Way Back Home

Il viaggio di Danny MacAskill, campione di ciclismo acrobatico, da Edimburgo fino a Skye, sua città natale nel profondo delle highlands scozzesi. Le sue prodezze acrobatiche si contendono la spettacolarità con i panorami mozzafiato della Scozia, in uno splendido e poetico video sponsorizzato da RedBull.

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Modificazioni corporali estreme

Oggi parliamo di un argomento estremo e controverso, che potrebbe nauseare parecchi lettori. Chi intende leggere questo articolo fino alla fine si ritenga quindi avvisato: si tratta di immagini e temi che potrebbero urtare la sensibilità della maggioranza delle persone.

Tutti conoscono le mode dei piercing o dei tatuaggi: modificazioni permanenti del corpo, volontariamente “inflitte” per motivi diversi. Appartenenza ad un gruppo, non-appartenenza, fantasia sessuale o non, desiderio di individualità, voglia di provarsi di fronte al dolore… il corpo, rimasto tabù per tanti secoli, diviene il territorio privilegiato sul quale affermare la propria identità. Ma le body modifications non si fermano certo ai piercing. Attraverso il dolore, il corpo così a lungo negato diviene una sorta di cartina di tornasole, la vera essenza carnale che dimostra di essere vivi e reali.

E la libertà di giocare con la forma del proprio corpo porta agli estremi più inediti (belli? brutti?) che si siano mai visti fino ad ora. Ci sono uomini che desiderano ardentemente la castrazione. Donne che vogliono tagliare in due il proprio clitoride. Maschi che vogliono liberarsi dei capezzoli. Gente che si vuole impiantare sottopelle ogni sorta di oggetto. O addirittura sotto la cornea oculare. Bisognerebbe forse parlare di “corponauti”, di nuovi esploratori della carne che sperimentano giorno dopo giorno inedite configurazioni della nostra fisicità.

Alcune di queste “novità del corpo” sono già diventate famose. Ad esempio, il sezionare la lingua per renderla biforcuta: le due metà divengono autonome e si riesce a comandarle separatamente. La divisione della lingua è ancora un tipo di pratica, se non comune, comunque almeno conosciuta attraverso internet o il “sentito dire”. La maggior parte degli adepti dichiara che non tornerebbe più ad una lingua singola, per cui dovremmo credere che i vantaggi siano notevoli. Certo è che gran parte di queste modificazioni corporali avviene senza il controllo di un medico, e può portare ad infezioni anche gravi. Quindi attenti.

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Diverso è il discorso per le amputazioni volontarie di genitali o altre estremità. Nelle scene underground (soprattutto americane) si ricorre all’aiuto dei cosiddetti cutters. Si tratta di medici o di veterinari che si prestano a tagliare varie parti del corpo dei candidati alla nuova vita da amputati. E i tagli sono di natura squisitamente diversa. C’è chi decide di farsi portar via entrambi i testicoli, o i capezzoli, chi opta per sezionare il pene a metà, chi ancora si fa incidere il pene lasciando intatto il glande, chi vuole farsi asportare i lobi dell’orecchio. La domanda comincia  a formarsi nelle vostre menti: perché?

Scorrendo velocemente il sito Bmezine.com, dedicato alle modificazioni corporali, c’è da rimanere allibiti. Sembra non ci sia freno alle fantasie macabre che vogliono il nostro fisico diverso da ciò che è.

Per rispondere alla domanda che sorge spontanea (“Perché?”) bisogna chiarire che queste modificazioni rimandano a un preciso bisogno psicologico. Non si tratta  – soltanto – di strane psicopatologie o di mode futili: questa gente cambia il proprio corpo permanentemente a seconda del desiderio che prova. Se vogliamo vederla in modo astratto, anche le donne che si bucano i lobi dell’orecchio per inserirci un orecchino stanno facendo essenzialmente la stessa cosa: modificano il loro corpo affinché sia più attraente. Ma mentre l’orecchino è socialmente accettato, il tagliarsi il pene in due non lo è. Lo spunto interessante di queste tecniche è che sembra che il corpo sia divenuto l’ultima frontiera dell’identità, quella soglia che ci permette di proclamare quello che siamo. In  un mondo in cui l’estetica è assoggettata alle regole di mercato, ci sono persone che rifiutano il tipo di uniformità fisica propugnata dai mass media per cercare il proprio individualismo. Potrà apparire una moda, una ribellione vacua e pericolosa. Ma di sicuro è una presa di posizione controcorrente che fa riflettere sui canoni di bellezza che oggi sembrano comandare i media e influenzare le aspirazioni dei nostri giovani. Nel regno simbolico odierno, in cui tutto sembra possibile, anche la mutilazione ha diritto di cittadinanza. Può indurre al ribrezzo, o all’attrazione: sta a voi decidere, e sentire sulla vostra pelle le sensazioni che provate. Certo questo mondo è strano; e gli strani la fanno da padrone.

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L’incredibile vita di Ben Dova

Ben Dova si chiamava in realtà Joseph Späh, ed era nato a Strasburgo nel 1905. Emigrato negli Stati Uniti in giovane età, divenne ben presto contorsionista ed acrobata negli spettacoli di vaudeville e circensi.

Il suo numero più famoso era quello denominato “convivial inebriate”, in cui vestiva i panni di un ubriacone che in piena sbornia si metteva in ogni sorta di pasticci. Camminava scomposto, ad ogni momento oscillava e sembrava sul punto di cadere, ma all’ultimo secondo riguadagnava l’equilibrio. Poi cercava in ogni tasca dello scompigliato vestito, contorcendosi, una sigaretta che era sempre stata nella sua bocca. Infine, per accendere la sigaretta, si arrampicava su un lampione di scena che cominciava ad ondeggiare paurosamente, piegandosi ed inclinandosi come fosse di gomma: Ben rimaneva aggrappato al lampione, sempre in bilico e sul punto di precipitare, ma il suo personaggio ubriaco riusciva contro ogni previsione a rimanere “in sella”.

Questo numero era davvero complesso, nonostante Ben lo svolgesse con una naturalezza incredibile. Ma la gente lo guardava comunque come un siparietto comico e poco più. Così, nel 1933, Dova decise che era tempo di far capire la difficoltà di ciò che stava facendo. Si preparò quindi a replicare il numero, ma questa volta sulla cima del Chanin Building  di New York, un grattacielo alto 56 piani. Per i cinegiornali dell’epoca fu un momento epocale: senza reti, né cavi, né altri trucchi cinematografici, Ben Dova penzolò nel vuoto dal tetto del grattacielo, talvolta appeso per una sola mano, facendo fermare il cuore degli spettatori ad ogni nuova, paurosa oscillazione. Ecco il filmato della sua esibizione.

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Quel numero di inaudita spericolatezza portò a Dova il successo, e la sua vita di artista sarebbe continuata indisturbata fino agli anni ’70, quando egli si ritirò dalle scene per recitare esclusivamente come attore in alcune pellicole famose (Il Maratoneta del 1976 sopra a tutte). Ma il destino aveva almeno un’altra grande impresa per lui, un’impresa da cui sarebbe dipesa la sua vita stessa.

6 Maggio 1937. New Jersey. Ben Dova era impaziente di sbarcare per incontrare la sua famiglia, che non vedeva da molto tempo. Con una cinepresa stava documentando, divertito, le fasi dell’atterraggio. Non sapeva però di trovarsi su un dirigibile che sarebbe divenuto tristemente famoso per uno dei più celebri disastri aerei di tutti i tempi, e che avrebbe sancito la fine dell’èra dei dirigibili: la tragedia dell’Hindenburg.

Il disastro dell’Hindenburg – così si chiamava lo zeppelin tedesco sul quale viaggiava Dova – è rimasto nella memoria collettiva grazie alla copertura mediatica (mai vista fino ad allora) fornita dai cinegiornali dell’epoca, da innumerevoli fotografie e dal commento radio in diretta di Herbert Morrison (che pronunciò la celebre, disperata frase “Oh, the humanity!“).

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Quando il fuoco cominciò ad avvampare, Ben Dova se ne rese conto immediatamente. Usando la sua cinepresa come un martello, sfondò una finestra, e si appese fuori dall’aeromobile, restando aggrappato mentre il dirigibile cadeva al suolo in un inferno di fuoco e fiamme. Quando il suolo si era avvicinato abbastanza, Ben saltò e, grazie alle sue doti di acrobata, tenne i piedi uniti sotto di sé e cercò di rotolare via appena toccata terra. L’abilità di stuntman si rivelò la sua salvezza. Ben se la cavò con una distorsione alla caviglia, mentre dietro di lui il dirigibile esplodeva crollando al suolo in una visione apocalittica.

Successivamente, Dova fu addirittura accusato di sabotaggio, così come successe ad altri passeggeri, soltanto perché si era salvato. D’altronde la Germania nazista rifiutava di accettare pubblicamente un errore di progettazione o di costruzione nella sua flotta nazionale. Ma le teorie sulle cause dell’esplosione sono tante e controverse, e ancora oggi non è stato provato che cosa abbia veramente innescato l’incendio. Certo è che l’FBI indagò a fondo su Ben Dova, e non trovò alcun indizio del suo presunto sabotaggio.

Ben Dova morì nel settembre del 1986, lasciandosi alle spalle una carriera fatta di successi e una vita di spericolate, rocambolesche imprese.

Ecco un articolo in inglese che ritraccia la vita e le imprese di Ben Dova. Ben Dova su The Human Marvels.

Paura attraente

Questo è il Capilano Suspension Bridge. È situato poco fuori Vancouver, British Columbia, è lungo 135 metri ed è fatto di legno e funi, come i famosi ponti sospesi himalayani. Camminarci sopra dà sempre un po’ le vertigini anche ai visitatori più scafati, perché il ponte ondeggia continuamente e sembra sempre sul punto di capovolgersi… e il volo che potreste fare, in quel caso, è di più di 70 metri.

Nel 1974 alcuni giovani stavano transitando sul ponte, quando un’avvenente donna si avvicinò e chiese loro di partecipare ad un esperimento psicologico su come l’ambiente, il paesaggio e il luogo in cui si sta influenzino la nostra creatività. Quando accettarono, la ricercatrice mostrò loro la fotografia di una donna che si teneva una mano sul volto, e poi chiese loro di scrivere una storia. Dovevano scriverla lì, stando in bilico attaccati al corrimano di funi. Alla fine la donna li ringraziò per il loro contributo all’esperimento (e per il coraggio), disse di chiamarsi Gloria e diede loro il suo numero di telefono, invitandoli a richiamarla la settimana successiva per saperne di più sull’esperimento.

Gloria fece la stessa cosa, quel giorno, con tutti i giovani maschi che passavano sul ponte. E, a causa della sua bellezza, quasi tutti i maschi acconsentivano all’esperimento, sembravano quasi dimenticarsi del posto in cui si trovavano, e scrivevano la storia che avevano inventato. Non solo – evidentemente molto “interessati all’esperimento”, le telefonavano la settimana successiva. 13 maschi su 20 la richiamarono.

L’esperimento, ovviamente, non riguardava affatto gli “effetti dell’esposizione ad attrazioni panoramiche sull’attività creativa”. Quella era la copertura. L’esperimento, ideato dai ricercatori Donald Dutton e Arthur Aron, era mirato a comprendere il legame tra paura ed eccitazione sessuale. La loro ipotesi era che gli uomini avrebbero trovato più attraente l’intervistatrice se l’avessero incontrata in un luogo pericoloso come il Capilano Bridge.

Per confermare la loro ipotesi, ripeterono l’esperimento in un posticino più tranquillo, un parco cittadino. L’intervistatrice questa volta diceva di chiamarsi Donna, ma per il resto le parole che usava erano del tutto identiche. Soltanto 7 uomini su 23 richiamarono la settimana successiva. Non male come risultato, in fondo Gloria/Donna era effettivamente bella, ma decisamente inferiore al “record” sul ponte sospeso. Ma c’era dell’altro.

Le storie scritte dagli ignari soggetti dell’esperimento erano nei due casi piuttosto differenti: quelle scritte sul ponte mostravano un immaginario decisamente più erotico. Secondo i ricercatori, questa maggiore eccitazione sessuale dovuta alla situazione di pericolo  sarebbe causata da un’errata attribuzione dell’eccitazione stessa. Questo significa, in poche parole, che quando abbiamo paura avvertiamo diverse sensazioni fisiche – accelerazione cardiaca, sudorazione delle mani, respiro accelerato. Tutte cose che sentiamo anche quando siamo eccitati sessualmente. Quindi, di fronte a un’avvenente fanciulla, il nostro cervello tende ad “interpretare” questi sintomi come causati dalla vista di quella persona, piuttosto che dai 70 metri che ci separano dal suolo e alla nostra fifa di cadere.

Diciamo la verità, la ricerca psicologica è sempre un po’ indietro: che l’eccitazione sessuale fosse incrementata dalla paura, lo sapevano già tutti quei ragazzi che, ben prima degli anni ’70, portavano le loro amichette a vedere i film dell’orrore.

Psichiatra di frontiera

Il gruppo musicale The Avalanches è originario di Melbourne, in Australia, ed è una band elettronica che fa un pesante uso di campionamenti da vecchi vinili dimenticati. Le loro canzoni sono dei collage di piccoli pezzi tratti da migliaia di 33 giri trovati nei mercatini dell’usato e poco noti al grande pubblico.

Il loro brano Frontier Psychiatrist, divenuto un hit discografico dieci anni fa, è stato “tradotto” in un video weirdissimo e totalmente delirante che è una gioia per gli occhi. Protagonista della canzone è un ragazzo che “ha bisogno di essere curato”. La sua follia dà occasione a uno show senza freni e completamente assurdo scandito dalla frase dello psichiatra che lo ha in cura: “That boy needs therapy!”. Ma ne ha veramente bisogno?

Nani, indiani, batteriste ultrasettantenni, fantasmi, mariachi, deretani di cavalli colpiti dalla bacchetta magica di una fata, pappagalli parlanti… chi più ne ha, più ne metta. Un grosso spettacolo del deviante, dell’assurdo, del nonsense senza barriere. Proprio come lo psichiatra “di frontiera” del titolo che, rigidamente risoluto a ridurre alla normalità il suo paziente, si ritrova perso nell’universo delirante dei casi-limite più fantasiosi, bloccato in un limbo in cui tutto è possibile; la follia è veramente una malattia o forse può in certi casi portare gioia e spregiudicatezza nella nostra vita?

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Arte pericolosa

La performance art, nata all’inizio degli anni ’70 e viva e vegeta ancora oggi, è una delle più recenti espressioni artistiche, pur ispirandosi anche a forme classiche di spettacolo. Nonostante si sia naturalmente inflazionata con il passare dei decenni, a volte è ancora capace di stupire e porre quesiti interessanti attraverso la ricerca di un rapporto più profondo fra l’artista e il suo pubblico. Se infatti l’artista classico aveva una relazione superficiale con chi ammirava le sue opere in una galleria, basare il proprio lavoro su una performance significa inserirla in un adesso e ora che implica l’apporto diretto degli spettatori all’opera stessa. Così l’obiettivo di questo tipo di arte non è più la creazione del “bello” che possa durare nel tempo, quanto piuttosto organizzare un happening che tocchi radicalmente coloro che vi assistono, portandoli dentro al gioco creativo e talvolta facendo del pubblico il vero protagonista.

Dagli anni ’70 ad oggi il valore shock di alcune di queste provocazioni ha perso molti punti. Le performance sono divenute sempre più cruente per riflettere sui limiti del corpo, generando però un’assuefazione generale che è una vera e propria sconfitta per quegli artisti che vorrebbero suscitare emozioni forti. Ancora oggi ci si può imbattere però in qualche idea davvero coinvolgente ed intrigante. Fanno infatti eccezione alcuni progetti che pongono davvero gli spettatori al centro dell’attenzione, permettendo loro di operare scelte anche estreme.

È il 1974 quando Marina Abramović, la “nonna” della performance art, mette in scena il suo “spettacolo” più celebre, intitolato Rhythm 0. L’artista è completamente passiva, e se ne sta in piedi ferma e immobile. 72 oggetti sono posti su un tavolo, un cartello rende noto al pubblico che quegli oggetti possono essere usati su di lei in qualsiasi modo venga scelto dagli spettatori. Alcuni di questi oggetti possono provocare piacere, ma altri sono pensati per infliggere dolore. Fruste, forbici, coltelli e una pistola con un singolo proiettile. Quello che Marina vuole testare è il rapporto fra l’artista e il pubblico: consegnandosi inerme, sta rischiando addirittura la sua vita. Starà agli spettatori decidere quale uso fare degli oggetti posti sul tavolo.

All’inizio, tutti i visitatori sono piuttosto cauti e inibiti. Man mano che passa il tempo, però, una certa aggressività comincia a farsi palpabile. C’è chi taglia i suoi vestiti con le forbici, denudandola. Qualcun altro le infila le spine di una rosa sul petto. Addirittura uno spettatore le punta la pistola carica alla testa, fino a quando un altro non gliela toglie di mano. “Ciò che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, puoi finire uccisa… mi sentii davvero violentata… dopo esattamente 6 ore, come avevo progettato, mi “rianimai” e cominciai a camminare verso il pubblico. Tutti scapparono, per evitare un vero confronto”.

1999. Elena Kovylina sta in piedi su uno sgabello, con un cappio attorno al collo. Indossa un cartello in cui è disegnato un piede che calcia lo sgabello. Per due ore rimarrà così, e starà al pubblico decidere se assestare una pedata allo sgabello, e vederla morire impiccata, oppure se lasciarla vivere. Sareste forse pronti a scommettere che nessuno avrà il coraggio di provare a calciare lo sgabello. Sbagliato. Un uomo si avvicina, e toglie l’appoggio da sotto i piedi di Elena. Fortunatamente, la corda si rompe e l’artista sopravvive.

L’artista iracheno Wafaa Bilal, colpito profondamente dalle sempre più pressanti dichiarazioni di odio xenofobo verso la sua cultura, definita “terrorista” e “animalesca”, decide nel 2005 di sfruttare internet per un progetto d’arte che riceve ampia risonanza. Per un mese Wafaa vive in una stanzetta simile a quella di una prigione, collegato al mondo esterno unicamente tramite il suo sito. Una pistola da paintball è collegata con il sito, e chiunque accedendovi può direzionare l’arma e sparare dei pallini di inchiostro verso l’artista. Un mese sotto il continuo fuoco di qualsiasi internauta annoiato. Il titolo del progetto è “Spara a un iracheno”, e vuole misurare l’odio razziale su una base spettacolare. Le discussioni in chat che l’artista conduce aiutano il pubblico a chiarire motivazioni e moventi delle più recenti “sparatorie”, con il risultato che molti utenti dichiarano che quel progetto ha “cambiato loro la vita”, oltre a fruttare numerosi premi all’artista mediorientale.

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Eccoci arrivati ai giorni nostri. L’artista russo Oleg Mavromatti è già assurto agli onori della cronaca per un film indipendente in cui si fa crocifiggere realmente. La crocifissione non è una prerogativa esclusiva di Gesù Cristo, rifletteva l’artista, e infatti sul suo corpo, durante il supplizio, era scritto a chiare lettere “Io non sono il vostro Dio”. Ma non è bastato e, condannato sulla base di una legge russa che tutela la religione dalle offese alla cristianità, Oleg ha dovuto autoesiliarsi in Bulgaria.

Ha iniziato da poco un nuovo progetto intitolato Ally/Foe (Alleato/Nemico): il suo corpo, attaccato a cavi elettrici, è sottoposto a scariche sempre maggiori, come su una vera e propria sedia elettrica da esecuzione. Unica variabile: saranno gli utenti che, tramite internet, decideranno con diverse votazioni quante e quali scosse dovrà subire. Quello che l’artista vuole veicolare è una domanda: quando la gente ha la piena libertà di azione, come la utilizza? Se aveste l’opportunità di decidere della vita di un’altra persona, come sfruttereste questo potere?

Oleg è sicuro che questo tipo di libertà verrà utilizzata dagli internauti per farlo sopravvivere – ma è pronto a subire seri danni o addirittura a morire se il suo sacrificio dovesse dimostrare una verità sociologica tristemente diversa.

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