La morte in musica – I

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Inauguriamo una nuova rubrica che, in linea con l’esplorazione delle varie concezioni della morte più volte presentata su queste pagine, si propone di esaminare un contesto culturale spesso poco considerato: la musica popolare.

Che rapporto ha la canzone con la morte, come la affronta, come la descrive? Analizzando di volta in volta un rilevante brano musicale, cercheremo di capire quale immagine esso ci restituisca dell’inevitabile fine della vita, attraverso gli occhi dell’autore ed eventualmente della tradizione nella quale si inserisce.

Cominciamo con un cantautore particolarmente raffinato: il canadese Leonard Cohen, e la sua Who By Fire del 1974.

Who by fire
Ispirata al secondo paragrafo del poema liturgico ebraico Unetanneh Tokef, la canzone di Cohen è una meditazione sulla morte e sull’esistenza di Dio; ma, come vedremo, è più sottile di quanto sembri a prima vista.

Ogni strofa è divisa in due parti: la prima è dedicata all’enumerazione/lamentazione di diversi tipi di morte possibili.
Le varianti differiscono non soltanto per modalità (“chi col fuoco, chi con l’acqua”, “chi per incidente”) ma anche per motivazione (“chi per la sua avidità, chi per fame”). Da notare, in questa commovente lista, almeno alcune variazioni che sembrano sottolineare la soggettività dell’esperienza della morte, a seconda di come vediamo il mondo: alcuni se ne andranno “in questi regni d’amore”, altri “scivolando via in solitudine”. Questa realtà può essere un Eden per alcuni, un inferno per altri.

In questo senso, nel verso “chi nel felice, felice mese di Maggio” trapela tutta l’amara ironia che l’autore attribuisce al morire. L’espressione era usata in alcune ninne-nanne, e in diversi poemi e canzoni inglesi dal 1600 in poi: nel contesto di questa canzone, però, viene ovviamente inserita con la distanza del sarcasmo e della disperazione — la morte non si ferma nemmeno di fronte al mese più gioioso dell’anno, alla primavera della vita.

La seconda parte di ogni strofa è costituita dal verso “e chi dirò che sta chiamando?”. Quest’ultimo “chi” opera un notevole scarto rispetto a quelli che aprono ogni verso precedente, sottolineato anche dal cambio melodico. Non si tratta più di un elenco affermativo, ma di una domanda: tutti questi morti, chi li sta chiamando ad uno ad uno?

Il verso si gioca tutto sull’ironico doppio senso di calling, poiché il tono è lo stesso che userebbe un maggiordomo al telefono: “chi devo dire che sta chiamando?”, “chi devo riferire?”. La formulazione shall I nella sua accezione arcaica rende la frase rispettosa ed educata, quando allo stesso tempo sta proponendo una domanda scottante: chi c’è all’altro capo della metaforica cornetta?

Il poeta qui si chiede chi sia a decidere del nostro ultimo destino. Sia che moriamo per il fuoco o per i barbiturici, c’è qualcuno o qualcosa che dia un senso alla nostra sofferenza e finitezza?
La bellezza della domanda è che non è posta in termini filosofici o metafisici: Cohen non chiede direttamente “esiste un Dio che può motivare la nostra morte?”. Il suo è un approccio estremamente umano, nato dalla contemplazione del dolore e della paura di tutti coloro che debbono morire, incluso se stesso (“chi in questo specchio”).
Rifiutando una visione ateistica o fideistica, Cohen pone al centro della questione un interrogativo elegante: “chi devo dire che sta chiamando?” Come potrò giustificare tutto questo triste e violento morire? Espressa con una sinteticità poetica ammirevole, ecco la domanda che assilla l’uomo fin dall’antichità.

18 commenti a La morte in musica – I

  1. Ivano ha detto:

    Complimenti per il blog e per la nuova rubrica.Svolgete un lavoro che seguo sempre con piacere,interessantissimo.
    Continuate così.

  2. utentenonregistrato ha detto:

    concordo con Ivano, è impossibile ormai per me non controllare ogni 2 o 3 giorni se non c’è qualcosa di nuovo!

  3. dramophon3 ha detto:

    Questo è a mio parere uno dei post migliori, mi ha colpita moltissimo.
    La canzone è stupenda, complimenti.

  4. Reg ha detto:

    Strana combinazione (ma quale combinazione non è strana?): stavo cercando informazioni su questo brano proprio pochi giorni fa. La frase “and who shall I say is calling” non è proprio di facile traduzione e il suo significato sembrava destinato a rimanermi in parte oscuro. Ora, invece, direi decisamente che ci siamo 🙂

  5. Didy ha detto:

    Bellissima canzone e bellissimo post *-* non ho parole!

  6. G ha detto:

    “Ninetta mia, a crepare di maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio…”

  7. Paolo ha detto:

    A mio avviso il “maggio” è da intendere come la primavera della vita, ossia la gioventù, infatti è contrapposta al “lento decadimento”.

  8. Andrea ha detto:

    Veramente interessante complimenti; approfitto per segnalare una canzone che mi ha da subito colpito ma di cui leggendo velocemente la traduzione non ho colto lo spitiro ironico (forse non c’è)
    Potrebbe essere comunque un tema futuro ; don’t feat the reaper dei Blue oyster cult

  9. calliroe ha detto:

    ciao bizzarro!
    proposta per un argomento da trattare: Jules Talrich, anatomista ceroplasta che realizzava sculture anche piuttosto inconsuete… ad esempio http://www.pinterest.com/pin/69805862947574171/

  10. rabloto ha detto:

    Oh, bizzarro bazar, che bello leggerti.
    e quante canzoni potrei suggerire.
    e invece ti ringrazio soltanto
    con questa interpretazione che vince la morte : http://www.youtube.com/watch?v=Cchf2QH63bI

  11. Maria Teresa ha detto:

    Vi leggo da tempo, fate un lavoro straordinario: questo post tra i tanti merita l’iscrizione. Grazie a voi e all’immenso canadese…

  12. lella ha detto:

    Complimenti per l’ottima analisi del testo di Cohen

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