Dolore sacro

Come è noto, nella maggior parte delle tradizioni religiose il sacrificio corporale è parte integrante di specifici rituali o pratiche di ascesi o espiazione. Nelle culture più marcatamente sciamaniche o tribali il dolore sacro va spesso di pari passo con l’estasi e la trance mistica, come accade durante alcune festività in cui le ferite vengono praticate o autoinflitte dai devoti come segno di una raggiunta “immunità” alle sofferenze, garantita dalla comunione con la divinità.

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In Oriente, l’intera esistenza era vista come una serie ininterrotta di sofferenze. Questo tipo di visione pessimistica era comune nell’area indocinese, e le due soluzioni a cui si era pensato prima dell’avvento del Buddha erano le più logiche. Per sconfiggere il dolore si doveva: 1) massimizzare il piacere – da cui la tradizione tantrista, che peraltro ha diversi elementi di derivazione sciamanica ed è radicalmente differente dalla versione edulcorata che ne hanno dato in Occidente le varie trasposizioni New-Age; oppure 2) abituare l’anima alla sofferenza, in modo talmente estremo da non poterla più percepire – da cui tutte le tecniche di meditazione ascetiche induiste. La rivoluzione operata dal Buddha fu proprio quella di proporre una via di mezzo, che non indulgesse nell’attaccamento alle cose ma che non mortificasse il corpo.

Eppure, anche la visione buddhista deve fare i conti con la sofferenza: quando il Buddha Siddhārtha Gautama annunciò le Quattro Nobili Verità, che ruotano tutte attorno al concetto di dolore (Dukkha), la prima di queste recitava: “[…] la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; il dispiacere, le lamentazioni, la sofferenza, il tormento e la disperazione sono dolore; l’unirsi con ciò che è spiacevole è dolore; il separarsi da ciò che è piacevole è dolore”.

Chiaro quindi come, all’interno di una concezione simile dell’esistenza, il sottoporsi a stress fisici notevoli assuma un significato di accettazione e di “allenamento” alla vita, fino all’auspicato distacco da questa realtà fatta di illusione e dolore.

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Per quanto riguarda il cattolicesimo, il sacrificio più comune è quello di derivazione ebraica, vale a dire la vera e propria rinuncia a un beneficio o a una ricchezza come forma di contraccambio per una grazia o un favore richiesto alla divinità.

Nella tradizione cattolica, però, il corpo umano ha storicamente avuto un posto subordinato rispetto al concetto di anima. Nonostante la nuova catechesi abbia cercato di rettificare l’attitudine religiosa verso il corpo, ancora oggi per molti fedeli esiste una marcata dicotomia fra fisicità e spirito, come se la purezza dell’anima fosse minacciata costantemente dalle pulsioni animali e peccaminose del suo involucro materiale.

In questo senso nel mondo cattolico il sacrificio (da sacer+facere, rendere sacro) tenta spesso di ridare dignità al corpo disonorato; l’accanimento per il controllo degli istinti, considerati impuri, fa in questi casi sfumare i contorni dell’atto sacrificale, rendendo difficile capire se si tratti effettivamente di un atto di rinunzia al benessere fisico in nome del sacro, oppure di una vera e propria punizione.

A San Pedro Cutud, nelle Filippine, durante le celebrazioni della Settimana Santa, i credenti inscenano la Passione del Cristo in maniera fedele e realistica: il devoto che “interpreta” Gesù, in questa sorta di rappresentazione sacra, viene flagellato, coronato di spine e infine crocifisso realmente (anche se con accorgimenti che rendono il martirio non letale). Pare che Ruben Enaje, un fedele locale, sia stato crocifisso ben 21 volte fino al 2007. Rolando Del Campo, un altro devoto, ha fatto voto di essere crocifisso per 15 volte se Dio avesse voluto far superare a sua moglie una gravidanza difficoltosa.

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Chiaramente, come in tutto ciò che riguarda l’ambìto religioso, ognuno è libero di credere ciò che vuole; e di leggere, in queste manifestazioni di fede assoluta, una miopia intellettuale oppure uno strapotere della casta sacerdotale, una ricerca della spettacolarità che sconfina nel divismo, oppure al contrario una commovente espressione di modestia e di umanità. Quello che resta come dato di fatto è che il dolore trova sempre posto nella contemplazione del sacro, in quanto è, assieme alla morte, uno dei misteri essenziali a cui l’uomo ha da sempre cercato una risposta.

Fotografia post-mortem

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L’introduzione del dagherrotipo, nel 1839, rese la fotografia ritrattistica molto più comune, e in  breve tempo divenne usanza ritrarre un’ultima immagine del corpo di un caro estinto. Questa, che può sembrare una consuetudine macabra o malsana, era in effetti molto spesso l’unica possibilità per una famiglia di ritenere un’estrema immagine del defunto – e in effetti si trattava nella maggioranza dei casi dell’unica fotografia posseduta dalla famiglia, soprattutto nel caso di morte di un infante, evenienza molto diffusa nell’epoca vittoriana.

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Spesso la fotografia veniva inoltre spedita ai parenti rimasti oltremare, che avevano così quell’unica opportunità di vedere il volto del defunto, e di sentirsi così più vicini al dolore e alla perdita dei familiari.

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I cadaveri venivano normalmente bloccati in pose che suggerissero un’idea di vita, come se i morti stessero riposando, dormendo o semplicemente sedendo su una sedia. I fotografi talvolta dovevano ingegnarsi a costruire delle vere e proprie armature di metallo per sostenere i corpi in posture che risultassero naturali. Altre volte, specialmente sulle fotografie di bambini, essi intervenivano sul negativo dipingendo occhi spalancati sulle palpebre chiuse del piccolo cadavere.

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Recentemente un fotografo tedesco, Walter Schels, e la sua partner Beate Lakotta hanno intervistato diversi malati terminali, inducendoli a parlare delle proprie aspettative e dei timori che nutrivano nei confronti della morte. Hanno poi scattato una fotografia ad ognuno di loro, prima e dopo il loro trapasso. Il risultato è un eccezionale ritratto umano, e un toccante tentativo di discernere, nella differenza fra il volto vivo e quello morto, quella scintilla che fa di ogni essere qualcosa di unico.

Le fotografie di Schels, assieme alle commoventi interviste, sono raccolte in questa pagina del Guardian.

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Grindhouse cinema

Eccovi una serie di trailer e di scene assolutamente weird tratte dalla crème dei film grindhouse anni ’60 e ’70  – titoli che di sicuro animeranno le vostre serate con gli amici.

  • Nudità, wrestler messicani, effetti gore direttamente dal cortile dietro casa, e uomini-scimmie il cui make-up non arriva più in giù del collo… ecco la succulenta anteprima di Night Of The Bloody Apes (titolo originale La horribile bestia humana, 1969, diretto da René Cardona). Da notare come il titolo del film venga ripetuto almeno 7 volte durante il trailer.

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  • Alle volte sotto un’apparenza inoffensiva si cela un’incredibile potenza, pronta ad esplodere: eccovi una scena tratta dal mitico Mr. No Legs (1979, di Ricou Browning, lo stesso che prima di diventare regista era lo stuntman acquatico che impersonò Il mostro della laguna nera nella serie di film anni ’50).

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  • Il trailer del nostrano Starcrash (1978, di Luigi Cozzi). Un film al di là del bene e del male.

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  • Mai uccidere una tarantola con un ferro da stiro. Ecco cosa si evince dal trailer di The Giant Spider Invasion (1975, di Bill Rebane).

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  • E per chiudere questa prima, piccola panoramica, ecco il terribile Impulse (1974, di William Grefe), il film che tutti gli amanti di Star Trek dovrebbero evitare. L’ex Capitano Kirk (William Shatner) interpreta con agghiacciante enfasi il serial killer probabilmente più inetto della storia del cinema. Guardate quale diabolico piano escogita in questa scena, e notate la facilità con cui la vittima si libera dalla ingegnosa trappola mortale.

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Il canto delle dune

Deserto

Già Marco Polo nel descrivere il Deserto di Lop (situato in Cina) scriveva che “è un fatto assodato e riconosciuto che questo deserto ospiti molte presenze maligne, che spingono i viaggiatori alla distruzione con le illusioni più straordinarie”. Questi spiriti, o djinn, “a volte riempiono l’aria con i suoni di ogni tipo di strumento musicale, e anche di tamburi e  il fragore delle armi”.

Il deserto, in effetti, non è il luogo silenzioso e immobile che ci figuriamo, dove si può udire soltanto il flebile suono del vento. Nel deserto, la sabbia canta. Esiste anche un nome arabo per questo fenomeno: za’eeq al raml, la sabbia urlante.

A Liwa, negli Emirati Arabi, gli scienziati hanno cominciato a registrare e studiare gli strani suoni che le dune ospitano. Si tratta, asseriscono, dello scivolare di uno strato di sabbia sull’altro, delle vibrazioni di particelle di sabbia all’unisono sulle dune. Questo tipo di “canto” può essere creato camminando proprio sulla cresta di una di queste montagne di sabbia, e cresce di intensità ad ogni passo.

Il suono emesso è simile a quello basso e costante di un didgeridoo, o di un aeroplano che vola a bassa quota, ma può talvolta essere violento come un colpo di cannone. È la voce di quell’entità, al tempo stesso terribile e materna, che è il deserto.

Potete ascoltare le registrazioni della sabbia urlante all’interno di questo articolo.

Acrotomofilia & Apotemnofilia

Tra le parafilie che destano maggiori dubbi a livello etico, c’è da sempre l’acrotomofilia, vale a dire l’attrazione sessuale per persone che hanno subito un’amputazione. In realtà, pare che questi grossi dubbi a livello etico non ce li abbiano gli amputati, ma essenzialmente i “normali”, quelle persone insomma che hanno ancora tutti e quattro gli arti. Qualche anno fa, infatti, dodici donne amputate hanno posato per un calendario sexy, scatenando le ire dei benpensanti – gli stessi che ovviamente non battono ciglio di fronte alle modelle seminude che affollano le pagine dei rotocalchi. (Viene da chiedersi se davvero ragioniamo così: finché il portatore di handicap resta afflitto dal suo stato, buono buono, ci consente di “esercitare” su di lui la nostra ipocrita pietà – ma se alza la testa e pretende di essere una persona come tutti, addirittura desiderabile, allora è uno scandalo sociale… perché egli nega di essere sfortunato o inadeguato, e in questo modo nega anche la nostra “superiorità”).

Pensate a questa delicata situazione: una donna ha avuto un incidente, e si ritrova senza una gamba. Dentro di sé nutre la certezza di non poter più essere ammirata da nessun uomo, di non poter essere desiderata. Si prepara ad una vita di solitudine sentimentale. Dall’altra parte, un uomo è attratto fisicamente da donne senza una gamba. Questo succede da quando era bambino, da quando ha visto una bambina in costume con una protesi che partiva da sotto il ginocchio. Da allora, ad attirarlo sono esclusivamente le donne amputate sotto il ginocchio. Eppure anche quest’uomo è solo, perché si vergogna ed ha paura a farsi avanti. Cosa potrebbe pensare la donna, se le spiegasse la sua passione? Che è un pervertito, malato? Si chiede, perché non sono nato come tutti con una fissazione più comune, magari per le tette grosse o piccole oppure per le bionde o le more?

L’acrotomofilia ha enormemente beneficiato dell’avvento di Internet, permettendo ad amputati (in gergo, amputee) e ammiratori (devotee) per prima cosa di capire che la loro non è una condizione unica, come potevano credere, ma che una soluzione è a portata di mano; in seguito, di conoscersi su forum e siti di incontri come ad esempio ASCOT-world o Ampulove; e infine di poter creare una vera e propria vita assieme, come narrano molti resoconti di coppie felicemente sposate formatesi grazie alla rete.

Una affezione molto più estrema e più marcatamente patologica è invece la cosiddetta apotemnofilia, ossia il desiderio di divenire amputati, che può sfociare nella vera e propria BIID (Body Integrity Identity Disorder), chiamata anche dismorfia corporale. Di cosa si tratta?

L’apotemnofilia include forme più “soft” del desiderio di amputazione: ci sono persone, cioè, che amano simulare un’amputazione legandosi gli arti con delle bende – ma questo è comune a tutte le parafilie legate agli handicap. Alcuni amano stare in una sedia a rotelle, e immaginarsi paraplegici… e attenzione, quando per strada incontrate un uomo con un braccio ingessato, potrebbe benissimo essersi fatto la fasciatura da solo per provare il brivido di essere guardato (ci sono siti internet che ospitano istruzioni dettagliate al riguardo).

Ma con la BIID non si scherza. Qui non si parla più di desiderio sessuale. È una vera e propria sindrome, e chi ne è affetto vive in un inferno tutto particolare: il malato percepisce uno o più dei suoi arti come non facenti parte del suo corpo. Questa sensazione diviene talmente insopportabile da far tentare al malato delle auto-amputazioni artigianali. Qualsiasi cosa, pur di levarsi di dosso quell’orribile appendice.  Le persone affette da BIID pregano sempre più insistentemente al proprio medico di procedere con un’asportazione chirurgica dell’arto (anche qui, come in tutto quello che riguarda quest’ambito, le richieste sono estremamente precise: sopra il ginocchio, sotto il gomito, ecc. Vedi tabella più sotto). Ovviamente questo tipo di operazione chirurgica non è possibile, in quanto la salute del paziente non solo non è in pericolo, ma verrebbe anzi compromessa definitivamente dall’operazione stessa. Il dilemma medico è paradossale: si tratterebbe di guarire la mente infliggendo un “handicap” al corpo.

Un chirurgo inglese ha causato furiose polemiche quando ha cominciato ad accettare di operare, soltanto dopo attenta analisi psicologica e fisica, pazienti da tutto il mondo; la cosa ha fatto tanto scalpore che per la prima volta anche la BBC si è occupata del caso, approfondendo il fenomeno poco conosciuto dei cosiddetti wanna-be amputees. Qui trovate la prima parte del documentario BBC dedicato alla dismorfia corporale (ho notato che il documentario intero non si trova più in rete: se a qualcuno dovesse interessare, in futuro posterò la versione integrale).

Per approfondire le implicazioni psicologiche della BIID consiglio questo articolo e questo (entrambi in inglese).

Infine, eccovi una completa lista di tutte le possibili amputazioni, e dei loro acronimi gergali usati da amputees e devotees.

LAK left above knee
RAK right above knee
DAK double above knee
LBK left below knee
RBK right below knee
DBK double below knee
LHD left hip disarticulation
RHD right hip disarticulation
DHD double hip disarticulation
TK true knee (knee disarticulation)
HD hip disarticulation
LAE left above elbow
RAE righ above elbow
DAE double above elbow
LBE left below elbow
RBE right below elbow
DBE double below elbow
ED elbow disarticulation
HD hip disarticulation
1 OF EACH 1 of each
TRIPLE 3 limbs
QUAD 4 limbs
CONGENTIAL born with amputation(s)
AKBK above knee and below knee
S(AK) single (above knee) lak or rak
S(BK) single (below knee) lbk or rbk
S(AE) single (above elbow) lae or rae
S(BE) single (below elbow) lbe or rbe
Lisfranc amputation front of the foot
Chopart amputation disarticulation of back of the feet
Symes amputation anckle joint amputation

Pickle Surprise!

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Pickle Surprise! Where’s the pickle? That’s the surprise!

Sottaceto sorpresa! Dov’è il sottaceto? Questa è la sorpresa!

Un video pop-trash inquietante, allusivo e completamente folle a firma del video artist Tom Rubnitz, attivo sulla scena newyorkese in particolare relazione con l’ambito delle drag-queen dell’East Village.

Impagabile quando la sillaba ham (prosciutto) sostituisce l’OM in una sorta di mantra demenziale: una scena che avrebbe deliziato (anzi, che probabilmente ha deliziato) John Waters.