Piccioni superstiziosi

Articolo a cura della nostra guestblogger Veronica Pagnani

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Perché siamo convinti che compiere un determinato gesto possa propiziare l’avverarsi di un evento favorevole? Perché, nonostante la qualifica di “esseri viventi più intelligenti ed evoluti del pianeta”, gli uomini continuano ad essere superstiziosi? E ancora, sono solo gli esseri umani ad essere superstiziosi o è questa una caratteristica che ci accomuna anche con gli animali?

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Sono queste le domande che B.F. Skinner, psicologo americano vissuto nel secolo scorso, si pose per gran parte della sua vita, influenzando i suoi studi che, in breve tempo, diedero esiti straordinari.

Le opere di Skinner sono tutt’oggi largamente valutate dalla comunità scientifica in quanto riportano un concetto mai espresso prima di allora: il condizionamento operante.

Il concetto di condizionamento operante è di per sé molto semplice ed implica il fatto che un animale riesca a rendersi conto che, per qualche ragione, ad una sua particolare azione seguirà un evento. Se l’evento atteso si verifica, ecco che l’animale si sentirà gratificato e sarà portato a ripetere all’occorrenza quella determinata azione. Ma come riuscì Skinner a rendere valida una tesi del genere?

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Anzitutto, progettò una gabbia (conosciuta oggi come Skinner’s box), la cui peculiarità era il possedere una leva che, una volta premuta, faceva scattare un meccanismo dispensatore di cibo. Gli animali, che venivano intrappolati all’interno della Skinner’s box , imparavano ben presto il “trucchetto” per ottenere cibo e lo utilizzavano ogni qual volta ne avessero avuto bisogno.

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Nel 1948, però, Skinner decise di rendere più interessante l’esperimento, immettendo nella gabbia un solo piccione e collegando il dispensatore di cibo non più ad una leva bensì ad un timer.

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In un primo momento il piccione sembrò non curarsi particolarmente del meccanismo che ospitava la sua gabbia e che dispensava il cibo a intervalli casuali; col passare del tempo però, cominciò a manifestare comportamenti alquanto bizzarri. Skinner notò che il piccione, con insistenza, ripeteva il movimento che aveva fatto un attimo prima di ottenere il cibo. Anche altri piccioni, sottoposti in gabbie diverse allo stesso esperimento, cominciarono a comportarsi allo stesso modo: chi girava su se stesso, chi allungava il collo verso un angolo della gabbia, un altro piegava su la testa con uno scatto, un altro ancora sembrava spazzolare con il becco l’aria sopra il fondo della gabbia e altri due dondolavano la testa. Un’altra stranezza era data dal fatto che i piccioni perseveravano nel comportamento nonostante questi movimenti, per la maggior parte delle volte, non portassero ad alcun risultato. Si trattava effettivamente di un comportamento superstizioso, osservato per la prima volta negli animali. L’esperimento, pubblicato sul celeberrimo Journal of Experimental Psychology, viene comunemente ricordato come “Superstizione del piccione”.

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In verità, nonostante gli esiti straordinari dell’esperimento, Skinner aveva solo dimostrato che i piccioni possono maturare degli atteggiamenti superstiziosi, basati su una falsa correlazione; ma va anche ricordato che i piccioni hanno un cervello molto diverso da quello degli uomini. Il nuovo quesito a questo punto era: può un animale simile all’uomo sviluppare comportamenti superstiziosi?

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Purtroppo Skinner non visse così a lungo da portare a termine anche questo esperimento; se ne occuparono due ricercatori dell’Università dell’Oklahoma, L. D. Devenport e F. A. Holloway, i quali decisero di prendere come cavie dei ratti.

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Al pari dei piccioni, anche i ratti vennero immessi nelle Skinner’s box, ma al contrario dei primi, questi non si autoingannarono e continuarono a comportarsi normalmente. Devenport e Holloway scoprirono le motivazioni di tale risultato. Nel cervello dei ratti, così come in quello degli uomini, vi è un’area chiamata “ippocampo”, la quale aiuterebbe a cogliere le vere relazioni di causa-effetto. Ad avvalorare maggiormente questa tesi fu un secondo esperimento, in cui i ratti vennero dapprima danneggiati nell’ippocampo per mezzo di elettrodi, per poi essere nuovamente immessi nelle Skinner’s box. In questo caso, proprio come era successo ai piccioni, i ratti cominciarono a compiere dei gesti arbitrariamente associati alla somministrazione di cibo.

Devenport e Holloway conclusero che, molto probabilmente, il processo evolutivo ha fatto sì che molti mammiferi sviluppassero l’ippocampo proprio come una sorta di “protezione” verso gli inganni del mondo esterno.

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A questo punto gli studi, e gli esperimenti, potevano dirsi conclusi con successo. O forse no. Si sa, la curiosità umana non ha, e non avrà mai (si spera), fine. E fu proprio la curiosità e l’amore per il sapere a spingere Koichi Ono, dell’Università Konazawa di Tokio, a costruire una Skinner’s box, dotata di tre leve, in cui inserire non più cavie animali bensì esseri umani, in modo da sciogliere ogni dubbio riguardante la validità delle precedenti teorie formulate.

Anche in questo caso, all’interno della Skinner’s box, notiamo la presenza di un “meccanismo ingannevole”, ovvero un contatore collegato ad un timer. Agli studenti che, volontariamente, decisero di sottoporsi all’esperimento non venne detto nulla, se non che il loro obiettivo era di fare “più punti possibili”. Nell’arco di 40 minuti, una parte degli studenti pensò che l’unico metodo per fare punti doveva essere collegato alle leve, le quali vennero tirate in sequenze differenti, in modo da provare quale fosse la mossa esatta. Altri studenti, invece, capirono che le leve non avevano nulla a che fare con il contatore e, nella speranza di fare punti, cominciarono ad assumere gli atteggiamenti più stravaganti, come arrampicarsi sul tavolo, picchiare sul muro, sul contatore o saltare ripetutamente fino a toccare il soffitto.

L’esperimento di Ono, così come quello dei suoi colleghi, aveva dimostrato che anche l’uomo, nonostante la protezione dell’ippocampo, può assumere atteggiamenti superstiziosi.

Tutto ciò è veramente incredibile. Ancor più incredibile però, è l’ipotesi formulata da Danilo Mainardi, la quale sintetizza tutti i risultati raccolti e precedentemente esposti. Secondo Mainardi, il pensiero razionale ha sì portato l’uomo ad indagare per capire le cose della natura, ma al tempo stesso l’ha messo di fronte alla caducità delle cose terrene. L’irrazionalità, dunque, non dev’essere per forza stigmatizzata, anzi, nella giusta misura, può essere un modo per affrontare l’insensatezza delle nostre vite. Il gatto nero che attraversa la strada non ha davvero nulla a che fare con la vostra fortuna: ma, se davvero vi conforta, fate pure tutti i vostri scongiuri preferiti.

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16 commenti a Piccioni superstiziosi

  1. Khuzul ha detto:

    Che bello, ho letto il titolo e sapevo di cosa avrebbe parlato l’articolo, bias da addestratore di cani!

  2. AlmaCattleya ha detto:

    io l’ho avuto un gatto completamente nero da bambina e l’ho amato.
    capisco che l’uomo non è solo pensiero razionale come vogliono farci intendere, ma diciamo che preferisco il senso della magia e della meraviglia nel mondo.
    poi facendo teatro so perfettamente che dietro a quelle superstizioni ci sono dei motivi dietro.
    1) Dire merda prima dello spettacolo. Vicino al teatro c’era il posto per i cavalli. tanti cavalli, tanta merda. tanta merda, tanti spettatori.
    2) viola. in passato si faceva teatro nelle chiese. quando il prete indossava il viola era perché c’erano delle funzioni religiose quindi niente lavoro.
    3) Macbeth. Sembra che alla prima di Macbeth ne successero di tutti i colori.

    P.S.: Il viola è uno dei miei colori preferiti in assoluto e lo indosso.

    • Veronica Pagnani ha detto:

      E’ interessante sapere quale storia ci sia dietro ad ogni superstizione 🙂

      Ad ogni modo, sta a noi credere o meno a certe cose che ci vengono raccontate: io, ad esempio, non sono affatto scaramantica.
      Chissà perchè però, ad ogni vigilia degli esami, il mio lato razionale va a farsi benedire 🙂

  3. Ico-Neko ha detto:

    Complimenti per l’articolo!
    L’etologia è stata una delle mie materie di studio, nonché di tesi… Non posso quindi che concordare pienamente con il pensiero del grande prof. Mainardi… E chissà come mai, leggendo la sua conclusione, non ho potuto fare a meno di pensare al rapporto scienza/religione…..
    Ma questa è un’altra storia…

    • Veronica Pagnani ha detto:

      ehehe anch’io ho pensato alla stessa cosa, solo che, sai com’è, quando si trattano argomenti scientifici è meglio mostrarsi il più neutrali possibile, altrimenti si rischia di portare avanti il discorso all’infinito!

      ah, grazie per i complimenti! 🙂

  4. *Pavona ha detto:

    oddio io ODIO la superstizione!!! quando vedo la gete lanciarsi dietro le spalle il sale, non appoggiare i portafogli sul letto, non passarsi i soldi di mano in mano adducendo come motivazione “perchè porta sfortuna” mi si accappona la pelle e avrei voglia di schiaffeggiarli fino alla morte, è più forte di me -______-!!!
    se vedo una scala non ci passo sotto perchè potrebbe essere pericoloso e non perchè porta sfortuna, come si può pensare il contrario??? per me la superstizione, soprattutto in persone giovani ed istruite, resta inconcepibile.
    alla faccia loro io ho 4 gatti neri e stò proprio bene!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Siamo in due, Pavona. 🙂
      Però con il tempo, e diventando… ehm… più “giovani”, si tende a lasciar fare. Nessuno di noi ha il diritto di insegnare agli altri come vivere, visto l’assurdo cosmo in cui ci siamo risvegliati, e c’è così poca serenità a questo mondo… se qualcosa serve a far vivere gli altri più tranquilli, ben venga – finché non interferisce direttamente con la nostra vita. D’altronde anche noi seguiamo spesso sogni strani, e magnifiche illusioni che ad altri possono sembrare effimere. 🙂

      • Pavona* ha detto:

        No, ma infatti mi mordo la lingua e lascio stare XP d’altronde “non giudicare per non essere giudicato” o sbaglio ;D??
        Mi arrabbio moltissimo e non sto’ zitta dicendo la mia solo nei casi in cui vengo direttamente tirata in ballo tipo se a tavola faccio cadere un po’ di sale e mi viene intimato di gettarmene un pizzico dietro le spalle…. Ma assolutamente NO O___O!!!!! Di certo non riempio la stanza di sale solo perché qualcuno tra i presenti e’ paranoico..
        Tutti noi seguiamo riti (consciamente o inconsciamente) che ci “aiutano” ad affrontare la giornata e la vita in generale, sono la prima ad ammetterlo! Ma accanirsi su cosa così palesemente assurde lo trovo molto stupido u_u (e che non me ne vogliano troppo i superstiziosi)

  5. Lord ha detto:

    Sinceramente non capisco il nesso tra l’esperimento del giapponese e la superstizione. E’ ovvio che se ti dicono che devi fare dei punti allora premi e abbassi le leve o provi a fare altro. Vieni ingannato dall’inizio e quindi non puoi capire se quello che fai può essere utile o no. Quindi non capisco perchè questo esperimento dovrebbe dimostrare la superstizione umana. Potrei avere maggiori delucidazioni in merito?

    • bizzarrobazar ha detto:

      È logico che i soggetti provassero mille cose diverse, visto che non conoscevano le regole del gioco (in realtà inesistenti): il punto è che la maggioranza dei partecipanti si “fossilizzava” sui comportamenti che, nella loro mente, credevano avessero sortito degli effetti. Quindi se ad un certo punto alzo il braccio e casualmente il punteggio sale, continuo ad alzare il braccio a vanvera, senza più soffermarmi a controllare se la mia azione abbia effettivamente un qualsiasi nesso con il mio scopo.

      • cm ha detto:

        Sì però il ragionamento del piccione e dei giapponesi è causale, non superstizioso. Lo sperimentatore lo giudica superstizioso, ma solo perché lui sa che il nesso causale non c’è. Faccio un esempio: per alcuni tumori la chemioterapia è inefficace; non è quindi impensabile che un giorno si scopra che non ha nulla a che fare con la guarigione: nel momento in cui scoprissero una cosa del genere, tu diresti che i medici hanno avuto un comportamento superstizioso, io direi che hanno fatto dei tentativi con i mezzi che avevano a disposizione, e dato che tutti i tentativi davano risultati scarsi, hanno scelto quello che gli è sembrato migliore, proprio come i piccioni e i giapponesi. La superstizione secondo me è una cosa psicologicamente più complessa.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Hai ragione, cm, quando dici che la superstizione è certamente cosa più complessa. Credo che questi esperimenti, più che spiegare la superstizione vera e propria, fatta di scongiuri e cornetti vari, illustrino certi modelli con cui si articola il nostro pensiero, e ci dicano qualcosa di come funziona la mente e in quali errori possa incappare. L’esempio della chemioterapia è fuorviante, perché se viene utilizzata è a causa dei buoni risultati che dà mediamente. Qui si parla di soggetti che immaginano di vedere dei risultati quando non ci possono essere. Non esiste un ragionamento causale, come affermi, proprio perché non c’è nesso fra quello che fanno e il risultato; se fossero obbiettivi si accorgerebbero che nulla di quello che provano ottiene alcun effetto. Il problema sorge quando si scopre che la maggior parte dei soggetti (e quindi, che ci piaccia o meno, la maggior parte di noi) non è capace di esserlo ma comunque si illude di aver trovato il famoso nesso causale.

  6. cm ha detto:

    Penso lo stesso che bisogna entrare nel punto di vista di chi è dentro la gabbia. Lui, per quanto lo riguarda, ottiene risultati per via di un certo gesto (e li ottiene: il timer a intervalli rilascia dei premi). Non importa se poi in effetti si sbaglia: il suo ragionamento è “se faccio questo prima o poi succede quest’altro”: dal suo punto di vista la cosa funziona in modo causale. Comunque ok, diciamo che quanto più quel “prima o poi” manca di riflessione, tanto più entriamo in territorio gatti neri. Tempo fa avevo letto di un esperimento simile: un gatto era chiuso in una gabbia, e per aprirla doveva azionare una leva. Dopo una serie di movimenti convulsi, per caso azionava la leva e usciva. Al secondo tentativo, nuova serie di movimenti convulsi, ma più breve, e così via finché al x-esimo tentativo il gatto faceva solo il movimento giusto; la cosa era venata di superstiziosità per il fatto che il gatto, anche se alla fine riusciva a rendersi conto di qual era il movimento giusto, non lo perfezionava: se la prima volta aveva azionato la leva appoggiandovi le chiappe, continuava a azionarla con le chiappe; cioè non aveva ben capito che l’importante non erano le sue chiappe, ma la leva. Il poveretto andava in giro dagli altri mici pavoneggiandosi. “Datemi le chiappe e vi solleverò il mondo”, diceva. E chissà se aveva poi tutti i torti.

    Complimenti per il blog davvero molto fico.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Il mio gatto ha imparato che per aprire la porta deve provare a tirare in giù la maniglia. E non parlo di una porta in particolare, lo fa con qualsiasi porta. 🙂

  7. Gianmaria ha detto:

    Questo post mi ha riportato alla mente un piccolo interessante esperimento fatto da un mio amico, anni fa.
    Aveva creato una scatola nera, perfettamente anonima, con tre tasti uguali sopra.
    Un etichetta informava: “Solo uno di questi tre tasti, se pigiato, produrrà una piacevole musica”.
    Prima di scegliere il tasto, la persona impiegava qualche istante, come per cercare di scegliere bene, ma data la natura anonima e “minimal” della scatola, era impossibile poter trovare indizi che ci facessero capire quale tasto sarebbe stato quello giusto. Tanto sarebbe valso scegliere a caso.
    Eppure tutti cercavano di fare la scelta con una sorta di “irrazionale ponderatezza”, allo stesso modo in cui agitiamo a lungo i dadi prima di un tiro, convinti che il risultato sarà sostanzialmente diverso rispetto a quello che si otterrebbe tirandoli immediatamente.
    L’entusiasmo della vittoria, quando il tasto premuto produceva la melodia era direttamente proporzionale al tempo impiegato per la scelta. Nonostante questa fosse basata su un “sentire” irrazionale, su un azzardo paragonabile a quello del gioco e non difendibile da alcuna argomentazione logica, l’aver indovinato procurava un senso di soddisfazione molto accentuato.
    Il trucco era che TUTTI i tasti in realtà facevano partire una melodia e l’euforia del fortunato astante, sicuro di aver scelto bene, si spegneva subito quando IMMANCABILMENTE procedeva a pigiare anche gli altri tasti, come per controllare.

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