“La Veglia Eterna” è qui!

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Vi avevamo anticipato che il primo volume della Collana Bizzarro Bazar sarebbe stato disponibile nelle librerie a partire dal 15 ottobre. E infatti, per il comune e ignaro avventore sarà così. Ma per voi appassionati, che seguite regolarmente il blog, c’è una sorpresa!

In anteprima per tutti i lettori di Bizzarro Bazar, La Veglia Eterna (Logos Edizioni) è infatti già disponibile ordinando direttamente da questo link. Tutte le copie, precedentemente prenotate oppure ordinate a partire da questo momento, verranno spedite immediatamente.

Il libro è un’esplorazione delle Catacombe dei Cappuccini di Palermo che ripercorre la storia, la rilevanza antropologica, le tecniche di conservazione dei corpi e i curiosi aneddoti relativi a questa cripta cimiteriale, che ospita la più grande collezione di mummie naturali e artificiali del mondo. Ad accompagnarci e a guidare il nostro sguardo, mentre scendiamo gli scalini delle Catacombe, saranno le straordinarie fotografie di Carlo Vannini.

In chiusura, segnaliamo che lo splendido blog Salone del Lutto ha pubblicato proprio oggi questa recensione del nostro libro.

Buona lettura a tutti!

La veglia eterna

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Shen Dzu: i Maiali di Dio

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Ogni anno all’incirca a metà di luglio del calendario cinese, a Taipei sull’isola di Taiwan, si svolge il Festival Yimin. Si tratta di una ricorrenza religiosa in cui si commemorano i duecento guerrieri di etnia hakka che persero la vita, verso la fine del ‘700, durante una ribellione: parate festose, colorate, con musica e danze.
Si tratta anche di un evento che da qualche anno è vivacemente contestato da alcuni gruppi di animalisti taiwanesi, che stanno cercando di sensibilizzare anche il resto del mondo sulla crudeltà di una particolare gara che si compie all’interno del festival: lo Shen Dzu Contest, ovvero la competizione dei Maiali di Dio.

I Maiali di Dio, protagonisti di questa gara, sono dei suini che fra i 15 e i 24 mesi di età hanno avuto la sfortuna di essere selezionati per diventare vittime sacrificali. Per prima cosa vengono castrati, senza anestesia, nella convinzione che questo aumenti la robustezza della loro costituzione. Dopodiché, per un periodo che può durare anche un paio d’anni, sono confinati in spazi angusti affinché non possano muoversi, e nutriti a forza con un tubo di gomma infilato direttamente nell’esofago. La tecnica del gavage, ritenuta non etica e quindi vietata in Italia, è tuttora utilizzata in Francia, Spagna, Stati Uniti, Bulgaria, Ungheria e Belgio per la produzione di foie gras. Nel caso degli Shen Dzu, però, il risultato è ancora più impressionante: i maiali vengono alimentati di continuo fino ad assumere una mole spaventosa, arrivando a pesare quasi una tonnellata – mentre gli esemplari domestici normalmente non superano i 2-300 kg. Incapaci di camminare o anche soltanto di reggersi sulle gambe, spesso con organi interni completamente deformati, la pelle piagata dal forzato decubito, i colossali animali devono essere portati in piazza a forza di braccia, anche da una ventina di persone ciascuno.
Si dice che, per barare ed aumentare il peso del maiale, alcuni allevatori con pochi scrupoli somministrino agli animali, nei giorni precedenti alla gara, dei cibi “speciali”: al posto del solito riso, della frutta o delle patate, questi ultimi pasti sono a base di sabbia, piombo, o qualsiasi materiale pesante.

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Una volta sul palco della competizione, il maiale più grasso otterrà la vittoria. Ma questo non gli risparmierà di finire, come tutti gli altri concorrenti, sgozzato e macellato di fronte alla folla festante, in sacrificio ai 200 valorosi martiri Yimin.

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Lo Shen Dzu Contest è anche un business, poiché la carne viene venduta al miglior offerente. Una vittima sacrificale di 600 kg può fruttare, in media, circa 4.500 €, mentre un esemplare di 900 kg arriva anche al costo di 67.500 €.

Una volta macellati i Maiali di Dio, la loro pelle viene stesa, dipinta con motivi tradizionali, e montata su grandi carri da parata per essere ammirati dalla folla.

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Come ultima nota ironica, va notato che nutrire a forza gli animali, e macellarli in pubblico, è ufficialmente vietato dalla legge taiwanese; ma, secondo le associazioni animaliste, il governo non farebbe nulla per impedire lo svolgersi dello Shen Dzu Contest, per paura di rappresaglie da parte dei numerosi gruppi religiosi che lo rivendicano come parte della loro tradizione culturale.

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Ecco il sito ufficiale del festival Yimin, contente molte informazioni sulla cultura hakka.

(Grazie, Fabio!)

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Rubberdoll: nei panni di una bionda

Vi sono talvolta delle estreme frange dell’erotismo che prestano il fianco ad una facile ironia. Eppure, appena smettiamo di guardare gli altri dall’alto in basso o attraverso il filtro dell’umorismo, e cerchiamo di comprendere le emozioni che motivano certe scelte, spesso ci sorprendiamo a riuscirci perfettamente. Possiamo non condividere il modo che alcune persone hanno elaborato di esprimere un disagio o un desiderio, ma quei disagi e desideri li conosciamo tutti.

Parliamo oggi di una di queste culture underground, un movimento di limitate dimensioni ma in costante espansione: il female masking, o rubberdolling.

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Le immagini qui sopra mostrano alcuni uomini che indossano una pelle in silicone con fattezze femminili, completa di tutti i principali dettagli anatomici. Se il vostro cervello vi suggerisce mille sagaci battute e doppi sensi, che spaziano da Non aprite quella porta alle bambole gonfiabili, ridete ora e non pensateci più. Fatto? Ok, procediamo.

I female masker sono maschi che coltivano il sogno di camuffarsi da splendide fanciulle. Potrebbe sembrare una sorta di evoluzione del travestitismo, ma come vedremo è in realtà qualcosa di più. Il fenomeno non interessa particolarmente omosessuali e transgender, o perlomeno non solo, perché buona parte dei masker sono eterosessuali, a volte perfino impegnati in serie relazioni familiari o di coppia.
E nei costumi da donna non fanno nemmeno sesso.

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, il travestimento.
L’evoluzione delle tecniche di moulding e modellaggio del silicone hanno reso possibile la creazione di maschere iperrealistiche anche senza essere dei maghi degli effetti speciali: la ditta Femskin ad esempio, leader nel settore delle “pelli femminili” progettate e realizzate su misura, è in realtà una società a conduzione familiare. In generale il prezzo delle maschere e delle tute è alto, ma non inarrivabile: contando tutti gli accessori (corpo in silicone, mani, piedi, maschera per la testa, parrucca, riempitivi per i fianchi, vestiti), si può arrivare a spendere qualche migliaio di euro.
Per accontentare tutti i gusti, alcune maschere sono più realistiche, altre tendono ad essere più fumettose o minimaliste, quasi astratte.

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Alla domanda “perché lo fanno?”, quindi, la prima risposta è evidentemente “perché si può”.
Quante volte su internet, in televisione, o sfogliando una rivista scopriamo qualcosa che, fino a pochi minuti prima, nemmeno sapevamo di desiderare così tanto?
Senza dubbio la rete ha un peso determinante nel far circolare visioni diverse, creare comunità di condivisione, confondere i confini, e questo, nel campo della sessualità, significa che la fantasia di pochi singoli individui può incontrare il favore di molti – che prima di “capitare” su un particolare tipo di feticismo erano appunto ignari di averlo inconsciamente cercato per tutta la vita.

Trasformarsi in donna per un periodo di tempo limitato è un sogno maschile antico come il mondo; eppure entrare nella pelle di un corpo femminile, con tutti gli inarrivabili piaceri che si dice esso sia in grado di provare, è rimasto una chimera fin dai tempi di Tiresia (l’unico che ne fece esperienza e, manco a dirlo, rimase entusiasta).
Indossare un costume, per quanto elaborato, non significa certo diventare donna, ma porta con sé tutto il valore simbolico e liberatorio della maschera. “L’uomo non è mai veramente se stesso quando parla in prima persona – scriveva Oscar Wilde ne Il Critico come Artista -, ma dategli una maschera e vi dirà la verità“. D’altronde lo stesso concetto di persona, dunque di identità, è strettamente collegato all’idea della maschera teatrale (da cui esce la voce, fatta per-sonare): questo oggetto, questo secondo volto fittizio, ci permette di dimenticare per un attimo i limiti del nostro io quotidiano. Se un travestito rimane sempre se stesso, nonostante gli abiti femminili, un female masker diviene invece un’altra persona – o meglio, per utilizzare il gergo del movimento, una rubberdoll.

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Nel documentario di Channel 4 Secret Of The Living Dolls, questo sdoppiamento di personalità risulta estremamente evidente per uno dei protagonisti, un pensionato settantenne rimasto vedovo che, avendo ormai rinunciato alla ricerca di un’anima gemella, ha trovato nel suo alter ego femminile una sorta di compensazione platonica. Lo vediamo versare abbondante talco sulla pelle in silicone, indossarla faticosamente, applicare maschera e parrucca, e infine rimirarsi allo specchio, rapito da un’estasi totale: “Non riesco a credere che dietro questa donna bellissima vi sia un vecchio di settant’anni, ed è per questo che lo faccio“, esclama, perso nell’idillio. Se nello specchio vedesse sempre e soltanto il suo corpo in deperimento, la vita per lui sarebbe molto più triste.
Un altro intervistato ammette che il suo timore era quello che nessuna ragazza sexy sarebbe mai stata attratta da lui, “così me ne sono costruito una“.

Alcuni female masker sono davvero innamorati del loro personaggio femminile, tanto da darle un nome, comprarle vestiti e regali, e così via. Ce ne sono di sposati e con figli: i più fortunati hanno fatto “coming out”, trovando una famiglia pronta a sostenerli (per i bambini, in fondo, è come se fosse carnevale tutto l’anno), altri invece non ne hanno mai parlato e si travestono soltanto quando sono sicuri di essere da soli.
Provo un senso di gioia, un senso di evasione“, rivela un’altra, più giocosa rubberdoll nel documentario di Channel 4. “Lo faccio per puro divertimento. È come l’estensione di un’altra persona dentro di me che vuole soltanto uscire e divertirsi. La cosa divertente è che la gente mi chiede: cosa fai quando ti travesti? E la risposta è: niente di speciale. Alle volte mi scatto semplicemente delle foto da condividere sui siti di masking, altre volte mi succede soltanto di essere chi voglio essere per quel giorno“.

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Al di fuori delle comunità online e delle rare convention organizzate in America e in Europa, il feticismo delle rubberdoll è talmente bizzarro da non mancare di suscitare ilarità nemmeno all’interno dei comuni spazi dedicati alle sessualità alternative. Un feticismo che non è del tutto o non soltanto sessuale, ma che sta in equilibrio fra inversione di ruoli di genere, travestitismo e trasformazione identitaria. E una spruzzatina di follia.
Eppure, come dicevamo all’inizio, se la modalità adottata dai female masker per esprimere una loro intima necessità può lasciare perplessi, questa stessa necessità è qualcosa che conosciamo tutti. È il desiderio di bellezza, di essere degni d’ammirazione – della propria ammirazione innanzitutto -, la sensazione di non bastarsi e la tensione ad essere più di se stessi. La voglia di vivere più vite in una, di essere più persone allo stesso tempo, di scrollarsi di dosso il monotono personaggio che siamo tenuti a interpretare, pirandellianamente, ogni giorno. È una fame di vita, se vogliamo. E in fondo, come ricorda una rubberdoll in un (prevedibilmente sensazionalistico) servizio di Lucignolo, “noi siamo considerati dei pervertiti. [...] Ci sono moltissime altre persone che fanno di peggio, e non hanno bisogno di mettersi la maschera“.

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Ecco l’articolo di Ayzad che ha ispirato questo post. Se volete vedere altre foto, esiste un nutritissimo Flickr pool dedicato al masking.

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Morti sfrattati

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Le tombe, in Guatemala, sono spesso colorate con vivaci colori: entrare in un camposanto può perfino sembrare un momento gioioso. Eppure il cimitero municipale della Città del Guatemala è diventato tristemente celebre per la severa politica di gestione dei loculi che vi viene applicata.

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Nella foto qui sopra, un incaricato cammina nella zona del cimitero conosciuta come “La Verbena”. Le tombe marcate in rosso sono quelle per le quali i parenti del defunto non hanno saldato la tassa dovuta. Secondo le regole del cimitero, infatti, passati sei anni dall’inumazione i parenti – avvertiti tramite telegramma – sono tenuti a versare 180 Quetzales (all’incirca 16 €) per rinnovare il permesso per altri quattro anni.

Se non lo fanno, il loculo viene aperto, la bara distrutta e il cadavere esumato.

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Queste esumazioni si risolvono spesso in uno spettacolo, visto che vengono talvolta effettuate anche durante gli orari di apertura del cimitero. In sei anni, poi, può capitare che il corpo del defunto non sia ancora ridotto alle ossa: ecco quindi che gli operatori si aggirano per i vialetti con il loro carico di mummie.

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Le spoglie vengono, molto poco cerimoniosamente, gettate in un pozzo che funge da fossa comune.

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La legge italiana stabilisce un tempo minimo di sepoltura, prima di un’eventuale esumazione, di almeno dieci anni. In seguito i resti vengono tumulati in una celletta, cremati oppure consegnati alle famiglie per essere sepolti privatamente.
La prassi adottata dal cimitero di Guatemala City ai nostri occhi potrebbe risultare insensibile e troppo sbrigativa; ma considerando che la città è la più grande metropoli dell’America Centrale e conta una popolazione urbana che è quasi cinque volte quella di Milano, diviene comprensibile quanto ogni spazio sia assolutamente prezioso. Se non si paga l’affitto, è inevitabile venire sfrattati – anche da morti.

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Supervenus

Supervenus (2013) è un cortometraggio di animazione diretto dal filmmaker sperimentale Fréderic Doazan.

Si tratta di una satira della moderna concezione della bellezza femminile, della chirurgia estetica e della odierna manipolazione del corpo per raggiungere gli ideali estetici imposti dalla società. L’ultima immagine del corto, che rimanda alla celeberrima Venere di Milo, è il perfetto finale per questo gioiellino di humor nero.

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L’esperienza della meraviglia

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Words Social Forum, il “Centro sociale dell’Arte”, è uno dei siti collettivi più ricchi e interessanti dedicati alla letteratura, l’arte, il cinema e la fotografia: ospita quotidianamente nuove interviste, recensioni, saggi e molto altro.

Oggi su WSF è stato pubblicato uno scritto inedito, firmato Bizzarro Bazar, che esplora brevemente il significato della meraviglia nella sua dimensione passata e odierna, quale momento fondante dell’essere umano:

[...] A cosa rimanda dunque il segno meraviglioso?
Rimanda proprio al sublime, all’ineffabile, al senso del mistero del cosmo che prova il bambino muto di fronte alla volta celeste; che lo si affronti in assenza o in compresenza di un’idea di Dio.
Tutto questo suggerisce come il sublime e la meraviglia possano essere visti come la vera e propria religione universale (da re-ligare), il legame che tiene assieme tutte le cose e tutti gli uomini senza punto conoscere epoca o latitudine, esperienza comune e fondante a prescindere da fedi, credenze, politiche culturali o sociali.
E per questo motivo occorre anche comprendere che la meraviglia è, e deve essere, come forse ogni religione, anche agghiacciante.

Potete leggere per intero L’esperienza della meraviglia a questa pagina.

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I morti in piedi

Le tradizioni funerarie, come qualsiasi altra espressione culturale, non sono fisse e immutabili ma si evolvono e variano a seconda dell’epoca e della sensibilità della società che le adotta. Non bisogna perciò stupirsi se anche nell’ambito delle pratiche di sepoltura si formano nuovi costumi, e in qualche caso delle vere e proprie mode.

È quello che succede da qualche anno nel bacino del Golfo del Messico, dove sta prendendo piede l’usanza dei muertos paraos (“morti in piedi”). Si tratta ancora di una nicchia all’interno della tradizione più classica, ma si contano già diversi casi di questa peculiare e fantasiosa attitudine nei confronti del cadavere di un defunto. Rintracciarne la storia può riservare alcune sorprese.

Il primo caso di muerto parao avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico. Le spoglie di David Morales Colon, un giovane vittima di una sparatoria, per volere dei parenti vengono preparate nella camera ardente in maniera pittoresca: il cadavere è fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada (l’avevamo segnalato in un vecchio post).

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Questo tipo di disposizione scenografica della salma non è, com’è intuibile, in alcun modo contemplata dalla legge, che prevede severe norme igieniche, in particolare in relazione alla vicinanza fra il pubblico e il cadavere. In effetti, sempre nel 2008, i responsabili delle pompe funebri passano qualche guaio giudiziario, soprattutto dopo che replicano l’exploit sul corpo di  Luis Angel Pantoja Medina, esposto in piedi nel salotto di famiglia per tutti e tre i giorni della veglia funebre.

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Ma è difficile imputare un vero e proprio reato agli imbalsamatori: si tratta, in definitiva, di un modo forse un po’ stravagante di onorare le passioni e gli ultimi voleri del defunto.
Nel frattempo le fotografie e i video realizzati nelle camere ardenti fanno il giro del mondo, complice la rete, e ci vuole poco perché l’idea prenda piede.

Quindi su internet compare la salma di Carlos Cabrera, alias El Che Cabrera, seduto come se stesse meditando sull’imminente rivoluzione, nel tentativo di dare un’estrema veste iconografica alla sua figura.

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Ed ecco il boxeur Christopher Rivera, le cui spoglie mortali sono fissate all’angolo di un ring, come se la morte non avesse minimamente intaccato il suo spirito battagliero: un guerriero pronto ad affrontare l’aldilà con forza e determinazione immutate.

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La moda dei muertos paraos sbarca a New Orleans. Qui “Uncle” Lionel Batiste, storico musicista e cantante jazz e blues, leader di una banda tradizionale di ottoni, decide che “nessuno guarderà il mio cadavere dall’alto in basso”. Si fa quindi imbalsamare in piedi, per l’estremo saluto.

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Allo stesso modo, lo scorso aprile la mondana Mary Cathryn “Mickey” Easterling, gran dama di New Orleans, è rimasta seduta – senza vita -, tra fiori, piume di struzzo, sigarette con bocchino, e tutto il suo usuale armamentario di seduzione, all’interno del Saenger Theatre.

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Il proprietario di una ditta di veicoli di pronto soccorso, deceduto quando un colpo di pistola è accidentalmente partito dall’arma di un suo collega, viene immortalato nell’atto di guidare un’autoambulanza.

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La moda conquista altri stati. Un biker di ben 82 anni, Bill Standley, viene seppellito in Ohio in una bara di plexiglas appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.

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Ma da dove nasce questa moda? È una trovata degli ultimi anni, o sono esistiti dei precursori?
Se questo trend vi sembra moderno e originale, ricordiamo qui l’antesignano Willie “The Wimp” Stokes Jr., ganster e pappone di Chicago (figlio di “Flukey” Stokes Sr.) che nel 1984 venne esposto, e in seguito seppellito, all’interno di una bara a forma di Cadillac con banconote da 100$ nascoste sotto i suoi anelli con diamante.

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E viene spontaneao azzardare un parallelo, anche soltanto pensando al patrimonio che gli Stati Uniti hanno ereditato geneticamente e culturalmente dall’Africa, fra questo peculiare tipo di rapporto con la morte, e quello esibito dalle tribù Ga-Adangme del Ghana e del Togo.
In queste popolazioni dell’Africa, infatti, vigono dei pittoreschi costumi funebri: le bare vengono realizzate da falegnami esperti, ciascuna in una foggia che richiami i gusti personali o il lavoro del defunto. Le hall di queste pompe funebri assomigliano ad un laboratorio di un parco divertimenti: se un morto viveva di pesca, il suo sarcofago sarà a forma di pesce. L’operaio, invece, verrà sepolto in una bara a forma di martello. Se il trapassato indulgeva nell’alcol, la sua cassa avrà la forma di una bottiglia, se era un gran fumatore assomiglierà ad una sigaretta, e così via. Ecco quindi che anche qui, come nella moda dei muertos paraos, il funerale non è standardizzato e identico per tutti, ma personalizzato: le bare dei Ga-Adangme sono un colorato, vivace e simbolico viatico per l’aldilà, nel rispetto delle passioni e della vita del defunto, così come si è dipanata.

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Per noi, che ancora deponiamo i nostri morti in loculi “democraticamente” identici, orizzontali, nascosti alla vista, potrebbe quasi sembrare un insulto o una mancanza di rispetto verso il morto. Ma ogni funerale non è che un simbolo volto ad elaborare il lutto, e le modalità di consegna del defunto all’ “aldilà” mutano come e quando muta la cultura.

Così, non è detto che la moda non sbarchi anche sulle coste italiche. E il cadavere di una donna, seduta al suo posto preferito, con una birra in una mano e una sigaretta nell’altra, potrebbe in futuro sembrarci meno assurdo di quanto crediamo.

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(Grazie, ipnosarcoma!)

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Henry Cotton

- Dottore, ho dei continui sbalzi di umore.
- Non si preoccupi. Le togliamo un paio di denti, e tornerà come nuovo.
- Sono anche un po’ depresso.
- Allora, oltre ai canini, le rimuoviamo chirurgicamente il colon.

Poche teorie mediche hanno avuto una vita travagliata come quella sulle infezioni focali: propugnata a spada tratta all’inizio del ‘900, poi abbandonata a metà secolo, e in seguito riesumata dati alla mano negli anni ’90, è una di quelle strane nebulose che ancora è difficile dipanare. L’infezione focale è un’infezione secondaria che, partendo da un focus, cioè un focolaio infettivo, per qualche ragione riesce ad arrivare ad organi e parti del corpo distanti dal focus originario. Un esempio per tutti sono le tonsille che, se non curate durante l’infezione da streptococco, potrebbero far ammalare il bambino in siti distanti dalla gola, come i reni, l’endocardio, le vie urinarie o le articolazioni.
Che questi “passaggi” di infezioni in punti diversi del corpo possano esistere (anche se non con la frequenza un tempo stimata) sembrerebbe ormai piuttosto sicuro; ma in che modo questo avvenga è ancora oggetto di studio. Nel corso degli anni il processo e l’effetto a distanza di origine focale è stato attribuito alla diffusione dei batteri, oppure delle tossine, a reazioni di tipo allergico, ormonale, e via dicendo. Secondo alcuni studiosi i dati sarebbero però contrastanti, confusi e addirittura l’intera teoria potrebbe anche rivelarsi errata.

Nella prima metà del ‘900, comunque, le infezioni focali erano una vera e propria moda per medici e dottori, e a farne le spese erano spesso i denti dei pazienti. Da quando nel 1910, in un celebre discorso alla McGill University, il chirurgo inglese William Huter aveva indicato nelle infezioni alla bocca la causa prima di un impressionante elenco di malattie sistemiche (anemia, gastrite, colite, febbri oscure, disturbi nervosi, infezioni reumatiche, malattie renali), si era presto diffusa l’idea che le estrazioni dentali e le tonsillectomie potessero curare i più svariati disturbi. Così qualsiasi dente malato veniva estirpato, senza se e senza ma, e qualche medico avanzò perfino l’idea che perfino alcuni fra i denti sani andassero estratti dalla bocca del paziente… come forma di prevenzione. Altri proponevano che i dentisti che ancora si intestardivano a praticare devitalizzazioni e odontoiatria conservativa venissero puniti con sei mesi di lavori forzati. In tutta questa frenesia, com’è facile immaginare, molti pazienti si ritrovarono completamente sdentati.

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Naturalmente, quando una teoria è elegante e sembra poter spiegare molte cose assieme, c’è sempre chi ha la tendenza ad esagerare. In questo caso, l’uomo che spinse queste idee un po’ troppo oltre si chiamava Dr. Henry A. Cotton, ed era il direttore medico del Trenton State Hospital nel New Jersey.

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Henry Cotton mostrava senza dubbio delle idee progressiste: fra le altre iniziative, decise di abolire il contenimento dei pazienti psichiatrici (che fino ad allora venivano regolarmente legati al letto con cinghie di cuoio e altri metodi restrittivi) e istituì riunioni quotidiane con lo staff per discutere approfonditamente i progressi dei pazienti e risolvere qualsiasi problema relativo alle cure mediche. Auspicava che i manicomi venissero sostituiti da strutture più simili agli ospedali, ma inserite in contesti bucolici e piacevoli, in modo da creare un “ambiente sano per le persone che non lo sono”.
Il vero errore di Cotton fu quello di applicare le contemporanee teorie sulle infezioni focali (ancora agli albori) alla psichiatria.
E se altri studiosi avevano soltanto ipotizzato che alcuni disturbi nervosi potessero in realtà essere causati da focolai insospettabili, per esempio un ascesso all’interno della bocca, Cotton dal canto suo passò all’azione, convinto di poter curare gran parte delle malattie mentali con le tenaglie da dentista.

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Al Trenton State Hospital, lo staff del dottor Cotton estrasse più di 11.000 denti.
Il metodo di Cotton per perseverare nel suo errore era rigoroso: se l’estrazione dei denti non era sufficiente a far guarire il paziente affetto da psicosi o da schizofrenia, evidentemente il focolaio d’infezione non si trovava lì. Si passava quindi alla tonsillectomia, e alle procedure chirurgiche per pulire i seni nasali. Se ancora la malattia mentale non scompariva, per Cotton non c’era dubbio che il responsabile fosse qualche altro organo infetto, che andava prontamente rimosso.

La lista degli organi asportati chirurgicamente ai pazienti di Henry Cotton fa venire i brividi. C’è chi perse i testicoli, chi le ovaie o la cervice; altri si ritrovarono senza cistifellea, senza milza, addirittura senza stomaco; nella maggior parte dei casi il principale responsabile delle infezioni focali era giudicato il colon.
Il problema è che all’epoca non c’erano antibiotici, e gli interventi chirurgici erano spesso fatali o comportavano complicazioni post-operatorie: la figlia dell’economista Irving Fisher, Margaret, morì proprio a seguito di un’infezione, contratta in seguito a diverse operazioni. Cotton le aveva diagnosticato una “marcata ritenzione di materia fecale nel colon cieco con marcato ispessimento dell’area”. In breve tempo i pazienti cominciarono ad essere comprensibilmente terrorizzati all’idea di finire sotto i ferri del chirurgo (saranno stati anche malati di mente, ma non erano di certo matti). In alcuni casi i degenti vennero portati di forza nella sala operatoria. Oggi un’idea del genere ci fa indignare, ma all’epoca l’etica medica non andava al di là di chiedere il consenso ai genitori del paziente. E comunque, come scrive Nathan Belofsky, “pochi si lamentavano, e quelli che lo facevano erano considerati pazzi, quindi nessuno li stava a sentire“.

Henry Cotton, in tutto questo, guadagnava fama e popolarità: le sue terapie rivoluzionarie avevano, a suo dire, una percentuale di successo dell’85%. Le onorificenze cominciarono a piovere sullo psichiatra dalle associazioni mediche di tutto il mondo, e i pazienti facevano la fila per essere trattati con le sue tecniche d’avanguardia. D’altronde, soprattutto in quell’epoca, i manicomi erano nella pratica delle carceri in cui si entrava per non uscirne più, e per chi soffriva di una malattia nervosa o mentale l’idea di risolvere tutto con una semplice operazione chirurgica doveva sembrare un sogno.

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Ma i primi problemi per Cotton dovevano presto arrivare, e proprio da dove erano meno attesi. Il Dr. Meyer era stato insegnante di Cotton, ed era uno dei fautori della teoria. Uno dei membri del consiglio di amministrazione del Trenton State Hospital, sapendo che poteva contare sulla sua benevolenza, gli commissionò uno studio indipendente sui metodi di Cotton, forse nella speranza di una buona pubblicità. Meyer affidò l’inchiesta a un’altra sua ex-studente, Dr. Phyllis Greenacre, pensando che tutto sarebbe andato liscio. La giovane Greenacre, però, tornò da lui con un resoconto piuttosto scottante: prima di tutto l’ospedale di Cotton, che veniva vantato come la punta di diamante dell’avanguardia dal volto particolarmente “umano”, le era in verità sembrato malsano e insalubre tanto quanto i vecchi manicomi. Inoltre i pazienti le erano sembrati fin dall’inizio stranamente inquietanti, finché non si era resa conto del motivo di questo disagio: erano quasi tutti senza denti, incapacitati ad articolare bene i suoni o a mangiare. Lo stesso Cotton le apparve come un personaggio ambiguo (“è singolarmente peculiare”, annoterà). Ma il vero punto caldo che la Greenacre portò alla luce fu un dubbio scandaloso: la giovane dottoressa avanzò più di una riserva sui metodi statistici impiegati da Cotton per arrivare a quell’85% di successo nelle terapie che il dottore pubblicizzava. I registri erano caotici e imprecisi, con dati che spesso si contraddicevano da soli.

Queste dure critiche al metodo Cotton giunsero fino al Senato del New Jersey, che aprì un’inchiesta, ma il tutto si risolse in una bolla di sapone, anche grazie alle conoscenze altolocate del primario. La Greenacre venne messa a tacere da Adolf Meyer, e i più eminenti scienziati testimoniarono che la clinica di Cotton era la più tecnologicamente avanzata e la “più progredita del mondo nella cura dei folli, e che il nuovo metodo di trattamento per rimozione dell’infezione focale pone l’istituzione in una posizione unica per quanto riguarda gli ospedali per i malati di mente”.

Nel frattempo, Cotton aprì una sua clinica privata per esaudire le richieste dei pazienti più facoltosi, in cui riproponeva i suoi metodi. Metodi, gli va dato atto, in cui probabilmente aveva una fede cieca, se dobbiamo dare credito alla diceria che egli stesso si sia curato da un inizio di depressione facendosi togliere alcuni denti marci.

Nel 1930 Cotton andò in pensione, forse spinto dalla crescente ondata di scetticismo sulle sue pratiche mediche; proprio quando altri studi e altre inchieste stavano venendo alla luce, smontando di fatto tutte le statistiche presentate da Cotton e dai suoi collaboratori, egli, con encomiabile tempismo, morì di infarto fulminante nel 1933. La sua fama era ancora intonsa, ed egli venne elogiato nei necrologi come un pioniere nella battaglia contro le malattie mentali.

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Le parti abbandonate del Trenton State Hospital (le tre foto sono di Scott Haefner (http://scotthaefner.com/)

Per chi fosse interessato, il libro pubblicato da Henry Cotton nel 1921, The Defective Delinquent And Insane: the relation of focal infections to their causation, treatment and prevention è consultabile online a questo indirizzo. Questa pagina (in inglese) contiene informazioni aggiuntive sulla carriera di Cotton.

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Sport bestiali: il gioco, il sangue, la crudeltà

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Orson Welles, come è noto, ha cambiato la storia del cinema a soli 26 anni con l’inarrivabile Quarto Potere, un film che già nel 1941 mostrava un linguaggio inaspettatamente moderno e complesso. Welles era anche un eccellente prestigiatore e illusionista, ma quello che pochi sanno è che in gioventù il poliedrico artista e intellettuale aveva accarezzato il sogno di diventare un torero. La sua passione per le battaglie con i tori scemò progressivamente negli anni, quando Welles vide prevalere l’aspetto sensazionalistico e folkloristico della corrida sul suo significato simbolico – nelle sue parole, il sacrificio della “bestia coraggiosa” che incontra un “uomo coraggioso” in una battaglia rituale. “Odio tutto quello che è folkloristico. Ma non ce l’ho con la corrida perché ha bisogno di tutti quei giapponesi nella prima fila per continuare ad esistere (e ne ha bisogno davvero); piuttosto, mi è successa la stessa cosa di mio padre, che era un grande cacciatore e di colpo smise di cacciare, perché disse: ho ucciso troppi animali, e adesso mi vergogno di me stesso“.
Nella stessa splendida intervista con Michael Parkinson, Welles definiva la corrida “indifendibile e irresistibile” allo stesso tempo.

Irresistibile. Qualsiasi scontro violento fra uomo e animale, o fra animale e animale, attira inevitabilmente il nostro sguardo. Sarà forse un richiamo primitivo che ci riporta in contatto con l’antica paura di diventare prede; ma alzi la mano chi non è rimasto, almeno da bambino, incantato di fronte alle immagini televisive dei leoni maschi che combattono per il privilegio sulla femmina, o dei cervi che si scornano per il territorio. La lotta, la violenza sono parte integrante della natura, ed esercitano ancora su di noi un fascino potente e ancestrale.

Questo è probabilmente lo stimolo che sottende un tipo di “show” (se così si può chiamare), già avversato sotto il profilo etico nell’800, e ormai quasi universalmente condannato per la sua crudeltà: si tratta dei cosiddetti bloodsport, definiti dal Cambridge Dictionary come “qualsiasi sport che implica l’uccisione o il ferimento di animali per l’eccitazione degli spettatori o delle persone che ne prendono parte”.
Combattimenti fra galli, fra cani, fra tori, fra orsi, fra ratti, fra tassi: la fantasia non ha mai avuto confini quando si trattava di spingere due animali ad un duello per il semplice gusto dello spettacolo. In questo articolo passeremo in rassegna alcuni dei bloodsport più bizzarri – e probabilmente farete fatica a credere che alcune di queste forme di “intrattenimento” esistano, o siano esistite, per davvero.

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Il tiro dell’oca viene praticato ancora oggi in alcune regioni del Belgio, dell’Olanda, e della Germania, ma si utilizza un’oca già morta, uccisa con “metodi umani” da un veterinario. Non era così al principio della tradizione: l’oca, ancora viva, veniva legata per le zampe ad un’asse o a una corda sospesa; si spalmavano attentamente la testa e il collo dell’animale con grasso o sapone. I concorrenti, a turno, dovevano cavalcare sotto il palo e tentare di afferrare la scivolosa testa dell’oca. L’eroe del giorno era chi riusciva a staccare la testa all’uccello, e spesso il premio per la vincita era semplicemente l’oca stessa. Poteva sembrare un’impresa semplice, ma non lo era affatto, come testimonia un passaggio di William G. Simms:

Soltanto al cavaliere esperto, e all’esperto sportivo, è possibile assicurarsi il successo. I giovani principianti, che considerano l’impresa piuttosto facile, sono costantemente scornati; molti scoprono che è impossibile per loro passare nel punto giusto; molti vengono tirati giù dalla sella, e anche quando siano riusciti a passare sotto all’albero senza disastri, falliscono nell’afferrare l’oca, che continua a svolazzare e gridare; oppure, non riescono, andando al galoppo, a mantenere la presa sul collo scivoloso come un’anguilla e sulla testa che hanno preso.

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Nato nel XVII secolo in Olanda, questo sport si diffuse anche in Inghilterra e nel Nord America e, nonostante fosse criticato da molte voci autorevoli dell’epoca, resistette oltreoceano fino alla fine dell’800. Una versione leggermente diversa, ma altrettanto antica, si tiene ogni anno in Svizzera, a Sursee, durante la festa chiamata Gansabhauet: i concorrenti indossano una maschera che rappresenta il volto del Sole e una casacca rossa; la maschera impedisce di vedere alcunché e i partecipanti, procedendo alla cieca, devono riuscire a decapitare un’oca (già morta) appesa ad una corda, utilizzando una spada a cui, per aumentare la difficoltà, è stato tolto il filo.

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Un altro sport stravagante vide la luce invece in tempi più recenti, durante gli anni ’60. Si tratta dell’octopus wrestling: senza bombole o boccagli di sorta, i concorrenti dovevano riuscire ad afferrare una piovra gigante a mani nude e riportarla in superficie. Il peso del polpo determinava il vincitore. L’animale veniva in seguito cucinato, donato all’acquario locale oppure rimesso in libertà.

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Agli inizi degli anni ’60 si teneva annualmente un Campionato Mondiale di octopus wrestling, che attraeva migliaia di persone, tanto da essere ripreso perfino dalla televisione; nell’edizione del 1963 vennero pescati un totale di 25 polpi giganti del Pacifico, il più grosso dei quali pesava quasi 26 chili. Si aggiudicò la medaglia d’oro lo scozzese Alexander Williams, che catturò ben tre animali.

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In Giappone, nella cittadina di Kajiki, ogni anno si tiene il festival tradizionale Kumo Gassen, che è il più celebre evento di lotta fra ragni. Praticata un po’ in tutto il Sud Est asiatico, questa disciplina prevede l’utilizzo di argiopi a strisce nere e gialle. Amorevolmente allevati come fossero dei cuccioli, i ragni sono liberi di vagare per la casa, di camminare sulla faccia e sul corpo dei loro padroni, e di costruirsi le loro ragnatele a piacimento: lo scotto da pagare per questa libertà è il duro allenamento alla lotta. A dire il vero, questi aracnidi non sono per loro natura particolarmente aggressivi, e anche durante il combattimento, che avviene per mezzo di un bastoncino sul quale i ragni si scontrano, è raro che si feriscano brutalmente. In ogni caso, è presente un arbitro addetto a separarli, se le cose dovessero farsi troppo violente.

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Se il Kumo Gassen non è in definitiva uno sport particolarmente cruento rispetto ad altri, concludiamo invece con quello che è forse il più agghiacciante fra tutti: il fuchsprellen, popolare nel XVII e XVIII secolo.
Immaginate la scena. In un’arena chiusa (il cortile di un castello, oppure uno spazio appositamente delimitato) si radunavano le coppie di partecipanti al gioco. Nobili con le loro consorti, alti dignitari e rampolli di grandi casate. Ogni coppia era spesso composta da marito e moglie, in modo da aumentare la competitività dei concorrenti. A sei o sette metri di distanza l’uno dall’altra, entrambi tenevano in mano il capo di una rete o di una serie di corde poggiata per terra: questa era la loro fionda.
Ad un tratto, una volpe veniva liberata nel cortile: spaventata, correva di qua e di là finché non passava sopra alla fionda di una delle coppie. In quell’esatto momento i due concorrenti dovevano tirare gli estremi della rete con tutta la forza, per lanciare l’animale il più in alto possibile.

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Nel campionato di lancio della volpe indetto da Augusto II di Polonia, non furono soltanto questi bellissimi animali a venire sparati in aria: vennero fiondati in totale 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Il Re in persona partecipò ai giochi, e dimostrò (a quanto si racconta) la sua forza tenendo la rete con un solo dito, mentre all’altro capo stavano due dei cortigiani più muscolosi. Ogni tanto si provava anche qualche nuova variante: nel 1648 vennero liberati nel recinto 34 cinghiali “con grande diletto dei cavalieri, ma causando il terrore delle nobildonne, fra le gonne delle quali i cinghiali crearono grande scompiglio, per l’ilarità senza fine dell’illustre compagnia ivi assembrata“. Nello stesso campionato si provò a lanciare tre lupi.
Leopoldo I d’Asburgo invece si univa con gioia ai nani di corte per finire a mazzate gli animali appena atterrati, tanto che un ambasciatore annotò la sua sorpresa nel vedere l’Imperatore del Sacro Romano Impero accompagnarsi con quella cricca di “minuscoli ragazzi, e idioti“.

Indifendibile, ma non certo irresistibile.

(Grazie, Gianluca!)

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This Way Up

La quotidiana routine di due operatori funebri – sconvolta da una serie di improbabili eventi – non è mai stata così divertente come nel cortometraggio This Way Up (2008) diretto da Alan Smith e Adam Foulkes e vincitore di numerosi premi, fra cui la nomination agli Oscar 2009 come miglior corto di animazione. In questa folle e imprevedibile corsa contro il tempo, i toni macabri sono stemperati da un irresistibile umorismo nero, estremamente british.

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