Cornuti

È raro, ma documentato fin dal 1500. A noi esseri umani possono crescere le corna.

Si tratta di formazioni cutanee che assomigliano ad un corno, ma sono in realtà dei tumori cheratinici della pelle, o cadono sotto la più generica definizione di iperplasie. Quasi sempre sono benigni e di modeste dimensioni, e possono essere rimossi senza grossi problemi. Perché si formino resta un mistero, anche a causa dei pochissimi casi rilevati dalla scienza moderna: sembra che l’esposizione a radiazioni possa essere una delle cause scatenanti, ma altre volte nascono da lesioni della pelle, come cicatrizzazioni andate storte. Tutti i casi conosciuti riguardano maschi sopra i 55 e donne sopra i 65 anni di età.

Per qualche strana ragione, gran parte dei casi moderni è stata registrata in Cina. L’ultima donna “cornuta” a guadagnarsi un certo scalpore è stata Zhang Ruifang, un’arzilla vecchietta di 101 anni del villaggio di Linlou, che sfoggia un bel corno di 6 centimetri sul lato sinistro della fronte. Diventata una celebrità, i medici si sono offerti di rimuoverle il corno – ma Zhang ha cortesemente rifiutato. Ulteriori analisi hanno portato alla certezza che anche il secondo “neo” sulla sua fronte si stia evolvendo in un corno.

Ma già nel 2006 un uomo di 88 anni, proveniente da Zheng Zhou e rimasto anonimo, si era fatto operare a un piccolo corno sviluppatosi dopo una lieve ferita alla testa.

Nel 2007 si venne a conoscenza di un’altra nonnina, di nome Zhao e residente a Zhanjiang, che aveva un corno ricurvo. Anche questo era partito come un neo, ma aveva presto assunto la forma di corno. La vecchia Zhao non provava dolore, e si lamentava soltanto di un po’ di fastidio quando, volendo guardare o leggere qualcosa, doveva continuamente muovere il capo per “spostare” il corno dal suo campo visivo.

Il signor Ma Zhong Nan, di 93 anni, nel 2007 si ferì pettinandosi. Nel tempo record di 6 mesi, un corno di 10 centimetri gli spuntava dalla testa. Essendo povero, si rivolse allora ai media per cercare una soluzione al suo problema. I dottori, a quanto pare, riuscirono a rimuovere l’imbarazzante escrescenza.

Saleh Talib Saleh ha una storia ancora più incredibile. Stando a quanto da lui raccontato, per tutta la vita ha avuto sogni ricorrenti in cui un corno gli cresceva sul capo. Finalmente, all’età di 78 anni, il suo sogno divenne realtà. Nonostante non abbia idea di come sia potuto succedere, il vecchio yemenita ha potuto soltanto immaginare che quello fosse un dono di Allah. Una volta il corno è addirittura caduto, ma è ricresciuto in poco tempo. Saleh ha rifiutato di operarsi.

Per oltre 20 anni Abdul Razah, poliziotto indiano in pensione, residente a Narasimharajapura, ha convissuto con molteplici corni sul retro della testa. Nato normale, non aveva mai avuto problemi fino all’apparire dei corni, e ora ha fitte dolorose ogni volta che tenta di appoggiare la testa o sbatte accidentalmente contro i corni.

Celebre inoltre, su internet, anche questa donna di 69 anni (rimasta anonima), caso clinico tratto da un testo medico. La donna aveva sbattuto la testa, e il bernoccolo si era sviluppato in un corno arricciato di quasi 20 centimetri.

Wikipedia ha una pagina (inglese) dedicata ai corni cutanei. Scoperto via Oddity Central.

Sokushinbutsu

I Sokushinbutsu erano dei monaci buddhisti giapponesi che, applicando una tecnica antichissima, forse importata dalla Cina, causavano la propria morte nel tentativo di divenire dei Buddha. Fin qui, niente di strano: quale religione non conta fra i suoi proseliti degli asceti pronti a tutto pur di raggiungere il Paradiso?

Ma i Sokushinbutsu hanno qualcosa che li rende unici. La loro tecnica consisteva nel raggiungere uno stato di auto-mummificazione che avrebbe reso il loro corpo incorrotto e virtualmente eterno.

Tutti conosciamo le mummie egiziane, o quei corpi antichi recuperati dai ghiacci siberiani. Ma qui siamo di fronte a una vera e  propria arte della preparazione della salma, mentre questa è ancora in vita.

Il procedimento era complesso e richiedeva una forza di spirito e una pazienza notevoli. Per 1000 giorni (poco meno di tre anni) i preti dovevano nutrirsi con una dieta speciale consistente in noci e semi, prendendo inoltre parte a un regime di attività fisica che eliminava ogni traccia di grasso dai loro corpi. In seguito, dovevano mangiare soltanto corteccie e radici per altri mille giorni, bevendo unicamente tè velenoso tratto dalla linfa dell’albero Urushi, normalmente usato come lacca per verniciare le tazze. Questo causava vomito e una rapida perdita di fluidi corporei, ma soprattutto rendeva il corpo troppo velenoso per essere divorato dagli scarafaggi.

Infine, il monaco auto-mummificante si chiudeva in una tomba di pietra di poco più grande del suo corpo, e lì restava senza muoversi mai dalla posizione del loto. I suoi unici collegamenti con l’esterno erano un tubo per l’aria e una campana posta all’esterno della tomba. Ogni giorno il monaco suonava per far sapere che era ancora vivo.

Quando la campana smetteva di suonare, il tubo veniva rimosso e la tomba sigillata. Dopo altri 1000 giorni, i monaci aprivano la tomba per controllare che la mummificazione fosse andata a buon fine.

Se i corpi mostravano una perfetta mummificazione, venivano immediatamente esposti nel tempio per l’adorazione. Spesso, però, quello che i monaci trovavano era un semplice cadavere decomposto. Anche se non erano considerati veri Buddha, questi resti venivano onorati per la loro dedizione e la loro forza di spirito.

Questa pratica sembrava estinta da secoli, finché un mese fa è stato rinvenuto un corpo di un vecchio che avrebbe tentato di raggiungere lo status di Buddha seguendo questa ricetta.

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Distruzione in slow-motion

Abbiamo già mostrato l’effetto di un pugno su un volto umano in slow-motion. Guardate ora questo video che mostra diversi materiali distrutti al rallentatore. Particolarmente interessante è la mano del karateka che spezza un blocco di cemento: le dita mostrano un’inaspettata elasticità all’impatto.

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Oculolinctus

Anche l’occhio vuole la sua parte.

Le parafilie, come ormai sapete, possono riguardare qualsiasi oggetto feticistico, e includere virtualmente qualsiasi pratica, per quanto fantasiosa essa risulti. Alcune parti del corpo sono divenute, nella nostra cultura, dei feticci “celebri” e diffusi, come ad esempio piedi e seni. Ma un oggetto del desiderio a cui non penseremmo usualmente in termini sessuali è l’occhio. Curioso, perché si dice che sia proprio lo sguardo a sancire il preludio al sesso, e a segnalare in modo più o meno esplicito la disponibilità sessuale. Ma se per la maggior parte delle persone gli occhi giocano un ruolo fondamentale nella seduzione, in pochi si sognerebbero di includerli fisicamente nel rapporto sessuale. Si potrebbe quasi parlare di un tabù riguardante questa parte sensibile e delicata del corpo, la sede dell’espressione (dell’anima, per alcuni), della vista, facoltà primaria – insomma, uno dei punti del nostro corpo che meno saremmo disposti ad esporre al tocco di un estraneo.

L’oculofilia è l’attrazione sessuale per l’occhio. Pur essendo spesso un’attrazione di natura intellettuale, il feticismo in sé può portare al desiderio di contatto fisico con l’occhio.

L’oculolinctus è appunto la pratica feticistica di leccare l’occhio del partner. Se per chi lo “esegue” l’attrazione è ovviamente di tipo feticistico, diverso è il caso di chi ama “subirlo”: si dice che il piacere aumenti quanto più la lingua giunge vicino alla pupilla. In questo caso è evidente come il connubio di piacere e dolore (dato dall’irritazione irresistibile che provoca alla cornea) sia accomunabile a un blando impulso di matrice masochista.

Per quanto la parafilia legata all’occhio sia piuttosto rara, l’oculolinctus ha conosciuto una popolarità più diffusa, soprattutto per chi si interessa alla cultura iconica giapponese. Il grandissimo mangaka Suehiro Maruo, ad esempio, ha mostrato negli anni una fascinazione particolare per la rappresentazione dell’oculolinctus.

L’oculolinctus rimane un preliminare piuttosto inusitato e certamente “di nicchia”, nonostante esistano su YouTube dei video che ritraggono la pratica con intenti chiaramente goliardici.

E in caso ve lo steste domandando, sì, il pericolo di infezioni esiste.

Speciale “Nautilus”

Se siete in viaggio, o abitate, a Torino, c’è una bottega che non potete mancare di visitare. Si tratta sicuramente del più incredibile negozio d’Italia, e lo scrittore David Sedaris si è spinto fino a definirlo addirittura “the greatest shop in the world“: è il “Nautilus”. Prende il suo nome dal mollusco omonimo, considerato un fossile vivente.

Appena entrati, dopo un’occhiata all’invitante vetrina, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo e vi troverete immersi nella magia di un’antica wunderkammer. La collezione di oggetti d’epoca macabri e stravaganti affolla il piccolo locale (com’è giusto che sia: il gusto barocco dell’accumulo di dettagli vuole la sua parte).

Vi scoprirete quindi ad indugiare su centinaia di oggetti curiosi, principalmente strumenti medici e chirurgici di tempi andati, animali esotici impagliati, feti sotto formalina, calchi in gesso di teste deformi e maschere mortuarie, fossili, teschi, cartografie, cartelli e insegne d’epoca, mummie, scheletri, macchinari medici esoterici e teste frenologiche, maialini e vitelli siamesi. Un’imponente quantità di oggetti, ammassati in una sorta di folle museo della biologia e della tecnica, che cattura l’interesse dello scienziato così come del ricercatore del meraviglioso.

Il Nautilus collabora anche attivamente con il Museo Cesare Lombroso, recentemente aperto a Torino, che vi consigliamo di visitare. Il negozio è inoltre segnalato sul sito Atlas Obscura, vera e propria “mappatura” dei luoghi curiosi e dei posti incredibili nei quattro angoli del mondo.

Alessandro, uno dei due proprietari di questa invidiabile collezione, ha gentilmente accettato di parlarci di questa sua passione, concedendo a Bizzarro Bazar un’intervista in esclusiva che qui pubblichiamo.

Come è cominciata la tua passione per l’antiquariato medico e naturalistico?

La passione per il collezionismo l’ho avuta da sempre… collezionavo figurine, i tappi delle bottiglie, gli adesivi, fino ad impossessarmi della collezione di francobolli di mio papà (che però perse rapidamente di interesse non appena cessò l’alone di irrangiungibilità che la circondava). Da ragazzetto saccheggiavo regolarmente un mercatino dell’usato di qualsiasi carabattola, per la “gioia” di mia mamma, fino a quando iniziai a collezionare antichi ferri da stiro, mettendo insieme un’importante collezione… Ma fu il ritrovamento fortuito ad un mercatino di un vecchio stetoscopio di legno a far scattare la scintilla della passione per la storia della medicina e per gli antichi strumenti chirurgici, filone che ho approfondito in questi ultimi anni. Le pratiche più “cruente” sono quelle che hanno maggiormente acceso la mia fantasia: l’amputazione, la trapanazione cranica, il salasso… E proprio una sega da amputazione della fine del 1500, un vero pezzo da museo, è sicuramente uno dei pezzi della mia collezione che mi è stato più difficile cedere nel passato, ad un amico-cliente… ma fu la classica “proposta indecente” a cui non si poteva dire di no…

Dopo qualche anno di collezionismo “medico” ho conosciuto Fausto, mio socio e co-papà del Nautilus, grazie al quale piano piano ho esteso i miei campi di interesse, fino a spaziare in tutti gli aspetti della scienza e natura… e oltre.


Come è nata l’idea di aprire il Nautilus? A che tipo di clientela è rivolto il negozio?

Il Nautilus nasce sicuramente da un nostro sogno, dal poter avere la nostra personale wunderkammer in cui poter godere delle nostre collezioni in modo più compiuto, invece di doverle immaginare inscatolate in qualche buio garage… e allo stesso tempo dal desiderio di poterle condividere con altri appassionati.

La dimensione commerciale del Nautilus è parecchio “marginale”, per usare un eufemismo: la bottega è quasi sempre chiusa, abbiamo una tensione alla vendita bassissima, insomma, un disastro… ma non potrebbe essere diversamente, un collezionista per ovvi motivi è restio a fare il semplice commerciante.

I nostri clienti inizialmente erano collezionisti in senso “classico”: il medico che colleziona gli strumenti antichi del suo mestiere, l’appassionato di elettrostatica, il collezionista eccentrico che è fissato con i caschi protettivi industriali… Sempre più però questi scambi diventano marginali, perché cresce il numero di clienti che non collezionano in un ambito specifico, ma “semplicemente” si innamorano di un oggetto e lo ospitano nelle loro case. E non a caso sempre più i nostri clienti sono arredatori di interni alla ricerca di un pezzo “speciale” capace di nobilitare da solo un intero ambiente.


Il Nautilus non è semplicemente un negozio di antiquariato, ma una vera e propria wunderkammer. Qual è il senso, al giorno d’oggi, di assemblarne una?

In effetti sì, il riferimento nobile è quello della stanza delle meraviglie, riletta forse in chiave moderna, dove al posto del lusso principesco delle antiche collezioni possono trovare legittimità anche oggetti “umili” (mi vengono in mente ad esempio gli zoccoli dei contadini francesi per sgusciare le castagne, irte di speroni di ferro, notevoli e inconsapevoli opere dadaiste).

E penso che in un certo senso la wunderkammer risponda ad un desiderio molto primitivo e semplice dell’uomo, quello cioè di essere circondato da un contesto in cui si trova “bene”. Il perché poi una persona si senta più “a casa sua” in una stanza bianca completamente vuota piuttosto che in un antro traboccante anticaglie… beh, lascio agli psico-qualchecosa l’ardua interpretazione…


Il tuo è un interesse di tipo strettamente scientifico, o sei maggiormente attratto dall’aspetto “meraviglioso” della tua collezione? Quanto conta, cioè, il gusto del macabro e del bizzarro?

Quando sono in bottega e guardo la stratificazione di oggetti nel Nautilus l’unico filo conduttore che riesco a riconoscere e che lega in modo coerente questo coacervo è il senso della “meraviglia”, cioè lo stupore provato di fronte a ciascun oggetto a cui abbiamo dato ospitalità nelle nostre collezioni.

Certo, c’è il piacere imprescindibile della scoperta, c’è la valenza economica (in fondo è una passione diventata attività lavorativa), c’è il valore storico… eppure alla fine è quella sensazione che ti sottrae all’esperienza dell’”abituale” a legittimare un simile accumulo, cui talvolta guardo addirittura con sospetto, prospettandomi mille domande… Quindi sicuramente un debole per il bizzarro è presente… quello che invece non avverto è l’attrazione per il macabro, che non intravvedo nemmeno nei pezzi più “estremi” (come ad esempio i reperti anatomici in formalina, di cui naturalmente ben comprendo il potenziale macabro o morboso).


Quanto c’è di infantile nel collezionismo?

Il senso della meraviglia cui accennavo prima… mi piace molto la definizione del collezionista visto come “senex puerilis”, un “anziano fanciullo”. Forse chi l’ha formulata pensava di darle una connotazione leggermente spregiativa, io la trovo invece assolutamente azzeccata e gratificante. È come se contenesse la possibilità di godere allo stesso tempo di due dimensioni incompatibili, la saggezza spesso cinica dell’età matura e la capacità di stupirsi propria dell’infanzia… E in fondo il collezionista vive costantemente questa lotta contro il tempo che passa, a cui tenta di sottrarre i pezzi della sua collezione garantendo loro nuova vita – e cercando forse di conquistare anche per sé una certa sensazione di eternità…


Qual è il pezzo della collezione a cui sei più affezionato? Quale il più raro e/o costoso?

Ho avuto un periodo in cui ero parecchio intrigato dai modelli anatomici in cera, ed ho rastrellato buona parte della bibliografia disponibile sul tema, oltre a qualche bel modello. Sicuramente ci appassiona il tema della teratologia, con tutte le anomalie della natura: dai vitellini a due teste, agli agnellini siamesi (altra vendita molto rimpianta)… I campioni anatomici umani li trovo molto emozionanti, con il loro un affascinante senso di “vita sospesa”.

Il braccio della mummia è uno dei nostri beniamini, ma sono molto affezionato anche ad una piccola scultura francese di un gatto… quindi alla fine più che il valore o la rarità ciò che di solito rende “speciale” ai nostri occhi un pezzo è la storia che porta con sé, il viaggio o le circostanze che lo hanno portato fino a noi.  Poi arriva comunque sempre il giorno in cui sentiamo che il momento è arrivato, e finalmente possiamo lasciar andare l’oggetto difeso fino ad allora: c’è una gran soddisfazione nel veder brillare gli occhi del collezionista che ha appena conquistato un nuovo pezzo che tu hai scovato e accudito per un po’…


Ti capita di essere considerato “un tipo strano” per via della tua passione?

Talvolta, esagerando un po’, dico che il mondo si divide tra quelli che entrano dentro il Nautilus, e quelli che invece rimangono appiccicati con il naso davanti alla vetrina, ma poi alla fine se ne vanno con espressioni più o meno perplesse.

E quelli che entrano però giustamente si aspetterebbero un padrone di casa all’altezza, quantomeno un Igor guercio con la gobba, o il cugino del Gobbo di Notre-Dame, o almeno un freak sopravvissuto al circo Barnum… e quindi la mia presenza delude sempre un po’.

Mi chiedono spesso se non ho paura a stare in bottega, in mezzo a tutte quelle presenze inquietanti, ma me la cavo sempre molto facilmente dicendo che in realtà io ho paura quando esco fuori dalla bottega… per cui, al solito… chi sono i veri mostri e i veri “strani” ?

(Cliccate sulla foto qui sopra per vederla in alta definizione).

Il Nautilus si trova in via Bellezia 15/B a Torino. Apre su appuntamento, per informazioni o prenotazioni chiamate il 339 5342312.

Ecco il link al sito del Nautilus, ricco di numerose fotografie.

Ringraziamo Alessandro per la sua squisita cortesia.

Ringraziamo anche Stefano Bessoni, regista, fan del Nautilus, e autore delle foto contenute in questo articolo.