Anche le religioni muoiono. Un tempo il mazdeismo o zoroastrismo, fondato sugli insegnamenti di Zarathustra, il profeta che nacque ridendo, era la religione più diffusa al mondo, la principale nell’area mediorientale prima che vi si affermasse l’Islam. Oggi invece i seguaci sono meno di 200.000, e il numero continua a diminuire anche a causa della chiusura dell’ortodossia verso i non-credenti, tanto che nei prossimi decenni questa fede potrebbe addirittura scomparire. Attualmente sono i Parsi, emigrati secoli fa dall’Iran verso l’India, a mantenerne vivi i precetti.
Religione eminentemente monoteistica, il mazdeismo fa del dualismo fra bene e male la sua principale caratteristica: all’uomo è chiesto di scegliere fra la via della Verità e quella della Menzogna, tra la giustizia e l’ingiustizia, tra la luce e le tenebre, tra l’ordine e il disordine. Il puro, dunque, dovrà essere attento a non essere contaminato in nulla da azioni, oggetti o pensieri malvagi. Proprio per questo gli zoroastriani hanno elaborato un particolare rito funebre, volto a limitare e tenere distanti gli effetti nefasti della morte sui viventi.

Il cadavere è, infatti, impuro, perché appena dopo la morte viene invaso da demoni e spiriti che rischiano di contaminare non soltanto gli uomini retti, ma anche gli elementi. Non è possibile dunque cremare il corpo di un defunto, perché il fuoco – che è elemento sacro – ne sarebbe infettato; sotterrarlo, d’altra parte, porterebbe a un inquinamento della terra.

Così gli zoroastriani costruiscono da secoli un tipo speciale di struttura, chiamata dakhma, o “torre del silenzio”. Si tratta di una impalcatura di legno e argilla, talvolta simile a una vera e propria torretta, alta fino a 10 metri circa. La piattaforma superiore, dalla circonferenza rialzata e inclinata verso l’interno, è suddivisa in tre cerchi concentrici, talvolta suddivisi in celle, e ha al suo centro un’apertura o un pozzo.

Qui i cadaveri vengono disposti da speciali addetti, i Nâsâsâlar (letteralmente, “coloro che si prendono cura di ciò che è impuro”), gli unici che hanno la facoltà di toccare i morti: gli uomini vengono sistemati nel cerchio esterno, le donne in quello mediano e i bambini in quello più interno.
Lì vengono lasciati in pasto agli avvoltoi e ai corvi (che normalmente li divorano nel giro di tre o quattro ore) e rimangono sulla dakhma anche per un anno, finché le loro ossa non siano state completamente ripulite e sbiancate dagli uccelli, dal sole e dalla pioggia. Le ossa vengono infine gettate nel pozzo centrale, dove la pioggia e il fango le disintegreranno a poco a poco, facendo filtrare attraverso strati di carbone e sabbia quello che resta del corpo, prima di restituirlo alla terra e, ove possibile, al mare, tramite un acquedotto sotterraneo.

Il rituale delle torri del silenzio è oggi sempre più a rischio a causa di due enormi problemi: la sovrappopolazione e la scarsità di avvoltoi. Il numero sempre maggiore di cadaveri costringe a gettare nel pozzo centrale anche i corpi non ancora interamente decomposti, causando un intasamento che comporta evidenti problemi igienici, soprattutto se si pensa che a Mumbai il parco funebre sta sulla collina residenziale di Malabar Hill, a meno di trecento metri dai primi caseggiati. Nonostante la comunità Parsi abbia stanziato 200.000 euro l’anno per l’acquisto e l’allevamento di avvoltoi specificamente addestrati, sono sempre più numerosi i fedeli che optano per il cimitero o la cremazione.

Attualmente esistono all’incirca sessanta dakhma attive, a Mumbai, Pune, Calcutta, Bangalore e nello stato del Gujarat. Ma questa antica tradizione potrebbe presto scomparire: troppo lunga e troppo poco pratica.
(Grazie, Francesco!)














Grazie per la singolare informazione , come tutte d’altronde
Ottimo!
Segnalo che una comunità di Parsi è emigrata anche nell’isoletta africana di zanzibar, dove non ha fondato Dakhma, ma in compenso ha dato i natali a Freddy Mercury.
Per quanto mi riguarda, era meglio se fondavano la dakhma… i Queen sono la mia nemesi.
A Mumbay i problemi ci furono anche a causa dei pezzi di corpo che ogni tanto cadevano dal cielo. Anni fa mentre ero lì ( era ancora Bombay) si discuteva molto di una mano piovuta dal cielo. No good for tourism, you know.
Pensa ad un dépliant – “La città dove piovono pezzi di corpo”: se questa non è un’attrattiva per il turismo, non so cosa lo sia. Io, almeno, ci andrei subito.
stavo disperatamente cercando il pulsante dei like, ma non lo trovo!…veramente molto interessante!! anche il commento di andrea molto bizzarro!!
bel lavoro!!
Grazie mille!
Avete per caso le coordinate su google maps per trovare le foto dall alto?
18.959763,72.805838
Ero stato a Bombay otto anni fa e ho visto dal basso le torri del silenzio, con gli avvoltoi che volteggiavano intorno. Impressionanti. Il tizio che ci accompagnava diceva che, per richiamare con più efficienza gli avvoltoi, i corpi venivano cosparsi con urina di vacca (ma questa pratica era spesso malvista dai fedeli).