Panopticon

Se siete in vacanza tra Lazio e Campania, potreste fare una visita alle isole ponziane. L’arcipelago è notevole per la sua origine vulcanica, ed offre attrattive naturalistiche uniche. Tra queste isole spicca Santo Stefano, dove ancora oggi si può visitare un’antica struttura architettonica dalle intriganti implicazioni filosofiche .

Sull’isola venne infatti costruito nel 1795 dai Borboni un carcere del tutto particolare, oggi dismesso. Fra i prigionieri più celebri dell’isola ricordiamo Sandro Pertini, detenuto a Santo Stefano in quanto antifascista alla fine degli anni ’20, ben prima di divenire Presidente della Repubblica nel 1978.

Il carcere di Santo Stefano ha una struttura peculiare, che ci porta indietro nel tempo fino al 1791, quando il filosofo Jeremy Bentham ideò la prigione ideale, denominata Panopticon. Un’utopia carceraria, divenuta nel tempo sinonimo di incubo del controllo.

L’idea rivoluzionaria era questa: un numero imprecisato di prigionieri, e un unico guardiano. I galeotti non dovevano essere in grado di stabilire quando erano osservati, e il carceriere doveva avere la possibilità di spiare tutti allo stesso modo, e nello stesso istante. Così, la prigione doveva avere una torretta centrale, e le celle dovevano essere disposte a raggiera intorno alla torre, portando alla percezione da parte dei detenuti di un’invisibile onniscienza da parte del guardiano; quest’impressione li avrebbe condotti ad osservare sempre la disciplina come se fossero sotto continua osservazione. Dopo anni di questo trattamento, secondo Bentham, la mente dei prigionieri avrebbe “assorbito” il giusto comportamento, alterando indelebilmente il loro carattere, e “curandoli” per sempre. Anche una volta fuori dal carcere, la disciplina sarebbe rimasta per loro l’unico comportamento possibile. Lo stesso filosofo descrisse il panottico come “un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima”.

Le celle venivano disposte a cerchio, con due finestre per ognuna: l’una rivolta verso l’esterno, per prendere luce, l’altra verso l’interno, verso la torretta o “colonna” nella quale si sarebbe collocato il custode. I carcerati, sapendo di poter esser osservati tutti insieme in un solo momento dal custode, grazie alla particolare disposizione della prigione, avrebbero assunto comportamenti disciplinati e mantenuto l’ordine in modo quasi automatico; inoltre la forma carceraria del panopticon prevedeva che ad ogni singolo detenuto fosse assegnato un lavoro – si avviava così il processo di passaggio tra una formula carceraria contenutiva ad una formula produttiva.

Bastò poco tempo, e questo concetto venne ripreso dalle arti, dalla musica e dalla letteratura fino a diventare il simbolo di una vera e propria visione della società – che osserva e giudica, invisibile e onnipresente, ogni comportamento, per soppesare l’operato di ognuno di noi. Come un Grande Fratello di stampo orwelliano, il panottico esisterebbe nella nostra stessa vita quotidiana. Michel Foucault prenderà l’architettura del Panopticon come modello e figura del potere nella società contemporanea.

Oggigiorno diverse prigioni si ispirano in un modo o nell’altro all’idea del panottico, proposta anche per la costruzione di ospedali. Un esempio italiano è il Padiglione Conolly a Siena presso l’ex ospedale psichiatrico S. Niccolò. A Birmingham, in Inghilterra, esiste l’Ashley Building che è stato costruito seguendo le linee di questo progetto. Il Presidio Modelo a Cuba, dove fu detenuto Fidel Castro, è ispirato allo stesso design.

Jeremy Bentham, l’inventore del panopticon, la struttura in cui “tutto si può vedere” (pan-optikon), è ironicamente ancora oggi sotto lo sguardo di tutti… imbalsamato in una teca dell’University College di Londra.

Un commento a Panopticon

  1. Rryl ha detto:

    Mi fa impressione l’idea che sia chiuso in un armadio XD comunque mi sembra molto ben trattato dal punto di vista tassidermico.

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