Il volto e l’emozione

Quando nel 1806 Guillaume-Benjamin Duchenne nacque a Boulogne in una famiglia di umili pescatori, la prima cosa che fece sua madre, stringendolo al petto, fu sorridere. Non poteva sapere che il sorriso che le illuminava il volto sarebbe stato chiamato dagli studiosi sorriso Duchenne, proprio in onore di suo figlio.

In realtà, oltre che al sorriso, il nome Duchenne è ancora oggi legato a varie atrofie, distrofie e paralisi muscolari da lui individuate e studiate, così come a uno strumento chirurgico per l’asportazione di campioni di tessuti vivi da lui inventato: ma la sua fama è legata principalmente alle ricerche sulla neurofisiologia dell’emozione. Partendo dalle ricerche galvaniche, Duchenne mise a punto uno stimolatore elettrico faradico che, applicato a determinati punti della pelle, stimolava i muscoli sottostanti con enorme precisione. Praticamente questa tecnica (non invasiva) si basava sull’uso di elettrodi molto appuntiti che appoggiati all’epidermide facevano passare una piccola scossa elettrica, indolore ed estremamente localizzata. In questo modo riuscì a catalogare per primo tutti i muscoli della faccia umana, e non soltanto.

Utilizzando soggetti paralizzati, per essere sicuro che nessun movimento fosse volontario, Duchenne cominciò ad interessarsi al modo in cui i muscoli facciali vengono utilizzati per trasmettere emozioni. A seconda che siamo arrabbiati, felici, annoiati, spaventati, il nostro volto esprime questi stati d’animo con un complesso insieme di movimenti muscolari; Duchenne riuscì a “comporre” e catalogare queste espressioni emozionali con il suo apparecchio stimolatore ed essendo un appassionato di fotografia riuscì anche a documentare queste ricerche con una eccezionale serie di immagini.

Questo suo studio sulla fisiologia muscolare durò vent’anni, la missione di una vita. Fra le varie sorprese incontrate nel corso degli esperimenti, Duchenne trovò anche qualcosa che, per quanto non abbia un profondo valore scientifico, è rimasta una delle scoperte più curiose legate alla sua ricerca: la differenza fra un sorriso sincero e uno falso.

Duchenne si accorse che, quando stimolava elettricamente i suoi soggetti, non riusciva a ottenere da loro un sorriso convincente. Cosa mancava? Provò quindi a provocare con gli elettrodi un sorriso sul volto di un soggetto, e immediatamente dopo apostrofarlo con una battuta spiritosa, per confrontare quali muscoli si muovessero nel sorriso “indotto” e in quello spontaneo. E di colpo, capì.

Quando sorridiamo per cortesia (ma in realtà siamo annoiati), oppure per ingannare chi ci guarda facendogli credere che siamo felici, tutti i muscoli attorno alla bocca si attivano in maniera molto simile al sorriso naturale. Questo sorriso “bugiardo” difetta però di qualcosa:  sono i muscoli intorno agli occhi e alle sopracciglia, scoprì Duchenne, che si muovono soltanto se il sorriso è sincero e genuino. Provò quindi che il detto “ridere con gli occhi” era meno metaforico del previsto.

Nonostante i suoi metodi poco ortodossi, Duchenne rivoluzionò la conoscenza scientifica: è ricordato come uno dei più grandi medici del XIX Secolo e come il fondatore della neurologia. Se lo sapesse sua madre, come credete che sorriderebbe?

(Grazie, Marco!)

Buon Natale!

Auguri a tutti i lettori di Bizzarro Bazar!

Quest’anno, per le festività, vi deliziamo con una piccola chicca firmata Ciriak, uno dei nostri animatori preferiti che avete imparato a conoscere per le sue animazioni folli e surreali. Buone feste, e… keep the world weird!

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Nota: la fotografia finale ritrae Noel Edmonds, noto personaggio televisivo inglese, autore di alcune trasmissioni di Natale e convinto spiritualista.

La discoteca ideale – III

Concludiamo qui il nostro viaggio attraverso le copertine di album più weird della storia.

Il “Best Of” di Wayne Newton mostra alcuni problemi di design; José Angel, invece, vi aspetta con sguardo carico di soavi promesse.

Ecco quattro inarrivabili supereroi della musica leggera.

La faccia oscura del glam rock e della disco music: i Knorkator e i Village People.

Ritorniamo al classicismo del best-of del postino cantante, mentre Wally Whyton si fa ricoscere con “It’s me, mum!” e Harry & Terry ci deliziano con un bel live.

Con l’orchestra di elefanti di Foster Edward tutti si domandano “cosa succederà dopo”, mentre le Frivolous Five cantano di panna e altre maliziose prelibatezze.

Kjell Kraghe, quale novello Poseidone, spunta misteriosamente dal mare, ed Eilerts Jul vuole PROPRIO TE per la strenna di Natale.

Ecco la magia dal vivo di Mike Terry; nel frattempo Maddy Genets e il suo ensemble sono appena scappati dalla clinica.

I McKenthew’s non potrebbero essere più felici per le loro nuove acconciature, e il magnetico Heino si presenta puntuale con il suo bel mazzo di rose.

Ancora due copertine raffinate ed eleganti per i Birthcontrol e per gli Eulenspygel.

Ecco la meravigliosa organista senza braccia, mentre per rappresentare al meglio la categoria dei non-vedenti si fanno avanti le Braillettes.

Freddie Gage si interroga, di fronte a una lapide, sul significato della vita nel suo frizzante “All my friends are dead”. Battleaxe e Wolf, invece, farebbero meglio a cambiare disegnatore.

Affronta il difficile tabù del cannibalismo Gerhard Polt. E, infine, con un allegro “yeee-hah!” ci saluta Swamp Dogg, cavalcando via verso l’orizzonte sul suo topo albino.

Il più misterioso dei libri

Immaginate di trovare, sepolto fra gli innumerevoli tomi custoditi gelosamente all’interno di una biblioteca gesuita, un misterioso manoscritto antico. Immaginate che questo manoscritto sia redatto in una lingua incomprensibile, o forse crittografato affinché soltanto gli iniziati siano in grado di leggerlo. Immaginate che sia corredato da fantastiche illustrazioni a colori di piante che non esistono, diagrammi di pianeti sconosciuti, strani marchingegni e strutture a vasche comunicanti in cui esseri femminili stanno immersi in liquidi scuri… e poi diagrammi intricati, agglomerati di petali, tubi, bizzarre ampolle, simboli raffiguranti cellule o esseri proteiformi…

Questo non è l’inizio di un film o di un romanzo. Questo è quello che accadde veramente a Wilfrid Voynich, mercante di libri rari, nel 1912, quando acquistò dal Collegio gesuita di Mondragone un lotto di libri antichi. Da quasi un secolo il cosiddetto “manoscritto Voynich” sconcerta gli esperti, impenetrabile a qualsiasi tentativo di decifrazione, e il dibattito sulla sua autenticità non è ancora giunto a conclusione.

Il libro sembra una sorta di compendio o catalogo biologico-naturalistico. I lunghi elenchi e indici numerati fanno riferimento alle illustrazioni ed evidentemente le analizzano con descrizioni meticolose. Il problema, se davvero si tratta di un’enciclopedia naturalistica, è che non sappiamo a quale natura si riferisca, visto che le piante disegnate a vividi colori non sono note ad alcun botanico. Anche i diagrammi che sembrano riferirsi all’astronomia (sarebbero riconoscibili alcuni segni zodiacali) lasciano interdetti gli studiosi. Ora, crittografare una lingua è possibile, ma crittografare un’immagine è davvero un’opera inaudita. Forse potremmo capire qualcosa in più se sapessimo chi è l’autore del manoscritto…

Un’analisi agli infrarossi avrebbe evidenziato una firma, in seguito cancellata: “Jacobi a Tepenece”. Questa firma sarebbe dunque quella di Jacobus Horcicki, alchimista del 1600 alla corte dell’imperatore Rodolfo II. Questo controverso sovrano, personaggio malinconico e schivo, interessato più all’occultismo e all’arte che alla politica, costruì la più grande wunderkammer del suo tempo, ammassando e catalogando oggetti meravigliosi da tutto il mondo, testi esoterici e dipinti dal valore inestimabile. Secondo molti studiosi era talmente ossessionato dalle arti oscure che il manoscritto Voynich potrebbe essere il risultato di una complessa truffa ai suoi danni. L’imperatore, come in molti sapevano, era disposto a sborsare somme enormi per acquistare testi magici ed alchemici. E allora perché non fabbricarne uno, dalla lingua incomprensibile, dalle immagini fantastiche, per impressionarlo e spillargli un bel po’ di quattrini? Forse gli anonimi truffatori avevano inizialmente firmato la loro opera con il nome dell’alchimista più famoso, Jacobus Horcicki appunto, per poi ritornare sui loro passi e cancellarlo, considerandolo un azzardo troppo rischioso?

La tesi del falso è supportata in gran parte dagli studi crittografici: nonostante non sia mai stato decifrato, nel linguaggio utilizzato nel manoscritto ci sono alcuni indizi che “puzzano” di bufala. La struttura sintattica, ad esempio, sembrerebbe semplicissima, fin troppo elementare; alcune parole, poi, vengono spesso ripetute consecutivamente, in alcuni casi addirittura per quattro volte. Eppure nessun esperto è riuscito a scoprire quale sia il metodo con cui il libro è stato composto, visto che non vi è utilizzato nessuno dei sistemi crittografici che sappiamo essere noti all’epoca.

All’inizio del 2011 è stata finalmente condotta un’analisi al carbonio-14 per datare il manoscritto. E, come c’era da aspettarsi, ecco l’ennesima sorpresa! Il manoscritto risale a un periodo compreso fra il 1404 e il 1438, e quindi è ben più antico di quanto finora ritenuto. Purtroppo questa scoperta non mette il punto finale alle discussioni…

Infatti le analisi al radiocarbonio non possono essere effettuate sugli inchiostri, ma soltanto sulle pagine. Se gli anonimi truffatori seicenteschi fossero riusciti a procurarsi un po’ di carta originale del 1400 su cui scrivere, allora la loro burla metterebbe nel sacco anche le nostre tecnologie.

Il mistero del manoscritto Voynich resiste dunque al passare del tempo. Ma da oggi anche voi, crittografi dilettanti, potrete cimentarvi nella decifrazione, perché il libro è stato finalmente pubblicato online per la consultazione gratuita. E se proprio non ambite ad essere i primi a svelare l’enigma, vi consigliamo ugualmente di sfogliarlo, anche soltanto per lasciarvi conquistare dal fascino che queste pagine emanano. Perché, diciamocelo sinceramente, gran parte dei cosiddetti “misteri” valgono soprattutto per le emozioni e la poesia che ci regalano finché restano insondabili e imperscrutabili… simboli mitici di ciò che sta al di là della nostra comprensione. E il manoscritto Voynich, che sia un falso oppure no, è capace di gettarci nell’incanto dell’ignoto.

Le scansioni delle pagine dell’intero manoscritto si trovano su questo sito. Questa invece è la pagina di Wikipedia, che riassume bene le varie ipotesi, teorie e ricerche nate attorno al libro.

La discoteca ideale – II

Continua la nostra rassegna di dischi dalle copertine improbabili, ma questa volta dalle sponde del Signore passiamo a una dimensione più sensuale e terrena, e a temi più “caldi”. Abbassate le luci, quindi, e accendete il giradischi.

Iniziamo dalla irresistibile arte seduttoria di Pooh-Man, ritratto qui nella sua più banale quotidianità.

Copertina di gran classe anche per i Boned, mentre Kevin Rowland ci fa scoprire la sua bellezza interiore.

Ecco gli Scorpions: nel primo album restano impantanati nella viscosa attrazione sessuale, nel secondo scopriamo la loro più sospesa sensualità grazie a un paio di pantaloni, una donna e un cane.

The Handsome Beasts dimostrano di saper osare – e di non conoscere Photoshop – mentre Millie Jackson ci racconta la sua intimità con grinta e faccia tosta.

Chi non vorrebbe leccare Swamp Dogg alzi la mano. E Herbie Mann, con il suo flauto traverso, ci stuzzica con il suo ammiccante “Push Push”.

Si spoglia di ogni inibizione Quim Barreiros, e Martin Denny svela tutto il suo romanticismo.

Gli Orleans gridano al mondo la loro amicizia, mentre i WASP fanno sfoggio di una virilità piuttosto inquietante.

Inquietante anche il modo in cui John Bult celebra il sedicesimo compleanno di Julie; ma la compilation “My pussy belongs to daddy” calma le acque.

Altri due esempi di virile amicizia.

Ragazze, attente: Tony Tee e Jim Post stanno arrivando con il loro carico di sensualità provocante.

Richard & il burattino Willie si danno da fare sulla copertina del loro disco, mentre i Manowar ci dimostrano i collegamenti fra l’immaginario fantasy e quello gay.

E infine ancora gli Handsome Beasts, che si riconfermano artisti dall’incomparabile finezza espressiva con il loro struggente “Bestiality”.

Schlitzie

Fra tutti i freaks, pochi sono stati amati come Schlitzie. Chi l’ha conosciuto lo descrive come un raggio di sole, un folletto del buonumore, un individuo meraviglioso capace di intenerire anche il cuore più granitico, e a cui era impossibile non affezionarsi.

Le sue origini sono ancora oggi ammantate di mistero. Secondo alcuni il suo vero nome sarebbe stato Simon Metz, ma non si sa con precisione quando sia nato (la data più probabile è il 10 settembre 1901), né chi fossero i suoi genitori; molto probabilmente lo vendettero a qualche sideshow già in tenera età. Schlitzie – questo il suo nome d’arte – era affetto da microcefalia, un’alterazione genetica che comporta una circonferenza cranica di molto inferiore al normale. Il cervello, così costretto, non può svilupparsi pienamente e possono insorgere diversi impedimenti cognitivi e psicomotori, a seconda della gravità. Nel mondo dello spettacolo circense, in cui fin dall’Ottocento venivano esibiti, gli individui microcefali venivano usualmente chiamati pinheads (“teste a spillo”). Nei sideshow, i pinhead erano presentati come “anelli evolutivi mancanti” (fra la scimmia e l’uomo), “meraviglie azteche”, “esseri da un altro pianeta” o anche in spettacoli chiamati più semplicemente “Che cos’è?”.

Schlitzie questi fantasiosi appellativi se li passò tutti durante la sua sfolgorante carriera con i più grandi circhi del mondo. Spesso presentato come una donna in virtù delle ampie tuniche che gli facevano indossare (in realtà per mascherare la sua incontinenza), all’apertura del sipario lasciava tutti a bocca aperta per il suo aspetto; eppure bastavano pochi minuti perché il pubblico mettesse da parte ogni timore e si sciogliesse in fragorosi applausi. Le folle lo adoravano, ma mai come i suoi colleghi. Schlitzie aveva, dicevano, il cervello di un bambino di tre o quattro anni: parlava a monosillabi, non poteva badare a se stesso, eppure forse era più intelligente di quanto si pensasse, vista la sua capacità di imitare le persone e la sua incredibile velocità di reazione. Mentre si aggirava fra le carrozze e le tende dei circhi sembrava uno spiritello sempre allegro, gioioso, che non vedeva l’ora di ballare davanti a qualcuno pur di attirare l’attenzione su di sé.

Negli anni ’30 i maggiori circhi se lo contendevano: Schlitzie si esibì per i Ringling Bros., al Barnum & Bailey Circus, e poi al Clyde Beatty Circus, al Tom Mix Circus, ai West Coast Shows… e la lista sarebbe ancora molto lunga. Anche il cinema lo corteggiò: apparve nel classico Freaks (1932) di Tod Browning, e in Island Of Lost Souls (1933) di E.C. Kenton con Charles Laughton e Bela Lugosi. Dal 1936 Schlitzie fu legalmente affidato a George Surtees, un allevatore di scimpanzé per il Circo Tom Mix; Surtees divenne il padre amorevole e premuroso che Schlitzie non aveva mai avuto, prendendosi cura di lui fino alla sua morte. Ed è proprio con la dipartita di questo “angelo custode”, avvenuta negli anni ’60, che cominciano i veri problemi per Schlitzie: la figlia di Surtees, infatti, non ne vuole sapere di tenerlo in casa e preferisce affidarlo a una clinica.

Per molto tempo non si seppe più nulla del pinhead più celebre del mondo, finché un giorno il mangiatore di spade Bill Unks, che alla fine della stagione teatrale lavorava come infermiere, lo riconobbe in un reparto della clinica in cui prestava servizio. Schlitzie era tristissimo, depresso e soprattutto ammalato di solitudine. Gli mancavano i suoi amici, gli mancavano gli spettacoli, gli applausi, gli mancava il sideshow. Così Bill Unks riuscì a convincere le autorità che farlo ritornare ad esibirsi sarebbe stato essenziale per la sua salute.

Schlitzie rientrò con grande entusiasmo nel sideshow, e praticamente vi rimase per il resto della sua vita. La famiglia del circo e dello spettacolo lo riempì di cure ed affetto e infine comperò per lui un appartamento a Los Angeles dove visse i suoi ultimi anni – dando da mangiare ai piccioni, meravigliandosi per qualsiasi piccolo aspetto della vita, da un fiore a un minuscolo insetto e danzando per chiunque si fermasse a parlargli. Morì nel 1971, all’età di 71 anni, ma ancora eterno bambino; oggi la sua figura, fra le icone più riconoscibili, continua ad ispirare artisti di tutto il mondo.

Brinicle

Il video seguente, segnalatoci da molti lettori di Bizzarro Bazar, oltre ad essere straordinario dal punto di vista scientifico, è davvero sublime, allo stesso tempo bellissimo e terribile. È stato girato da Hugh Miller e Doug Anderson per la serie di documentari della BBC “Frozen Planet“, e mostra la nascita di un brinicle, ossia una stalattite di ghiaccio che si forma negli oceani antartici: parte dal pelo dell’acqua e scende fino al fondale, portando con sé le temperature bassissime che stanno in superficie, e trasmettendo il gelo direttamente sul fondo. Questo “dito ghiacciato della morte” congela così tutte le creature che brulicano nei suoi paraggi. Il video è eccezionale perché è la prima volta che la formazione di un brinicle viene filmata.

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La discoteca ideale – I

Quanti fra voi non hanno mai provato una tenera nostalgia nei confronti dei vecchi 33 giri in vinile? Eccovi una rassegna delle migliori copertine di album che, se non hanno mai cambiato la storia della musica, potrebbero cambiare comunque la vostra vita.

Partiamo, in questo primo articolo, con una serie di titoli a tema religioso. I ragazzi del Minister Quartet implorano un devoto “Lasciami toccarlo!”, mentre i Christian Crusaders fanno sfoggio di tutta la loro eleganza sulla copertina del loro disco in collaborazione con il peso massimo Al Davis.

Il padre Robert White fuma con saggia espressione la sua pipa, mentre Mike Adkins ringrazia il Signore per le sue colombe.

Le gemelle Amason sfoggiano dei coraggiosi tailleur; invece padre McManus, il prete cantante, non può fare a meno del suo saio.

I Louvin Brothers ci ricordano che Satana è reale e si può combattere soltanto con il potere di Dio – illustrato alla perfezione sulla copertina di Mike Crain.

La signora Behanna sostiene che Dio non sia morto, sullo sfondo ambiguo di una serie di bottiglie di alcolici. Forse è da ascrivere all’abuso di alcol anche  la copertina del Celebration Read Show, che associa la foto di un bambino a quella di un senzatetto (?!).

Se aveste ancora qualche dubbio sull’esistenza di Satana, “Crying Demons” è la compilation di registrazioni di gente indemoniata che fa per voi (come è evidente dalla foto del ragazzo di colore, chiaramente posseduto).
E terminiamo con Dan Bitzer, che aiutato dal suo piccolo Louie, ci racconta alcuni classici della Bibbia.

Attenti, perché nel prossimo episodio tratteremo di album sexy ed estremamente piccanti… quindi tenete in caldo il giradischi!

Incubi in flash

Articolo a cura della nostra guestblogger Marialuisa

Per gli appassionati della mente umana, per gli esploratori di angosce e incubi, non può mancare una visita al sito ufficiale di David Firth,dove si si trova la raccolta dei suoi cartoni animati in flash.

David Firth nasce il 23 gennaio del 1983, è un artista poliedrico che ha diffuso i propri lavori in ambito video, musicale e creativo principalmente tramite web.

Il più famoso dei suoi lavori è la mini serie in flash Salad fingers, e tratta delle avventure di un personaggio umanoide che si caratterizza per le dita lunghissime e frastagliate simili ad insalata appunto ma dalla sensibilità insolitamente sviluppata.

Salad fingers è ossessionato dal tatto: tocca infatti oggetti di diversa natura (i suoi preferiti sono cucchiai arrugginiti, animali morti e una sorta di strano bruco) e sembra ricavarne sensazioni psichedeliche, cadendo in profondi stati di estasi che lo debilitano e lo sconvolgono; il ferirsi, poi, provoca l’apice di queste sensazioni, stordendolo fino allo svenimento. Il personaggio si esprime in monologhi parlati in un inglese britannico e dall’accento marcato, spesso condendoli con frasi in francese. È patetico, flebile e triste e le sue avventure sono per lo più rappresentazioni angoscianti, incentrate su elementi quali il sangue, la sporcizia, la violenza, i sanitari, gli umori corporali. Tutti dettagli urtanti per la sensibilità dello spettatore, in un clima di costante sospensione e un continuo stato di ansia senza la benché minima evoluzione.

Il personaggio ha diverse personalità, tutte in forte contrasto tra loro; le principali sono però due: la prima è violenta, sanguinaria e crudele, rappresentazione di puro odio verso se stessi ma soprattutto verso gli altri, senza scrupoli e senza rimorsi; l’altra è l’esatto opposto, una compensazione di mitezza, sottomissione a se stessi e alla realtà, una personalità così chiusa nelle proprie debolezze da vivere in un mondo totalmente inventato fatto di altri personaggi che sono solo suoi alter ego, un inferno pregno di sensi di colpa in cui egli si ritrova fragile e dipendente dagli affetti, seppure non reali.

Salad fingers è probabilmente il personaggio più noto perché tocca quei lati segreti e talvolta profondamente rifiutati che si celano in ogni essere umano, oscuri e rinnegati, come la crudeltà e il sadismo ma anche la fragilità emotiva, l’autolesionismo, la debolezza sentimentale e la dipendenza che si ha verso altre persone che ci rende vulnerabili e alla mercé della volontà altrui.

Eccovi un episodio di Salad fingers in cui il nostro eroe invita alcuni amici per una cenetta a base di pesce:

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Se reggete Salad fingers, i passi successivi sono senz’altro Spoilsbury Toast Boy e Milkman.

I temi dominanti nelle opere di Firth sono i disturbi della mente, l’autolesionismo, il cannibalismo, la decomposizione del corpo, la crudeltà dell’animo, la depressione, la solitudine e tutte le conseguenze che comporta l’alienazione; nel suo mondo, le turbe della mente si auto-generano e si moltiplicano come batteri, fino a corrompere l’essenza stessa della lucidità.

I mini-cartoni di David Firth sono un vero e proprio teatro della crudeltà che mette a dura prova la nostra sensibilità, soprattutto perché vengono sempre presentati in uno stadio di abbozzo, e alla fine non è nemmeno la morte ciò che ci lascia nauseati di fronte alle sue animazioni. È l’angoscia, l’ansia, la paura di quello che succederà, l’attesa che acuisce le sensazioni profonde di disagio e il desiderio di scappare da ciò che stiamo vedendo. I disegni, seppur abbozzati, rappresentano un incubo deformato e irrisolto: a dispetto del look trasandato, tutto è in realtà confezionato con estrema cura, i colori spenti, le prospettive, le musiche, tutto è sospeso e perturbante – tutto ci urla che è qualcosa che non vorremmo vedere eppure restiamo incollati, come nei sogni peggiori, in cui manca il controllo per riuscire a fuggire o svegliarsi.

Le passioni, che riscontriamo espresse in maniera neutra, terrorizzano perché sono quasi intoccabili pur nella loro estrema violenza, i linguaggi sono vari, spesso le lingue sono diverse, i suoni sono dilatati e isolati. La capacità primaria di Firth è quella di riuscire a ricreare l’essenza degli incubi, un faticoso agglomerato di elementi che trova una sua via per unirsi e realizzarsi nel modo più estremo e incisivo.

Bizzarro Bazar a New York – II

Come resistere alla tentazione dello shopping a New York, quando la città si riveste di luci natalizie e le vetrine dei negozi divengono delle vere e proprie opere d’arte? In questo secondo, ed ultimo, post sulla Grande Mela ci occupiamo quindi di negozi – ma se vi aspettate che vi parliamo di Tiffany o di Macy’s, siete fuori strada.

Da quando Maxilla & Mandible ha chiuso i battenti (senza avvertire nessuno – sul sito nemmeno un cenno al fatto che il negozio è dismesso) sono poche le botteghe ancora aperte che possono offrire oggetti da collezione naturalistica: Evolution Store è però la punta di diamante di questo strano tipo di esercizio.

Uno scheletro sull’uscio ci avverte del tono generale del negozio, e la vetrina già lascia a bocca aperta: kapala istoriati, teschi di feti umani disposti secondo l’età raggiunta in utero, grandi pavoni impagliati. Non ci sono vie di mezzo – o alzate gli occhi al cielo e proseguite per la vostra strada, o vi fiondate oltre la porta d’ingresso.

All’interno, la cornucopia di oggetti assale i sensi. Ci sono scheletri e teschi di animali di ogni specie, tutti in vendita, esemplari tassidermici, altri sotto alcol, ninnoli e portachiavi ricavati da ossa autentiche. Insomma, troverete il regalo di Natale giusto per chiunque.

E per i vostri bambini più indisciplinati quest’anno, al posto del solito vecchio carbone, Babbo Natale potrebbe lasciare sotto l’albero una nuova sorpresa: leccalecca con scorpioni e altri insetti incorporati.

Al piano superiore i titolari espongono i pezzi di maggior valore della loro collezione. Spicca una serie di scheletri umani, di cui uno femminile che ospita nel grembo uno scheletro fetale fissato in posizione di gravidanza. E poi ancora maschere tribali, teste rimpicciolite, uova di dinosauro, pietre preziose, animali impagliati o essiccati, fossili, coralli, farfalle multicolori e insetti esotici.

I prezzi non sono sempre popolari, ma nemmeno esorbitanti, e variano considerevolmente a seconda delle vostre esigenze. Comunque, se non volete spendere troppo, gli impiegati e i gestori del negozio, tutti accomunati dalla classica gentilezza newyorkese, saranno più che felici di impacchettarvi uno squalo sotto alcol (solo $29) o l’osso del pene di qualche mammifero ($6).

Sbucando con la metro all’East Village si entra in una dimensione totalmente diversa. Le foglie in questa stagione si fanno gialle e risaltano sulle pareti in mattoni e fra le scale antincendio esterne, che abbiamo visto in innumerevoli film. Qui, dalle parti di Cooper Union, c’è St. Mark’s Place, una stradina dedicata ai tatuaggi, ai piercing e all’abbigliamento punk e glam. Residuati della no-future generation, ormai cinquantenni ma ancora orgogliosamente imborchiati e dai (radi) capelli dipinti, gestiscono piccoli negozi di oggettistica e fashion. Anche se non siete tipi da creste e catene, vi consigliamo comunque di farvi un giro all’interno del negozio di vintage e usato Search & Destroy – se non altro per dare un’occhiata al delirante allestimento del negozio.

Qui i vestiti sono quasi nascosti da un’accozzaglia di giocattoli, props e collectibles: e se all’entrata siete salutati da bambole con la maschera antigas, modellini anatomici e feti deformi in gomma, all’interno i toni si fanno ancora più splatter. Un finto maiale sgozzato a grandezza naturale è appeso al soffitto, dal quale penzola anche un manichino fetish in posizione di bondage. Un flipper sta vicino a maschere di carnevale di mostri iperrealistici e sanguinosi. Ovunque manichini in pose oscene e, particolare non trascurabile, dalle parti genitali correttamente rappresentate. Purtroppo i gestori orientali sono (giustamente) gelosi del loro arredamento e ci permettono di scattare soltanto qualche foto.

Poco più avanti, sempre qui all’East Village, sulla decima strada, si trova uno dei negozi più celebri: si tratta di Obscura Antiques & Oddities.

Da quando Obscura è al centro di una serie televisiva di Discovery Channel (di cui vi avevamo parlato in questo articolo), il piccolo spazio espositivo è perennemente affollato. E la gente compra, il giro di affari è in stabile crescita e di conseguenza la collezione è in continuo cambiamento.

Obscura è l’analogo newyorkese del nostro Nautilus, anche se gli manca quella maniacale e coreografica cura espositiva che Alessandro ha donato alla sua bottega delle meraviglie. D’altronde Mike ci racconta che stanno per trasferirsi in uno spazio più grande, dove finalmente la collezione potrà evitare di essere accatastata e un po’ disordinata com’è adesso. Comunque sia, i pezzi sono davvero straordinari e l’atmosfera unica.

Fra tutti spicca la testa mummificata divenuta un po’ il simbolo di Obscura, tanto da farne delle minuscole repliche per portachiavi.

Ma le sorprese sono tante, e fra scheletri umani, strani animali, oggetti di antiquariato medico e bizzarrie in tutto e per tutto ascrivibili alla tradizione denominata Americana, si potrebbe perdere una buona oretta a curiosare.

Mike ed Evan, la strana coppia di proprietari, sono fra le persone più gentili e disponibili del mondo, talmente colti e appassionati che è una goduria anche solo rimanere ad ascoltarli mentre rispondono alle domande più stravaganti dei clienti. Il giro di collezionismo legato ad Obscura è impressionante, ma di certo anche voi riuscirete a trovare almeno un regalino per chi, fra i vostri conoscenti, ha già davvero tutto.