Zooerastia

Per la nostra serie di indagini su pratiche e orientamenti sessuali bizzarri o “tabù” (ne trovate traccia alla sezione Sesso Misterioso), affrontiamo oggi un argomento non soltanto controverso, ma spesso ridicolizzato; si tratta infatti di un tema su cui sarebbe fin troppo facile fare umorismo, e che anzi è divenuto nel tempo un topos di barzellette e battutacce volgari. Parliamo della zooerastia, comunemente chiamata zoofilia.

I rapporti sessuali fra uomini e animali sono stati descritti e dipinti fin dall’antichità. Viene naturale pensare alla mitologia greca: agli infiniti travestimenti di Zeus, che per sedurre splendide donne o ninfe assunse le fattezze di aquila, toro, cigno, ecc.; così come alla cretese Pasifae, che per coronare il suo folle desiderio per un toro bianco, dono di Poseidone, si fece costruire una vacca di legno, nascondendosi al suo interno, e una volta inseminata diede alla luce il celebre Minotauro.

Ma non necessariamente dobbiamo rimanere all’interno del bacino del Mediterraneo per incontrare segni di questo antico “amore” fra specie diverse: dipinti ed incisioni mostrano che la pratica, o perlomeno la fantasia zoofila, era ben radicata anche in Estremo Oriente.

Solo recentemente, però, la zooerastia ha cominciato ad essere studiata, seppure sporadicamente, come vera e propria espressione del desiderio sessuale. Attenzione, stiamo parlando qui di vera e propria zoofilia, e non dell’atto sessuale con un animale come sostituto del partner, che anche individui non zoofili possono intraprendere a causa dell’isolamento o di altre contingenze; ci riferiamo cioè alla vera e propria attrazione e preferenza per l’animale rispetto a un partner umano. Di questa è interessante provare a cercare di comprendere le motivazioni.

La prima sorpresa è che un simile orientamento di gusti non è, a differenza della maggior parte delle parafilie, strettamente maschile, anzi: secondo gli studi condotti, l’interesse zoofilo insorgerebbe in età pre-pubere e pubere, senza alcuna differenza fra maschi e femmine.

La seconda sorpresa è che la zoofilia è in realtà un sentimento molto più complesso di quanto ci si possa aspettare. Non si tratta soltanto di trovare una veloce soddisfazione sessuale, o dell’eccitazione del “proibito”. Per quanto sia difficile da accettare o comprendere, la componente emotiva gioca un ruolo molto forte nella psicologia di chi è attratto da un animale. Spesso gli zoofili attribuiscono all’animale delle qualità superiori che non riscontrano negli esseri umani, come l’onestà, la fedeltà, l’innocenza o la saggezza, e così via. Le emozioni degli zoofili verso gli animali possono essere reali, relazionali, autentiche e non solo sostitutive di partner umani. Anzi, il quadro che emerge è composto di persone che molto spesso hanno avuto, o hanno, relazioni umane a lungo termine. Viene quindi a cadere quell’immagine stereotipata del contadino, poco istruito e senza donne che tanto spopola nelle barzellette. Si tratta di persone integrate, che però per qualche motivo sono legate o attratte da una determinata specie  – pare che in questo senso i gusti siano molto precisi, chi “ama” i cavalli non lo farebbe mai con un cane e viceversa.

Nel 2002, gli psicologi Earls e Lalumière pubblicarono uno studio su un uomo di 54 anni, incarcerato per la quarta volta a causa della sua passione per i cavalli: in quell’ultimo episodio, era stato accusato di aver ucciso una giumenta colpevole, a sentire lui, di aver fatto gli occhi dolci a uno stallone. L’uomo venne sottoposto a una serie di test con il pletismografo penile, un apparecchio che misura il volume dell’erezione di fronte a uno stimolo visivo. Le immagini di donne o uomini nudi non avevano alcun effetto sul soggetto, il cui pene rimaneva a riposo; lo stesso succedeva con immagini di pecore, mucche, cani, gatti o galline. Ma appena i ricercatori gli mostrarono immagini di cavalli, questa apparente impotenza sparì del tutto, indicando un orientamento sorprendentemente specifico. Per quest’uomo, fare sesso con un cavallo non era di sicuro un ripiego: era il migliore e forse l’unico tipo di rapporto che potesse immaginare.

Sull’onda del loro studio, i due psicologi cominciarono a ricevere una valanga di email e lettere di persone che si autoproclamavano zoofili, raccontando la loro esperienza. Così, nel 2009, Earls e Lalumière pubblicarono un nuovo saggio, che questa volta vedeva come protagonista un uomo di 47 anni, anch’egli attratto dai cavalli, ma nient’affatto disfunzionale come il primo soggetto, anzi perfettamente integrato e dall’alto quoziente intellettivo. Dopo un’adolescenza passata a fantasticare sui cavalli, a guardare film di cowboy (non certo per interesse verso i cowboy), dopo un paio di tentativi malriusciti di fare sesso con le ragazze, finalmente a 17 anni riuscì a comprare una cavalla tutta per sé. Prese lezioni di equitazione e, dopo un lungo corteggiamento, finalmente la giumenta gli si “offrì”:

Quando quella cavalla nera se ne stette buona, mentre la coccolavo e accarezzavo, quando alzò la coda in alto e di lato appena ne strinsi la base, e quando la lasciò lì, e rimase tranquilla mentre salivo su un secchio, allora, senza fiato, elettrizzato, dolcemente scivolai dentro di lei. Fu un momento di pace e armonia assolute, mi sembrò talmente naturale, fu un’epifania.

Negli ultimi anni altri studi si sono avvicendati per comprendere qualcosa di più di questa parafilia, e alcuni celebri casi di cronaca hanno contribuito a portare l’argomento all’attenzione pubblica. Nel 2005 Kenneth Pinyan, un ingegnere areonautico di 45 anni, morì in seguito alle ferite interne (perforazione del colon) provocate dal rapporto sessuale avuto con uno stallone. Questa vicenda portò alla luce una specie di “organizzazione” di amanti dei cavalli che si incontravano clandestinamente in varie fattorie per accoppiarsi con gli animali. L’incidente fu largamente pubblicizzato, e divenne noto come il caso di Enumclaw.

Il dibattito sulla zoofilia che ne scaturì, e che continua tuttora, fu alquanto controverso. Comprensibilmente, le associazioni per la protezione degli animali attaccarono duramente gli adepti di queste pratiche. Secondo gli animalisti, si tratta sempre ed esclusivamente di abusi: la “complicità” degli animali nell’atto sessuale è un’invenzione paragonabile a quella dei pedofili che sostengono di assecondare presunti desideri inespressi dei bambini. Gli zoofili ci tengono invece a distaziarsi dagli zoosadici, che fanno del male agli animali, e anzi ribattono che molti di loro sono attivisti proprio fra le file delle stesse associazioni animaliste: a riprova, insomma, che il loro amore non è soltanto sessuale ma a tutto tondo.

Il sesso umano, si sa, è uno degli ambiti psicologici più complessi, e culturalmente stratificati di senso. Per noi, ogni atto sessuale si riempie di mille valori, sottili motivazioni: non si risolve puramente in un contatto fisico ma porta con sé significati e conseguenze pesanti. È davvero un evento eminentemente culturale. Sembra ovvio pensare che tutta questa “sovrastruttura” non interessi l’ambito animale, a cui non sappiamo quanto si possano applicare concetti quali “aggressione”, “violenza e abuso sessuale”, “consenso”, “disgusto”, e via dicendo. D’altronde fra gli animali stessi non è affatto infrequente l’avere rapporti sessuali fra specie diverse, come sanno bene i biologi e gli etologi. E lo sa anche chi ha avuto un cane che ha tentato di montargli una gamba: in quel caso, come nel caso di ricercatori fatti oggetto di “assalti sessuali” da parte dei primati che studiavano, chi sarebbe la vittima dell’abuso?

Sembra che gli zoofili da una parte (che si vogliono convincere di vedere negli animali lo stesso desiderio che provano loro), e gli animalisti dall’altra (che vogliono applicare agli animali le categorie concettuali o morali umane), stiano entrambi proiettando sulla bestia un’impronta culturale che essa di per sé non conosce. Vengono in mente le pagine di Baudrillard sull’animale e il bambino come scandali sociali, in quanto sprovvisti di parola: la nostra impossibilità di comprenderli, la barriera che ci separa, li rende vittime della nostra speculazione più violenta, quella che impone loro le categorie del nostro linguaggio.

Quello che rimane, tirate le somme, è una lunga serie di domande senza facile risposta. La bestialità va trattata con condiscendenza o penalizzata legalmente? Quali sono le motivazioni che sottendono questo desiderio, come e perché si sviluppa? Si tratta di una parafilia o di un semplice orientamento sessuale? È davvero possibile l’amore inter-specie?

Alcune brevi note. Il manifesto qui sopra è la locandina del film Bestialità (1976, di V. Mattei), trashissima storia d’amore tra una madre di famiglia e il suo dobermann. Alcune delle informazioni contenute qui provengono da uno splendido articolo (in inglese) di Jesse Bering. Ecco un altro, più succinto articolo in italiano sul tema. Inoltre segnaliamo il film Zoo (2007, di R. Devor), incentrato sul caso di Enumclaw: il documentario è certamente interessante, e nelle intenzioni vorrebbe essere un’imparziale inchiesta e una riflessione sulla condizione umana; di fatto, però, cade nel ridicolo involontario, nel neanche troppo nascosto tentativo di dipingere il suo protagonista come un “martire” della libertà d’amore nei confronti di una società bigotta e ottusa.

Giochi pericolosi

Kids, don’t try this at home. “Bambini, non provate a rifarlo a casa vostra”, questo è il classico ammonimento che veniva lanciato dagli show televisivi in cui alcuni stuntman professionisti eseguivano pericolose acrobazie. Oggi potrebbero essere i ragazzini ad insegnare qualcosa agli stuntman…

Tutti noi da giovani abbiamo fatto le nostre “bravate”, come le chiamavano i genitori, per metterci in mostra con le ragazze o con gli amici; si tratta in egual misura di atti di ribellione, di auto-affermazione, e in alcuni casi di veri e propri rituali moderni di iniziazione per dar prova di coraggio e dimostrare di essere entrati nell’età adulta. Ma con la smania odierna di “apparire” e ottenere quei famosi 15 minuti di celebrità preconizzati da Warhol, e con la facilità di documentare le proprie imprese eroiche e condividerle, si assiste oggi a un’escalation di video che in molti definiscono preoccupante. Questi filmati fanno il giro del mondo in poche ore e diventano immediatamente fra i più visti sulla rete.

Non ci interessa disquisire di etica, educazione o altro – ognuno è libero di giudicare queste cose con la severità o la permissività che preferisce. Come sempre, su Bizzarro Bazar, cerchiamo argomenti e immagini che possano provocare un’emozione, stupire e magari far riflettere. Per questo vi proponiamo una minima selezione dei più spettacolari ed estremi video in circolazione.

Se non altro, potreste mostrarli ai vostri genitori: serviranno a mettere nella giusta prospettiva quella vostra vecchia “bravata” che ancora oggi vi rinfacciano…

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La biblioteca delle meraviglie IV

Paolo Albani e Paolo Della Bella

FORSE QUENEAU – ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE ANOMALE

(1999, Zanichelli)

Raymond Queneau (l’autore di Esercizi di stile, I fiori blu e Zazie nel metrò, per intenderci) aveva in progetto di compilare una “Enciclopedia delle scienze inesatte”; la ricerca avrebbe dovuto essere inclusa nei suoi studi sui fous littéraires, cioè quegli autori che non seguono strade battute e “integrate” nella società in cui vivono. Partendo da questa idea, Albani e Della Bella realizzano quello che è a tutt’oggi il più completo e indispensabile compendio enciclopedico sulle scienze anomale. Indispensabile, perché ci permette di curiosare in una galassia semisepolta di teorie bislacche, folli o magari plausibili ma dimenticate; e poi perché approcciarsi a queste scienze “non ortodosse”, se da un lato diverte, e molto, dall’altro spinge a riflettere. Ogni voce dell’enciclopedia è contrassegnata da un simbolo che rimanda a diversi ambiti o categorie, in modo da comprendere subito di cosa stiamo parlando. Le dieci categorie sono le seguenti:

1. Scienze e teorie elaborate da eterodossi scientifici e mattoidi scienziati;
2. Scienze e teorie inventate da letterati e artisti;
3. Scienze e teorie comiche, effimere, parodie di scienze;
4. Scienze della fantascienza e utopiche;
5. Scienze e teorie non riconosciute, marginalizzate, alternative alla scienza ufficiale;
6. Scienze e teorie dimenticate, scomparse, abortite;
7. Scienze potenziali, al confine di altre scienze;
8. Scienze e teorie bizzarre, avanzate da studiosi accademicamente riconosciuti;
9. Scienze occulte, paranormali, magiche, religiose;
10. Studi su pseudoscienze, su mattoidi scienziati ed eterodossi scientifici.

Dalle teorie sulla Terra cava, alla “bestemmiologia”, dalle più disparate cosmogonie alternative fino alla teologia genetica,ogni pagina dell’enciclopedia è un’incessante sorpresa che dimostra come nella storia della scienza ci sia sempre stato qualcuno che cercava di immaginare le cose da una nuova prospettiva. Sarebbe facile, e rassicurante, ridurre molte di queste teorie ad infantilismi o errori concettuali. Siamo abituati a dire: “ieri pensavamo che…, mentre oggi sappiamo che…”, come se la verità fosse stata raggiunta senza ombre di dubbio. Eppure qualsiasi conquista è provvisoria, e ogni sapere viene invariabilmente ampliato, ridefinito, corretto, in un costante affinamento. E tutto questo è possibile perché una moltitudine di uomini, alcuni scienziati, altri artisti, altri pazzoidi strampalati, continuano a porsi domande ed elaborare risposte. Che molte di queste teorie siano bislacche e assurde non fa che testimoniare il fascino dell’infinita ricerca: l’uomo che esce dipinto da queste pagine è, per fortuna, sempre pronto a dimenticare le “verità assodate”, e immaginare possibilità e punti di vista inediti e diversi.

Piero Bocchiaro

PSICOLOGIA DEL MALE

(2009, Laterza)

Perché si fa il male? Chiunque, posto in una determinata condizione, sarebbe in grado di farlo? Il piccolo, apparentemente innocuo libriccino di Piero Bocchiaro racchiude in realtà uno specchio nel quale non vorremmo (ma dovremmo) fissare lo sguardo. Prendendo spunto da quattro dei più famosi e controversi esperimenti di psicologia sociale (l’esperimento di Milgram, quello di Darley e Latané, l’arcinoto esperimento carcerario di Stanford e un ulteriore esperimento di Zimbardo), Bocchiaro estende i risultati della ricerca “in laboratorio” ad alcuni fatti di cronaca, per analizzarli alla luce dei dati sperimentali. Si affrontano quindi il caso del gerarca nazista Eichmann; il delitto Genovese, giovane italo-americana assassinata dinanzi allo sguardo passivo di 38 testimoni; la tragedia dell’Heysel, stadio belga scenario di un sanguinoso scontro fra tifoserie; e le torture di Abu Ghraib, carcere tristemente noto per gli atti disumani perpetrati da alcuni militari americani sui detenuti iracheni. Con linguaggio chiaro e comprensibile anche ai non addetti ai lavori, l’autore ci accompagna attraverso decenni di ricerche psicologiche che indagano le motivazioni della violenza e del mancato soccorso.

Sapevate che se venite aggrediti in un posto affollato avete paradossalmente meno possibilità di essere soccorsi che se l’aggressione accade in un vicolo semideserto? Siete davvero sicuri che rifiutereste l’ordine di un superiore che vi intima di usare violenza su un vostro collega? Quando vedete in televisione episodi di sciacallaggio, giudicate quelle persone dei “vandali” e siete intimamente convinti che voi, una cosa del genere, non la fareste proprio mai? Purtroppo, le ricerche in ambito della psicologia sociale dimostrano che tutti, chi più chi meno, posti nella “giusta” situazione straordinaria, sono capaci e pronti a fare ciò che, in momenti più normali, definirebbero “azioni malvagie”. Scopriamo così che molte delle nostre certezze sono piuttosto fragili: la nostra auto-immagine di persone buone e generose, pronte ad intervenire per aiutare il prossimo, e di certo lontane da pulsioni di violenza, viene a poco a poco messa in discussione. Eppure, nel momento in cui ci rendiamo conto dei meccanismi psicologici che scattano in situazioni di emergenza, ne usciamo rafforzati; e chissà che, grazie a questo piccolo libro, non finiremo magari per riconoscere il “tranello mentale” in cui stiamo cadendo, e riuscire ad agire nel modo in cui davvero desideriamo agire.

La capra musicale

Ce ne sono di diverse tipologie, sviluppatesi in aree culturali e tradizionali molto distanti fra loro, ma tutte le cornamuse del mondo hanno un elemento fondamentale in comune: la sacca di pelle.

Il suonatore soffia fino a gonfiare d’aria la sacca, che poi come un mantice la distribuisce alle canne di bordone (quelle che mantengono una o più note fisse) e alla canna diteggiabile (quella su cui si esegue la melodia).

La pelle di animale tradizionalmente usata per le cornamuse è quella di capra o di pecora, trattata in vari modi. Risto Todoroski, un cornamusaio di Sydney, costruisce gaide (cornamuse macedoni-balcaniche) davvero eccezionali… perché, della pelle, Risto ha deciso di non buttare via nulla.

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Korla Pandit

Nel 1948, la televisione era nata da poco ma già migliaia di persone ne possedevano una. Quello fu l’anno in cui, negli Stati Uniti, cominciò la prima vera e propria programmazione televisiva, e fra i vari spettacoli offerti da questa magica e strana scatola delle meraviglie ce n’era uno davvero unico: lo show di Korla Pandit.

Chi all’epoca era bambino, e per la prima volta accese la televisione in quell’anno, lo ricorda ancora: occhi magnetici, turbante bianco impreziosito di rubini, sorriso dolce ed enigmatico, dita affusolate e abilissime.
Di quest’uomo dai lineamenti indiani si conosceva molto poco, la sua vita era già un mistero. Si diceva fosse nato a Nuova Delhi, figlio di un brahmino e di una cantante lirica francese, e che avesse in seguito abbandonato l’India per studiare musica in Inghilterra, e infine a Chicago. Durante  il suo spettacolo, intitolato Korla Pandit’s Adventures In Music, egli suonava un organo Hammond e un pianoforte a coda Steinway (spesso contemporaneamente) proponendo particolari arrangiamenti di melodie esotiche e mediorientali. Il suo particolarissimo modo di utilizzare l’Hammond in maniera percussiva gli permetteva di eseguire da solo la base ritmica, rendendolo un vero e proprio one-man-band.

Ma non erano soltanto le sue abilità pianistiche ad affascinare gli spettatori. Certo, le atmosfere romantiche e misteriose delle sue melodie erano pressoché inedite per l’epoca; e facevano la loro parte anche le scenografie arabeggianti puntellate di orchidee, con nubi rischiarate dalla luna che venivano proiettate alle spalle del musicista… eppure l’elemento vincente era proprio l’alone di mistero che circondava Korla.
Durante lo show, egli non pronunciava mai una sola parola. Comunicava attraverso il “linguaggio universale della musica”, come avvertiva la voce narrante nell’introduzione. E, soprattutto, guardava in camera, verso gli spettatori, con un misto di serenità e saggezza, ma anche di malizia… lo sguardo penetrante di un mago che conosce i segreti della seduzione, e sa usare le note per aprire qualsiasi cuore femminile.

E, infatti, sembra che molte donne fossero letteralmente impazzite per quegli occhi sibillini. Si dice che gli spedissero regali sempre più costosi, in una vera e propria frenesia d’amore. Con il suo sguardo magnetico, Korla di certo sapeva sfruttare il potere ancora sconosciuto della scatola magica, la televisione. La leggenda vuole che migliaia di padri spaventati, e di mariti furibondi, si fossero convinti che Pandit stesse davvero ipnotizzando, attraverso la TV, le consorti e le figlie. Scrissero rabbiose lettere all’emittente KTLA, fino a spingere la rete a cancellare lo show dell’indiano.
Nel 1953 Korla Pandit, all’apice della popolarità, venne licenziato dall’emittente. Passò il resto della vita nell’anonimato, dando lezioni di musica, suonando in piccoli club, inaugurando concessionari d’auto e supermarket. Negli anni venne dimenticato, fino a quando Tim Burton gli affidò un cameo nel ruolo di sé stesso nel film Ed Wood (1994).
Così negli ultimi anni della sua vita Korla godette di un piccolo momento di successo come figura cult, grazie ai revival di musica lounge ed esotica, ma ormai si stava facendo anziano: il 2 ottobre 1998, la leggenda svanì.

Eppure pochi sanno che quella leggenda nascondeva un sorprendente segreto. Korla non era affatto indiano.
Era nato a St. Louis, nel Missouri, da genitori afroamericani: si chiamava John Roland Redd. A quell’epoca, per un uomo di colore non era facile sfondare nello show business; così nel 1948, assieme alla moglie Beryl (artista dello studio Disney), decise di inventarsi un personaggio che potesse essere maggiormente accettato e, al contempo, abbastanza misterioso da avere successo. E fu la mossa giusta: la televisione, ai suoi albori, aveva già di per sé una qualità magnetica, difficile da immaginare oggi, e lo show di Korla faceva leva su questo magnetismo innalzandolo ai massimi livelli, e portando in migliaia di case una dimensione di sogno, sensuale e romantica, un’atmosfera magica e sospesa.

Korla Pandit morì all’ipotetica età di 77 anni: ipotetica, perché quando glielo chiedevano rispondeva sempre, con un enigmatico sorriso, di avere intorno ai 2000 anni.

Il sito dedicato a Korla Pandit.

Uomini aragosta

L’ectrodattilia è una malformazione genetica che risulta nell’assenza o nello sviluppo incompleto delle dita: il numero di dita può essere inferiore alla norma, oppure alcune dita risultano “saldate” assieme. La forma forse più appariscente di ectrodattilia è quella che comporta la cosiddetta schisi mediana, vale a dire che la mano è aperta in due fino al polso, per un arresto dello sviluppo in fase embrionale. Questo tipo di malformazione può interessare sia le mani che i piedi, e oggi vi si può porre rimedio tramite chirurgia plastica entro il primo anno d’età.

Questo tratto genetico è trasmissibile e, sembrerebbe, dominante. Uno dei primi accenni all’ectrodattilia risale addirittura al 1685, quando in un remoto paesino scozzese, Wigtown, due donne vennero giustiziate per dissenso religioso. Si racconta che, nonostante le richieste di pietà e le dichiarazioni di innocenza, il boia le annegò crudelmente nel fiume Bladnoch. Una delle due donne, mentre annegava, chiese ai granchi del fiume di maledire il boia, che poco tempo dopo diede alla luce un bambino “con mani da granchio”. Il tratto somatico venne trasmesso di generazione in generazione per 300 anni.

Ma l’ectrodattilia fece anche la fortuna di quanti, affetti da questa malattia, decisero di sfruttarla per assicurarsi una vita decorosa. Pare che il primo uomo ad adottare il soprannome di lobster boy (“ragazzo aragosta”) sia stato Fred Wilson, bisecato alle mani e ai piedi, nato nel 1866 a Somerville, Massachussetts. Purtroppo poche informazioni ci rimangono di lui, tranne alcune foto sbiadite.

Ma la vera e propria star, l’uomo aragosta per antonomasia, sarebbe nato soltanto molti anni dopo, nel 1937 a Pittsburgh. Si chiamava Grady Stiles Jr., e proveniva da una famiglia che aveva una lunga tradizione di ectrodattilia. William Stiles era stato il primo, nel 1805, a nascere con le mani e i piedi divisi, seguito da Jacob Stiles, Elisha Stiles e Grady Stiles Sr. Quest’ultimo era già artista in un sideshow quando sua moglie diede alla luce il piccolo Grady Jr., così decise di includere il figlioletto nel suo spettacolo già da una tenera età.

La malformazione di Grady Stiles Jr. era piuttosto drammatica: il ragazzo non poteva camminare, quindi cominciò ad utilizzare mani e ginocchia per deambulare, sviluppando così un’incredibile forza negli arti superiori. Crebbe comunque sano, si sposò due volte ed ebbe quattro figli, due dei quali (Cathy e Grady III) affetti da ectrodattilia. Il successo era enorme, soprattutto quando tutti e tre si esibivano come la “famiglia aragosta”.

Così il tempo passava, e i suoi spettacoli erano tra i più celebri d’America. Ma dentro le mura domestiche, non tutto brillava come sul palcoscenico. Grady era violento e dedito all’acol, e usava la sua incredibile forza per picchiare continuamente moglie e figli. Nel 1978 avvenne l’irreparabile. La notte prima del matrimonio della sua figlia più vecchia, Donna, con un uomo che lui non approvava, Grady uccise con una fucilata lo sposo.

Il processo fu un evento mediatico. Grady ammise pubblicamente l’assassinio, e non si mostrò granché pentito. Utilizzò la sua disabilità a proprio favore, e fece bene: la giuria reputò che non vi fossero strutture carcerarie adeguate per garantire l’assistenza per una malformazione di simile gravità, e decise di condannarlo a 15 anni di libertà vigilata. Tornato a casa, per la famiglia l’incubo ricominciò. Esultante e reso “invincibile” dalla prova giudiziaria superata, Grady Stiles scatenò la sua furia senza più freni. “Ho già ucciso, e l’ho fatta franca; posso farlo di nuovo”, era divenuta la sua minaccia preferita. Così, un giorno di novembre del 1993, la famiglia decise che ne aveva avuto abbastanza. Assoldò un sicario che sparò tre colpi di pistola in testa all’uomo aragosta, mentre stava guardando la televisione.

La mandante dell’omicidio, la moglie Maria, al momento della condanna a 12 anni di carcere dichiarò di sentirsi sollevata, perché la sua famiglia ora era al sicuro. “Grady ci avrebbe uccisi tutti”.

La figlia Cathy è oggi sposata, e ha una figlia con ectrodattilia di nome Misty. Assieme al fratello Grady III e alla figlia si esibiscono ancora saltuariamente. Cathy ha intrapreso la carriera di attrice ed è apparsa in Big Fish di Tim Burton, in Sisters di Brian DePalma e in un episodio della splendida serie HBO, Carnivale.

Anche Grady III è sposato, ma sua figlia Sara non è affetta da ectrodattilia.

La sindrome dell’ “uomo aragosta” è molto rara, e colpisce approssimativamente un bambino su 90.000. Eppure, fra i Vadoma dello Zimbabwe, questa malattia genetica colpisce 1 bambino su 4.

Considerati una leggenda fino agli anni ’50, i Vadoma sono l’esempio perfetto di una mutazione genetica perpetratasi a causa del totale isolamento in cui vivono, e del divieto di sposare qualcuno al di fuori della tribù. Ma, vista l’altissima incidenza, fra queste persone la malformazione non è vista come qualcosa di strano o meraviglioso: è semplicemente una caratteristica come un’altra, come da noi possono essere i capelli rossi o biondi.

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Consonno

In Italia esistono decine di città fantasma, e quasi ogni regione vanta i suoi borghi abbandonati e in rovina. Ma nessuno ha alle spalle una storia tanto cupa e affascinante quanto quella di Consonno, frazione del comune di Olginate in provincia di Lecco. Sorto nel Medioevo, fino all’inizio degli anni ’60 Consonno era un piccolo borgo abitato da contadini, che si poteva raggiungere unicamente tramite una mulattiera. La vita dei paesani era quella, semplice e faticosa, che contraddistingue la Brianza del Novecento: una comunità principalmente agricola, in cui i giovani cominciano a lasciarsi tentare dalle nuove fabbriche che cominciano a spuntare come funghi nei dintorni. Ma a Consonno il tempo sembra essersi fermato, mentre il paesino resta isolato tra foreste di castagni e ampi pascoli.

Di colpo, però, l’8 gennaio 1962 il tempo ricomincia a scorrere, facendo un balzo in avanti che condannerà Consonno a una strana sorte. Tutte le case del borgo, infatti, non sono di proprietà dei contadini che le abitano, ma di una società immobiliare: in quella fatidica data l’intera Consonno viene venduta a un imprenditore, il cui nome non si è mai sentito da quelle parti. Gli abitanti impareranno ben presto a conoscerlo. Si tratta del “Grande Ufficiale Mario Bagno, Conte di Valle dell’Olmo”, più semplicemente chiamato Conte Mario Bagno.

Figlio del boom economico di inizio anni ’60, il conte Bagno è un facoltoso ed eccentrico imprenditore, e ha messo gli occhi su Consonno per un suo ambizioso progetto: costruire una sorta di Las Vegas brianzola, una città dei balocchi e dei divertimenti che attragga folle di turisti e vacanzieri. Il modo in cui decide di attuare questa sua visione è, però, assolutamente inedito e degno di un film di Herzog. All’epoca l’attenzione per le necessità ambientali non è ancora una priorità, e il conte Bagno comincia i suoi lavori senza un piano specifico. Spiana le colline a suon di ruspe e dinamite per allargare il panorama. Si sveglia una mattina e comincia a far costruire una parte della nuova cittadella dei divertimenti, solo per farla distruggere il giorno dopo quando ha cambiato idea. Le sue fantasie divengono sempre più sfrenate, mentre decide che la nuova Consonno dovrà avere un circuito per le macchine, campi da calcio, da tennis, da pallacanestro, poi un centro anziani, poi un luna park, poi un enorme zoo… ben presto risulta chiaro che per dar vita ai suoi sogni di grandezza il vecchio borgo risulta d’impiccio.

Così le ruspe del conte Bagno cominciano a spazzare via, una dopo l’altra, le case del villaggio. “Le ruspe attaccavano le case con ancora all’interno gli abitanti o gli animali nelle stalle – bisognava scappare fuori in fretta e furia”, ricordano i testimoni. Fatta piazza pulita dell’antico borgo, la barocca e pasticciata fantasia del conte non ha più freni. Fa erigere nuovi palazzi, sfingi egizie, pagode, colonne doriche e un centro commerciale sovrastato da un assurdo minareto (che rimane ad oggi il simbolo inquietante della nuova Consonno).

All’inizio l’affluenza dei visitatori, curiosi di scoprire la meravigliosa cittadina in cui “il cielo è più azzurro”, come recitava la pubblicità, sembra incoraggiante per il conte. Migliaia di persone varcano l’arco sorvegliato da statue di armigeri medievali, si svagano fra le gallerie di negozi in stile arabeggiante, le sale da ballo e da gioco. Ma ben presto, scemata la novità, i turisti diminuiscono e a poco a poco i fondi si esauriscono. Cominciano a fioccare le proteste delle associazioni ambientali, le denunce, le polemiche. I lavori si fermano a metà degli anni settanta, anche perché la sconsideratezza della speculazione ha minato l’equilibrio idrogeologico della zona: una frana distrugge l’unica via di accesso alla “città dei balocchi”.

Così Consonno diventa una città fantasma, abbandonata al degrado e alle rovine del tempo, ulteriormente danneggiata dagli immancabili rave party che saltuariamente si tengono fra i suoi palazzi decadenti.

Eppure, Consonno non è soltanto una cittadella disabitata: sembra quasi un emblema, la faccia oscura del boom economico e dell’imprenditoria rampante e aggressiva, un tacito, inquietante lascito di un’epoca in cui le manie di grandezza di un singolo uomo potevano portare alla distruzione di un intero villaggio, di un panorama. Ancora oggi Consonno sembra la proiezione di una distorta fantasia di conquista, simboleggiata da un cannone (proveniente da Cinecittà), posto su un arco cinese, e puntato contro la vallata.

Le informazioni riassunte in questo articolo provengono dall’affascinante e dettagliatissimo sito sulla storia di Consonno. Un grazie a Marco per l’ispirazione!