Piccioni superstiziosi

Articolo a cura della nostra guestblogger Veronica Pagnani

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Perché siamo convinti che compiere un determinato gesto possa propiziare l’avverarsi di un evento favorevole? Perché, nonostante la qualifica di “esseri viventi più intelligenti ed evoluti del pianeta”, gli uomini continuano ad essere superstiziosi? E ancora, sono solo gli esseri umani ad essere superstiziosi o è questa una caratteristica che ci accomuna anche con gli animali?

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Sono queste le domande che B.F. Skinner, psicologo americano vissuto nel secolo scorso, si pose per gran parte della sua vita, influenzando i suoi studi che, in breve tempo, diedero esiti straordinari.

Le opere di Skinner sono tutt’oggi largamente valutate dalla comunità scientifica in quanto riportano un concetto mai espresso prima di allora: il condizionamento operante.

Il concetto di condizionamento operante è di per sé molto semplice ed implica il fatto che un animale riesca a rendersi conto che, per qualche ragione, ad una sua particolare azione seguirà un evento. Se l’evento atteso si verifica, ecco che l’animale si sentirà gratificato e sarà portato a ripetere all’occorrenza quella determinata azione. Ma come riuscì Skinner a rendere valida una tesi del genere?

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Anzitutto, progettò una gabbia (conosciuta oggi come Skinner’s box), la cui peculiarità era il possedere una leva che, una volta premuta, faceva scattare un meccanismo dispensatore di cibo. Gli animali, che venivano intrappolati all’interno della Skinner’s box , imparavano ben presto il “trucchetto” per ottenere cibo e lo utilizzavano ogni qual volta ne avessero avuto bisogno.

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Nel 1948, però, Skinner decise di rendere più interessante l’esperimento, immettendo nella gabbia un solo piccione e collegando il dispensatore di cibo non più ad una leva bensì ad un timer.

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In un primo momento il piccione sembrò non curarsi particolarmente del meccanismo che ospitava la sua gabbia e che dispensava il cibo a intervalli casuali; col passare del tempo però, cominciò a manifestare comportamenti alquanto bizzarri. Skinner notò che il piccione, con insistenza, ripeteva il movimento che aveva fatto un attimo prima di ottenere il cibo. Anche altri piccioni, sottoposti in gabbie diverse allo stesso esperimento, cominciarono a comportarsi allo stesso modo: chi girava su se stesso, chi allungava il collo verso un angolo della gabbia, un altro piegava su la testa con uno scatto, un altro ancora sembrava spazzolare con il becco l’aria sopra il fondo della gabbia e altri due dondolavano la testa. Un’altra stranezza era data dal fatto che i piccioni perseveravano nel comportamento nonostante questi movimenti, per la maggior parte delle volte, non portassero ad alcun risultato. Si trattava effettivamente di un comportamento superstizioso, osservato per la prima volta negli animali. L’esperimento, pubblicato sul celeberrimo Journal of Experimental Psychology, viene comunemente ricordato come “Superstizione del piccione”.

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In verità, nonostante gli esiti straordinari dell’esperimento, Skinner aveva solo dimostrato che i piccioni possono maturare degli atteggiamenti superstiziosi, basati su una falsa correlazione; ma va anche ricordato che i piccioni hanno un cervello molto diverso da quello degli uomini. Il nuovo quesito a questo punto era: può un animale simile all’uomo sviluppare comportamenti superstiziosi?

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Purtroppo Skinner non visse così a lungo da portare a termine anche questo esperimento; se ne occuparono due ricercatori dell’Università dell’Oklahoma, L. D. Devenport e F. A. Holloway, i quali decisero di prendere come cavie dei ratti.

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Al pari dei piccioni, anche i ratti vennero immessi nelle Skinner’s box, ma al contrario dei primi, questi non si autoingannarono e continuarono a comportarsi normalmente. Devenport e Holloway scoprirono le motivazioni di tale risultato. Nel cervello dei ratti, così come in quello degli uomini, vi è un’area chiamata “ippocampo”, la quale aiuterebbe a cogliere le vere relazioni di causa-effetto. Ad avvalorare maggiormente questa tesi fu un secondo esperimento, in cui i ratti vennero dapprima danneggiati nell’ippocampo per mezzo di elettrodi, per poi essere nuovamente immessi nelle Skinner’s box. In questo caso, proprio come era successo ai piccioni, i ratti cominciarono a compiere dei gesti arbitrariamente associati alla somministrazione di cibo.

Devenport e Holloway conclusero che, molto probabilmente, il processo evolutivo ha fatto sì che molti mammiferi sviluppassero l’ippocampo proprio come una sorta di “protezione” verso gli inganni del mondo esterno.

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A questo punto gli studi, e gli esperimenti, potevano dirsi conclusi con successo. O forse no. Si sa, la curiosità umana non ha, e non avrà mai (si spera), fine. E fu proprio la curiosità e l’amore per il sapere a spingere Koichi Ono, dell’Università Konazawa di Tokio, a costruire una Skinner’s box, dotata di tre leve, in cui inserire non più cavie animali bensì esseri umani, in modo da sciogliere ogni dubbio riguardante la validità delle precedenti teorie formulate.

Anche in questo caso, all’interno della Skinner’s box, notiamo la presenza di un “meccanismo ingannevole”, ovvero un contatore collegato ad un timer. Agli studenti che, volontariamente, decisero di sottoporsi all’esperimento non venne detto nulla, se non che il loro obiettivo era di fare “più punti possibili”. Nell’arco di 40 minuti, una parte degli studenti pensò che l’unico metodo per fare punti doveva essere collegato alle leve, le quali vennero tirate in sequenze differenti, in modo da provare quale fosse la mossa esatta. Altri studenti, invece, capirono che le leve non avevano nulla a che fare con il contatore e, nella speranza di fare punti, cominciarono ad assumere gli atteggiamenti più stravaganti, come arrampicarsi sul tavolo, picchiare sul muro, sul contatore o saltare ripetutamente fino a toccare il soffitto.

L’esperimento di Ono, così come quello dei suoi colleghi, aveva dimostrato che anche l’uomo, nonostante la protezione dell’ippocampo, può assumere atteggiamenti superstiziosi.

Tutto ciò è veramente incredibile. Ancor più incredibile però, è l’ipotesi formulata da Danilo Mainardi, la quale sintetizza tutti i risultati raccolti e precedentemente esposti. Secondo Mainardi, il pensiero razionale ha sì portato l’uomo ad indagare per capire le cose della natura, ma al tempo stesso l’ha messo di fronte alla caducità delle cose terrene. L’irrazionalità, dunque, non dev’essere per forza stigmatizzata, anzi, nella giusta misura, può essere un modo per affrontare l’insensatezza delle nostre vite. Il gatto nero che attraversa la strada non ha davvero nulla a che fare con la vostra fortuna: ma, se davvero vi conforta, fate pure tutti i vostri scongiuri preferiti.

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FAQ – Pausa pranzo

Caro Bizzarro Bazar,

il nostro crudele capoufficio ci concede una pausa pranzo incredibilmente breve, e spesso non ho nemmeno il tempo di mangiare. Cosa mi consigli di fare?

Semplice. Portati nel cestino una pannocchia, e un trapano.

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Fagioli salterini

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I frijoles saltarines sono dei semi marroncini provenienti dal Messico, venduti fin dagli anni ’50 come curiosità e articolo da regalo per bambini. La loro straordinaria peculiarità è che quando vengono tenuti sul palmo della mano, o esposti alla luce, cominciano a muoversi e saltare.

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Ma come possono dei piccoli semi inanimati muoversi da soli? E cosa li spinge a questa strana e misteriosa danza?

La risposta sta all’interno del “fagiolo”, che è in realtà abitato dalla larva della falena messicana chiamata cydia deshaisiana. Queste farfalle depongono le uova sui semi appena sbocciati e, una volta schiuse, le larve rosicchiano fino ad arrivare dentro al seme, ancora morbido. Quest’ultimo, crescendo, richiude la minuscola apertura e continua la sua crescita, sigillandole all’interno.

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Quando è diventato duro, il guscio è una corazza, già bella e pronta, inaccessibile ai predatori, e le cydia deshaisiana si risparmiano così gran parte della fatica: a differenza di tutte quelle larve che devono “cucirsi” il bozzolo da sole, loro se ne stanno da sempre, pacifiche, dentro il loro seme.

Si ancorano all’interno del guscio producendo dei fili di forte fibra setosa, a cui si agganciano con gli uncini posti intorno all’ano e alle quattro zampe posteriori. Una volta terminato lo stadio di larva ed entrato in quello di pupa, l’insetto rosicchia un buco in una parete del seme, che poi tappa accuratamente con la seta: è un’accortezza per lo stadio successivo, perché la falena adulta è infatti priva di denti e non potrebbe altrimenti farsi strada verso l’esterno.
Forzando e rompendo questa “botola” più morbida, la falena si lascerà dietro l’involucro della pupa, e volerà via finalmente libera… anche se vivrà soltanto pochi giorni, il tempo necessario per riprodursi e deporre le uova su un altro semino.

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Quindi sappiamo che all’interno dei semi c’è una larva, imbrigliata all’interno del guscio con decine di “corde”. Ma perché si muove se la prendiamo in mano?
Non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando del caliente Messico: chiuso com’è nel suo guscio, il più grosso pericolo per l’insetto è di rimanere disidratato. Bastano addirittura pochi minuti di luce diretta del sole per uccidere una di queste larve. Poiché non possono sapere che quello che le sta scaldando non è il sole ma la nostra mano, appena sentono un po’ di calore le larve cominciano a tirare spasmodicamente i loro fili, dimenandosi e torcendosi (alla cieca) nel tentativo di muovere il seme verso una zona d’ombra.

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Se volete acquistare dei fagioli salterini (per esempio su MyPetBeans), dovrete reidratare due volte al mese le vostre larve mettendo per tre-quattro ore i semi a bagno (ma non sommergendoli) in acqua senza cloro. Non esponeteli alla luce diretta del sole, e manteneteli in un posto asciutto e fresco. Potreste riuscire ad avere una bella covata di falene nel giro di qualche mese.

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(Grazie, Marco!)

Le scarpe del bandito

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Era l’epoca d’oro dei fuorilegge, quella in cui Jesse James e suo fratello terrorizzavano il far west, gli anni delle rapine alle diligenze e alle ferrovie. In quel tempo, nella seconda metà dell’800, Big Nose George Parrott era lontano dall’essere una leggenda: un outlaw di mezza tacca, ladro di cavalli e borseggiatore. Le cose sarebbero cambiate, la fama l’avrebbe infine raggiunto, ma non nel modo in cui Big Nose si sarebbe potuto aspettare.

Nel 1878, Parrott e la sua banda erano al verde e cercavano un bottino più ghiotto delle solite razzie nelle stalle. Così il 19 agosto decisero di fare il colpo grosso: avrebbero fatto deragliare un treno della Union Pacific e l’avrebbero saccheggiato. Sette fuorilegge si nascosero nei cespugli aspettando l’arrivo del treno, quando una pattuglia di guardia arrivò sul posto e scoprì che la ferrovia era stata manomessa. La polizia venne chiamata e in poco tempo due ufficiali scovarono i malviventi. La gang però ebbe la meglio, e uccise i due poliziotti. Secondo alcune fonti, i banditi smembrarono i corpi come avvertimento a chi avesse tentato di inseguirli.

Questa crudeltà fece imbestialire la Union Pacific Railroad, che moltiplicò gli sforzi per trovare i fuggitivi, e offrì una taglia di 10.000 dollari, più tardi raddoppiata a 20.000, per la loro cattura.

L’anno successivo alcuni membri della gang vennero arrestati; uno di loro, Dutch Charlie, non riuscì neppure ad arrivare al processo: una folla inferocita lo strappò dalle mani dei poliziotti e lo impiccò a un palo del telegrafo. Nel 1880 fu la volta di Big Nose George. Dopo essersi vantato in un saloon, da ubriaco, di aver ucciso i due ufficiali della rapina al treno, Parrott venne arrestato nel 1880 a Miles City.

Riportato nel Wyoming, dove il doppio omicidio era avvenuto, Parrott venne condannato all’impiccagione, prevista per il 2 aprile 1881. Ma Big Nose George non si diede per vinto. Il 22 marzo, con una pietra e un coltellino che era riuscito a nascondere, scassinò le pesanti catene alle sue caviglie; aspettò nascosto nella stanza da bagno e aggredì il secondino, fratturandogli il cranio con le manette che aveva ancora ai polsi; ma la guardia riuscì a resistere e chiamare sua moglie che, arrivata a pistole spianate, costrinse il bandito a ritornare in cella.

Alla notizia dell’ennesima malefatta di Parrott, un gruppo di uomini mascherati fece irruzione nella prigione e, minacciando con una pistola la già malmessa e convalescente guardia carceraria, portò Parrott con sé. Ma non si trattava certo di un salvataggio. Gli uomini mascherati, spalleggiati da più di duecento paesani urlanti, appesero Big Nose George ad un palo e, dopo due tentativi falliti, riuscirono finalmente ad impiccarlo.

Secondo le leggende, una volta tirato giù il criminale dalla forca improvvisata, il becchino ebbe difficoltà a chiudere la bara per via dell’enorme naso di George. Siccome nessun parente si sarebbe mai sognato di reclamare il corpo, le spoglie di Parrott passarono in possesso del dottor John Osborne, affinché potesse studiarne il cervello e capire cosa lo distinguesse da quello di una persona sana di mente e non criminale.

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Quello che fece il dottor John Osborne, però, fu del tutto particolare. Assistito dall’allora quindicenne Lillian Heath, Osborne aprì il cranio di Parrott, esaminò il cervello e (sorpresa!) non trovò nulla di particolare. Realizzò una maschera funeraria in gesso del cadavere del bandito: ancora oggi visibile, a questa maschera mancano le orecchie, perché erano state strappate accidentalmente nei tentativi di impiccagione. Ma fin qui, nulla di veramente strano.

Poi però Osborne decise di rimuovere la pelle dalle cosce e dal petto di George, capezzoli inclusi. Li spedì a una conceria, con istruzioni per farne una borsa medica e un paio di scarpe. Quando gli arrivarono, lustrate ad arte, il dottore rimase un po’ deluso che i capezzoli non fossero stati usati; ma le indossò comunque con grande orgoglio (perfino, si dice, nel giorno della sua inaugurazione a governatore dello Stato)… e Big Nose George divenne l’unico cittadino americano della storia ad essere trasformato, dopo la sua morte, in un capo di vestiario.

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Il dottore condusse i suoi esperimenti sul cadavere per un anno, conservandolo in un barile di whiskey riempito di una soluzione di sale. Una volta che ebbe finite le sue dissezioni, il barile venne sepolto nel cortile. La calotta cranica venne regalata, come simpatico souvenir, alla giovane assistente, Miss Heath, che sarebbe poi diventata la prima dottoressa femmina del Wyoming, e che negli anni avrebbe usato il macabro resto come posacenere o come fermaporta.

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L’11 maggio del 1950, durante gli scavi per la costruzione di una banca, alcuni operai dissotterrarono il barile contenente le ossa del fuorilegge… e anche il famoso paio di scarpe. Per fortuna all’epoca la dottoressa Heath era viva e vegeta, e possedeva ancora la calotta cranica di Big Nose George: combaciava perfettamente con il teschio scalottato ritrovato nel barile, e più tardi la prova del DNA identificò senz’ombra di dubbio i resti ritrovati.

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Oggi il teschio di Big Nose George Parrott, la sua maschera funebre e le scarpe forgiate con la sua pelle sono l’attrazione principale del Carbon County Museum a Rawlins, Wyoming, insieme alle scarpe che egli stesso portava durante il suo linciaggio, alle manette e ad altri oggetti. La calotta è conservata allo Union Pacific Museum a Council Bluffs, Iowa. Il resto delle ossa fu seppellito in un posto segreto, e la borsa medica non venne mai ritrovata.

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Speciale: Fotografare la morte – II

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Negli ultimi trent’anni Jack Burman ha esplorato il mondo alla ricerca dei morti. Da quando, negli anni ’80, ha visitato le catacombe dei Cappuccini a Palermo, la sua arte è divenuta instancabilmente concentrata sull’esplorazione di ciò che rimane del corpo dopo la morte.

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Dal Sud America all’Italia, dalla Spagna alla Francia e alla Germania, Burman ha visitato luoghi sacri, musei di anatomia, obitori e scuole di medicina; in ognuno di questi luoghi ha fotografato quei morti che al  tempo stesso “riposano” e “non riposano”, poiché le loro spoglie sono ancora visibili e intatte, che siano delle mummie o delle reliquie, o dei preparati conservati per lo studio medico.

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L’approccio di Burman a questo soggetto macabro ed estremo è di grandissimo rispetto: spesso inquadrati di fronte a un backdrop nero, sapientemente illuminati, questi resti umani acquistano una nobiltà e un’astrazione inaspettate. La testa di una donna è racchiusa in un vaso di vetro: i suoi occhi socchiusi, la serenità dell’espressione, l’immobilità della carne le donano un’aura quasi sacra; questa donna ha conosciuto il segreto, è passata dall’altra parte e la sua seraficità ci parla di una conoscenza per noi irraggiungibile. Sarebbe facile parlare di memento mori – eppure forse c’è di più. Di fronte agli scatti di Burman, paradossalmente, il sentimento che proviamo non è quello della morte che conquista ogni cosa: non assistiamo alla decomposizione che annulla ogni speranza, ma siamo invece confrontati con un concetto forse ormai fuori moda – la dignità.

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Le fotografie di Burman ci mostrano con estrema compassione la bellezza e il dramma dell’uomo, fissate per sempre nell’istante ultimo. Impossibile non immaginare le aspirazioni, le passioni, la vitalità dei soggetti ritratti: e le composizioni del fotografo sembrano perpetuare questa forza vitale, come se i morti fossero ancora in grado di parlarci della vita quaggiù, delle nostre stesse esistenze, piccole ma commoventi, in cui lo splendore e la miseria sono le due facce dell’identica medaglia. Più si guardano queste fotografie, e più cresce forte la sensazione di essere guardati. E chi ha attraversato la soglia forse ha elementi in più, ha per così dire un quadro più completo – ma il suo mistero è inaccessibile, e Burman immortala questi “resti”, cosciente di fotografare uno scrigno che non potrà mai essere aperto.

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Ecco le nostre cinque domande a Jack Burman.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

Sebald ha scritto che “la fisicità è scolpita più fortemente, e la sua natura diviene più percettibile nell’indistinto confine con la trascendenza”. Io cerco di lavorare vicino al corpo e porre il mio lavoro proprio su quel confine.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Una parte di questa domanda trova già risposta nella prima. Fammi aggiungere questo: io cerco di trovare una parte della presenza del corpo. La forza del danno e della perdita. La durezza e i moti del tempo che si depositano sulla (e sotto la) pelle. Il sentimento.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Ricordi i capelli della ragazza all’inizio di Dell’amore e di altri demoni di Garcia Marquez? I capelli sono le orecchie, gli occhi, i nervi della ragazza. Così ciascuna mano, ed il volto.  Quando entro nella sfera privata dei morti, lo faccio con un lento e forte rispetto per le loro mani, braccia, spalle e occhi. I pochi collezionisti che comprano le mie stampe (o il mio libro) per portarle fra le loro mani e nelle loro stanze – almeno quelli che conosco – vedono le cose con lo stesso rigore.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

No, non è stato mai difficile.
Tempo fa, il mio lavoro mi portò in una cittadina sulle Ande Peruviane. Ogni mattino, all’alba, una mandria di alpaca veniva condotta al pascolo attraverso uno stretto vicolo proprio dietro al muro contro il quale stava il mio letto. Il loro movimento attraversava il muro e faceva vibrare il letto. Era interessante poi alzarsi e andare a lavorare con dei cadaveri del 1500.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Sì, mi piacerebbe, a condizione che la persona che la scatterà sia capace di vedere attraverso i miei occhi, il mio passato, i miei bisogni.
La immagino pulita; scura; danneggiata; semplice; punteggiata dalla luce.

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Questo è il sito ufficiale dell’artista. Il suo libro fotografico The Dead può essere acquistato sul sito di Magenta.

La canzone dei suicidi

Articolo a cura della nostra guestblogger Veronica Pagnani

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Nel 1933, dopo numerosi e vani tentativi di raggiungere il successo attraverso la musica, Rezső Seress, pianista ungherese autodidatta, venne abbandonato dalla storica compagna a seguito di una furiosa litigata. Seress, colto dallo strazio e dalla frustrazione, decise così di comporre di getto un brano al pianoforte dal titolo Gloomy Sunday (Domenica tetra).

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Strano a dirsi, è proprio grazie a questo brano che Rezső finalmente riesce a riscuotere il meritato successo: il 78 giri appena prodotto fa il giro del mondo, e Rezső ormai crede di aver realizzato il suo sogno. Eppure una serie di fatti terribili e al tempo stesso misteriosi gli faranno cambiare idea.

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A Berlino, dopo aver chiesto ad un gruppo musicale di suonare Gloomy Sunday, un giovane si spara un colpo di pistola alla testa, non riuscendo a sopportare l’opprimente melodia che ormai ossessionava la sua mente; soltanto sette giorni dopo una commessa, sempre a Berlino, viene ritrovata impiccata nella sua casa: accanto al suo corpo, uno spartito di Gloomy Sunday.

Una giovane donna di New York si suicidò con il gas. Accanto al suo corpo venne ritrovata una lettera in cui chiedeva che Gloomy Sunday venisse suonata al suo funerale.

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Persino a Roma vengono registrati nello stesso periodo casi di suicidio legati alla canzone maledetta: un uomo di 82 anni si butta dalla finestra dopo averla suonata al pianoforte, mentre una ragazza, colta da una profonda angoscia, si getta da un ponte.

Infine una donna, in Gran Bretagna, fu ritrovata morta a causa dei barbiturici dalla polizia allertata dai vicini, che non riuscivano più a sopportare l’alto volume con cui la donna era solita ascoltare la canzone.

I giornali dell’epoca riportano di almeno 19 suicidi legati a Gloomy Sunday. Si è molto discusso riguardo a questi casi di suicidio. Sono infatti molti a pensare che in realtà le indagini siano state truccate o “reinterpretate” dalla stampa, e gran parte delle morti sono difficilmente verificabili. Tuttavia, per scongiurare ulteriori morti e giudicandola deprimente, la BBC nel 1941 decise di non trasmettere la versione del brano interpretata da Billie Holiday, in un periodo già particolarmente triste a causa dei bombardamenti tedeschi.

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Ironia della sorte, lo stesso Seress rimase vittima della sua canzone: non essendo mai andato negli Stati Uniti per raccogliere i soldi dei diritti d’autore del suo hit mondiale, trascorse la vita nella povertà e nella depressione, gettandosi infine dalla finestra del suo appartamento a Budapest nel 1968. Sopravvisse alla caduta, ma in ospedale riuscì a strangolarsi a morte con un cavo. Di lì a poco anche la sua amata avrebbe messo fine ai suoi giorni avvelenandosi. La leggenda urbana della “canzone ungherese dei suicidi” aveva avuto una degna conclusione.

Oggi la versione di Seress è forse la meno nota, soppiantata dalle più celebri (e meno deprimenti) versioni di Sarah Brightman, Bjork, Emilie Autumn, l’italiana Norma Bruni, Diamanda Galas, Sam Lewis e, naturalmente, Billie Holiday.

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La metro pneumatica di NYC

Nel 1912 gli operai della Degnon Contracting Company, mentre scavavano il nuovo tunnel della metropolitana sotto Broadway, a New York, videro crollare la parete che stavano forando, e di fronte a loro si aprì una vasta oscurità. Una volta entrati attraverso il grande buco, le loro torce illuminarono un’enorme sala decorata sfarzosamente: lampadari a gas, divanetti e poltrone, dipinti alle pareti e pannelli affrescati erano ormai ingrigiti da uno spesso strato di polvere. Poco più in là, uno strano vagone cilindrico era poggiato sui binari che sparivano in un buio tunnel. Era la stazione della metropolitana pneumatica di Beach, ancora intatta dopo più di 40 anni.

Oggi Beach è una figura quasi dimenticata dalla storia ufficiale, destino tipico di chi è troppo avanti rispetto ai suoi tempi. Nella seconda metà dell’800 il traffico a New York era divenuto congestionato ed invivibile; la città era in mano al corrotto sindaco William “Boss” Tweed, che essendo ammanicato con tutte le maggiori compagnie ferroviarie del tempo non aveva alcun interesse a cambiare lo stato delle cose. Più il traffico aumentava e diventava caotico, più gente avrebbe preso il treno per spostarsi.

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È qui che entra in gioco Alfred Ely Beach. Figlio di un editore importante, seguì le orme di suo padre e, da sempre affascinato dalla tecnologia, assieme a un amico rilevò la testata Scientific American, sull’orlo del fallimento. La trovata geniale di Beach, per risollevare le sorti della rivista, fu quella di aprire un ufficio brevetti nello stesso palazzo: in questo modo egli aveva accesso alle più recenti invenzioni e innovazioni prima di chiunque altro, e pubblicava così sullo Scientific American dei resoconti in anteprima sugli ultimi ritrovati tecnologici.

Era egli stesso un inventore, e brevettò una macchina da scrivere per ciechi. Ma quello che lo affascinava di più era l’ambito dei trasporti. I sistemi pneumatici, in particolare, l’avevano colpito alle varie fiere internazionali (come ad esempio all’American Institute Fair del 1867). Secondo lui si sarebbero potuti applicare a un mezzo di trasporto metropolitano sotterraneo. Ma la sua voglia di sperimentare questo nuovo e rivoluzionario metodo si scontrò fin da subito con gli interessi del sindaco “Boss” Tweed, che fece pressioni affinché ogni nuova proposta di Beach venisse rifiutata nelle assemblee legislative della città di New York.

Infine, avendo avuto l’autorizzazione a creare un piccolo servizio di posta pneumatica nei dintorni del municipio, ma sapendo che gli scagnozzi di “Boss Tweed” gli sarebbero stati sul collo, aspettando di coglierlo in fallo non appena si fosse rotta una tubatura, Beach decise di aggirare il problema, e agire per conto suo, di nascosto, realizzando un’opera incredibile. I suoi operai erano tenuti al silenzio. Sotto un piccolo e anonimo negozio di vestiti, sacchi pieni di terriccio venivano portati fuori a notte fonda, senza che nessuno se ne accorgesse.

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Era infatti stata assemblata nella cantina del negozio una grande ruota escavatrice, di progettazione dello stesso Beach, che estraeva il terriccio durante la perforazione. Senza che nessuno a New York se ne rendesse conto, due stazioni metropolitane erano state costruite, collegate fra loro da una linea di metropolitana pneumatica: il tunnel rotondo si adattava perfettamente al vagone, anch’esso cilindrico. Una gigantesca ventola proiettava il vagone in avanti verso la seconda stazione, e se fatta girare al contrario, lo risucchiava indietro. Quello che davvero rendeva quest’opera temeraria era il fatto che il tunnel correva sotto al municipio, direttamente sotto alle terga di “Boss” Tweed, senza che lui se ne fosse reso conto, per dimostrare in maniera eclatante che una simile soluzione non solo era possibile, ma era già realtà.

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Il 26 febbraio 1870 venne tenuta una misteriosa inaugurazione, di fronte a decine di giornalisti ignari di cosa stessero per vedere. Possiamo soltanto immaginare la loro sorpresa quando, fatti entrare nel retro del negozio di vestiti e dopo aver sceso la botola del seminterrato, si trovarono di fronte a una lussuosa sala d’attesa. E ancora più impensabile dev’essere stata la loro sorpresa nello scoprire il vagone e provare l’ebbrezza di essere trasportati in pochi minuti da un getto d’aria per centinaia di metri nel sottosuolo, lungo un singolo tratto di binari fino ad un’altra, identica e ugualmente sfarzosa stazione metro. Stiamo parlando del 1870: e quello di Beach era un treno senza guidatore, senza locomotiva, sotterraneo, in un’epoca in cui la gente ogni giorno si muoveva ancora a cavallo o in carrozza.

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Alcuni di loro compresero benissimo quello che Beach era riuscito a realizzare proprio sotto il naso di “Boss” Tweed.
L’inventore aveva osato sfidare il sindaco più corrotto che New York avesse mai conosciuto, il cui nome ancora oggi è sinonimo di clientelismo e assenza di scrupoli, costruendo una linea non autorizzata che passava proprio sotto al municipio: nonostante l’entusiasmo della stampa e dei cittadini, chiaramente Beach aveva le ore contate. E infatti poco dopo Tweed riuscì a convincere un esperto, che ovviamente era sul suo libro paga, a stilare un resoconto dai toni apocalittici, che prevedeva catastrofi e disagi enormi nell’eventualità della costruzione di una metropolitana pneumatica nella città. Anche la fortuna di “Boss” Tweed sarebbe tramontata presto, ma nel frattempo la legge che avrebbe consentito a Bleach di scavare la sua metropolitana venne bloccata da un magistrato assoldato da Tweed, e gli innovativi progetti di Bleach si arenarono.

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Quando, quarant’anni dopo, gli operai riesumarono le due vecchie stazioni, tutto giaceva come era stato lasciato: il vagone, i lampadari, la tappezzeria. La scavatrice di Bleach, un’enorme ruota di legno e metallo, era ancora al suo posto, e si disintegrò appena venne toccata. Se oggi si scoprisse un luogo del genere, verrebbe certamente preservato come un museo; ma all’epoca la sensibilità non era la stessa, e la stazione venne demolita per lasciare il passo alla nuova, moderna metro elettrica.

La musica delle pietre

L’artista cagliaritano Pinuccio Sciola ha deciso di dedicare la sua vita alle pietre. Nella sua visione, la pietra rappresenta uno degli archetipi di questo mondo, un elemento in costante rapporto con il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua.


La sua arte ci ricorda che la musica è vera e propria alchimia: può trattarsi di attorcigliare un budello animale per ricavarne una corda, o soffiare dentro al legno intarsiato, o addirittura, nel suo caso, incidere delle rocce. In ogni caso, fare musica significa piegare gli elementi per generare un suono (onde fisiche che si espandono attraverso l’aria) che prima non esisteva, e che attraverso gli strumenti ricavati dal mondo eleva la nostra piccola esistenza a nuovi livelli di coscienza.


Così questo particolare artista sardo ha creato degli imponenti organi e “arpe” di pietra, e diversi strumenti fatti di roccia. Se avete un quarto d’ora, vi consigliamo di guardare questo documentario che testimonia la straordinaria visione dell’artista e la filosofia che sottende le sue opere.

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Ecco il sito ufficiale di Pinuccio Sciola.

(Grazie, Ombretta!)

Speciale: Fotografare la morte – I

Tutte le fotografie sono dei memento mori.

Scattare una foto significa partecipare alla

mortalità, vulnerabilità e mutevolezza

di un’altra persona.

(Susan Sontag)

Abbiamo deciso di proporre cinque domande, sempre le stesse, ad alcuni fra i più grandi fotografi che durante la loro carriera hanno affrontato direttamente il tema della morte e del cadavere. Alcuni hanno gentilmente declinato l’invito, come ad esempio Jeffrey Silverthorne, che già negli anni ’70 aveva rifiutato di comparire nel fondamentale saggio The Grotesque in Photography di A. D. Coleman. Altri, invece, ci hanno generosamente concesso questa breve intervista in esclusiva.

ANDRES SERRANO

Nato a New York nel 1950, figlio unico di padre honduregno e madre afro-cubana, Andres Serrano ha passato gran parte della giovinezza a Brooklyn. La rigida educazione cattolica ricevuta da ragazzo giocherà un ruolo fondamentale nella sua ricerca artistica; affascinato dai pittori del Rinascimento, da Rembrandt così come dai surrealisti, Serrano esplora fin da subito le connessioni nascoste ed estatiche fra l’iconografia religiosa e la concretezza del corpo. Il sangue, archetipo mistico e simbolo di vita e morte al tempo stesso, diviene uno degli elementi fondamentali dei suoi lavori. Più tardi comincerà ad utilizzare altri fluidi corporei, come urina, latte e sperma, rendendoli non semplici oggetti delle sue fotografie, ma veri e propri mezzi espressivi.

Le sue due serie Body Fluids e Immersions (1985-90) fecero scoppiare una furibonda polemica che colse di sorpresa l’autore stesso. Una fotografia, in particolare, si rivelò di una forza provocatoria destinata a rimanere immutata nei decenni successivi: si tratta di Piss Christ, e mostra un crocefisso immerso nell’urina. Considerata blasfema e offensiva, nel 1989 fu oggetto di un acceso dibattito al Senato degli Stati uniti; vandalizzata in Australia e presa di mira da un gruppo di naziskin in Svezia nel 2007, nel 2011 venne distrutta da un gruppo cattolico ad Avignone. Nelle intenzioni dell’artista, la serie Immersions si prefiggeva di visualizzare la dicotomia fra la condizione umana, corporale, terrena, e la tensione mistica: Piss Christ e le altre fotografie della serie sembrano affermare che è possibile trovare la divinità perfino nella fisicità umana, nei fluidi e nella carne, perché in fondo il nostro corpo è santo in tutte le sue manifestazioni.


Nell’immaginario popolare da quel momento Serrano è divenuto un artista “maledetto”, estremo e provocatore. La sua visione non ha mai deviato a causa delle polemiche, ed egli ha sempre rifiutato di censurare le sue fotografie, anche quelle più scabrose contenute nella serie A History of Sex; ma ridurre la sua opera a pietra dello scandalo significherebbe dimenticare le sue abilità di ritrattista mostrate in Nomads (1990), Klan series (1990, che ritrae membri del KKK) o in Budapest Series (1992).

Ma le fotografie che ci interessano qui sono ovviamente quelle contenute nella celebre The Morgue (1992). Serrano ha dichiarato: “credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

In The Morgue, l’obbiettivo del fotografo si concentra sui corpi arrivati all’obitorio, talvolta ancora quasi perfetti, talvolta decomposti, mutilati, dilaniati. Ritratti in composizioni rigorose, veri e propri tableaux dall’illuminazione caravaggesca e dai colori accesi, i morti sembrano in bilico fra la reificazione ultima e una sorta di postuma soggettività.

L’intrusione della macchina di Serrano in questo luogo nascosto, il suo indugiare su questi cadaveri vulnerabili e indifesi è una violazione dell’intimità, o un commosso omaggio? Il suo occhio cede alla seduzione morbosa del macabro, oppure è alla ricerca di qualche segreto dettaglio che dia significato alla morte stessa? Impossibile, e forse inutile, risolvere questa ambiguità. La potenza delle immagini di Andres Serrano sta proprio in questa capacità di estetizzare ciò che viene normalmente reputato osceno, e nella testarda convinzione di poter mostrare la meraviglia anche nel più triste e quotidiano degli orrori.


Ecco quindi la nostra intervista ad Andres Serrano.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è una parte della vita. Esserne incuriositi è naturale. Io fotografo la morte come un’investigazione, allo stesso tempo spirituale ed estetica. È una ricerca sulla vita alla fine del suo corso.


2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Lo scopo del mio lavoro sui morti è lo stesso del mio lavoro sui vivi: creare opere d’arte potenti e avvincenti.


3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Lavorando nell’obitorio, a fianco di dottori e assistenti clinici, mi sono sentito parte di un gruppo di professionisti che hanno scelto di lavorare con i cadaveri. Non c’è nulla di disgustoso o irrispettoso nel lavorare con i morti, o nel volere mostrare la bellezza che è nella morte. Non considero il mio lavoro scioccante, né tabù.


4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Non è mai difficile fare il lavoro che vuoi fare e che ti senti spinto a intraprendere. Non saprei dire se è successo qualcosa che potrei definire aneddotico; l’unica cosa che mi ha sorpreso è che davvero poche persone erano morte di morte naturale. La maggior parte di quei cadaveri erano morti inaspettatamente e prematuramente.


5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Preferirei scattarmela da solo, perché nessun altro saprebbe farla come me.

Ecco un interessante saggio (PDF in inglese) su The Morgue, e il sito ufficiale di Andres Serrano.