Cafés maudits

La bohème dei decadentisti esercita ancora su di noi un fascino irresistibile. Nell’immaginario moderno, gli eccessi dei poeti maledetti sono indissolubilmente associati a Montmartre, ai café-concert nei quali Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Musset e compagnia bella si perdevano nel florilegio di visioni sbocciate dal loro assenzio. Pochi anni più tardi, durante la Belle Époque, Parigi era un ribollire di mode, tendenze e stimoli artistici diversi: il Novecento si annunciava ottimisticamente come un secolo di progresso, di pace e di benessere, il cinema e la radio erano appena nati, perfino la morale stava cambiando e la zona dei divertimenti notturni “proibiti”, attorno a Pigalle, conosceva il suo apogeo.

A Pigalle non c’erano soltanto il cabaret con i suoi can-can e le prostitute. All’epoca sorgevano come funghi piccoli locali “a tema”, i cui esercenti facevano a gara per attirare il pubblico superandosi l’un l’altro in fantasia e bizzarrie. C’erano cabaret di ispirazione medievale, caffè lillipuziani, oppure ambientati nei fondali marini, e via dicendo – oltre ovviamente al Grand Guignol (di cui abbiamo parlato qui).

Fra i locali più incredibili spiccavano tre piccoli caffè, fondati alla fine dell’Ottocento e gestiti da un unico proprietario, che promettevano meraviglie già dal nome: il Cabaret de l’Enfer, il Cabaret du Ciel e il Cabaret du Néant.

Il Cabaret “dell’Inferno” e quello “del Cielo” erano situati sul Boulevard de Clichy accanto all’Hotel de Place Blanche, e già a vederli dalla strada si proponevano come locali gemelli, o per meglio dire speculari.


Si poteva scegliere di rilassarsi nell’angelica atmosfera del Paradiso, dove si veniva accolti da camerieri travestiti da cherubini, con tanto di ali e parrucca bionda. Nella grande sala, simile all’interno di una cattedrale gotica e allietata dalla musica di un organo, si sorseggiava il liquore dalla “sacra coppa”; cominciavano poi vari spettacoli e pantomime che sbeffeggiavano la liturgia cristiana, balletti celestiali piuttosto “discinti”, esibizioni di cori angelici.


Alla fine di questi spettacoli, un attore che impersonava San Pietro apriva con la sua enorme chiave la porta che conduceva alla seconda sala, una sorta di grotta dorata dalle cui stalattiti pendevano statuine di angeli e altri arredi sacri. Qui un ultimo numero di varietà concludeva la serata.


Ma molti preferivano entrare attraverso le enormi fauci che portavano dritti al regno di Satana. Qui erano i diavoli a dare il benvenuto all’avventore, e a scagliarlo in una sorta di pacchiana e impressionante raffigurazione di un girone infernale.

Le pareti della cupa e oscura grotta erano ricoperte da una babele di altorilievi raffiguranti la dannazione eterna delle anime peccatrici e dei tormenti che i demoni infliggevano loro. Mani artigliate, piedi, volti contorti dall’agonia sporgevano dalle pareti proprio sopra i tavolini dove il pubblico si fermava a bere. Anche qui venivano messe in scena delle rappresentazioni grottesche: un dannato veniva cotto da alcuni diavoli in un grande calderone, e altre attrazioni prevedevano differenti e crudeli supplizi.


Seguendo la stessa falsariga, verso la fine della serata si veniva invitati ad entrare nella seconda sala, l'”Antro di Satana”, in cui si assisteva ad un ultimo spettacolo in cui Mephisto torturava alcuni peccatori, sempre in maniera esagerata e goliardica.


Il Cabaret du Néant (“Cabaret del Nulla”) stava poco distante dagli altri due, e oltre ad essere il locale più antico fu anche quello che godette di maggior fama, tanto da inaugurare per breve tempo una succursale anche a New York.


Dopo aver pagato l’ingresso e ricevuto il gettone, l’avventore veniva introdotto nella buia sala “dell’intossicazione” da camerieri incipriati di bianco e vestiti come becchini. Qui tutto l’arredamento rimandava alla morte: bare al posto dei tavoli, pareti tappezzate di aforismi sul Tristo Mietitore, un lampadario costruito con vere ossa umane e teschi appesi ai muri. Una volta accomodatisi ad una bara, il cameriere accendeva il cero funebre e prendeva le ordinazioni: i drink offerti dal menu portavano i nomi dei più celebri bacilli, germi mortiferi e morbi incurabili. L’ospite, così, sceglieva “di che morte morire” e ordinava la dipartita a lui più congeniale.


Dopo aver bevuto il pubblico veniva fatto spostare nella cameretta sul retro, la Grotta dei Trapassati. Mentre un monaco suonava un organo, un volontario veniva fatto entrare in una bara, avvolto in un sudario e infine “trasformato” di fronte agli occhi degli avventori in uno scheletro (mediante l’effetto Pepper’s Ghost di cui abbiamo già parlato in questo articolo).


Il Cabaret de l’Enfer e quello du Ciel rimasero in piedi fino agli anni ’50, prima di essere smantellati; il Cabaret du Néant venne chiuso un po’ più tardi, all’inizio degli anni ’60.

Per questo articolo dobbiamo ringraziare uno dei nostri blog preferiti di sempre: La Rocaille, colto e curatissimo spazio dedicato alla decadenza, al kitsch e all’arte in generale (moda, architettura, design, iconografia, ecc.). Tutte le fotografie e gran parte delle info provengono da lì. Grazie, Annalisa!

Sculture sommerse

L’artista Jason de Caires Taylor, di padre inglese e madre guyanese, appassionato di diving fin dalla tenera età, crea dei complessi di sculture davvero unici: sono infatti pensati per diventare installazioni permanenti in determinati punti del fondale oceanico.

Il mondo sommerso di Taylor, abitato da centinaia di figure umane immobili, è capace di essere in un primo momento vagamente inquietante, per poi svelarci tutta la serenità e la poesia di un universo senza tempo, ed arrivare al sublime senza bisogno di parole. Immergersi per esplorare questi “parchi di sculture” sotto il mare dev’essere senza dubbio un’esperienza emozionante e toccante.

Il lavoro di Taylor è però molto più che una semplice opera scultorea. È infatti pensato e studiato appositamente per divenire con il tempo un fertile campo di crescita e ripopolamento del corallo; con il passare degli anni, infatti, la pietra si ricopre di vita e l’oceano continua a scolpire e modificare queste statue, aggiungendovi i suoi colori e le sue imprevedibili fantasie.

L’arte di Jason de Caires Taylor vuole essere un segnale di come gli esseri umani siano capaci di lasciare delle tracce diverse da quelle distruttive e dolorose a cui siamo ormai abituati. Il suo primo parco di sculture è stato aperto nel 2006 sulla costa di Granada nelle Indie Occidentali; ma forse il suo progetto più ambizioso è il MUSA (Museo Subaquatico de Arte), un museo monumentale che contiene una collezione di oltre 450 sculture, sommerse al largo di Cancun, Messico. Il museo è “aperto” al pubblico di sommozzatori, divers e a tutti gli esploratori dei fondali marini.

Dopo molti riconoscimenti e diversi documentari, saggi e pubblicazioni, Taylor continua a scolpire, e a regalare le sue opere all’oceano.

Ecco il sito ufficiale dell’artista, dove troverete molte altre straordinarie fotografie.

Video Bizzarro Death Match – I

Commentando un post di qualche settimana fa, il nostro lettore Alex ci aveva consigliato alcuni video musicali particolarmente weird. Poi, in una serie di mail private, ha rincarato la dose proponendo una selezione dei peggiori videoclip presenti sulla rete.

Potevamo forse rinunciare a questo succulento invito ad una “singolar tenzone” da combattersi a colpi di video trash?

Datevi malati al lavoro, chiudete le finestre, staccate il telefono! Si dia fiato alle trombe, rullino i tamburi… Sta per iniziare il primo Video Bizzarro Death Match!

Il tema, come abbiamo detto, è “VIDEO MUSICALI”. Ed ecco che il primo ad attaccare è Alex, che colpisce subito duro con un video dell’esuberante artista spagnolo Josmar:

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Bizzarro Bazar accusa un po’ il colpo, ma subito risponde con un affondo micidiale: la temibile Lisa Gail, con la sua ballata pop 3 Second Rule.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=57Sb14dyaUc]

Alex è quasi sopraffatto ma, dando prova di temerarietà e spavalderia non comuni, contrattacca con le armi della danza, e sfodera un corpo di ballo (e soprattutto un coreografo) da cardiopalma.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=kA5GkLM5C7M]

Al povero Bizzarro Bazar, conciato male, non resta che lanciare un affondo assassino, e invocare nientemeno che la Collera di Ramses!

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Lo scontro sta raggiungendo proporzioni titaniche: Alex, ormai allo stremo, ricorre alla sua arma segreta per irritare e sfiancare il nemico. Lancia così l’umanamente insopportabile canzone tradizionale russa capace di far esplodere la testa a chi la ascolta.

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Crolla Bizzarro Bazar, arranca, evidentemente gli manca l’aria. Ma con un ghigno satanico, a sorpresa, ecco che sfodera un’arma di distruzione di massa – la temibile Pardon Me di Maxine Swaby.

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A questo punto Alex si vede costretto a puntare nuovamente sulla Russia, e sull’etilico video-trip di Grozdanka, in cui perfino il rosso dei semafori si tramuta in vino.

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Bizzarro Bazar, ormai in ginocchio, piange come un bambino. Fra le lacrime, prova comunque a difendersi con l’oscena camminata da granchio di Svendorrian il Grande – leader dei Black Northern Reign (band composta da lui stesso e basta).

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Anche Alex è allo stremo. Come ultima risorsa, prima della capitolazione, decide di liberare tutta la follia del Giappone in un solo video.

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È a questo punto che Bizzarro Bazar scopre la sua ultima carta: un vero e proprio ordigno-fine-di-mondo capace di annientare qualsiasi forma di vita sulla Terra… Jan Terri con la sua Losing You.

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I due concorrenti sono entrambi in fin di vita quando risuona il gong.

Ora sta a voi scegliere chi dei due è il vincitore del match!

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Dia de los Natitas

Tutte le tradizioni culturali del mondo hanno elaborato complessi rituali per negare la completa dissoluzione del defunto, ma anzi reintegrarlo nella vita quotidiana in un sistema ammissibile; in questo modo i morti divengono delle “guide” simboliche e vengono inseriti in un quadro di continuità che è un antidoto all’assenza di senso della morte. Perfino nella nostra società, incentrata sul corpo e sul materialismo, diamo nomi di defunti alle strade, parliamo di “immortalità attraverso le opere”, e teniamo scrupolosi resoconti storici relativi ai nostri antenati.
In alcune società questo rapporto che lega i vivi e i morti risulta ancora molto concreto.

In diverse parti dell’America del Sud il cristianesimo si è sviluppato in maniera sincretica con le religioni precedenti; i missionari cioè, piuttosto che combattere le antiche credenze del luogo, hanno cercato di trasfigurare alcuni degli dèi delle popolazioni Quechua e Aymara per farli aderire alle figure tipiche della tradizione cattolica. Alcuni rituali pre-colombiani sono pertanto giunti fino a noi e sono tuttora tollerati dalla Chiesa locale.
Uno di questi antichissimi riti è quello relativo al Dia de los Natitas, ovvero il Giorno dei Teschi.

La Paz, Bolivia, 8 novembre.
In questo giorno centinaia di persone si radunano al cimitero centrale portando con sé i teschi dei propri antenati o dei cari estinti. Il cranio del parente defunto è spesso esposto in elaborate teche di vetro, legno o cartone.

I teschi vengono puliti, purificati, e decorati con addobbi di vario tipo: berretti di lana intessuti a mano, occhiali da sole, ghirlande di fiori coloratissimi. Talvolta le cavità ossee vengono protette otturandole con del cotone.

Una volta ottenuta la benedizione, la gente “coccola” questi resti umani, offrendo loro sigarette, alcol, foglie di coca, cibo e profumi. Una banda tradizionale suona per loro, quasi ad offrire ai morti una particolare serenata.

Come fanno gli abitanti ad essere in possesso di questi teschi, e che significato ha il rituale? La tradizione, come abbiamo detto, è molto antica e precedente all’avvento del cristianesimo. Nella concezione pre-colombiana diffusa in Bolivia ogni uomo è composto da sette anime, di tipo e pesantezza diversi. Quando un parente muore, viene seppellito per un periodo sufficientemente lungo affinché tutte e sei le anime “eteree” possano lasciare il cadavere. L’ultima anima è quella che rimane all’interno dello scheletro, e del cranio in particolare.

Quando si è sicuri che le sei anime se ne siano andate, si dissotterra il cadavere e il teschio viene affidato alla famiglia, che avrà cura di mantenerlo in casa con amore e dedizione, su un altare dedicato. Questi resti, infatti, hanno proprietà magiche e, se trattati con il giusto rispetto, sono in grado di esaudire le preghiere dei parenti. Se, invece, vengono trascurati possono portare sciagure e sfortuna.

Il Dia de los Natitas serve proprio a celebrare questi defunti, a ringraziarli con una grande festa per la buona sorte portata durante l’anno appena trascorso, e ingraziarsi i loro favori per l’anno a venire.

I fratelli Collyer

Langley Collyer

Figli di un ginecologo di prestigio e di una cantante d’opera, i fratelli Collyer, Homer e Langley, sono divenuti nel tempo figure iconiche di New York a causa della loro vita eccentrica e della loro tragica fine: purtroppo la sindrome a cui hanno involontariamente dato il nome non è affatto rara, e pare anzi sia in lenta ma costante crescita soprattutto nelle grandi città.

Nati alla fine dell’ ‘800, fin da ragazzi i due fratelli dimostrano spiccate doti che lasciano prospettare una vita di successo: dall’intelligenza acuta e vispa, si iscrivono entrambi alla Columbia University e guadagnano il diploma – Langley in ingegneria e Homer in diritto nautico. Homer è anche un eccellente pianista e si esibisce al Carnegie Hall, ma abbandona la carriera di musicista abbastanza presto, in seguito alle prime critiche negative. Langley sfrutta le sue conoscenze ingegneristiche per brevettare alcuni marchingegni che però non hanno successo.


Fin dal 1909 i Collyer vivono con i genitori ad Harlem: all’epoca si trattava di un quartiere “in“, a prevalenza bianca, in cui risiedevano molti professionisti altolocati e grossi nomi della finanza e dello spettacolo. Ma nel 1919 il padre Herman abbandona la famiglia e si trasferisce in un’altra casa: morirà quattro anni più tardi. La madre dei due fratelli muore invece nel 1929.

Harlem in quel periodo sta cambiando volto, da zona residenziale sta divenendo un quartiere decisamente malfamato. I fratelli Collyer, rimasti orfani, reagiscono a questo cambiamento facendosi sempre più reclusi, e più eccentrici. Cominciano a collezionare oggetti trovati in giro per le strade, e non gettano più l’immondizia. La loro casa al 2078 della Quinta Avenue si riempie a poco a poco degli utensili più disparati che i Collyer accatastano ovunque: giocattoli, carrozzine deformate, pezzi di violini, corde e cavi elettrici attorcigliati a pile di giornali vecchi di anni, cataste di scatoloni pieni di bicchieri rotti, cassepanche ricolme di lenzuola di ogni genere, fasci di decine di ombrelli, candelabri, pezzi di manichini, 14 pianoforti, un’intera automobile disassemblata e un’infinità di altre cianfrusaglie senza alcun valore.


Come il poeta greco dell’antichità di cui porta il nome, negli anni ’30 Homer diventa cieco. Langley, allora, decide di prendersi cura del fratello, e la vita dei due si fa ancora più misteriosa e appartata. I ragazzini tirano i sassi alle loro finestre, li chiamano “i fratelli fantasma”. Homer resta sempre sepolto in casa, all’interno della fitta rete di cunicoli praticati all’interno della spazzatura che ormai riempie la casa fino al soffitto; Langley esce di rado, per procurarsi le cento arance alla settimana che dà da mangiare al fratello nell’assurda convinzione che serviranno a ridargli la vista. Diviene sempre più ossessionato dall’idea che qualche intruso possa fare irruzione nel loro distorto, sovraffollato universo per distruggere l’intimità che si sono ritagliati: così, da buon ingegnere, costruisce tutta una serie di trappole, più o meno mortali, che dissemina e nasconde nella confusione di oggetti stipati in ogni stanza. Chiunque abbia l’ardire di entrare nel loro mondo la pagherà cara.


Eppure è proprio una di queste trappole, forse troppo bene mimetizzata, che condannerà i due fratelli Collyer. Nel Marzo del 1947, mentre sta portando la cena a Homer, strisciando attraverso un tunnel scavato nella parete di pacchi di giornale, Langley attiva per errore uno dei suoi micidiali trabocchetti: la parete di valigie e vecchie riviste gli crolla addosso, uccidendolo sul colpo. Qualche metro più in là sta seduto Homer, cieco e ormai paralizzato, impotente nell’aiutare il fratello. Morirà di fame e di arresto cardiaco qualche giorno più tardi.


La polizia, allertata da un vicino, fa irruzione nell’appartamento il 21 marzo, 10 ore dopo la morte di Homer. Ma il corpo di Langley, sepolto sotto uno strato di immondizia, non viene trovato subito e gli investigatori attribuiscono l’insopportabile odore all’immensa quantità di immondizia. Viene scatenata una caccia all’uomo nel tentativo di localizzare il fratello mancante, mentre le forze dell’ordine procedono, con estrema cautela per evitare le trappole, a svuotare a poco a poco l’appartamento.

Gli agenti, dopo quasi due settimane di ricerche fra le ben 180 tonnellate di rifiuti accumulati dai Collyer negli anni, trovano Langley l’8 aprile, mentre il cadavere è già preda dei topi.

I fratelli Collyer sono divenuti famosi perché incarnano una realtà tipicamente newyorkese: gli appartamenti sono spesso talmente piccoli, e la gente sedentaria, che il problema dei cosiddetti hoarders, cioè i collezionisti compulsivi di spazzatura, finisce spesso fuori controllo. Ma il fenomeno è tutt’altro che circoscritto alla sola Grande Mela.

Gli hoarders purtroppo esistono ovunque, anche in Italia, come vi racconterà qualsiasi vigile del fuoco. Normalmente si tratta di individui, con un’alta percentuale di anziani, costretti a una vita estremamente solitaria; la sindrome comincia con la difficoltà di liberarsi di ricordi e oggetti cari, ed è spesso acutizzata da timori di tipo finanziario. L’abitudine di “non buttar via nulla” diventa presto, per questi individui, una vera e propria fobia di essere separati dalle loro cose, anche le più inutili. Chi è affetto da questa mania spesso riempie le stanze fino ad impedire le normali funzioni per cui erano originariamente progettate: non si può più cucinare in cucina, dormire in camera da letto, e così via. L’accumulo incontrollato di cianfrusaglie rappresenta ovviamente un pericolo per sé e per gli altri, e rende difficoltose le operazioni di soccorso in caso di incendio o di altro infortunio.

La disposofobia è nota anche come sindrome di Collyer, in ricordo dei due eccentrici fratelli. Sempre in memoria di questa triste e strana storia, nel luogo dove sorgeva la loro casa c’è ora un minuscolo “pocket park”, chiamato Collyer Park.


Ecco la pagina di Wikipedia sulla disposofobia. E in questa pagina trovate una serie di fotografie di appartamenti di persone disposofobiche.

Infinity Burial Project

Ognuno di noi è intimamente connesso con l’ambiente, e sappiamo bene che le nostre azioni influenzano l’ecosistema in cui viviamo; non sempre riflettiamo però sul fatto che i nostri corpi avranno un impatto sull’ambiente anche dopo che saremo morti. Partendo da questa idea, l’artista statunitense Jae Rhim Lee ha fondato l’Infinity Burial Project (Progetto di sepoltura infinita).

A causa dei conservanti presenti nel cibo che mangiamo, dei metalli nelle otturazioni dentali, dei prodotti cosmetici con cui si preparano le salme e dei metodi di imbalsamazione (che in America includono preservanti altamente tossici come la formaldeide), un cadavere è in sostanza una piccola bomba chimica: che venga seppellito, o cremato, l’effetto è inevitabilmente quello di liberare nell’ambiente un alto numero di tossine pericolose. Jae Rhim Lee ha deciso di proporre un’alternativa sostenibile ed ecologica a questo stato di cose.

Come prima cosa, ha cominciato a coltivare dei funghi. I funghi saprofiti infatti sono dei filtranti naturali per moltissime delle scorie tossiche presenti nei nostri corpi, sono in grado di decomporle, “digerirle” e renderle innocue. Jae in seguito ha iniziato a raccogliere le cellule di scarto del suo stesso corpo – capelli, pelle secca, unghie – e ad utilizzarle come alimento per i suoi funghetti. Ha potuto così selezionare quelli che rispondevano meglio a questa particolare e ferrea dieta, e scartare quelli dal palato troppo “raffinato”. Oggi Jae possiede un esercito di funghi pronti a divorarla in qualsiasi momento.

Va bene, direte voi, ma anche se ognuno di noi si coltivasse i propri funghi “personalizzati”, come si farebbe poi a utilizzarli? Ecco che entra in scena la Mushroom Death Suit, la tuta progettata da Jae Rhim Lee per decomporre un cadavere con i funghi. Le fantasie che arabescano e percorrono la tuta, e che ricordano proprio il micelio, sono create con uno speciale filo imbevuto di spore fungine; anche il fluido di imbalsamazione, e il make-up del defunto, contengono spore.

Se lasciare questo mondo vestiti da ninja non è nel vostro stile, potete sempre optare per qualcosa di più sobrio e discreto: il Decompiculture Kit. Costituito da un gel nutritivo trasparente che si adatta come una seconda pelle al corpo, contiene delle capsule riempite di spore che permetteranno la crescita uniforme dei funghi.

Anche se l’Infinity Burial Project può sembrare eccentrico, ha fondamentalmente due meriti: in primo luogo Jae Rhim Lee intende diffondere una maggiore consapevolezza e accettazione della morte e della decomposizione come fatti naturali, e combattere il tabù nei confronti di un processo che è parte fondamentale del ciclo della vita. Il secondo aspetto che il progetto sottolinea è l’importanza di avere la possibilità di scegliere nuove opzioni, di riappropriarci insomma del destino del nostro corpo: dobbiamo essere liberi di decidere che fine faranno le nostre spoglie.

A riprova dell’interesse suscitato da Jae Rhim Lee, ci sono già alcuni volontari pronti a donare il loro corpo all’Infinity Burial Project per la sperimentazione; sapere che il proprio cadavere darà vita a una moltitudine di organismi a loro volta commestibili ha evidentemente le sue attrattive, siano esse l’amore per l’ecologia, un ideale romantico di fusione con la natura, o anche solo la prospettiva di schifare i parenti.

Ecco il sito ufficiale dell’Infinity Burial Project.