Il Movimento Panico

 
“Il Panico non è un movimento, non è una filosofia,
non è un’estetica, non è una definizione,
non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza,
non è questo e non è nemmeno quest’altro.”

Cos’è il Panico? È terrore, risata, strumento paradossale per la ricerca interiore. È violentare il simbolo per rivoltarlo come un calzino, e rendere evidente il suo significato ermetico. Jodorowsky, Arrabal, Topor: tre artisti geniali, coltissimi, eclettici, diversi fra loro eppure portati ad incontrarsi da un’affinità elettiva e dall’amore per il surrealismo.

Jodorowsky, il ciarlatano sacro, il santone-clown; Arrabal, il poeta folle e visionario; Topor, l’illustratore cinico e beffardo, discepolo di Sade e del Grand Guignol. Nel 1962 questi tre universi iperbolici danno vita al Panico, una corrente post-surrealista di cui si autoproclamano unici membri. Dopo poco lo rinnegano, lo abbracciano nuovamente, lo dichiarano morto, ma continuano a definire “paniche” le loro opere singole e più personali. Non c’è un vero modo per definire cosa sia il Panico, perché gli stessi autori hanno fatto di tutto per porsi al di là di ogni categoria.

Di certo il Panico, che sia declinato in un’opera teatrale, in un happening, in un romanzo o in un film, è innanzitutto destabilizzante, violento, grottesco. Unisce, in maniera talvolta blasfema, il lercio e il sublime, sembra ricercare il sacro nel sangue e negli escrementi, e per contro ridicolizzare l’iconografia religiosa/culturale/consumistica occidentale. È innanzitutto sensazione ed emozione, un ritorno chiassoso e caotico al paganesimo. Il dio Pan, con la sua sessualità liberata e oscena, è certamente un nume tutelare; ma “panico” va inteso anche nel senso di “tutto”, un’arte che abbraccia l’intero essere umano, senza tralasciarne gli angoli più bui e scomodi, e ampliando la matrice bretoniana all’infinito.

L’arte panica si sviluppò inizialmente con happening e pièce teatrali che scioccarono il pubblico dell’epoca: gli attori erano spesso nudi, in preda a passioni animalesche e, cosa tutt’oggi controversa, sul palco non era raro che venissero uccisi degli animali, in una sorta di rituale liberatorio e sconvolgente. Portando all’estremo le intuizioni surrealiste (e psicoanalitiche), queste rappresentazioni teatrali sfidavano qualsiasi interpretazione e ricordavano in maniera inquietante delle grottesche orge pagane. Dopo queste prime controverse esibizioni, i tre autori si dedicarono ognuno ai territori che sentivano più congeniali.

Di Topor abbiamo già parlato in questo articolo: la sua crudeltà, spesso paragonata a quella di Sade, è in realtà attraversata da uno humor disperato e da un senso del corpo davvero unico. Ci concentreremo qui sugli altri due artefici del Panico.

Alejandro Jodorowsky, ispirato dall’esperienza panica, si butta a capofitto e senza risparmiarsi in tutte le sfaccettature della sua variopinta personalità: diventa apprezzato regista, elabora tesi eretiche sui tarocchi e sulla cabala, studia il buddismo zen in Giappone, sceneggia alcuni meravigliosi fumetti illustrati da Moebius, e infine si reinventa romanziere e psicomago prestato alla new-age. Ma la ricerca spirituale per lui non è certo tutta “luce” ed “energie positive”, anzi… Il suo percorso iniziatico non ha mai avuto mezzi termini, è sempre passato per il deforme, il sangue, la morte; e allo stesso tempo la sua formazione di clown e di mimo lo ha costantemente tenuto legato ad un amore per la baracconata, per lo spettacolo circense.

“Jodo”, l’imbonitore sacro, ha firmato negli anni almeno tre film fondamentali: El Topo (1970), western esoterico e anomalo; La Montagna Sacra (1973), perla di misticismo e simbolismi capovolti; Santa Sangre (1989), storia di un amore edipico e omicida dalle infinite invenzioni poetiche e sorprendenti. Ecco il trailer internazionale de La Montagna Sacra.

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Nella Montagna Sacra, il tono allegorico del film è chiaro fin dall’inizio: tarocchi, misticismo, spiritualità. Per entrare nel film bisogna spogliarsi di ogni identità (il rituale della rasatura  dei capelli). Anche il Cristo replicato ci parla di identità negata (nella riproducibilità infinita c’è la perdita della singolarità, dell’identità), e il protagonista dovrà lasciare cadere ogni velo di illusione fino al finale metafilmico, in cui si scoprirà il set stesso, con tanto di regista e assistenti dietro la macchina da presa. La “montagna sacra” è la pietra filosofale, il luogo ascetico in cui tutte le nostre illusioni vengono a cadere: la storia dell’uomo, a cui diamo tanta importanza, è visualizzata come uno scontro fra animali; i simboli sacri sono sbeffeggiati; il corpo è al centro della riflessione metafisica.

Santa Sangre affronta invece temi diversi: il circo, la morte, la crescita e l’impossibilità di liberarsi della sudditanza dalla figura materna.
Da quest’ultimo film vi presentiamo tre estratti che testimoniano il talento visionario e fantasioso del regista cileno.

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Fernando Arrabal è innanzitutto poeta. La sua raccolta di poesia “panica” più celebre è La pietra della follia (1963), una serie di strane e misteriose variazioni, piuttosto ossessive, rivolte all’interno della mente e dei suoi fantasmi. Al cinema, Arrabal è ancora più estremo di Jodorowsky. J’irai comme un cheval fou (1973) narra dello strano incontro fra un matricida e un eremita dai poteri soprannaturali (capace di far venire la notte battendo le mani, di nutrirsi di sabbia, e di volare) che vive nel deserto. La tematica edipica, fondamentale per Arrabal, era già stata esplorata nel suo primo film, Viva la muerte! (1971): il bambino protagonista ha appena appreso della fucilazione di suo padre ad opera del regime franchista, e in una sequenza onirica di rara violenza vede se stesso e sua madre – di cui è segretamente innamorato – all’interno di un macello. Un toro viene sgozzato, e la madre imbrattata di sangue taglia i testicoli dell’animale, incitando suo figlio a “evirare” suo padre per divenire uomo, di fronte a una banda al completo che suona una marcia di paese. Si tratta di una sequenza davvero estrema, e ne sconsigliamo VIVAMENTE la visione ai lettori impressionabili, e agli animalisti. (A questo proposito, ricordiamo che si tratta di un film realizzato in un’epoca in cui i diritti per gli animali erano ancora agli albori; e che probabilmete il toro sarebbe stato macellato comunque).

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Al di là dell’efferatezza visiva e delle questioni morali più moderne, è innegabile la potenza simbolica di questo rituale di passaggio: ogni viaggio spirituale è intriso di dolore e deve scontare una quota di necessaria crudeltà, di (auto)immolazione, di distruzione catartica. Tutto il film si snoda su due livelli paralleli, la vita reale del ragazzino e le visioni del suo inconscio, forse ancora più vere: come scriveva Alberto Moravia, “l’inconscio è pieno di mostri che Arrabal ha evocato con esattezza in un contesto che li giustifica. L’avere stabilito un rapporto dialettico tra i mostri dell’inconscio e la vita morale mi pare uno dei meriti principali di questo film eccezionale”.

In fondo, forse il tema costante di tutti i racconti panici è proprio il viaggio alla scoperta di se stessi. L’intero corpus creativo di questi autori – al di là delle evidenti intenzioni anarchiche e iconoclaste – passa per la ricognizione e l’accettazione dei lati più oscuri dell’esistenza. Per loro le pulsioni edipiche, la coprofilia, il sadismo, la morte, il cannibalismo sono archetipi potenti in grado di parlarci anche oggi, e paradossalmente di curare l’anima.
L’essenza del movimento panico ha proprio questo scopo: liberare l’uomo moderno dalle catene emotive che lo ingabbiano, ricercando una trance euforica infantile, ribelle, estrema.

La collana Giunti Citylights ha pubblicato una serie di testi panici nella raccolta Panico!, a cura di Antonio Bertoli, acquistabile qui.

La corazza di corpi

I reduvidi sono fra i più aggressivi insetti conosciuti: attaccano altri insetti, ragni, ma anche vertebrati fra cui l’uomo. Arrivano a mangiarsi fra di loro, e in alcuni casi è stato osservato il più estremo dei cannibalismi: la madre che divora la propria prole appena nata. Per questo e altri comportamenti i reduvidi sono chiamati anche “cimici assassine”.

Questa famiglia di attaccabrighe conta 7000 specie. Una di queste è l’acanthaspis petax, che vive in Malaysia. A una prima occhiata l’acanthaspis non sembrerebbe particolare – è lungo poco meno di un centimetro, e si nutre di altri insetti. Anche la sua tecnica venatoria non è speciale in sé, l’acanthaspis immobilizza la preda (normalmente una formica) e le inietta un enzima che scioglie le carni dall’interno, in modo da poterle tranquillamente succhiare fuori.

Quello che è davvero notevole riguardo a questo piccolo insetto è l’uso che fa della sua vittima dopo averla mangiata. Una volta bevuto il “frullato” di carne, l’acanthaspis si attacca quello che rimane della preda sulla schiena per camuffarsi.

Essendo il suo corpo piuttosto largo, può arrivare a sostenere una piramide anche di una ventina di cadaveri; la robusta chitina degli esoscheletri protegge l’insetto, e nel caso di un attacco improvviso da parte di un ragno, quest’ultimo punterà dritto alla parte del corpo dal volume maggiore… la pila di scheletri, appunto, di cui l’acanthaspis si può liberare immediatamente, battendo in ritirata.

Ecco un video che ci mostra alcuni di questi insetti mentre sfoggiano orgogliosi le loro corazze di cadaveri.

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I due fidanzatini

Dalla descrizione su YouTube: “Un’anziana coppia entra alla clinica Mayo per un check-up, e nella sala d’attesa adocchia un pianoforte. Sono sposati da 62 anni e lui compirà 90 anni quest’anno (2010)”.

A noi questa splendida coppia sembra tutto fuorché anziana. E grazie al cielo qualcuno è riuscito a riprendere la loro performance, diffondendo poi in rete questo toccante gioiello di spensieratezza, forza ed allegria.

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Kokigami

Nel diciottesimo secolo, in Giappone, la cerimonia del dono nuziale del tsutsumi simboleggiava quanto il sesso potesse essere una risorsa e un vero e proprio regalo per gli sposi. Il novello marito avvolgeva le sue parti intime in un intricato sistema di bendaggi di velluto e nastri; il tutto finiva per assomigliare ad un vero e proprio “pacchetto regalo” che la sposa doveva “scartare” e liberare, nastro dopo nastro, in un rituale intimo ed estremamente sensuale.

L’arte dei kokigami si evolve a partire da questa antica usanza, e introduce all’interno dei giochi sessuali l’arte giapponese degli origami. Si tratta, essenzialmente, di piccoli vestiti ritagliati nella carta che vengono indossati sul pene.


Le forme che questi costumini assumono vanno dai classici animali (draghi, cavalli, maiali, farfalle, falene, ecc.) a più moderni ritrovati tecnologici, come le autopompe dei vigili del fuoco, le locomotive, lussuose cadillac o addirittura gli space shuttle.

Esistono un paio di libri (entrambi reperibili, in lingua inglese, su Amazon) che contengono decine di kokigami. Il primo, intitolato Kokigami: Performance Enhancing Adornments for the Adventurous Man, propone una notevole varietà di costumini per i genitali maschili. Ma noi gli preferiamo il volume Kokigami: The Intimate Art of the Little Paper Costume, che suggerisce per ogni “travestimento” tre aggettivi che chiarificano la relazione che sussiste fra il fallo e il suo travestimento – per fare un esempio, lo shuttle è “rigido, agile, esploratore”, mentre il calamaro è “gentile, aggraziato, veloce”.

Non soltanto: questo delizioso libro fornisce anche degli esempi di dialogo fra i due amanti. Si tratta di un possibile copione per la rappresentazione teatrale che si andrà a interpretare. Riprendiamo i due esempi precedenti, il calamaro e lo shuttle, e vediamo quale dialogo i due sposi potranno inscenare.

Calamaro
(Braccia tese, con le dita che imitano i tentacoli in moto pulsante e ondeggiante. Tenendo indietro i fianchi, muoviti lentamente verso la tua partner, emettendo gentili risucchi. Se disturbato, porta le braccia lungo il corpo e salta velocemente all’indietro)
Maschio: “Vieni a me, piccolo pesce. Lascia che i miei tentacoli forti e sensibili ti accarezzino gentilmente e stringano il tuo corpo fremente”.
Femmina: “I tuoi tentacoli danzano meravigliosamente, ma hanno molte ventose e mi chiedo a cosa servano”.

Shuttle
(Tieni le braccia distanti dal corpo, come ali, sporgiti in fuori e precipitati sulla tua partner emettendo forti suoni come di rombo d’aereo. Dopo, ondeggia intorno silenziosamente mentre entri in orbita e ti prepari per il rientro)
Maschio: “5, 4, 3, 2, 1 …… Decollo!”
Femmina: “Questa è la stazione base di Venere. Prepararsi per l’attracco”.

Ora vi direte: ma quale può essere la motivazione per mettersi dei ridicoli origami sulle parti intime e fare dei giochi di ruolo? Perché dissimulare un pene sotto un minuscolo costume di carnevale da falena che svolazza attorno alla lanterna (lascio a voi l’interpretazione della simbologia)?

La risposta va in parte cercata, senza dubbio, nella rigida e timida tradizione sessuale giapponese, la cui ars erotica è costantemente in bilico fra morigeratezza e desiderio assoluto di liberazione. Rendere il talamo uno spazio teatrale può aiutare a liberare le pulsioni e gli istinti, dando una dimensione ludica e infantile all’unione intima.

Ma questi gingilli all’apparenza risibili ci ricordano una verità che spesso dimentichiamo. E cioè che anche il sesso può e dovrebbe avere un suo umorismo, dovrebbe cioè essere fatto anche di sorrisi e scherzi. Gran parte dei cosiddetti problemi sessuali (ma verrebbe da dire dei problemi tout court) derivano da questa nostra sventurata inclinazione a prenderci troppo sul serio. Quando la sessualità è tutta protesa all’orgasmo, alla prestazione, alla soddisfazione, allora la frustrazione è dietro l’angolo e ogni fallimento è una tragedia. Pensiamo sempre che ci sia un obiettivo da raggiungere, quando basterebbe saper giocare. In questo senso, la ricetta è piuttosto banale: più voglia di divertirsi e di sperimentare, meno preconcetti e aspettative.
E non servono nemmeno dei costumini di carta per travestire i genitali… forse basta un po’ di ironia e fantasia.

AGGIORNAMENTO:

Grazie all’interessamento di un lettore, Alessandro Clementi, veniamo a sapere che la pratica dei kokigami è in realtà un’elaborata bufala inventata proprio dagli autori del testo riportato nell’articolo, rimbalzata poi su internet fino a diffondersi addirittura su molti siti in lingua giapponese. A quanto pare, Burton Silver e Heather Busch non si sono cioè limitati a ideare una pratica sessuale, ma si sono divertiti a donarle perfino un passato antico e “nobile”. Anche noi siamo caduti nel tranello, nonostante la nostra abituale scrupolosità nel controllo delle fonti, e ci scusiamo con i lettori; eppure, in un certo senso, questo scherzo ci mette di buonumore. Perché di certo ne esistono di peggiori, e perché oltre che essere divertente, solleva alcune questioni non proprio scontate sul gioco dei sessi, sul coito come rappresentazione teatrale, e sui modi differenti di vivere la propria sessualità. Grazie, Alessandro!

L’incidente del Passo Dyatlov

L’alpinismo porta con sé dei rischi, ma anche tutta la bellezza
che si nasconde nell’avventura dell’affrontare l’impossibile.
(Reinhold Messner)

Siamo riluttanti, qui su Bizzarro Bazar, ad affrontare tematiche “paranormali” o misteriose; il senso di meraviglia che possono provocare ci sembra sempre un po’ troppo facile, risaputo e sensazionalistico. Per questo di solito lasciamo questi argomenti ad alcune trasmissioni televisive notoriamente trash, dalle quali qualsiasi rigore scientifico è bandito per contratto.

Quello che stiamo per raccontarvi è però un episodio realmente accaduto, e ben documentato. È una storia inquietante, e nonostante le innumerevoli ipotesi che sono state avanzate, gli strani eventi che avvennero più di 50 anni fa su uno sperduto crinale di montagna nel centro della Russia rimangono a tutt’oggi senza spiegazione.

Il 25 Gennaio 1959 dieci sciatori partirono dalla cittadina di Sverdlovsk, negli Urali orientali, per un’escursione sulle cime più a nord: in particolare erano diretti alla montagna chiamata Otorten.

Per il gruppo, capitanato dall’escursionista ventitreenne Igor Dyatlov, quella “gita” doveva essere un severo allenamento per le future spedizioni nelle regioni artiche, ancora più estreme e difficili: tutti e dieci erano alpinisti e sciatori esperti, e il fatto che in quella stagione il percorso scelto fosse particolarmente insidioso non li spaventava.

Arrivati in treno a Ivdel, si diressero con un furgone a Vizhai, l’ultimo avamposto abitato. Da lì si misero in marcia il 27 gennaio diretti alla montagna. Il giorno dopo, però, uno dei membri si ammalò e fu costretto a tornare indietro: il suo nome era Yuri Yudin… l’unico sopravvissuto.

Gli altri nove proseguirono, e il 31 gennaio arrivarono ad un passo sul versante orientale della montagna chiamata Kholat Syakhl, che nel dialetto degli indigeni mansi significa “montagna dei morti”, una vetta simbolica per quel popolo e centro di molte leggende (cosa che in seguito contribuirà alle più fantasiose speculazioni). Il giorno successivo decisero di tentare la scalata, ma una tempesta di neve ridusse la visibilità e fece loro perdere l’orientamento: invece di proseguire verso il passo e arrivare dall’altra parte del costone, il gruppo deviò e si ritrovò a inerpicarsi proprio verso la cima della montagna. Una volta accortisi dell’errore, i nove alpinisti decisero di piantare le tende lì dov’erano, e attendere il giorno successivo che avrebbe forse portato migliori condizioni meteorologiche.

Tutto questo lo sappiamo grazie ai diari e alle macchine fotografiche ritrovate al campo, che ci raccontano la spedizione fino questo fatidico giorno e ci mostrano le ultime foto del gruppo allegro e spensierato. Ma cosa successe quella notte è impossibile comprenderlo. Più tardi Yudin, salvatosi paradossalmente grazie alle sue condizioni di salute precarie, dirà: “se avessi la possibilità di chiedere a Dio una sola domanda, sarebbe ‘che cosa è successo davvero ai miei amici quella notte?'”.

I nove, infatti, non fecero più ritorno e dopo un periodo di attesa (questo tipo di spedizione raramente si conclude nella data prevista, per cui un periodo di tolleranza viene di norma rispettato) i familiari allertarono le autorità, e polizia ed esercito incominciarono le ricerche; il 26 febbraio, in seguito all’avvistamento aereo del campo, i soccorsi ritrovarono la tenda, gravemente danneggiata.

Risultò subito chiaro che qualcosa di insolito doveva essere accaduto: la tenda era stata tagliata dall’interno, e le orme circostanti facevano supporre che i nove fossero fuggiti in fretta e furia dal loro riparo, per salvarsi da qualcosa che stava già nella tenda insieme a loro, qualcosa di talmente pericoloso che non ci fu nemmeno il tempo di sciogliere i nodi e uscire dall’ingresso.


Seguendo le tracce, i ricercatori fanno la seconda strana scoperta: poco distante, a meno di un chilometro di distanza, vengono trovati i primi due corpi, sotto un vecchio pino al limitare di un bosco. I rimasugli di un fuoco indicano che hanno tentato di riscaldarsi, ma non è questo il fatto sconcertante: i due cadaveri sono scalzi, e indossano soltanto la biancheria intima. Cosa li ha spinti ad allontanarsi seminudi nella tormenta, a una temperatura di -30°C? Non è tutto: i rami del pino sono spezzati fino a un’altezza di quattro metri e mezzo, e brandelli di carne vengono trovati nella corteccia. Da cosa cercavano di scappare i due uomini, arrampicandosi sull’albero? Se scappavano da un animale aggressivo perché i loro corpi sono stati lasciati intatti dalla fiera?

A diverse distanze, fra il campo e il pino, vengono trovati altri tre corpi: le loro posizioni indicano che stavano tentando di ritornare al campo. Uno in particolare tiene ancora in mano un ramo, e con l’altro braccio sembra proteggersi il capo.

All’inizio i medici che esaminarono i cinque corpi conclusero che la causa della morte fosse il freddo: non c’erano segni di violenza, e il fatto che non fossero vestiti significava che l’ipotermia era sopravvenuta in tempi piuttosto brevi. Uno dei corpi mostrava una fessura nel cranio, che non venne però ritenuta fatale.

Ma due mesi dopo, a maggio, vennero scoperti gli ultimi quattro corpi sepolti nel ghiaccio all’interno del bosco, e di colpo il quadro di insieme cambiò del tutto. Questi nuovi cadaveri, a differenza dei primi cinque, erano completamente vestiti. Uno di essi aveva il cranio sfondato, e altri due mostravano fratture importanti al torace. Secondo il medico che effettuò le autopsie, la forza necessaria per ridurre cosÏ i corpi doveva essere eccezionale: aveva visto fratture simili soltanto negli incidenti stradali. Escluse che le ferite potessero essere state causate da un essere umano.

La cosa bizzarra era che i corpi non presentavano ferite esteriori, né ematomi o segni di alcun genere; impossibile comprendere che cosa avesse sfondato le costole verso l’interno. Una delle ragazze morte aveva la testa rovesciata all’indietro: esaminandola, i medici si accorsero che la sua lingua era stata strappata alla radice (anche se non riuscirono a comprendere se la ferita fosse stata causata post-mortem oppure mentre la povera donna era ancora in vita). Notarono anche che alcuni degli alpinisti avevano addosso vestiti scambiati o rubati ai loro compagni: come se per coprirsi dal freddo avessero spogliato i morti. Alcuni degli indumenti e degli oggetti trovati addosso ai corpi pare emettessero radiazioni sopra la media.

L’unica descrizione possibile degli eventi è la seguente: a notte fonda, qualcosa terrorizza i nove alpinisti che fuggono tagliando la tenda; alcuni di loro si riparano vicino all’albero, cercando di arrampicarvici (per scappare? per controllare il campo che hanno appena abbandonato?). Il fatto che alcuni di loro fossero seminudi nonostante le temperature bassissime potrebbe essere ricollegato al fenomeno dell’undressing paradossale; comunque sia, essendo parzialmente svestiti, comprendono che stanno per morire assiderati. Così alcuni cercano di ritornare al campo, ma muoiono nel tentativo. Il secondo gruppetto, sceso più a valle, riesce a resistere un po’ di più; ma ad un certo punto succede qualcos’altro che causa le gravi ferite che risulteranno fatali.

Cosa hanno incontrato gli alpinisti? Cosa li ha terrorizzati così tanto?

Le ipotesi sono innumerevoli: in un primo tempo si sospettò che una tribù mansi li avesse attaccati per aver invaso il loro territorio – ma nessun’orma fu rinvenuta a parte quelle delle vittime. Inoltre nessuna lacerazione esterna sui corpi faceva propendere per un attacco armato, e come già detto l’entità delle ferite escluderebbe un intervento umano. Altri hanno ipotizzato che una paranoia da valanga avesse colpito il gruppo il quale, intimorito da qualche rumore simile a quello di una imminente slavina, si sarebbe precipitato a cercare riparo; ma questo non spiega le strane ferite. Ovviamente c’è chi giura di aver avvistato quella notte strane luci sorvolare la montagna… e qui la fantasia comincia a correre libera e vengono chiamati in causa gli alieni,  oppure delle fantomatiche operazioni militari russe segretissime su armi sperimentali (missilistiche o ad infrasuoni), e addirittura un “abominevole uomo delle nevi” tipico degli Urali chiamato almas. Eppure l’enigma, nonostante le decadi intercorse, resiste ad ogni tentativo di spiegazione. Come un estremo, beffardo indizio, ecco l’ultima fotografia scattata dalla macchina fotografica del gruppo.

Il luogo dei drammatici eventi è ora chiamato passo Dyatlov, in onore al leader del gruppo di sfortunati sciatori che lì persero tragicamente la vita.

Ecco la pagina di Wikipedia dedicata all’incidente del passo Dyatlov.

(Grazie, Frankie Grass!)

The Dangerous Kitchen – IV

Esiste un tipo di cibo che probabilmente voi non avete mai assaggiato, ma che la maggioranza degli esseri umani mangia regolarmente: gli insetti. Secondo molti studiosi potrebbero essere proprio gli insetti la chiave per risolvere la malnutrizione in molte parti del mondo, per la facilità nell’allevamento, la loro resistenza praticamente a tutte le latitudini e l’importante apporto calorico e proteico della loro carne. Ma mangiare insetti potrebbe anche avere un ulteriore effetto positivo: potrebbe aiutare a salvare l’ecosistema.

Avrete certamente sentito parlare del temibile scarafaggio parassita che attacca le palme: si tratta del punteruolo rosso, un coleottero proveniente dal sud est asiatico che in breve tempo si è diffuso in tutto il mondo, arrivando qualche anno fa anche in Italia. La sua riproduzione incontrollata e l’aggressiva voracità pongono seri problemi in tutto il mondo per la coltivazione delle palme da frutto, in quanto un’infestazione di punteruoli può distruggere una palma secolare in brevissimo tempo. Visto che la disinfestazione è problematica e difficoltosa, avanziamo qui la nostra “modesta proposta“, alla maniera di Jonathan Swift: mangiamoli da piccoli!

Questo, almeno, è quello che fanno le popolazioni dell’Asia sudorientale, della Malesia, della Papua Nuova Guinea e di molti paesi amazzonici (Perù, Ecuador). La larva, chiamata sago in Asia e suri in Sudamerica, viene deposta dalla femmina all’interno del tronco della palma e, quando si schiude, comincia a divorare il legno verso l’esterno. Più legno mangia, più diventa grassa e gustosa.

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Le larve sono esposte vive nei mercati, e vengono spesso preparate sul momento. C’è chi si arrischia a mangiare queste larve proprio così, ancora vive, ma essendo questa una rubrica di alta cucina, preferiamo consigliarvi alcuni metodi di cottura per rendere ancora più prelibata questa raffinata pietanza. Il metodo classico, se avete un barbecue, è lo spiedino: cucinate alla brace, le larve assumono un sapore simile alla pancetta affumicata e una consistenza piuttosto tenace.

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In Perù, invece, vengono pulite (si toglie il condotto intestinale, che corre lungo la parte alta della larva, un po’ come facciamo con i gamberi), e scottate alla brace in un cartoccio di foglie di palma per 5 minuti. Questo metodo mantiene la carne più tenera e “cremosa”, ma ovviamente meno magra.

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Sempre in Sudamerica il suri viene anche condito con l’aglio e fritto nell’olio, servito poi con rondelle di banana fritta. Se cotte in pentola, senza aggiunta di olio, le larve rilasciano comunque abbastanza grasso da friggersi praticamente da sole; la loro carne si accompagna bene anche con il chili o la salsa di soia.

Le larve sono altamente caloriche, e in Nuova Guinea fanno parte integrante della dieta, fornendo oltre il 30% dell’apporto proteico per la popolazione locale. Sono anche una buona fonte di ferro, zinco e altri nutrienti, e vengono considerate un buon rimedio per le infezioni bronchiali dei bambini. Di cos’altro avete bisogno per convincervi?