Fotografia post-mortem

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L’introduzione del dagherrotipo, nel 1839, rese la fotografia ritrattistica molto più comune, e in  breve tempo divenne usanza ritrarre un’ultima immagine del corpo di un caro estinto. Questa, che può sembrare una consuetudine macabra o malsana, era in effetti molto spesso l’unica possibilità per una famiglia di ritenere un’estrema immagine del defunto – e in effetti si trattava nella maggioranza dei casi dell’unica fotografia posseduta dalla famiglia, soprattutto nel caso di morte di un infante, evenienza molto diffusa nell’epoca vittoriana.

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Spesso la fotografia veniva inoltre spedita ai parenti rimasti oltremare, che avevano così quell’unica opportunità di vedere il volto del defunto, e di sentirsi così più vicini al dolore e alla perdita dei familiari.

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I cadaveri venivano normalmente bloccati in pose che suggerissero un’idea di vita, come se i morti stessero riposando, dormendo o semplicemente sedendo su una sedia. I fotografi talvolta dovevano ingegnarsi a costruire delle vere e proprie armature di metallo per sostenere i corpi in posture che risultassero naturali. Altre volte, specialmente sulle fotografie di bambini, essi intervenivano sul negativo dipingendo occhi spalancati sulle palpebre chiuse del piccolo cadavere.

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Recentemente un fotografo tedesco, Walter Schels, e la sua partner Beate Lakotta hanno intervistato diversi malati terminali, inducendoli a parlare delle proprie aspettative e dei timori che nutrivano nei confronti della morte. Hanno poi scattato una fotografia ad ognuno di loro, prima e dopo il loro trapasso. Il risultato è un eccezionale ritratto umano, e un toccante tentativo di discernere, nella differenza fra il volto vivo e quello morto, quella scintilla che fa di ogni essere qualcosa di unico.

Le fotografie di Schels, assieme alle commoventi interviste, sono raccolte in questa pagina del Guardian.

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15 commenti a Fotografia post-mortem

  1. mini_mida ha detto:

    Tema veramente affascinante. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento è uscito in Italia il primo libro che ne parli dettagliatamente. Il titolo è “Ripartire dagli addii: uno studio sulla fotografia post mortem”.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ho acquistato e sto divorando il saggio che hai segnalato. È davvero ben fatto, uno studio di cui si sentiva la mancanza. Grazie ancora! 🙂

  2. bizzarrobazar ha detto:

    Grazie per la segnalazione, mini_mida! In effetti la bibliografia sull’argomento è piuttosto ristretta, e conta titoli quasi esclusivamente inglesi (con l’eccezione di un paio di testi francesi). Nel bookstore di Morbid Anatomy, se non ricordo male, sono presenti alcuni dei libri più importanti sull’argomento.

  3. sapevo dell’esistenza di foto post mortem, ma non credevo esistesse un blog. bene! a bientot

  4. selene ha detto:

    Non si sono mai chiesti se il defunto non avrebbe preferito essere ricordato com’era in salute, con la luce negli occhi, la pelle distesa, senza rigor o ovatta nelle guance, con la sua solita postura e il sangue nelle vene.
    Ognuno dovrebbe poter scegliere come verrà ricordato, sebbene nessuno scelga la foto sulla lapide. La posa e l’attaggiamento in vita riflette la personalità più che l’abbandono cadaverico, e nel caso non fossero state disponibili foto in vivo si sarebbe potuti ricorrere a un ritratto, che ricordasse i connotati e il sorriso familiare di un caro estinto omettendone il pallore mortale, l’indurimento, il gonfiore della decomposizione.

  5. tommy ha detto:

    ciao…io cerco foto post mortem da acquistare…mi potete aiutare’??

  6. tommy ha detto:

    vi lascio la mia email—— [email protected] a chi sa dove posso acquistare foto post mortem grazie

  7. Roberto Cova ha detto:

    Un saluto. Sono convinto che la maggior parte della gente che guarda queste foto lo faccia in maniera morbosa.
    Non sono per niente d’accordo. C’è un compagno di Rifondazione Comunista che ha fatto come lavoro – precario – la vestizione dei cadaveri. Giustamente pagato più degli altri, perché quasi nessuno farebbe un lavoro così.
    Ma mi faccio forza e le guardo. Come se fossi un medico legale (medico avrei dovuto essere ma sarebbe troppo lungo spiegarlo). E l’unico sentimento che provo è INFINITA TRISTEZZA.
    Sarà compito nostro fare in modo che la mortalità infantile si riduca a zero. Con ogni mezzo. Far vedere donne distrutte dal dolore con figli e figli morti in tenera età è un’ingiustizia che non può più essere tollerata. Troppi anche oggi se lo ricordano e tutti dovranno fare in modo che queste cose – purtroppo ancora comuni nel terzo mondo (chiamiamolo ancora così) siano sempre di meno.
    Per questo hanno paura dei catto-comunisti e dei missionari (senza la fede si suiciderebbero).
    Un saluto. Dall’estrema sinistra “mai arrendersi”.

  8. Saavik ha detto:

    Anche la mia nonna materna aveva una foto così, era di una sua sorella. Era morta dopo pochi mesi di vita ed era la sola foto che avevano fatto in tempo a farle, la custodiva molto gelosamente.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie per il commento, Saavik. Testimonianze come quella di tua nonna (le ultime, ora che le vecchie generazioni stanno scomparendo) dimostrano quanto importanti fossero questi piccoli ricordi.

  9. satri75 ha detto:

    Ciao a tutti, io sto preparando una tesi di ricerca sulla tanatoprassi e avrei bisogno di trovare fotografie post mortem inedite. Se qualcuno fosse in possesso di foto originali, e avesse voglia di aiutarmi, me lo può segnalare?
    Grazie!

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