L’atto di vedere con i propri occhi

Stan Brakhage è riconosciuto come uno dei registi più importanti del ventesimo secolo.

I suoi film sono opere d’arte di pura avanguardia. Brakhage la pellicola la viveva, la martoriava, ne provocava (e ne curava) le ferite come si trattasse del più alto atto d’amore. Per molti dei suoi corti sperimentali dipingeva direttamente sul fotogramma, con certosina precisione, lanciandoci sopra macchie di colore alla Pollock – con il risultato di poter vedere in sala 24 dipinti diversi al secondo, un’esperienza psichedelica.

Le sue tecniche salienti, oltre alla pittura direttamente sulla celluloide, sono l’abrasione della pellicola, la sua graffiatura, gli stacchi veloci, le esposizioni multiple, la macchina a spalla e il frequente uso del montaggio “in camera”, cioè realizzato al momento della ripresa, senza successive modifiche in sala di montaggio. I titoli di testa di Seven, per capirci, non sarebbero forse esistiti senza il suo stile.

Interessato alla mitologia e ispirato dalla musica, dalla poesia e dai fenomeni della percezione, Brakhage cercò di rivelare l’universale nel particolare, esplorando in maniera lirica ed emotiva temi come la nascita, la morte, la sessualità e l’innocenza.

Nel 1971 Brakhage firmò uno dei suoi film più controversi e ammirevoli: The Act Of Seeing With One’s Own Eyes, vale a dire L’atto di vedere con i propri occhi. Il titolo si riferisce chiaramente all’etimologia della parola autopsia.

Realizzato in un obitorio di Pittsburgh, il film è girato in 16mm, dura 32 minuti ed è privo di sonoro. Mostra delle immagini riprese da Brakhage durante alcuni esami autoptici.

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Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(040483)06-24-32]

Molti di noi sono a disagio con il proprio corpo, e la maggior parte dei tabù sociali che ci sono stati tramandati sono proprio relativi alla nostra fisicità (sesso, sangue, scatologia, ecc.). In questo film, ciò che spinge e sostiene la ricerca dell’autore è proprio la necessità di vedere cosa sia questo nostro corpo che ci spaventa e ci disgusta, di scoprirne l’intima natura, quella che rifiutiamo di accettare.

Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(043158)06-29-10]

Brakhage fa due scelte essenziali: come prima cosa, elimina il sonoro. Il film è completamente muto. Non possiamo conoscere la “musica” di quei corpi sezionati, e talvolta siamo addirittura grati di questa scelta. Sappiamo che i rumori di uno stomaco che si apre non risulterebbero gradevoli alle nostre orecchie. Eppure questa decisione si rivela ancora più forte e incisiva, perché restiamo da soli in silenzio, e possiamo ascoltare le nostre reazioni a ciò che vediamo. Il film diviene così un’esperienza fondamentale, un confronto intimo con ciò che crediamo. Possiamo ascoltarci mentre pensiamo.

Stan Brakhage - The Act Of Seeing With One's Own Eyes (1971)[(016299)07-07-32]

In secondo luogo, Brakhage riprende i cadaveri attraverso inquadrature per lo più molto strette: il film si compone quasi interamente di dettagli.  La scelta di limitare i piani più larghi, quelli che ci fanno comprendere senza ombra di dubbio quello che sta succedendo, ha come effetto una sorta di straniamento: dopo i primi dieci minuti, è come se assistessimo a una moltitudine di carni lacerate, una miriade di colori inusitati (il rosso del sangue, il blu delle vene, il giallo degli strati lipidici), come se stessimo spiando un paesaggio alieno. Eppure stiamo guardando dentro di noi. Siamo colpiti da una sequenza di forme strane, di geometrie impossibili, di escrescenze carnose a cui non sappiamo dare una collocazione o un nome.

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Tutto questo pone The Act of Seeing su un piano radicalmente differente rispetto ai filmati autoptici medici: senza che una sola parola venga detta, alcuni interrogativi essenziali ci assalgono. Quello che inizialmente sembra un atto sacrilego, che viola il corpo così come lo conosciamo, diviene un momento di scoperta interiore. In un momento che sembra negare ogni individualità, può capitare di scoprire in noi stessi una pietà che credevamo perduta.

C’è una sequenza celebre che è spesso additata come la più pregna di significato: si tratta dell’attimo in cui per procedere allo scalottamento cranico e all’analisi del cervello, viene praticata un’incisione in alto sulla fronte, e la faccia dei cadaveri viene letteralmente rivoltata in avanti, sopra al mento, esponendo la carne che vi sta sotto. In quel momento, sembra quasi che qualsiasi rimasuglio di identità venga cancellato e quell’essere un tempo vivo e senziente sia divenuto pura carne, priva di qualsiasi connotato umano.

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Eppure, non è tutto così semplice. Il miracolo che Brakhage compie è quello di lasciare indeterminato l’esito della sua analisi: in altre parole, essendo il film piuttosto lungo (32 minuti), nella testa dello spettatore si affastellano una quantità di sensazioni, emozioni e riflessioni, difficilmente raccontabili. Una serie infinita di domande dalla risposta nebulosa.

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Cos’è, questo corpo che abitiamo? Perché ci provoca così tanta repulsione vedere il suo interno? Perché troviamo che un corpo visto dall’esterno sia rispettabile, addirittura un’opera divina, e quello che esso racchiude sia al contrario osceno? Quale incredibile paesaggio dischiude lo spazio di materia che abbiamo in prestito?

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Ci troviamo di fronte alla morte più vera, quella ineluttabile del disfacimento della carne. Proviamo disgusto per questo corpo sconsacrato, violentato, e allo stesso tempo stupore per la complessità del nostro fisico; quello che è sostanzialmente un involucro vuoto, a volte ci sembra quasi parlarci di un disegno preciso; alla fine del film, penso che il sentimento prevalente sia quello della meraviglia.

Alla meraviglia, si sa, non c’è risposta.

Credo che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, dovrebbe assistere a un’autopsia. Così come a una nascita.

Per vedere con i propri occhi.

2 commenti a L’atto di vedere con i propri occhi

  1. almacattleya ha detto:

    Mi hai incuriosito parecchio con queso post e credo che cercherò a fondo questo autore. L’ultima parte del post sa molto di catarsi qualcosa di liberatorio e così mi sembra ritornare al post della decomposizione degli animali.
    Abbiamo un gran tabù verso ciò che abbiamo dentro il nostro corpo come se fosse un estraneo per ogni particolarità che ha. Vogliamo vederci come prodotti finiti ma mai come “work in progress”. Sarebbe troppo disgustoso, no?

  2. bizzarrobazar ha detto:

    È vero, l’argomento è effettivamente correlato al post sulla decomposizione. Si tratta di quella parte di realtà che rifiutiamo di vedere, nonostante ci ripetiamo di essere innamorati della vita.
    Quello che ha da sempre sotteso la mia ricerca nel macabro e nel perturbante è proprio questa sfida: riuscire a vedere il sublime e il meraviglioso anche nelle cose che ci provocano ribrezzo. Ne ha scritto bene Bataille: gli estremi, l’orrore e l’attrazione, così come l’istinto sessuale e l’estasi mistica, sono espressioni della stessa trascendenza – sono diverse manifestazioni del sentimento del sacro.

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