Musei anatomici italiani 3 – Bologna

Dopo aver visitato Firenze e Napoli, eccoci giunti alla terza tappa del nostro viaggio attraverso i musei anatomici d’Italia: Bologna.

Come tutti sanno, Bologna è la città dalla più antica e prestigiosa tradizione universitaria al mondo: nel 1088 vi venne infatti fondata la prima università della storia dell’Occidente (Alma mater studiorum). Non è sorprendente quindi che gran parte delle collezioni siano collegate al cosiddetto SMA, ovvero il Sistema Museale di Ateneo, che contiene e gestisce una quindicina di differenti musei.

Gran parte delle collezioni derivano da un unico, originale Laboratorio di Anatomia Comparata fondato da Azzoguidi (1807-1814) ed ampliato da Gaetano Gandolfi (1814-1819) e da Antonio Alessandrini (1819-1861). Il Laboratorio di Anatomia Comparata, in quel tempo, possedeva una collezione di 6.636 preparati inerenti l’Anatomia normale e Patologica umana ed animale, conservati “a secco” oppure sotto spirito, ed alcuni disegni a colori. La maggior parte della collezione rimase in quello che divenne l’attuale Museo di Anatomia Comparata. Un secondo gruppo di preparati fu ceduto a Cesare Taruffi, primo professore di Anatomia  Patologica umana dell’Università di Bologna. Un terzo gruppo (1.704 preparati), concernente l’Anatomia Patologica e la Teratologia Veterinaria, fu usato per costituire il Museo “G.B. Ercolani” della Facoltà di Medicina Veterinaria. Partiamo da quest’ultimo.

Museo di Anatomia patologica e teratologia veterinaria “G. B. Ercolani


Il Museo di Anatomia Patologica e Teratologia Veterinaria fu fondato da Giovanni Battista Ercolani nel 1863. Attualmente il museo conta 4.350 preparati. Si tratta di preparati a secco, materiali conservati in alcool, prelevati chirurgicamente o in corso di necroscopie in animali, e scheletri teratologici raccolti dal 1807 al 1835. Dal 1835 al 1890 furono eseguiti disegni a colori e mirabili plastiche (modelli) in gesso e cera riproducenti i reperti patologici originali in ugual volume e colore.

La collezione del Museo “G.B. Ercolani” ha un valenza storico-artistica (le plastiche a colori sono uniche al mondo nel loro genere e molte testimoniano entità morbose scomparse come la pleuropolmonite contagiosa bovina) ed una valenza didattica in quanto la collezione dispone di numerose patologie attuali utili per dimostrazioni agli studenti.

Via Tolara di sopra, 50 – Ozzano Emilia (BO)

tel. 051/2097966 – 051/20970000 Fax: 051/2097967

Responsabile: Prof. Paolo Stefano Marcato ([email protected])

e-mail: [email protected]

ORARIO ESTIVO: dal lunedì al venerdì su appuntamento. Chiuso il sabato e i festivi.

Museo delle Cere Anatomiche “Luigi Cattaneo

Inaugurato nel 2002, il Museo Cattaneo contiene le collezioni anatomiche e istologiche patologiche che erano precedentemente conservate nel celebre Museo “Cesare Taruffi“: numerosi esempi di materiale teratologico conservati in alcool o formalina e in parte riprodotti in cera. I “mostri” costituiscono i residui del Museo Teratologico istituito da Cesare Taruffi (1821-1902), professore di Anatomia Patologica dell’Università di Bologna. Nel museo sono esposti anche campioni di organi affetti da diverse malattie, con esempi di malattie scheletriche e numerosi modelli in cera riproducenti malattie acquisite a carico di organi viventi.

Ma ancora più pregiate sono le cere anatomiche vere e proprie, ad opera di artisti sublimi quali Clemente Susini, Giuseppe Astorri e Cesare Bettini.

La ceroplastica anatomica nacque proprio a Bologna, in seno all’Ateneo, nella prima metà del ‘700, a fini didattici per gli studenti di anatomia. I preparati a secco infatti non erano pienamente rispondenti alla realtà morfologica, per cui si sentiva con forza la necessità di realizzare modelli costruiti con materiale durevole e ad un tempo facilmente plasmabile. Con questo spirito vennero così realizzati i primi modelli in cera costruiti sulla osservazione dei preparati anatomici di cadavere. Il fondatore di questa tecnica fu Ercole Lelli (1702 – 1776).

Il Museo delle Cere Anatomiche “Luigi Cattaneo” si trova al secondo piano dell’Istituto di Anatomia umana normale di Bologna, in via Irnerio, 48.

Tel. 051/2091533 – 051/2091556

Orario: dal lunedì al giovedì: ore 9,00 – 12,30 / 14,00 – 16,30, venerdì: ore 9,00 – 12,30. Chiuso sabato e festivi. (rif. Prof. Ruggeri)

Museo di Palazzo Poggi

Le Costituzioni approvate il 12 dicembre 1711 sancivano la nascita a Bologna dell’Istituto delle Scienze. Un progetto ambizioso e originale, quello ideato dal generale Luigi Ferdinando Marsili, volto a contenere entro le stanze di un’antica dimora senatoria l’intera enciclopedia del sapere scientifico moderno.

Così a Palazzo Poggi, dimora delle vaste collezioni dell’Istituto, si possono ancora oggi ammirare alcuni fra i più incredibili assortimenti di esemplari. Cinquecentesca è la collezione di volumi illustrati del fondatore della Storia Naturale moderna, Ulisse Aldrovandi. Le scoperte geografiche andavano rivelando realtà naturali del tutto nuove delle quali era ovviamente impossibile avere una completa conoscenza diretta. Così, non potendo “andare in tutti e luoghi”, Aldrovandi puntò sul trasferimento e la ricostituzione della realtà naturale di ogni terra lontana o vicina all’interno delle proprie mura domestiche. Nasceva così, verso la metà del XVI secolo, quel museo, o “teatro”, o “microcosmo di natura”, che assorbì buona parte delle energie del naturalista bolognese e che gli consentì di raccogliere 18.000 “diversità di cose naturali” e 7.000 “piante essiccate in quindici volumi”.

Il Museo Cospi, sempre ospitato a Palazzo Poggi, è una vera e propria wunderkammer seicentesca che raccoglie indistintamente naturalia o “miracoli fisici” (fossili, mostri, ecc.), assieme ad una quantità delle “cose artifiziose” (artificialia); e ciò, perché “l’arte, non solo è vicaria e imitatrice diligente della natura, ma spesso la supera in bellezza e in perfezione con i suoi prodotti e talvolta ne corregge gli errori, sia pure involontari o apparenti”.

Ma le meraviglie di Palazzo Poggi non finiscono qui: restano ancora le splendide collezioni Settecentesche di storia naturale, ostetricia, ottica, fisica elettrica, le collezioni di cere di Lelli, quella dedicata alle macchine di Luigi Galvani, le collezioni di geografia e nautica, e quelle di architettura militare.

via Zamboni, 33 – 40126 Bologna

Tel. 051/2099610 – 051/2099398

Orario: da martedì a venerdì 10,00 – 13,00 / 14,00 – 16,00 – sabato, domenica e festivi 10,30 – 13,30 / 14,30 – 17,30. Lunedì chiuso.

Joel-Peter Witkin

Joel-Peter Witkin, nato a Brooklyn nel 1939, è uno dei massimi fotografi viventi. La sua opera, spesso controversa, si ispira alle atmosfere dei primi dagherrotipi ed è chiaramente influenzata da numerosi referenti pittorici, tanto che spesso le fotografie di Witkin sono delle “rivisitazioni” di opere celebri della storia dell’arte.

Dopo essere stato fotografo di guerra in Vietnam, studia scultura e fotografia alla Cooper Union, alla Columbia University, e infine all’Università del New Mexico ad Albuquerque. Stabilitosi lì, Witkin trova nel Messico la patria ideale in cui poter sviluppare le sue idee: le leggi restrittive degli Stati Uniti non gli avrebbero permesso infatti di perseguire l’ideale artistico che egli desiderava raggiungere.

Sì, perché le fotografie che Witkin voleva scattare erano qualcosa di davvero unico: ciò che l’artista si propone è mostrare il bello e il sacro, nascosti fra le pieghe del deforme, del macabro, dell’osceno e del grottesco. Nei suoi scatti Witkin immortala freaks di ogni tipo, nani, transessuali, donne e uomini amputati, deformi, corpi estremi; non rifugge nemmeno dall’ultimo tabù, quello del cadavere. Infatti nelle sue fotografie vengono composti corpi e resti umani reali, utilizzati come parti di macabre nature morte, o sezionati ad arte per ottenere il risultato simbolico ricercato. Gli obitori messicani pare siano molto generosi, quanto a cadaveri non reclamati. Questo ha dato a Witkin l’opportunità di creare (assieme alla sua fedele compagna di vita e assistente) alcune fra le più allucinate e toccanti allegorie della caducità umana, dove arti umani, feti e bambini morti interagiscono con modelli viventi in un barocco e infernale affresco.

Nel celebre The Kiss, per esempio, Witkin seziona una testa mozzata longitudinalmente e la fotografa come se il cadavere baciasse se stesso, in una sorta di definitivo e tragico narcisismo (o forse gli uomini sono tutti illusione, ed esiste solo Dio, e ci illudiamo di amare qualcosa di diverso da Lui?).

Quello che l’artista ha sempre sottolineato (e che è anche confermato dalla sua biografia) è la forte componente mistica delle sue opere: ciò che Witkin cerca di fare non è sollecitare i nostri bassi istinti voyeuristici, ma al contrario purificare le nostre paure più radicate attraverso il mito, nobilitando il diverso, e cercando il sublime nell’orrore. Si intuisce un vero e sincero amore per i soggetti/oggetti delle sue fotografie, come se attraverso i corpi impazziti dei suoi freaks, e i pezzi di cadavere anonimi che adornano i suoi affreschi, si potesse percepire un elemento trascendente; come se, invece di invocare una salvezza o una lontana luce divina, Witkin si sforzasse di trovarla qui ed ora, anche in ciò che più ci disgusta, e che a una prima occhiata sembrerebbe negarla.

Ad impreziosire i suoi ritratti si aggiunge il certosino e lunghissimo lavoro di graffiatura dei negativi e di sperimentazione continua con le emulsioni, la candeggina e gli altri prodotti chimici con cui Witkin tratta e “rovina” le sue fotografie. Tanto che, visti i tempi di lavorazione, in un anno l’artista non può permettersi di produrre più di due o tre scatti.

Artista controverso ed estremo, Witkin ha creato un universo iconico unico e inedito, che tocca corde profonde grazie a quella complessa commistione di bellezza e oscenità che lascia lo spettatore spiazzato, turbato e meravigliato.

Live feeding

Per i possessori di animali esotici, quali rettili e insetti predatori di grosse dimensioni, una delle pratiche più comuni è il cosiddetto live feeding, ossia il nutrire gli animali con prede ancora vive.

Il gesto può sembrarci disumano e crudele, ma determinate specie tenute in cattività hanno spesso il bisogno di alternare il cibo preparato (già morto) con diete a base di animali vivi, in modo da non perdere il proprio equilibrio motorio e l’istinto predatorio. Se una preda viva è inserita nella gabbia, viene ricreata una situazione parzialmente similare a quella che l’animale esperirebbe nella natura. Per questo, molti allevatori ricorrono al live feeding per mantenere inalterate le peculiarità etologiche della specie in questione.

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Burroughs e il Giorno del ringraziamento

Il Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day) è una festa osservata negli Stati uniti e in Canada: si celebra il quarto giovedì di Novembre, in segno di gratitudine per la fine della stagione del raccolto.

Risalente al 1623, e istituita dai Padri Pellegrini (quelli sbarcati in America a bordo della Mayflower, per intenderci), la festa si estese, anche grazie a George Washington, in tutti gli Stati e a metà del XIX secolo era già unanimemente riconosciuta. Con il tempo la festa acquistò anche una certa sfumatura di patriottismo.

In occasione dell’annuale ricorrenza, che scade giovedì prossimo, qui su Bizzarro Bazar pubblichiamo un testo di  William S. Burroughs dedicato al Ringraziamento, cogliendo l’occasione per introdurre i suoi lettori alla forza dissacrante di un genio letterario senza pari.

Inizialmente associato alla beat generation di Kerouac, Ginsberg & soci, Burroughs ha in seguito intrapreso una ricerca artistica che ha influenzato tutta la seconda metà del ‘900, e che continua ad ispirare le avanguardie moderne. È difficile illustrare quanto importante sia stato il suo peso nei diversi campi artistici: le sue tecniche e i suoi temi si ritrovano nella letteratura, nella musica, nell’arte figurativa, nella body art, nel cinema.

Esploratore della coscienza e del perturbante, psiconauta per antonomasia, cultore di visioni macabre ed estreme ed artefice di un umorismo al vetriolo, il vecchio zio Bill ha praticamente scardinato ogni classico assunto culturale.

Angoscia del Controllo, distruzione dell’identità, algebra del bisogno, scarafaggi e Disinfestatori, “scimmie” sulla schiena, millepiedi allucinogeni, morbide macchine del sogno, esseri mutanti dalle forme imprecise, tossicomani e omosessuali, il cut-up come metodo non-logico per sottrarsi alla dipendenza del pensiero.

Questi, a grandi linee, i temi ossessivamente ripetuti da William S. Burroughs lungo tutta la sua carriera di romanziere e saggista, a partire da quando nel 1959 venne pubblicato Il Pasto Nudo, a tutt’oggi considerato il suo capolavoro, e grossi intellettuali e letterati americani si mossero per difendere il romanzo dalle accuse di oscenità e immoralità.

La sua vita stessa assomiglia ad un’opera d’arte. In tempi non sospetti (anni ’40-’50) ha provato tutte le droghe esistenti, è stato eroinomane per sedici anni, ha ucciso sua moglie (sposata con l’unico scopo di darle cittadinanza americana) con un colpo di pistola mentre strafatti giocavano a inscenare la sfida di Guglielmo Tell. È stato omosessuale e tossicodipendente, ha elaborato la teoria secondo cui il linguaggio sarebbe un virus letale, ha cercato di sbriciolare i limiti del dicibile mediante diverse tecniche quali il cut-up, ha confuso il confine fra narrativa e pornografia, ha intrapreso avventurosi viaggi per provare droghe sconosciute come lo yage (la liana magica degli sciamani dell’Amazzonia), ha rivoluzionato ed esploso la forma del romanzo, ha creato dipinti sparando a dei barattoli di colore… ha lottato per tutta la vita contro il concetto di “controllo”, cercando di liberare la letteratura e la mente dagli insidiosi vincoli del condizionamento. In breve, un autore irrinunciabile.

Per ritornare al Giorno del Ringraziamento, vi proponiamo qui il testo e la traduzione di una preghiera (tutt’altro che patriottica, come vedrete) scritta da Burroughs nel 1986. Più sotto troverete il video in cui William Burroughs recita il testo, per la regia di Gus Van Sant.

A THANKSGIVING PRAYER

by William S. Burroughs

Thanks for the wild turkey and the passenger pigeons, destined to be shit out through wholesome American guts.

Thanks for a continent to despoil and poison.

Thanks for Indians to provide a modicum of challenge and danger.

Thanks for vast herds of bison to kill and skin leaving the carcasses to rot.

Thanks for bounties on wolves and coyotes.

Thanks for the American dream, To vulgarize and to falsify until the bare lies shine through.

Thanks for the KKK.

For nigger-killin’ lawmen, feelin’ their notches.

For decent church-goin’ women, with their mean, pinched, bitter, evil faces.

Thanks for “Kill a Queer for Christ” stickers.

Thanks for laboratory AIDS.

Thanks for Prohibition and the war against drugs.

Thanks for a country where nobody’s allowed to mind the own business.

Thanks for a nation of finks.

Yes, thanks for all the memories – all right let’s see your arms!

You always were a headache and you always were a bore.

Thanks for the last and greatest betrayal of the last and greatest of human dreams.

UNA PREGHIERA PER IL GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO

di William S. Burroughs

Grazie per il tacchino selvatico e i piccioni di passaggio, destinati ad essere cagati fuori attraverso budella del tutto Americane.

Grazie per un continente da rovinare e avvelenare.

Grazie per gli Indiani per fornire un minimo di sfida e pericolo.

Grazie per le vaste mandrie di bisonti da uccidere e spellare lasciando le carcasse a imputridire.

Grazie delle taglie sui lupi e sui coyote.

Grazie per il sogno Americano, Volgarizzare e Falsificare finché le nude menzogne non risplendano.

Grazie per il Ku Klux Klan.

Per gli uomini della legge ammazzanegri, che contano le tacche.

Per le decenti donne di chiesa, con le loro malvage, contrite, amare, cattive facce.

Grazie per gli adesivi “Uccidi una Checca per Cristo”.

Grazie per l’AIDS da laboratorio.

Grazie per il Proibizionismo e la guerra contro le droghe.

Grazie per un paese dove a nessuno è permesso farsi gli affari suoi.

Grazie per una nazione di senzapalle.

Sì, grazie per tutti i ricordi – va bene, ora vediamo le tue braccia!

Sei sempre stato un mal di testa e sei sempre stato una noia.

Grazie per l’ultimo e massimo tradimento dell’ultimo e massimo tra i sogni umani.

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Musica classica bizzarra

Eccovi una piccola selezione di celebri pezzi di musica classica eseguita su strumenti poco ortodossi.

Preludio in Mi maggiore” di Bach eseguito su mandolino:

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Il presto dall’ “Estate” di Vivaldi eseguito su fisarmonica:

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Toccata e fuga in Re minore” di Bach eseguita su bicchieri:

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E, per finire, la leggendaria Clara Rockmore ne “Il Cigno” di  Saint-Saëns eseguito su pianoforte e theremin:

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Reborn Dolls

Nata all’inizio degli anni ’90, e presto divenuta di vaste proporzioni, la “moda” delle Reborn Dolls si è da tempo affermata anche da noi. Si tratta di bambole modificate a mano, attraverso un lungo processo artistico, per renderle il più realistiche possibili.

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Il processo di modificazione, chiamato reborning, consta in varie fasi in cui la pelle viene dipinta in successivi strati, per simulare la presenza delle vene e donare la giusta texture alla cute della bambola; i capelli e le sopracciglia vengono inserite una alla volta mediante un apposito ago, e le narici vengono lasciate aperte per permettere al bambolotto di “respirare”. Alcuni reborners (gli artisti di questa pratica) arrivano ad aggiungere all’interno della bambola un simulatore di battito cardiaco.

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Il reborning, nato come forma d’arte di nicchia, è divenuto col tempo sempre più popolare, tanto che diverse industrie di settore hanno cominciato a produrre dei kit di bambole da assemblare e modificare.

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Queste bambole iperrealistiche sono trattate come dei veri e propri bambini. La maggioranza dei collezionisti di Reborn Dolls infatti è costituita da donne, spesso anziane, che hanno perso un figlio, non ne possono avere, o hanno subito il trauma dell’aborto. Le Reborn Dolls sono quindi accudite, coccolate, messe a letto, nutrite, perfino portate in giro in carrozzina, come se fossero vive e reali. Anche l’acquisto online è usualmente proposto come un’adozione, più che una mera compravendita, e le bambole sono spesso corredate da finti certificati di nascita.

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Nella polemica che inevitabilmente è sorta, molti psicologi hanno sottolineato l’importanza terapeutica che potrebbero rivestire queste bambole nell’elaborazione del lutto: altri sostengono che sostituire il figlio morto con una bambola non sia di alcuna utilità per chi deve venire a patti con una triste realtà. Accudirle, infatti, potrebbe addirittura favorire la produzione di ossitocina, proprio come un bambino vero, causando così nella “madre” un forte attaccamento.

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Che sia una dolce illusione, o una fissazione maniacale, sembra proprio che delle reborn dolls si avvertisse il bisogno: le vendite su internet sono in costante crescita, nonostante il prezzo di certo non popolare (si va dai 300 alle diverse migliaia di dollari).

P.S. Se vi pare che queste bambole abbiano qualcosa di sinistro e inquietante, niente paura. Questo effetto è chiamato uncanny valley: secondo questa teoria, gli oggetti inanimati che raffigurano esseri viventi susciterebbero la nostra simpatia solo fino ad una determinata soglia di realismo, oltre la quale sarebbero percepiti come “troppo reali” e innaturali, e provocherebbero repulsione.

La balena esplosa

Oggi celebriamo un bizzarro anniversario.

Il 12 novembre del 1970, infatti, un’enorme balena morì dopo essersi spiaggiata a Florence, Oregon. La carcassa, di notevoli proporzioni (14 metri di lunghezza per 8 tonnellate di peso) pose da subito un gravoso problema: come sbarazzarsene?

La Oregon Highway Division, responsabile dello smaltimento dell’animale, pensò che seppellirla in loco non fosse attuabile, per motivi sanitari (la carcassa emanava già un odore insopportabile), e di spostarla non se ne parlava neanche. Si pensò quindi di sbarazzarsene proprio come si farebbe con un enorme macigno.

Mezza tonnellata di dinamite fu applicata al cadavere della balena. L’idea era di ridurla in piccoli pezzi, che sarebbero poi stati mangiati da gabbiani e dagli altri animali che si nutrono di carogne. Non andò proprio come ci si aspettava.

L’esplosione riempì il cielo di grossi pezzi di grasso (presente a livello sottocutaneo nei cetacei, vedi blubber) che si riversarono a pioggia sugli attoniti astanti, atterrarono vicino alle case e nei parcheggi, anche a una certa distanza dalla spiaggia. Uno di questi pezzi di balena sfondò una macchina. Soltanto una minima parte della carcassa risultò poi disintegrata, e gli uomini della Oregon Highway Division dovettero assumersi l’ingrato compito di eliminare a mano (e con molta pazienza) l’enorme e puzzolente carogna.

L’esplosione fu filmata, e come prevedibile le immagini dell’incidente hanno goduto di una nuova vita nell’era di internet. Ecco il servizio originale del 1970.

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Wikipedia dedica una pagina (in inglese) all’episodio, in cui vengono descritte anche le circostanze in cui il filmato è stato recuperato: eccola qui.

Il terribile candiru

Eccovi uno spassoso e trashissimo video ad opera della BBC sul terribile parassita amazzonico candiru (vandellia cirrhosa), un piccolo pesce che normalmente si infila nelle branchie dei pescegatti e lì si installa arpionandosi con una spina al tessuto per succhiarne il sangue.

Come in un film horror, però, talvolta il candiru, attratto dall’urina, può finire per scambiare anche l’uomo per un ospite appetibile, inserendosi ferocemente in quasiasi orifizio…

Una curiosità: il candiru è citato anche da uno dei numi tutelari di Bizzarro Bazar, lo scrittore americano William S. Burroughs, nel suo celebre romanzo Pasto Nudo.

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Vandellia cirrhosa

Dentro la valanga

Nell’aprile 2008 Chris Cardello, sciatore professionista, rimase sepolto da una valanga a Haines, Alaska. Grazie al suo Avalung (un sistema brevettato che consente di respirare l’aria contenuta nello zaino, allungando di molto il tempo concesso all’arrivo dei soccorsi prima che le scorte di ossigeno finiscano) Chris si salvò, e la microcamera piazzata sul suo casco riprese tutta l’avventura.

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Miru Kim

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Miru Kim è un’artista, fotografa, illustratrice e organizzatrice di eventi d’arte di origine coreana, residente a New York.

Nelle sue foto, raccolte sotto il titolo Naked City Spleen, ha esplorato i luoghi abbandonati, desolati, nascosti e segreti di diverse città del mondo, posando nuda in questi particolari ambienti diroccati: dalle catacombe di Parigi alle fogne di Seoul, dai tunnel del sottosuolo di Berlino alle vecchie fabbriche in disfacimento dei dintorni di New York.

I suoi scatti, suggestivi e malinconici, raccontano la parte dimenticata, “rimossa”, delle nostre metropoli. La sua figura nuda che si aggira per i sotterranei delle città o attraverso enormi fabbriche in disuso, sembra quella dell’ultima sopravvissuta a una catastrofe, e allo stesso tempo fa pensare a un animale che esplori le rovine di un mondo tecnologico di cui non si ha più ricordo.

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La stessa Kim ha infatti affermato: “Semplicemente documentare queste strutture prossime alla demolizione non mi bastava. Così volevo creare un personaggio di finzione o un animale che si aggirasse in questi spazi e il modo più semplice per farlo era diventare io stessa la modella. Ho optato per l’assenza di vestiti perché volevo che l’animale fosse senza alcuna implicazione culturale, o elementi relativi a un’epoca precisa”.

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Che il motivo del nudo sia proprio quello di annullare ogni riferimento culturale, risulta chiaro dalle fotografie: non c’è nulla di erotico negli scatti di Miru Kim. La magia che, di per sé, i luoghi abbandonati esercitano è invece esaltata dall’elemento spiazzante della figura femminile che si nasconde, osserva, esplora, ha paura: libera, ma indifesa di fronte al decadimento del panorama, l’ultima donna ci accompagna attraverso scenari di infinita tristezza e solitudine.

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Ecco il sito di Miru Kim.