Amore materno

Su consiglio di una nostra affezionata lettrice, parliamo oggi di un classico della ricerca psicologica.

Abbiamo già affrontato (in questo articolo) l’esperimento di Watson sul “piccolo Albert”: come Watson, all’epoca la maggioranza degli psicologi pensava che l’amore materno fosse un sentimento sopravvalutato, e che i bambini stessero attaccati alle madri soltanto perché fornivano loro il latte, o per ricevere protezione. L’idea comune era che dare troppe attenzioni a un bambino l’avrebbe reso un pappamolle.

Il dottor Harry Harlow, docente all’Università del Wisconsin, era interessato allo studio di questo particolare tipo di relazione che si instaura fra madre e figlio nei primi anni di vita del bambino. Al contrario dei suoi contemporanei, sospettava che vi fosse qualcosa di più, che la simbiosi fra figlio e genitrice nascondesse un tipo di bisogno primario molto più forte; che quel legame così assoluto avesse insomma uno scopo ben più profondo del ricevere cibo o protezione.

Allevando degli esemplari di macaco in laboratorio, egli aveva provato a separare i cuccioli dalla madre per lunghi periodi di tempo. Aveva posto piccoli di macaco in camere di isolamento piccole e buie (da lui chiamate pits of dispair, “pozzi della disperazione”) addirittura per 24 mesi. Le scimmiette non avevano reagito bene: depresse, aggressive, emotivamente e mentalmente turbate, avevano sviluppato attaccamento per dei “surrogati” di madre, restando abbracciate per ore ai morbidi tappetini che coprivano il fondo delle gabbie. Questo aveva portato Harlow a credere che il bisogno del contatto materno fosse uno stimolo potente quanto la fame.

Deciso ad indagare a fondo la faccenda, in una serie di celebri esperimenti che si protrassero dal 1957 al 1963, egli studiò le reazioni di piccole scimmie isolate alla nascita dalle loro madri biologiche, ma dotate di diverse “mamme-surrogato” di sua invenzione.

La prima mamma era chiamata “madre di pezza”. Consisteva in un pezzo di legno avvolto in gomma, spugna e tessuto, riscaldato con una lampadina. Questa era la mamma buona, calda, soffice, paziente, che era sempre disponibile per ventiquattr’ore al giorno. Ma aveva un piccolo difetto: non dava il latte.

Il secondo surrogato era la “madre di fil di ferro”. Una struttura di fili d’acciaio, per niente adatta alle coccole, ma con delle mammelle posticce che fornivano il latte. Cosa avrebbero scelto le scimmie? Il cibo o il calore di una madre morbida e soffice?

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I cuccioli non avevano dubbi: se ne stavano per quasi tutto il tempo accoccolati sulla madre di pezza, rassicurati dal suo calore. Quando avevano fame, correvano per pochi secondi a prendere il latte dalla madre di ferro, per poi tornare precipitosamente a ripararsi al calduccio della mamma di pezza. Chiaramente per loro le coccole erano più importanti del cibo. Decenni di dogmi psicologici erano stati spazzati via.

Ma Harlow non si fermò qui. Le scimmie “allevate” dalla madre di pezza soffrivano comunque di seri disturbi: erano timide, antisociali, depresse, si nascondevano negli angoli, e le altre scimmie le evitavano. Le scimmie allevate dalla sola mamma di ferro stavano anche peggio. Così Harlow si decise a determinare scientificamente quali fossero le giuste qualità per una madre perfetta. Cambiando diverse variabili, costruì altrettante madri-surrogato che si distinguevano per un solo tratto fondamentale, al fine di scoprire quali madri le scimmie avrebbero preferito. Provò molti materiali di rivestimento differenti, per capire quale consistenza fosse maggiormente gradita ai cuccioli: la spugna vinse il primo posto, confermando così che una buona madre deve essere soffice. Provò poi a capire se una madre fredda potesse piacere: facendo passare in una serpentina dell’acqua fredda, abbassò la temperatura della madre-surrogato. Niente da fare. Per quello che potevano saperne, quella mamma poteva anche essere morta, e così i cuccioli la evitavano.

Infine, Harlow si domandò se il movimento non avesse un qualche ruolo fondamentale nello sviluppo dell’attaccamento madre-figlio. Costruì così delle madri-surrogato appese a una certa distanza da terra, delle specie di sacchi di pezza penzolanti dal soffitto. A sorpresa, i cuccioli le adoravano. Una buona madre, quindi, dev’essere calda, soffice, e deve muoversi.

Il lavoro di Harlow, già abbastanza controverso, divenne in seguito ancora più crudele. Ancorché animato da buone intenzioni (Harlow voleva scoprire in che modo il legame madre-figlio potesse essere interrotto, al fine di aiutare i bambini di famiglie disfunzionali), egli cominciò a costruire “mamme” torturatrici. Madri-surrogato che picchiavano i propri cuccioli, che davano loro degli schiaffoni tanto forti da farli volare dall’altra parte della gabbia, madri ad aria compressa che colpivano con getti d’aria improvvisi le povere scimmiette, mamme-vergini-di-Norimberga con punte di ottone che spuntavano saltuariamente dalla pelliccia. Picchiati, spaventati, aggrediti, i piccoli ritornavano sempre e comunque dalle loro crudeli mamme. L’attaccamento era così ostinato, e il loro bisogno di affetto talmente fondamentale e profondo, che nessuna violenza li avrebbe mai separati da quei tristi fantocci che erano il loro unico punto di riferimento.

Divenne chiaro a poco a poco che, per quanto scientificamente interessanti, le ricerche di Harlow stavano progressivamente varcando una soglia etica e morale. Uno dei suoi più stretti collaboratori dichiarò che “continuò ad andare avanti al punto che molte persone si resero conto che stava violando la sensibilità comune, che chiunque avesse rispetto per la vita o per le persone avrebbe trovato tutto questo offensivo”. Nonostante nell’ultima parte della sua carriera Harlow avesse tentato di “riabilitare” e curare le scimmie da lui traumatizzate, le critiche piovvero su di lui come un uragano.

Gli esperimenti di Harlow furono un terremoto per la ricerca psicologica, e non soltanto per i loro risultati: diedero una forte spinta per la creazione di movimenti per la protezione degli animali, che garantiscono oggi (per quanto possibile) un trattamento più amorevole e dignitoso agli animali da laboratorio. Le sofferenze inflitte da Harlow alle sue scimmie hanno quindi avuto almeno due esiti positivi: da una parte, una conoscenza scientifica più profonda degli istinti che legano una madre al proprio cucciolo; dall’altra, paradossalmente, un’aumentata coscienza etica nel pubblico, e negli stessi ricercatori.

Sito web che riporta (in inglese) il classico The Nature of Love di Harry Harlow.

Pagina di Wikipedia su Harlow.

8 commenti a Amore materno

  1. almacattleya ha detto:

    Andando avanti a leggere, mi dicevo: Ma questo è pazzo!
    Come si può pensare di togliere a un bambino la propria madre? E’ come se l’avesse fatto ad un essere umano. E sarebbe stata identica cosa anche se l’animale non fosse stato un primate ovvero vicino all’uomo.
    E mi chiedo quali perversioni animavano la sua mente. Anche solo il fatto di pensare: “I piccoli preferiscono una madre calda e soffice o fredda e dura?” Ma è chiaro che si preferisce una “cosa” calda e soffice: andrebbe lui a riposarsi in un letto freddo e duro?!
    Naturalmente queste parole non sono nei tuoi confronti e ti ringrazio sempre per queste tue informazioni.
    So perfettamente che l’uomo non è affatto l’animale più razionale come spesso viene definito e che gli esperimenti sono sempre una brutalità enorme però mi indigno sempre nello sentire queste cose.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Effettivamente è una storia dura e crudele. Certe idee possono sembrare un dato di fatto oggi, ma per l’epoca gli esperimenti di Howard segnarono un punto storico nel modo di comprendere le nostre intime pulsioni. La scienza apprende dal passato, e cerca di andare avanti in modo più eticamente responsabile. Oggi certi esperimenti non sarebbero più ammessi, per fortuna. 🙂

  2. Paola ha detto:

    Eh, ho chiesto proprio alla persona giusta!
    In facoltà non erano certo arrivati a raccontarci delle mamme punitive!
    Devo dire che la cosa mi ha molto impietosita, insieme al filmato della scimmia che reagisce alla paura aggrappandosi alla “mamma”.
    Mi pare di ricordare che gli esperimenti poi proseguissero provando ad inserire queste scimmiette “disadattate” in società. Non sapevano comportarsi, e fissavano gli adulti, probabilmente costernate, e gli adulti, leggendo la cosa come una sfida, le pestavano.
    Giusto perchè la sfiga non viaggia da sola.
    Comunque, al di là delle implicazioni etiche, chiarisce tantissimi meccanismi “perversi” che ci sono anche tra le persone, come l’attaccamento alle mamme punitive.
    Credo che sia necessario tener presente che tante cose che ora noi diamo per scontate, proprio come la tutela degli animali da laboratorio, erano solo agli albori.
    Ha sicuramente aperto la strada a tante terapie psicologiche moderne.
    Grazie mille davvero! 😀

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie a te, Paola, per avermi suggerito il tema di questo articolo! Trovo che sia molto interessante, al di là dei dilemmi etici che inevitabilmente una ricerca simile provoca in noi, l’idea che dei cuccioli di primati reagiscano in modo così “intuitivo” e comprensibile dal nostro punto di vista. Questi esperimenti, se fossero stati eseguiti su bambini umani, avrebbero probabilmente portato ai medesimi risultati. Così è impossibile non commuoversi leggendo di cuccioli che corrono verso la mamma anche se questa è “crudele”. Mi affascinano i resoconti di quest’epoca oscura e aggressiva della scienza, perché sono così distanti dalle trasmissioni di Piero Angela e così vicini alle domande che ognuno di noi si pone. 🙂

      • Paola ha detto:

        Se vuoi poi mettere una sorta di Happy Ending a questa storia ricordo che, dato il risultato di incapacità di relazione sociale con gli adulti ottenuto, un esperimento successivo permetteva a due cuccioli di incontrarsi per un’ora al giorno. Lo ricordo perchè mi è rimasta impressa una foto: due scimmiette abbracciate strette strette!
        Infatti all’inizio questa era la loro “occupazione” durante l’ora insieme. Poi, diventati un po’ più grandicelli, passavano l’ora a giocare!
        E questo permetteva loro di aveve una socializzazione pressochè normale con gli altri adulti!
        Pensa che bello! Vuol dire che se anche hai una mamma cattiva, o una mamma che non ti fa le coccole, fratelli e amici possono salvarti la vita!
        E hai ragione, è affascinante vedere come i modelli comportamentali dei nostri più vicini progenitori siano arrivati inalterati fino a noi!
        Questi esperimenti hanno affascinato molto anche me, tant’è che me li ricordo ancora dopo anni!
        Grazie ancora!! 😀

  3. Monica Tubi ha detto:

    Trovo che Harlow sia una persona profondamente disturbata. La sua crudeltà è insostenibile, e per quanto questi esperimenti abbiano messo in luce aspetti importanti che allora non erano così scontati, provocano tuttora in me sgomento e riprovazione.
    Studio psicologia e amo la scienza e le sue conquiste, ma non quando ci si fa prendere la mano e si perde di vista l’etica.
    Gli stessi risultati si sarebbero ottenuti osservando bambini deprivati in situazioni reali o in orfanotrofi dell’epoca, ma forse per Harlow, questo bieco rivoltante individuo, è risultato più “comodo” e remunerativo servirsi di cuccioli innocenti di scimmia.
    Che peccato che nessuna di loro con un morso non gli abbia staccato una mano…

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