo scandalo che colpì James ‘Sligo’ Jameson, erede della celebre distilleria di whisky irlandese tuttora esistente. Naturalista, cacciatore ed esploratore, Jameson si unì nel 1886 alla Emin Pascià Relief Expedition guidata da Sir Henry Morton Stanley. Nonostante l’obiettivo dichiarato fosse portare aiuto al Pascià Emin, che era sotto assedio, in realtà la spedizione aveva il compito di ampliare gli insediamenti belgi sul territorio congolese. Il 25 febbraio i militari lasciarono Zanzibar alla volta del cuore di quella che veniva chiamata “Africa nera”. Fu quando giunsero nella città di Ribakiba (oggi conosciuta come Lokandu) che successe il fattaccio.

Secondo Assad Farran, l’interprete di Jameson, durante un incontro con i capi tribù locali il gentiluomo irlandese aveva espresso la sua curiosità riguardo alla pratica del cannibalismo. “In Inghilterra sentiamo così tanto parlare di cannibali che mangiano le persone, ma dato che sono qui, mi piacerebbe vederlo con i miei occhi” aveva dichiarato. I capi tribù confermarono che in quella zona l’antropofagia era piuttosto diffusa, e suggerirono a Jameson di acquistare uno schiavo e di portarlo in dono a uno dei villaggi vicini. Fu così che Jameson, per il ridicolo prezzo di sei fazzoletti, comprò una bambina di 10 anni.

Raggiunte le capanne dei nativi la bambina, accompagnata dall’uomo che l’aveva procurata, fu presentata ai cannibali. L’uomo disse loro: “Questo è un regalo dell’uomo bianco. Vuole vedere come la mangiate”. La bambina fu portata via e legata per le mani a un albero. Circa cinque nativi stavano affilando i coltelli. Poi un uomo si avvicinò e la pugnalò con un coltello per due volte nella pancia. La ragazza non gridò, ma sapeva cosa stava succedendo. Guardava a destra e a sinistra, come se cercasse aiuto. Appena fu pugnalata, cadde morta. I nativi arrivarono e cominciarono a farla a pezzi. Uno tagliava una gamba, un altro un braccio, un altro la testa e i seni, e un altro tolse le viscere dalla pancia. Dopo che si furono spartiti la carne, alcuni la portarono al fiume per lavarla, e altri tornarono dritti a casa loro. Durante tutto il tempo il Sig. Jameson tenne un quaderno e una matita in mano, disegnando degli schizzi della scena.

Ricostruzione degli schizzi disegnati da Jameson.

Quando Assad firmò questa deposizione giurata nel 1890, quattro anni più tardi dei fatti, Jameson era già morto. Poiché la descrizione degli eventi era corroborata anche da un altro testimone, lo scandalo esplose, rimbalzando presto dall’Europa fino all’America e finendo addirittura sulle pagine del New York Times.
La vedova Jameson cercò allora di difendere la memoria del marito pubblicando una lettera che, a suo dire, quest’ultimo aveva redatto sul letto di morte. Questo memoriale proponeva una versione diversa dei fatti: il tutto si sarebbe svolto talmente in fretta da non lasciare il tempo a Jameson di fermare il massacro, avvenuto sotto i suoi occhi impotenti. Eppure nella lettera (che molti sospettarono essere un falso, scritto dagli amici di Jameson) venivano ripetuti alcuni dettagli – come i sei fazzoletti usati per acquistare la bambina – che concordavano con il resoconto dell’interprete: se lo scopo era restituire un postumo onore a Jameson, si rivelò dunque un espediente piuttosto debole.
A confondere ancora di più le acque, arrivò la smentita di Assad, che ritrattò le accuse affermando di essere stato frainteso. Ma tutti compresero che con ogni probabilità era stato costretto dagli ufficiali belgi a ritirare la sua denuncia.

Nonostante le zone d’ombra che ancora rimangono, ci sono pochi dubbi sul fatto che l’incidente sia avvenuto davvero. Un altro testimone ricordava che Jameson all’epoca non aveva problemi a parlare tranquillamente dell’episodio, e si era accorto della gravità delle sue azioni solo molto più tardi. “La vita è a buon mercato, in Africa Centrale; il Sig. Jameson si era dimenticato di quanto diversa sarebbe sembrata questa cosa terribile, in patria.” Nel quadro devastante del Congo di quegli anni, mentre si perpetrava un eccidio metodico, i nativi venivano considerati alla stregua di bestie da soma. Agli occhi dei coloni, dunque, sei fazzoletti valevano sicuramente uno spettacolo cruento e memorabile.

20 idee regalo per un Natale bizzarro

Credit: Rob Sheridan.

Il Natale è alle porte, e come sempre la scelta dei regali rischia di cadere nel risaputo e nel banale.
Niente paura! Ecco una selezione di 20 gadget assolutamente weird, per rinfocolare la vostra creatività consumista e accontentare parenti e conoscenti con dei pensierini su misura!

Per i vostri amici dark e goth nulla di meglio di un malinconico tè, sognando sepolcri in riva al mare.
Questo delizioso set a tema Edgar Allan Poe comprende: sacchetto stampato a mano, busta di infuso per la “fosca mezzanotte”, e filtro con ciondoli in edizione limitata. (Corvo non incluso.)

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Un libro è un regalo classico ma sempre gradito. Soprattutto quando, oltre a essere una lettura avvincente, si rivela utile ed educativo.
Di certo qualcuno apprezzerà questa pratica guida che illustra “101 modi di riprendersi giardino e dignità”, quando il cane del vicino si ostina a fare i suoi bisogni dove non deve.

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Regalo perfetto per i bambini (dei nemici): il libro da colorare dei serial killer. Divertente e istruttivo!

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Il calendario è tra i più noiosi e impersonali regali che ci siano. Non questi, però: ecco i migliori calendari scelti e raccomandati da Bizzarro Bazar per il 2019.

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Queste ultime suore pazzerelle ci ricordano però che il Natale è soprattutto una festività sacra.
E cosa c’è di più religioso di una mantide religiosa?
Be’, soltanto una cosa: un angioletto natalizio a forma di mantide religiosa.

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A Natale, con il cioccolato si va sempre sul sicuro. Vi propongo qui una variante non esattamente economica, ma di certo esotica: la barretta di cioccolato a base di latte di cammello.

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Se per preparare l’albero di Natale ci mettete un pomeriggio, al vostro gatto bastano 2 minuti per distruggere tutto il lavoro.
Il problema è risolto con il Mezzo Albero, a prova di animali domestici. Disponibile anche in versione innevata.

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Visto che parliamo di gatti, è un vero peccato che questa salsiera non sia più in commercio. Si trattava di un progetto Kickstarter di qualche anno fa, e gli esemplari prodotti sono andati a ruba. La inserisco questa in lista perché, chi lo sa, magari sul mercato dell’usato riuscite a trovarne una con cui scioccare gli invitati al pranzo di Natale.

Per chiudere il capitolo gatti, ecco l’action figure perfetta per la vostra amica gattara.

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E i cani? Non vogliamo tenerli al riparo dai primi freddi?

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Altro regalino utile e di squisita fattura.
Quando il freddo intenso fa lacrimare gli occhi e colare il naso, i guanti double face “Snittens” offrono due soluzioni in una: i lati dei guanti sono specificamente progettati per asciugare le lacrime da una parte, e dall’altra per impregnarsi ben bene di muco. Specificamente progettati, eh. Immaginate il pool di scienziati al lavoro su questa trovata e ringraziate di vivere in tempi così illuminati, in cui la tecnologia più sofisticata si piega alle esigenze dell’uomo comune.

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Se i guanti assorbi-secrezioni non fossero abbastanza per disgustare i vostri amici, forse ci vuole una terapia d’urto.
Regalate ai più schizzinosi questo simulatore di brufoli. La ricarica di pus è inclusa!

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Per ultimi, dobbiamo sistemare anche quelle amiche o quegli amici — e, perché no, fidanzati/e — sessualmente esuberanti, alla perenne ricerca del nuovo sex toy. Ci vuole qualcosa di appropriato per la cornice natalizia, che però non sia il solito costumino sexy da Babbo/Babba Natale.
Quando regalerete loro questo imponente dildo a forma di pene di renna (se prendiamo per buona la descrizione del produttore), sapranno di avere in voi dei veri sodali.


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(Piccolo inciso: il sito Amazon americano suggerisce anche l’acquisto abbinato qui sotto, di rara bellezza.)

Prima di concludere, segnalo due gadget che non sono davvero dei regali quanto piuttosto degli strumenti che potrete sfruttare voi stessi, in caso di necessità. Una sorta di kit per sopravvivere alle feste, alle visite dei parenti, ai lunghi convivi che possono talvolta trasformarsi in incubi kafkiani.
Il primo rimedio vi consente di avvicinarvi con nonchalance all’albero di Natale, svitare una palla e affogare nel whisky i vostri tormenti.

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Il secondo è invece progettato per le emergenze vere e proprie.
Istruzioni: alzatevi dalla tavola, accampate una scusa con gli altri ospiti, andate nell’altra stanza e urlate a squarciagola nel vaso assorbi-grida. Questo indispensabile accessorio vi permetterà di sfogarvi senza per questo incrinare il puro e commovente spirito natalizio.

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In chiusura, mi permetto di ricordare i miei libri, che come regalo di Natale fanno sempre la loro figura!

Disponibili nel bookshop di Libri.it.

E con questo è tutto, buone feste!

Eventi di dicembre

Anche quest’anno mi troverete a Roma alla fiera dell’editoria indipendente Più Libri Più Liberi.

Sarò presente per dediche e chiacchiere varie sabato 8 dicembre dalle 11 alle 14; e domenica 9 dicembre dalle 17 alle 19 presso lo stand di #LOGOSEDIZIONI (G61 F62).

Ma prima, c’è una bella sopresa: il 7 dicembre non potete perdervi un’occasione davvero speciale.
L’amico Fabio Camilletti ha infatti curato per Nova Delphi la prima traduzione italiana del Frankenstein originale di Mary Shelley.
Vi potreste chiedere, in che senso la “prima traduzione”?
Il fatto è che esistono molti Frankenstein. C’è l’edizione definitiva del 1831, praticamente l’unica nota, finora, al pubblico italiano. C’è quella del 1823 curata da William Godwin, padre di Mary Shelley. C’è la prima edizione del 1818, scritta da Mary ma profondamente rivista da suo marito Percy. E c’è, infine, il primo Frankenstein: il testo scritto da Mary, e da Mary sola, fra il 1816 e il 1817, e che qui viene proposto per la prima volta in lingua italiana.
Composto in viaggio, sullo sfondo di un’Europa devastata dalla guerra, dal gelo e dalla carestia, il primo Frankenstein è il frutto più immediato degli incubi e delle ossessioni di Villa Diodati: un testo più scarno, diretto e disperato di quello che siamo abituati a conoscere, un’opera in cui non esiste morale e in cui nulla è certo.

Ma non c’è solo Frankenstein. Il volume che contiene il testo è infatti il primo di due, intitolati Villa Diodati Files: tutti gli scritti legati alle “fatidiche notti dell’estate 1816”, animate dai coniugi Shelley, da Byron e da Polidori, vengono ricostruiti filologicamente nei due volumi, costituendo un prezioso archivio di un momento che ha cambiato per sempre l’immaginario fantastico.

Quindi, sempre a Più Libri Più Liberi nella spettacolare cornice della “Nuvola di Fuksas“, Fabio presenterà questa sua ultima fatica; a interloquire con lui saremo io e la splendida Annalisa Cignitti del blog Rocaille.

L’ultimo appuntamento da non mancare, prima di Natale, è il 16 dicembre.
Ritornerò infatti alla straordinaria wunderkammer Mirabilia di Giano Del Bufalo, a Roma, per presentare la versione aggiornata del mio talk Sante, Madri & Afroditi.
Si tratta di un work in progress che mi impegna da anni, una ricerca interdisciplinare sulla dissezione del corpo femminile come dispositivo retorico utilizzato attraverso i secoli per minare il potere seduttivo della donna.
Segnate subito tutto sul calendario, vi aspetto!

Il licantropo di Ansbach

Si stima che nel corso di soli trecento anni, dal XIV al XVII Secolo, in Europa siano state giustiziate fino a 100.000 persone accusate di essere lupi mannari.
A trovarsi sotto attacco da parte di queste creature soprannaturali furono in particolare Francia e Germania, paesi in cui le “epidemie” di licantropia causarono una vera e propria paura collettiva.
Il lupo mannaro poteva essere talvolta vittima di una maledizione, ma più frequentemente veniva additato come adoratore di Satana. Poiché il tramutarsi in lupo era considerato il risultato di arti magiche, i processi per licantropia ricadevano nel più ampio fenomeno della cosiddetta caccia alle streghe.
In tutta la storia degli episodi registrati di licantropia, ce n’è uno in particolare che è assolutamente degno di nota.

Nel 1685 il Principato di Ansbach comprendeva i dintorni dell’omonima cittadina bavarese; fu qui che un lupo cominciò ad attaccare le greggi e il bestiame. La minaccia divenne di colpo più seria quando l’animale uccise diversi bambini nel giro di pochi mesi.
Immediatamente si diffuse l’idea che non si trattasse di un normale lupo, bensì di un licantropo, sulla cui identità non potevano esserci dubbi: di recente infatti era finalmente morto il detestato Michael Leicht, Borgomastro di Ansbach (all’epoca una figura a metà strada tra il sindaco e il regnante), che per anni aveva assoggettato la cittadina al suo giogo crudele e fraudolento.

Si mormorava che l’odiato ufficiale pubblico fosse in realtà riuscito a sfuggire alla morte, trasferendo il suo spirito nel corpo di un lupo. C’era chi giurava di averlo intravisto mentre assisteva ai suoi stessi funerali; un volantino coevo mostra Michael Leicht che, sotto forma di lupo avvolto in un sudario di lino bianco, fa ritorno al suo vecchio appartamento terrorizzando i nuovi inquilini.

Cacciare il lupo sanguinario divenne dunque un imperativo non soltanto per proteggere i bambini da ulteriori carneficine, ma per liberare la città dall’ombra dello spirito del Borgomastro che infestava quei luoghi, e vendicare le angherie subite.

I cacciatori approntarono un Wolfsgrube. Questo “pozzo per lupi” consisteva in una buca, profonda circa tre o quattro metri, dalle pareti in pietra e ricoperta di rami e paglia, che veniva utilizzata per intrappolare le fiere. Sul fondo del pozzo si gettava della carne macellata, o più di frequente un’esca viva come una pecora, un maialino o un’oca. Il lupo, avvertendo l’odore della preda, si aggirava intorno alle sterpaglie fino a cadere nel pozzo e rimanere intrappolato.

Nel caso in questione, l’esca fu un gallo. Il lupo cadde nella buca e venne ucciso dai cacciatori.
Ma fu quello che successe dopo, a essere davvero interessante.

La carcassa dell’animale venne fatta sfilare per le strade della città, per segnalare che il pericolo era finalmente cessato. Gli uomini avevano avuto la meglio sulla bestia.

Ma, poiché questo non era un lupo ordinario, venne inscenato uno spettacolo ben più grottesco. Dopo averlo spellato, gli uomini tagliarono il muso all’animale e vi applicarono una maschera di cartone con le fattezze di Leicht; gli misero addosso una parrucca e un mantello, e lo impiccarono a una forca appositamente eretta su un colle lì vicino, in modo che fosse ben visibile.

Una poesia dell’epoca recita:

Io, lupo, bestia truce e divoratore di tanti bambini
che ho di gran lunga preferito a grasse pecore e manzi
un gallo mi ha ucciso, un pozzo è stato la mia morte.
Adesso sono appeso alla forca, io, per il ludibrio di tutte le genti
In quanto spirito e lupo ho infastidito gli uomini
Quanto bene mi sta, che adesso la gente dice:
Ah! Tu, maledetto spirito che sei entrato nel lupo,
Penzoli dalla forca travestito in sembianze da uomo
Questo è il giusto compenso, il dono che ti sei guadagnato;
Questo ti sei meritato, la forca è la tua tomba.
Prendi questa mancia, perché hai divorato i figli degli uomini
Come una bestia furiosa e feroce, vero mangiatore di bambini.”

La punizione riservata a questa bestia demoniaca è più sottile di quanto sembri a prima vista, perché in realtà ricopre una duplice valenza simbolica.

Da una parte, privare il lupo della sua pelliccia e sostituirla con abiti umani significava dimostrare a Satana che le sue astuzie non avevano funzionato. Gli abitanti di Ansbach avevano saputo riconoscere l’uomo sotto il pelo dell’animale; l’avvertimento era dunque rivolto al Diavolo stesso – ecco la fine che fanno i tuoi servitori, da queste parti! – e aveva un chiaro intento apotropaico.

Dall’altra parte, c’era un innegabile aspetto politico. Questa era una sorta di esecuzione “per procura” del vecchio regnante; i popolani, che non erano riusciti a rovesciare l’oppressore mentre era in vita, lo facevano post mortem.
Ci si può domandare: si trattava forse di un monito per il nuovo Borgomastro, affinché rigasse dritto? O c’era proprio lui, il novello regnante, dietro questa messinscena? Un simile gesto eclatante poteva essere un buon modo per guadagnarsi la fiducia degli abitanti, prendendo le distanze dalla tirannia del suo predecessore.
In ogni caso il messaggio politico era chiaro, perfino per chi non avesse creduto nei lupi mannari: questo atto sanciva la fine di un’epoca buia.

Come dimostra questo episodio, sbaglieremmo a bollare i processi per licantropia come cieca isteria di massa, fomentata dalla superstizione. Per quanto nascessero senz’altro dalle paure legate a un periodo di grandi epidemie, nonché di instabilità economica, politica e sociale, i processi per licantropia comportavano talvolta livelli di lettura stratificati, tutt’altro che inconsapevoli.
Mentre i tribunali condannavano al rogo centinaia di persone, gli intellettuali dibattevano su come fosse possibile che un uomo si trasformasse in lupo. Ed erano già sorprendentemente consci che il vero problema stava nel separare la leggenda dalla realtà.

Per esempio uno dei più acuti trattati sul tema, il Discorso sulla licantropia (1599) di Jean Beauvoys de Chauvincourt, rintraccia le origini del lupo mannaro nella mitologia greca, spendendo diverse pagine a fare distinzioni tra quelle che erano certamente allegorie fantastiche inventate dagli antichi, e quei casi che invece potevano nascondere un fondo di verità.

Ma qual era esattamente questa realtà? Cosa accadeva durante un episodio di licantropia? Possiamo davvero sostenere razionalmente, si domanda Beauvoys, che un uomo abbia la facoltà magica di mutare la propria forma fisica?
La questione più delicata, poi, era di ordine teologico. Come poteva Satana trasformare ciò che Dio aveva creato, sostituendosi a lui in una sorta di “seconda creazione”? Attribuirgli un simile potere non era ammissibile, visto che soltanto l’Altissimo poteva tramutare l’acqua in vino, la moglie di Lot in sale, o la verga di Mosè in serpente.

Nel suo trattato Beauvoys escogita una soluzione estremamente ingegnosa, un vero gioiello di equilibrismo, per uscire dall’impasse.
Visto che sostenere una trasformazione sostanziale dell’uomo in lupo lo porterebbe pericolosamente vicino a posizioni blasfeme o quantomeno eretiche, opta per una doppia illusione demoniaca.

La prima illusione colpisce proprio i licantropi: Satana, “grazie alla sua pura e semplice sottigliezza, penetrando dentro i loro corpi e occupando i loro organi interni, come vero possessore di questi, li persuade di ciò che vuole. Turbando la loro fantasia e facoltà di immaginazione, fa loro credere di essere bestie brutali, generando in loro gli stessi desideri e attrazioni di queste ultime, fino ad avere ordinarie frequentazioni carnali con quelle della loro specie”. Quindi il lupo mannaro non è altro che un uomo perduto e ingannato dal diavolo; il suo corpo non si ricopre veramente di pelo, le sue unghie non si trasformano in artigli né i suoi denti in zanne. Tutto avviene nella sua testa (un’idea straordinaria, se si pensa che qualcosa di simile alla psichiatria comincerà a nascere solo due secoli dopo).

In un secondo momento, grazie a unguenti, colliri, creme polveri e pozioni che somministra a questi suoi schiavi, il demonio è in grado di creare allucinazioni anche in chi ha la sventura di incontrare il lupo mannaro: “tale è l’odore e l’aria infettata da queste porcherie che non si contentano soltanto di agire sul suo paziente, ma sono così veementi, da agire anche sui sensi esterni degli spettatori, impadronendosi dei loro occhi i quali, turbati da questo veleno, si persuadono che queste trasformazioni siano reali”.

Ecco allora che, a un livello più superficiale, il lupo mannaro rappresenta il pericolo dell’abbandonarsi agli istinti bestiali perdendo la propria umanità; è una figura morale che illustra cosa succede a rinnegare la luce divina, e più in generale è segno di recessione alla barbarie, di perdita del logos.

Ma il fatto più spaventoso e inquietante è che il licantropo confonde e capovolge le comuni categorie di senso. Secondo Beauvoys, come abbiamo visto, la sua condizione è insieme soprannaturale (c’è lo zampino di Satana) e assolutamente terrena (nessuna trasformazione, l’uomo resta uomo, ancorché abbrutito). Allo stesso modo, il lupo di Ansbach è privato della sua pelle reale, reputata finta, e gli si fa indossare una faccia d’uomo, riconosciuta come la sua natura autentica.

La carica destabilizzante del licantropo risiede dunque in questa dimensione di mistero epistemologico — il lupo mannaro è un gioco di prestigio, un’illusione; è sia vero che falso.

50 sfumature di verde: il sesso con le piante

Questo articolo è apparso originariamente su
#ILLUSTRATI n.53 – L’uomo che piantava gli alberi

Quando ancora ero studente alla scuola di cinema, scrissi un soggettino per un cortometraggio in cui un uomo acquistava un fiore, un’orchidea di grandi dimensioni. Tornato a casa, poggiava l’orchidea sul suo letto, la accarezzava, la baciava e infine ci faceva l’amore.
Il tutto suonava piuttosto comico ma, nelle mie intenzioni, voleva essere un esperimento o, meglio, un esercizio di stile: sarei riuscito a girare una scena di sesso così assurda senza renderla ridicola? Sarei riuscito a renderla perfino romantica? Si poteva indurre nello spettatore la famosa “sospensione dell’incredulità” di fronte a una situazione talmente eccessiva?
Quello che all’epoca ignoravo è che la mia fantasia non era poi molto originale.

Esiste infatti una parafilia assai rara, o meglio una forma di feticismo, che consiste nel provare eccitazione sessuale per gli alberi e le piante. Il termine che la designa, dendrofilia, pare sia stato coniato dal critico letterario Lawrence Buell riferendosi all’amore che per gli alberi nutriva il grande scrittore Henry David Thoreau – sentimento del tutto innocente, in quel caso.
La dendrofilia, come le altre parafilie, è uno di quegli argomenti che fanno la gioia dei tabloid scandalistici: quando la redazione è a corto di notizie, basta mandare un fotografo giù in cortile, fargli scattare qualche immagine di una signorina che bacia un albero, e l’articolo è bell’e pronto: “Voglio sposare un pioppo!”.
Ma la dendrofilia esiste davvero?

© Closer Magazine

Un seminale studio condotto nel 2007 dall’università di Bologna ha stimato che, all’interno dei vari feticismi, soltanto il 5% si riferisca a oggetti inanimati che non sono in relazione con il corpo umano. Non stupisce dunque che nel contesto di una percentuale già così bassa, la nicchia ancora più esclusiva di chi è fissato con le piante sia praticamente invisibile; si aggiunga la vergogna di parlarne e il fatto che questa preferenza sessuale non causa alcun problema, e si capirà perché in letteratura medica non c’è traccia di case studies sulla dendrofilia.

Ammesso che una simile parafilia esista davvero, però, da quello che sappiamo degli altri feticismi è ragionevole dedurre che essa si manifesti in termini molto meno stravaganti del previsto. Gran parte dell’attrattiva di un feticcio ha infatti a che fare con l’odore, la texture e l’aspetto dell’oggetto, che diviene importante a livello evocativo per stimolare l’eccitazione. In quest’ottica, è probabile che l’eventuale dendrofilo non faccia altro che trovare estremamente piacevoli la consistenza di una corteccia, la morbidezza o il colore delle foglie, la forma di una radice; il contatto, magari associato a un lontano ricordo sessualmente rilevante, diventa così efficace nello stimolare l’eccitazione.

Niente di molto diverso, dunque, da chi ritiene eccitante il velluto: di norma si parla di patologia soltanto quando il feticismo diviene conditio sine qua non per ottenere la gratificazione sessuale e, in effetti, molti specialisti che lavorano sul campo tendono a suddividere gli impulsi parafilici in opzionali, preferenziali ed esclusivi. Solo gli ultimi sono considerati disturbi della sfera sessuale; la distinzione, operata anche dal DSM-5 (il manuale diagnostico più utilizzato in psichiatria), è insomma quella tra il feticismo vero e proprio e il semplice comportamento feticista.

Lo scorso giugno a Palermo è scoppiato un piccolo scandalo: tra le piante del meraviglioso Orto botanico è comparsa una video-installazione dell’artista cinese Zheng Bo intitolata Pteridophilia (letteralmente, “amore per le felci”). Nel filmato si vedono sette giovani che fanno sesso con le piante in una foresta di Taiwan.

Forse, visto il putiferio suscitato da questo video artistico, è un bene che io non abbia mai realizzato il mio cortometraggio. Il quale però, con un piccolo colpo di scena finale, si chiudeva giocando proprio sul filo tra feticismo patologico e semplice atto feticista “per procura”: dopo aver fatto l’amore con l’orchidea, il protagonista andava a posarla delicatamente sulla tomba dell’unica donna che avesse mai amato.

Joshua Hoffine

Articolo a cura del guestblogger Dario Carere

Le terrificanti immagini di Joshua Hoffine ci trascinano in un mondo di incubi, caccia, pericolo, e contengono anche una punta di ironia e di romanticismo.
Le sue prime fotografie dell’orrore, risalenti al 2003, lo hanno consacrato come il fondatore di un vero e proprio sottogenere, che combina elementi della letteratura e della cinematografia per generare una nuova prospettiva per l’arte fotografica che — come ha dichiarato in un’intervista — diversamente dai videogiochi, dalla musica ecc., non ha mai goduto di un suo vero “spazio horror” prima d’ora.

I mostri di Hoffine popolano le cantine, le soffitte, i bagni, i luoghi che ci sono familiari e reputiamo sicuri; i demoni ci deridono dall’oscurità quando cerchiamo di capire dove si trovino. Ma soprattutto, essi possono nascondersi dentro di noi.
Guardandoci allo specchio scopriamo di non essere che una copia grottesca delle nostre paure, e la bellezza, come spesso accade nella letteratura romantica, a volte non è che lo strato superficiale di un’anima corrotta e deforme. Scenari ottocenteschi fanno da sfondo a delitti efferati e surreali apparizioni, attraverso cui l’immaginario di Hoffine produce storie mute e inedite, compresse in un singolo scatto capace di vomitare mille domande.

 

Amante dei classici, Hoffine sfrutta la fama imperitura di icone dell’orrore come Jack lo Squartatore, Dr. Jekill e Mr. Hyde, Nosferatu ed Elizabeth Bathory (magnificamente immortalata con una maschera di bellezza durante il suo consueto bagno nel sangue di vergine), per rivisitarne lo spirito in chiave moderna, raccontando la storia in uno o più scatti. La luce, il trucco, l’espressività sono studiati nel dettaglio per trasformare l’immagine in un continuo scambio tra realtà e visione, motivo per cui ciascuna foto è sempre qualcosa di più una semplice “scena da film”. Il momento che egli decide di immortalare è il punto perfetto di massima tensione drammatica.

I classici dell’orrore campeggiano spesso nella sua opera, come è possibile vedere nella grande raccolta dei suoi scatti pubblicata di recente, rappresentativa degli ultimi tredici anni di lavoro. L’assassino silenzioso, il clown di Stephen King con il suo minaccioso palloncino, l’orda di zombie famelici, la sposa cadavere: si tratta di una sorta di grande omaggio all’orrore di ogni tempo che pugnalando la nostra fantasia ci costringe, nelle intenzioni dell’autore, a “vedere ciò che non volevamo vedere”.
Non stupisce dunque che Hoffine si sia anche cimentato nel ruolo di regista: è del 2014 il suo primo cortometraggio (breve ma molto intenso), Dark Lullaby.

https://vimeo.com/150959454

La protagonista di Dark Lulllaby è una delle figlie di Hoffine. Già a partire dai suoi primi scatti, dedicati agli incubi dell’infanzia, Hoffine aveva immerso le figlie (assieme ad altri parenti) all’interno dei suoi scenari surreali; sono proprio queste fotografie, contenute nella sua raccolta più celebre, After Dark My Sweet, quelli che a mio parere rappresentano tuttora il meglio della sua produzione.
Il motivo è che ci riguardano da vicino: il mostro sotto il letto, i ragni che entrano dalla finestra, le fauci che sembrano spuntare dalle tenebre dell’armadio appartengono ai ricordi più antichi di ciascuno di noi, e talvolta perfino alla nostra quotidianità di adulti. Si tratta di incubi primordiali, incancellabili: il buio, gli insetti e gli spiriti sono le tre cose che quasi tutti temiamo, anche quando non ce n’è davvero motivo, anche quando potrebbe sembrare sciocco averne paura.

L’accostamento delle bimbe ai mostri della fantasia di Hoffine creano un contrasto terribilmente efficace, caro da sempre al genere horror. Per quanto ricca possa essere la fantasia dell’artista e la bravura del modello/attore, nessuno può raccontare l’orrore meglio dei bambini. In verità, attraverso l’horror, retrocediamo sempre sino all’infanzia, riaprendo il baule dei ricordi che avevamo lasciato in soffitta, per tornare al pavor nocturnus. Per questo il bambino rimane il protagonista perfetto di qualsiasi scena spaventosa.

Viene da domandarsi che tipo di ricordo le cinque figlie di Hoffine conserveranno di questa esperienza.
Di certo, a questo maestro dell’orrore va riconosciuto il merito di aver creato un nuovo modo di fare fotografia, mostrandoci da vicino, anche attraverso l’eccellente uso del trucco, ciò che volevamo tenere lontano.

Ecco il sito ufficiale di Joshua Hoffine.

Due appuntamenti con l’incanto

Questa settimana potrete venire a incontrarmi in due particolari eventi.

Venerdì 9 novembre alle ore 18 sarò a Bologna, presso la straordinaria libreria-wunderkammer Mirabilia, in via de’ Carbonesi, per parlare delle due guide, su Parigi e Londra, realizzate assieme a Carlo Vannini.
La libreria si chiama Mirabilia, la mia collana si chiama Mirabilia — insomma, non potete sbagliare.

Il giorno dopo (10 novembre) mi sposterò a Pescara dove sono stato invitato per l’edizione annuale del FLA — Festival di Libri e Altrecose.
Alle 22.30 presso il Bizarre Club (altro nomen omen!) terrò una conferenza intitolata Un terribile incanto: il Macabro e il Meraviglioso tra arte, scienza e sacro.
Sarò sincero: parlare di Thanatos in un night club dedicato alle sessualità alternative e ai risvolti culturali dell’Eros, lo ritengo un appropriato e ragguardevole traguardo per la mia carriera di specialista del bizzarro!

Teste criminali

Due teste sezionate. Tavola a colori di Gautier D’Agoty (1746).

Già a partire dalla fine del Medioevo i corpi dei condannati a morte venivano comunemente utilizzati per le dissezioni anatomiche. Si trattava di una sorta di pena aggiuntiva, perché l’atto autoptico era ancora avvertito come una sorta di dissacrazione; forse proprio a causa di un certo senso di colpa che questa “crudeltà” suscitava, si accordava ai corpi sezionati quella sepoltura in terra consacrata che normalmente sarebbe stata preclusa ai criminali.

Ma nell’Ottocento si cominciò a sezionarli per un motivo specifico: comprendere in che modo l’anatomia di un criminale differisse da quella normale. Una pratica che continuò fino quasi a metà Novecento.
La foto seguente mostra la testa di Peter Kürten (1883-1931), il tristemente noto Vampiro di Düsseldorf le cui gesta ispirarono il capolavoro M (1931) di Fritz Lang. Oggi è esposta al Ripley’s Believe It Or Not di Winsconsin Dells.

Cesare Lombroso, che a dispetto delle sue teorie controverse fu uno dei pionieri e fondatori della criminologia moderna, era convinto che il criminale portasse nella sua anatomia i segni anomali di un atavismo genetico.

Il Museo a lui dedicato, a Torino, ripercorre i suoi ragionamenti, le sue convinzioni influenzate da teorie in voga all’epoca, e dà conto dell’imponente collezione di teste da lui studiate e conservate. E Lombroso stesso volle entrare a far parte del suo museo, in cui è possibile vedere l’intero scheletro del criminologo in una teca; la testa, priva di cranio e preservata in formalina, non è invece visibile al pubblico.

Testa di Cesare Lombroso.

Simili autopsie sul cranio e sul cervello degli assassini portarono pressoché invariabilmente alla stessa conclusione: nessuna differenza anatomica apprezzabile rispetto all’uomo comune.

Una criminologia deterministica — la convinzione, cioè, che il comportamento delittuoso derivi da qualche anomalia anatomica, biologica, genetica — possiede un confortante appeal per chi ritiene di essere normale.
È il classico processo di creazione/etichettatura del diverso, quello che Foucault chiamava “il macchinario che effettua qualificazioni e squalificazioni“: se il criminale è differente, se la sua natura è de-viante (si allontana dalla retta via sulla quale situiamo noi stessi), allora dormiremo sonni tranquilli.

Numerose ricerche suggeriscono come in realtà chiunque sia in grado di adottare comportamenti socialmente deplorevoli, date certe premesse, e perfino di tradire i propri principi etici non appena si attivano alcuni specifici meccanismi psicologici (cfr. P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009). Eppure l’idea che l’individuo “anormale” contenga in sé una qualche predestinazione alla devianza continua a essere popolare ancora oggi: si tratta nei casi migliori di un bias cognitivo, nei peggiori di vera e propria malafede. Un esempio lampante di questa malafede sono gli studi scientifici finanziati dalle multinazionali del tabacco o del gioco d’azzardo, volti a dimostrare tendenziosamente che la dipendenza è il prodotto di una predisposizione caratteriale o biologica dell’individuo (sollevando così da ogni responsabilità i committenti della ricerca).

Ma torniamo all’ossessione degli scienziati ottocenteschi per le teste dei criminali.
Ciò che è interessante ai nostri occhi è che spesso nelle preparazioni anatomiche non era nemmeno la struttura interna a essere preservata, quanto le fattezze del criminale.

Nella foto qui sotto si può vedere la pelle del volto di Martin Dumollard (1810-1862), che uccise più di 6 donne. Oggi è conservata al Musée Testut-Latarjet di Lione.
Fu conciata mentre si studiava il suo cranio alla ricerca di anomalie. Era il cranio, non la pelle, il fulcro delle ricerche. Perché quindi prendersi la briga di preparare anche il viso staccato dal teschio?

Dumollard non è certo l’unico esempio. Sempre al Testut-Latarjet si trova la pelle del volto di Jules-Joseph Seringer, colpevole di aver ucciso sua madre, il patrigno e la sorellastra. Il museo espone anche un calco in gesso, che restituisce in maniera certamente più realistica le fattezze del parricida, rispetto a questa orrenda maschera.

Ai fini degli studi fisiognomici e frenologici dell’epoca, il busto in gesso sarebbe stato un supporto di certo migliore che non un volto scuoiato. Perché allora non limitarsi al calco?

L’impressione è che conservare il volto o la testa di un criminale fosse, al di là dell’interesse scientifico, un modo per far sì che il ricordo della colpa non potesse mai svanire. Una condanna alla memoria perpetua, equivalente simbolico delle buone vecchie teste infilzate sulle lance, che anticamente si esibivano alle porte della città — come deterrente, certo, ma anche e soprattutto come spettacolo della pervasività dell’ordine, prova dell’ineluttabilità della punizione.

Testa di Diogo Alves, decapitato nel 1841.

Testa di Narcisse Porthault, ghigliottinato nel 1846. Ph. Jack Burman.

 

Testa di Henri Landru, ghigliottinato nel 1922.

 

Testa di Fritz Haarmann, decapitato nel 1925.

Questa sorta di damnatio memoriæ all’incontrario, con cui si intende immortalare il criminale invece che cancellarlo dal ricordo collettivo, si può ritrovare nelle incisioni, nella pratica delle maschere mortuarie e infine, in tempi più recenti, nelle fotografie scattate ai ghigliottinati.

Maschere mortuarie di condannati all’impiccagione (fonte).

Ghigliottinati: Juan Vidal (1910), Auguste DeGroote (1893), Joseph Vacher (1898), Canute Vromant (1909), Lénard, Oillic, Thépaut and Carbucci (1866), Jean-Baptiste Picard (1862), Abel Pollet (1909), Charles Swartewagher (1905), Louis Lefevre (1915), Edmond Claeys (1893), Albert Fournier (1920), Théophile Deroo (1909), Jean Van de Bogaert (1905),Auguste Pollet (1909).

Tutte queste teste spiccate dal boia, pur rifacendosi a un ideale di giustizia, celebrano in effetti il trionfo del potere.

Ma ce ne sono quattro che si impongono come sovversivo e ironico contrappasso. Quattro ennesime teste di criminali, usate però per beffare il regime carcerario.


Sono le effigi che, sistemate sui cuscini per ingannare le guardie, consentirono la celeberrima fuga da Alcatraz di Frank Morris assieme a John e Clarence Anglin (il quarto complice, Allen West, rimase indietro). Scolpite con sapone, dentifricio, carta igienica e polvere di cemento, e decorate con capelli raccolti dal barbiere della prigione, le finte teste sono – assieme alle foto segnaletiche – l’unico ricordo rimasto dei tre carcerati che riuscirono a evadere dal carcere di massima sicurezza.

Pur senza volerlo, Morris e soci avevano operato un vero e proprio détournement di una narrativa assodata da millenni: un’iconografia che mirava a trasformare la testa e il volto del condannato in mero simulacro, per disumanizzarlo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 16

La meravigliosa foto qui sopra mostra un gruppo di artiste irlandesi della Metropolitan School of Art di Dublino, tra cui Margaret Clarke ed Estella Solomons (via BiblioCuriosa).
E partiamo subito con l’abituale infornata di link e stranezze!

  • Questa qui sopra è la tuta da sommozzatore più antica del mondo. Si trova nel museo di Raahe in Finlandia, e risale al Settecento. Veniva usata per brevi camminate sott’acqua, per riparare le chiglie delle navi. Adesso, invece, “si immerge nei vostri incubi” (cit. Stefano Castelli).
  • Capolavori riscoperti: i fumetti cristiani degli anni Settanta in cui i peccatori vengono redenti dagli eroi evangelizzatori. “La Croce è più potente del coltellino a serramanico!” (Grazie, Gigio!)

  • Sulla facciata del Municipio di Colonia c’è una statua del vescovo Corrado di Hochstaden. La severità della sua figura di ecclesiastico non stupisce; è quello che sta sotto al piedestallo che lascia sbigottiti.

La figura impegnata in un’oscena auto-fellatio è da ricollegare ai classici marginalia medievali, che non di rado includevano situazioni grottesche e bizzarre poste “a margine”, appunto, dell’opera principale — che poteva essere un libro, un affresco, un dipinto o, come in questo caso, un complesso scultoreo.
Visto che simili figure compaiono su un buon numero di chiese, principalmente in Francia, Spagna e Germania, sul loro significato si è speculato molto: non si tratterebbe di retaggi pagani o di simboli di fertilità, ma di allegorie salvifiche più complesse, come sostiene questo libro (in inglese, ma ne esiste anche uno in francese esclusivamente dedicato alla Bretagna). Al di là delle congetture, risulta chiaro come la distinzione tra sacro e profano in epoca medievale non fosse così netta e univoca come saremmo portati a credere.

  • Restiamo in pieno Medio Evo. Quando nel 1004 la nipote dell’Imperatore bizantino si azzardò a usare per la prima volta una forchetta a tavola, causò un putiferio e l’atto venne condannato dal clero come blasfemo. (A riprova di quanto la nobildonna avesse offeso l’Altissimo, quest’ultimo la fece morire di peste.)
  • Morto anch’egli, da ben 3230 anni, ma con tutte le carte in regola: ecco il passaporto egiziano rilasciato nel 1974 alla mummia di Ramses II, in modo che potesse volare fino a Parigi senza intoppi al check in. [EDIT: si tratta in realtà di un divertente falso, come fatto notare da Gabriel nei commenti]

  • Detesto quando chiedo un semplice cappuccino, ma il barista deve fare il fenomeno.
  • L’artista Alex Eckman-Lawn aggiunge dei concreti e disturbanti “livelli” di lettura al volto umano. (Grazie, Anastasia!)
  • Un altro artista, Arngrímur Sigurðsson, ha illustrato diverse figure tradizionali del folklore islandese in un libro intitolato Duldýrasafnið, che tradotto significa più o meno “Il Museo degli Esseri Nascosti”. Il volume è praticamente introvabile online, ma potete vedere molti evocativi dipinti sul sito ufficiale e soprattutto in questo articolo. (Grazie, Luca!)
  • Altro che Formula Uno! Ecco la gara automobilistica definitiva!

  • Se amate i videogiochi e odiate i lunedì (pardon, il capitalismo), non perdetevi questo pezzone di Mariano Tomatis.
  • Ricordate il mio vecchio post sulle maschere mortuarie? Pia Interlandi è un’artista che le realizza ancora oggi.
  • E per finire, facciamo un salto sulla parte sommersa del porno, in particolare quella dei video di belle ragazze che rimangono invischiate — per finta — nella colla a presa rapida. Se ne trovano a dozzine, e per un buon motivo: si tratta di un peculiare feticismo di immobilizzazione (ben riassunto in questo breve articolo) che unisce la classica venerazione del piede femminile, la sensualità della colla (?) e l’eccitazione un po’ sadica di assistere agli inutili tentativi della vittima di liberarsi. Col bel vantaggio di non violare le policy di YouTube cui contenuti espliciti.

Guarda in alto, la meraviglia sopra di noi

Ho di recente assistito alla proiezione in anteprima di Guarda in alto, scritto e diretto da Fulvio Risuleo, in uscita nelle sale italiane il 18 ottobre.

Fulvio era già stato ospite sulle pagine di Bizzarro Bazar in tempi non sospetti, quando ancora non aveva vinto il Discovery Award al Festival di Cannes con il cortometraggio Varicella (2015). Guarda in alto, prodotto da Revok Film e Rai Cinema, lo vede confrontarsi per la prima volta con la dimensione del lungometraggio.

Giacomo Ferrara, Fulvio Risuleo e Alida Baldari Calabria sul set.

Riassumo brevemente la sinossi cercando di evitare ogni spoiler.
Il protagonista del film è il giovane Teco (Giacomo Ferrara, già noto per il ruolo di Spadino in Suburra), un assistente di panificio deluso dalla monotonia del suo lavoro. Durante una pausa sigaretta assieme ai colleghi sul tetto dello stabile, assiste a un evento bizzarro: un gabbiano, che sembra diverso dagli altri e vola in maniera alquanto innaturale, finisce per schiantarsi su un terrazzo lì vicino. Mentre i suoi compagni decidono di rientrare al lavoro, Teco non resiste alla curiosità e decide di scavalcare un’inferriata per indagare sullo strano fenomeno.
Da quel momento in poi, il ragazzo si imbarca per un’avventura sui tetti e le terrazze di Roma – gli edifici sono tutti più o meno collegati tra loro – senza mai scendere di quota; scopre quindi che una pittoresca umanità popola la parte alta della città, invisibile ai passanti, e che i tetti nascondono una realtà parallela in cui le regole del mondo di sotto sembrano non essere più valide.

Già dalla trama, è possibile intuire come Guarda in alto racchiuda molteplici suggestioni letterarie, prima fra tutte il Barone Rampante di Calvino. Ma l’influenza del romanzo d’avventura o burlesco/picaresco è evidente anche nel rifiuto della struttura classica in tre atti in favore della serie di “quadri”: Teco è una sorta di Gulliver o di Piccolo Principe che, al posto di nuove isole o nuovi pianeti, visita un tetto dopo l’altro incontrando personaggi sempre più surreali e grotteschi.

Eppure, c’è una sottile precisazione da fare.
Il mondo che vive sopra alle teste degli ignari cittadini è essenzialmente una sorta di scena underground rovesciata (overground, si potrebbe dire), con tanto di bische clandestine ed eccentriche band musicali. Una babele di lingue e provenienze disparate, i cui abitanti sono impegnati in imprese straordinarie, talvolta incomprensibili o comiche. Ma si tratta ancora, tuttavia, del nostro mondo: benché trasfigurati, diversi quartieri di Roma sono chiaramente riconoscibili.
Scavalcando quel cancello – il punto di non ritorno – Teco non entra affatto in un universo fantasy, impossibile, come faceva Alice. Non accede a una nuova realtà, ma scopre una parte della vecchia che è preclusa allo sguardo quotidiano.
Questo è un distinguo importante perché è proprio ciò che rende Guarda in alto un film squisitamente, intenzionalmente weird.

Riguardo alla differenza tra weird e fantasy, Mark Fisher scrive nel suo brillante studio The Weird and the Eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo (2016):

[Il weird] chiama in causa un senso di non-correttezza: un’entità o un oggetto weird è talmente inusuale da generare la sensazione che non dovrebbe esistere, o perlomeno non dovrebbe essere qui. Eppure, se l’entità oppure l’oggetto è effettivamente qui, allora le categorie utilizzate finora per dare senso al mondo non possono essere valide. La cosa weird non è sbagliata, dopotutto: dovranno per forza essere inadeguate le nostre concezioni. […] È l’irruzione in questo mondo di qualcosa che proviene dall’esterno a fare da marcatore del weird.

Per questo un lupo mannaro o un vampiro, afferma Fisher, non sono weird – in quanto fantasie sovra-naturali, scollegate dal nostro mondo, che seguono le proprie regole diegetiche – mentre, paradossalmente, potrebbe essere considerato weird un buco nero, che appartiene all’ordine del naturale ma sembra smentirne le leggi.

Allo stesso modo, Guarda in alto suggerisce che il surreale è già qui, tra di noi, anche se non lo vediamo. La dimensione fra cielo e terra che Teco si trova a esplorare non è corretta secondo i canoni comuni, ma non è apertamente fantastica (se si esclude il poetico finale).
E, continua Fisher,

Il senso di non-correttezza associato al weird – la convinzione che questa cosa non torni – è spesso segno che ci troviamo in presenza del nuovo. Il weird è qui un segnale del fatto che i concetti e i sistemi di riferimento di cui ci siamo serviti in precedenza sono ormai obsoleti. […] Esiste un appagamento nel vedere il familiare e il convenzionale divenire antiquati.

L’appagamento del nuovo che stravolge le regole: se dovessi riassumere quest’opera prima di Fulvio Risuleo, direi che è assolutamente gioiosa, attraversata com’è dall’eccitazione infantile di sovvertire i canoni, di sorprendere e sorprendersi.
Guarda in alto è un film sorridente come il suo protagonista; si tratta di un sorriso di stupore, mai di scherno. Nonostante le situazioni si prestino a più riprese alla satira o all’iconoclastia (ad esempio tra i personaggi ricorrenti vi sono delle suore impegnate in strani ed esoterici traffici di reliquie), la pellicola mantiene una leggerezza a mio parere miracolosa. A Risuleo non interessa né la critica sociale né la parodia grottesca delle nostre umane contraddizioni. Ciò che gli interessa davvero è mostrare come, per trovare la magia, basti talvolta cambiare prospettiva; la meraviglia è lì che ci aspetta, appena leviamo gli occhi dal selciato, dai nostri ammennicoli quotidiani.

E, come riassume la battuta chiave del film, “c’è bisogno di meraviglia nel mondo”.

Guarda in alto, un film di Fulvio Risuleo con Giacomo Ferrara, Aurélia Poirier, Ivan Franek, Lou Castel, esce nelle sale il 18 ottobre 2018.