Tetsuya Ishida

Quando nel 2005, a soli 32 anni, il pittore giapponese Tetsuya Ishida morì sotto un treno, per chi conosceva la sua opera venne più che naturale pensare che si trattasse di suicidio. I suoi quadri, infatti, sono talmente carichi di un’angoscia gelida e paralizzante da poter essere letti in un’ottica prettamente personale di depressione e solitudine.

Eppure i suoi dipinti surrealisti vanno ben al di là della semplice espressione di un disagio individuale. Certo, i quadri di Ishida avevano come protagonista assoluto e ossessivo Ishida stesso, che nei suoi autoritratti si figurava come una vittima dal corpo fuso con gli elementi architettonici e tecnologici quotidiani. Ma  la sua forza evidente è quella di offrire un ritratto drammatico dell’uomo moderno, al di là dell’autoritratto. Un uomo irrimediabilmente oppresso e imprigionato, reificato, ormai ridotto ad oggetto inanimato, parte integrante di una catena di montaggio di stampo industriale che lo priva di ogni identità.

Benché lo stile e l’immaginario di Ishida siano tipicamente giapponesi (a qualcuno di voi verrà certamente in mente il Tetsuo di Tsukamoto), i temi che sono affrontati nelle sue opere hanno valenza universale ed esprimono le paure di tutto il mondo “civilizzato”. L’ibridazione uomo-macchina, tema fondamentale della fine del secolo scorso con cui si sono confrontati autori del calibro di James G. Ballard o di David Cronenberg, è uno dei tratti fondamentali della nostra cultura.

Se negli anni ’50 si poteva pensare che la tecnologia ci venisse in aiuto e facesse da protesi senza che questo intaccasse la nostra stessa identità e il concetto di corpo, oggi è ovvio che non è così. Gli ambienti in cui viviamo entrano a far parte delle architetture della mente, così come il corpo diviene sempre più sfuggente, ibridato, multiforme. Il concetto identitario cambia e si trasforma continuamente.

Ishida mostra di essere consapevole di questo nuovo assetto, e allo stesso tempo denuncia la violenza che l’individuo subisce a livello sociale. In un paese come il Giappone, l’allarme lanciato dall’artista è che la conseguenza di un’impostazione di lavoro così oppressiva non può che portare a una totale deumanizzazione.

Purtroppo, a parte il sito ufficiale (in giapponese) con diverse splendide gallerie, sulla rete si trovano pochissime informazioni su questo prolifico pittore scomparso prematuramente.

11 commenti a Tetsuya Ishida

  1. almacattleya ha detto:

    E’ stato dimostrato che nei Paesi ricchi, soprattutto quelli meglio industializzati, i suicidi sono notevolmente maggiori dei Paesi poveri.
    Ora non so se questo pittore sia morto effettivamente per suicidio però i suoi dipinti sono una denuncia notevole e non mi sembrano surrealisti del tutto. Certo, l’impostazione del quadro è molto surrealista, ma il quadro stesso racconta la realtà e non i sogni.

  2. memorygravedigger ha detto:

    meraviglioso, grazie per questa perla

  3. Essere Libero ha detto:

    che opere fantastiche.

  4. bizzarrobazar ha detto:

    @almacattleya: il surrealismo è proprio quello che tu dici, utilizzare un immaginario fantastico e spiazzante per raccontare verità profonde.

    @memorygravedigger: fatti vivo!

    @esserelibero: sono contento che ti piacciano! Credo che, per quanto distanti siano i nostri interessi, la poesia, se c’è davvero, ci tocchi tutti allo stesso modo.

  5. almacattleya ha detto:

    Ma sai Frida Kahlo non si riteneva, per sua stessa ammissione, una surrealista perché raccontava la sua stessa realtà. Credo sia differente che nel raccontare delle verità o dei concetti.

  6. redman ha detto:

    Giungo per la prima volta su questi lidi.
    Complimenti per i bei post.

  7. selene ha detto:

    Certo le sue opere spingono a pensare che fosse solo e depresso, spesso inserisce il suo corpo in oggetti inanimati e lo “smembra”, e questo potrebbe far pensere che non avesse una gran opinione di sè, ma è anche vero che aveva molta fantasia e espressività, le sue operere sono originali e creative, più di quello che può sembrare in un primo momento. è strano che esprimersi cosi bene attraverso l’arte figurativa non l’abbia aiutato a uscire dalla depressione, a realizzarsi…
    Penso che disegnare e dipingere siano un modo per affermarsi, per affermare la propria identità e idee, nella raffigurazione si esplicita ciò che c’è nel proprio inconscio, potrebbe bastare a contrastare il senso di malessere derivante dal l’isolamento sociale, e forse anche affettivo, la società egoista e oppressiva, come spesso viene avvertita nei paesi benestanti

  8. Antibionico ha detto:

    Visto ieri alla Biennale di Venezia, ai giardini nel padiglione centrale! Magnifico.

  9. sergio trapanotto ha detto:

    DENKI OTOSAN (c) 2015
    Novella di Sergio Trapanotto ispirata al film “Departures” di Shinmon Aoki e al dipinto “Recalled” di Tetsuya Ishida, nell’immagine pubblicata da voi: http://bizzarrobazar.com/wp-content/uploads/2010/06/tetsuya_isida_24.jpg

    Era domenica mattina quando Denki Otosan cadde, anzi si afflosciò silenziosamente sui tatami, come se l’avessero spento. Akiko, sua moglie, lo trovò a faccia in su con gli occhi spalancati. Capì subito che non c’era nulla da fare. Glielo avevano spiegato che era solo questione di giorni. Per questo aveva preparato i figli all’evento.
    Adesso Yoshiro, il più piccolo, stava giocando fuori; i più grandi, Hajime e Keiji, le erano scivolati silenziosamente dietro e si erano inginocchiati come lei appoggiandosi sui talloni.
    Akiko fece una telefonata e mandò fuori Hjime, il più grande, a chiamare il fratellino e ad aspettare fuori che arrivasse l’Okuribito, che sarebbe arrivato entro mezzora.
    L’Okuribito arrivò puntualissimo, del resto lo sanno tutti che in Giappone non viene accettata nessuna scusa per il benché minimo ritardo, meno che mai per un Okuribito.
    Come da usanza la famiglia assisteva. Akiko in prima fila, Hajime e Keiji un po’ più indietro e dietro a tutti il piccolo Yoshiro con lo sguardo smarrito; i genitori di Akiko stavano rispettosamente più indietro.
    L’Okuribito si diede da fare con professionalità e con molto tatto.
    Con lenti e rituali gesti disattivò le batterie e smontò mani, braccia e gambe di Denki Otosan con l’apposita chiave.
    Ne ripose poi delicatamente le parti in appositi alloggiamenti in polistirolo, che infilò nello scatolone di cartone che si usava per i resi dei droidi NEC non riparabili. Ne lasciò però i lembi aperti, affinché la famiglia potesse dare l’estremo saluto che un buon marito e un buon padre putativo come Denki Otosan meritava.
    Dopo dieci minuti di raccoglimento l’Okuribito chiuse lo scatolone e lo caricò sul furgone della NEC. Akiko, Hajime, Keiji e Yoshiro diedero l’estremo saluto a Denki Otosan compostamente allineati in piedi sulla soglia di casa.
    Il furgone si avviò lentamente per raggiungere l’impianto di riciclaggio dei componenti elettronici della NEC.
    Era una bella giornata di sole.

    NdA:
    OKURIBITO おくりびと ”Persona che saluta un defunto, che accompagna alla partenza”
    DENKI OTOSAN お父さん電気 ”Papà elettrico”
    AKIKO 秋子 “Bambina dell’autunno”
    HAJIME 肇, 元 “Inizio”
    KEIJI 敬二 “Secondo figlio rispettoso”
    YOSHIRO 良郎 “Buon uomo”
    OKURIBITO おくりびと ”Persona che saluta un defunto, persona che accompagna alla partenza”

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