La bambola gonfiabile di Hitler

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Ogni tanto fa capolino sui giornali e in rete una curiosa storia: la prima bambola gonfiabile della storia sarebbe stata commissionata nientedimeno che da Adolf Hitler. Una volta messa a punto, avrebbe dovuto essere inclusa nella dotazione delle truppe di stanza all’estero, al fine di prevenire i contatti con le prostitute locali, il diffondersi di malattie veneree e l’inquinamento della razza ariana.

La storia è ricca di dettagli. Il progetto segreto, denomiato Borghild, faceva capo addirittura a Himmler, che avrebbe contattato nel 1941 un dottore danese, Olen Hannussen, per costruire la bambola. Anche le fattezze che doveva avere il simulacro erano precise: “di grandezza naturale, doveva somigliare a una bella donna di pelle bianca, capelli biondi, dolci occhi azzurri, alta 1,76, labbra e seni giganti, gambe, braccia e testa articolate e un ben disegnato ombelico”. L’attrice ungherese Kathe von Nagy fu proposta come modello per la bambola, ma rifiutò, così si optò per delle sembianze più neutre. Sfortunatamente, una bomba degli Alleati distrusse la fabbrica di Dresda dove si stava svolgendo la produzione, e il progetto Borghild venne abbandonato.

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Questa vicenda, citata come unica voce storica dalla pagina italiana di Wikipedia sulle bambole sessuali, è apparsa su molti giornali internazionali e anche su alcuni nostri quotidiani (Repubblica e Corriere, ad esempio). Peccato che nessuno abbia pensato a controllare le fonti. [UPDATE: la pagina Wiki è stata aggiornata in seguito a questo nostro articolo.]

Innanzitutto, le bambole sessuali erano in uso già nel 1600: ovviamente non erano di gomma, né gonfiabili, ma venivano costruite a partire da cotone, stoffa o vestiti vecchi, cuciti assieme in una rudimentale forma femminile. Queste bambole di pezza a grandezza naturale venivano chiamate dames de voyage, “dame da viaggio”, dai marinai francesi e spagnoli che le utilizzavano durante i lunghi e solitari mesi sull’oceano; privati della compagnia del gentil sesso (generalmente la presenza di donne era proibita a bordo delle navi, perché considerata di cattivo auspicio), questi lupi di mare al momento giusto erano evidentemente capaci di molta fantasia. Nessuna dame  de voyage originale è arrivata intatta fino a noi.

All’inizio del XX secolo, poi, era già cominciata in Francia la fabbricazione di manichini che riproducevano fedelmente gli organi sessuali in gomme e altri materiali. Veri e propri automi destinati alla fornicazione, pare che venissero commercializzati sottobanco a clienti facoltosi in due modelli – maschile e femminile – e che in alcuni casi includessero dei sistemi idraulici in grado di autolubrificare la vagina o, per la versione maschile, simulare l’eiaculazione.

Quindi, anche se fosse vera, la storia dei nazisti che “inventano” la bambola sessuale non costituirebbe certo un particolare primato storico, se non per l’idea di renderla pratica e trasportabile in uno zaino militare, gonfiabile prima dell’utilizzo. Ma davvero il Führer nel 1941, in piena preparazione offensiva contro la Russia, avrebbe dedicato tanti sforzi a questa bislacca priorità per le sue truppe?

Due giornalisti tedeschi, Rochus Wolff e Jens Baumeister, indipendentemente l’uno dall’altro hanno cercato di ricostruire da dove provenga la notizia. Sembra che l’articolo originario sia apparso sul Bild, giornale tedesco dai toni scandalistici, spesso poco attento all’accuratezza delle fonti. E l’articolo cita come unico riferimento il sito borghild.de, gestito da Norbert Lenz. Approfondendo la questione, Wolff e Baumeister hanno scoperto diversi punti oscuri: le foto presenti sul sito sono ricostruzioni di fantasia; i riferimenti ai documenti ufficiali, inaccurati o inventati di sana pianta. Del fantomatico dottore danese Olen Hannussen, nessuna traccia. All’archivio del Museo Tedesco d’Igiene (dove sempre secondo Lenz si troverebbero i documenti relativi al progetto Borghild) nessuno ha mai sentito parlare di questa storia.
Ma Wolff ha fatto un passo in più: ha chiamato le varie testate giornalistiche per cui Norbert Lenz dice di aver lavorato regolarmente come freelance (Stern, Max, Focus). Tutte le redazioni hanno smentito di aver mai lavorato con Lenz. Il suo nome non compare sugli elenchi telefonici, e l’unico libro pubblicato da qualcuno che si chiama Norbert Lenz è un libro di fotografie sulle pacifiche e simpatiche anatre che sguazzano nel Lago di Costanza.

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L’intero sito borghild.de, quindi, fino a prova contraria è da considerarsi come un’elaborata farsa volta a creare una nuova leggenda metropolitana a cui, in maniera fin troppo prevedibile, hanno abboccato anche testate importanti.

Se siete interessati alla storia delle bambole sessuali, dagli albori fino alle moderne, iperrealistiche e ultratecnologiche Real Doll, vi consigliamo il testo The Sex Doll: A History (2010) di Anthony Ferguson, disponibile soltanto in lingua inglese, da cui abbiamo attinto le fonti sulle dames de voyages e gli antesignani delle bambole gonfiabili. La “bufala” di Borghild l’abbiamo invece scoperta per la prima volta su BoingBoing (e link correlati).

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(Grazie, Danilo!)

La biblioteca delle meraviglie – XII

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Domenico Vecchioni
I SIGNORI DELLA TRUFFA
L’uomo che vendette la Tour Eiffel e altre incredibili storie di impostura
(2009, Editoriale Olimpia)

Truffatori, specializzati nel plagiare e raggirare, falsari, mistificatori, criminali dell’alta finanza, scrocconi, bugiardi, sempre impegnati a scovare nuovi modi di sfruttare la dabbenaggine del prossimo e magari di soffiargli i risparmi di una vita: possiamo davvero provare della simpatia per questi personaggi? Forse sì, a patto che la truffa che hanno elaborato sia talmente ingegnosa e fantasiosa da non sembrare più una disonesta scorciatoia, ma una vera e propria opera d’arte.
Domenico Vecchioni, ambasciatore italiano a Cuba e scrittore esperto di spionaggio, si concentra in questo libro, dallo stile leggero e scorrevole, proprio su questo tipo di imbroglioni – quei truffatori che, grazie alla loro spavalda faccia tosta e a un’immaginazione fuori dal comune, portano a termine dei “colpi” davvero sorprendenti. Non si tratta certo di un’apologia dell’inganno, anzi: l’autore stesso ammette di aver tirato più di un sospiro di sollievo nel constatare che quasi tutte le truffe finiscono con una giusta punizione. Queste storie sanno però strappare più di una risata; forse a volte un tantino nervosa, perché non avremmo mai sospettato la quantità di espedienti tramite i quali noi stessi potremmo venire beffati.
Fra le vicende più incredibili si può citare quella del clown che si finse nipote del sultano di Costantinopoli e divenne Re d’Albania per due giorni (ma venne smascherato prima di mettere le mani sul tesoro reale e sull’harem che aveva prontamente ordinato di costruire); oppure il più grande pittore falsario di tutti i tempi che, “posseduto” dallo spirito di Vermeer, sfornava quadri del grande maestro olandese fino ad allora sconosciuti, talmente perfetti nello stile da venire acquistati ed esibiti da prestigiosi musei di Amsterdam e Rotterdam. E ancora: l’uomo che convinse trecento sprovveduti a vendere ogni loro avere per trasferirsi nella “Nuova Francia”, un’isola nel Pacifico che si sarebbe rivelata essere non esattamente il Paradiso terrestre pubblicizzato; l’uomo che appaltò lo smontaggio e lo smaltimento della Torre Eiffel agli industriali della siderurgia; l’uomo che inventava banche fittizie con tanto di comparse e attori nel ruolo di clienti, impiegati, guardie, per proporre investimenti fantasma; e molto altro ancora.
Il libro di Vecchioni è una strana esperienza. Testimonia dell’inesauribile inventiva umana; e anche se, in questi casi specifici, essa è incanalata verso obiettivi criminali ed eticamente condannabili, non si riesce a non sorridere di fronte a tanta geniale, visionaria fantasia.

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Paul Koudounaris
HEAVENLY BODIES
Cult treasures & spectacular Saints from the Catacombs
(2013, Thames & Hudson)

In questa rubrica abbiamo raramente consigliato dei libri per cui non esista una traduzione italiana. Questo è uno dei casi che fa eccezione, perché il suo valore è inestimabile.
Dall’autore di Empire of Death (volume presto diventato cult), ecco Heavenly Bodies, un excursus attraverso alcune delle più belle e inquietanti reliquie cristiane. Si tratta di santi i cui corpi, riesumati, vennero spediti in diverse parti d’Europa (Germania, Austria e Svizzera principalmente) per essere adornati e adorati.

- Bürglen, Switzerland, detail of the skull St. Maximus inside armored helmet. One of two surviving skeletons of saints taken from the Roman Catacombs as presumed martyrs and decorated in armor in Switz -

Wil, Katakombenheiliger Pankratius / Foto 2010 - Wil, Switzerland, upper body of St. Pancratius. The relic of a presumed martyr from the Roman Catacombs arrived in the city's church of St. Nicholas in the 1670s. The relic was considered miraculous. -

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Corpi miracolosi, venerati, sacri. Rivestiti d’oro, di gemme, di gioielli, inglobati in raffinati e fantastici vestiti. La sontuosità degli orpelli contrasta con la commovente staticità dei cadaveri, tanto da imbarazzare la Chiesa stessa, che cercò di distruggerli o occultarli; eppure, molti di questi santi addobbati sono visibili ancora oggi.

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Le splendide fotografie costituiscono il valore principe di questa pubblicazione: rubini e pietre preziose adornano teschi e scheletri, i cadaveri sembrano indicare ad un tempo stesso la caducità e l’eternità dello splendore della fede, e in tutto questo brillare di diademi e decorazioni vediamo ancora una possibile negazione della morte, un’esaltazione simbolica del corpo che risorgerà vittorioso.

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Croci della peste

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La peste è stata la più catastrofica fra le malattie umane. Presente per millenni, con ciclici ritorni, la peste ha spesso plasmato la storia del nostro continente: durante le epidemie più dure, le perdite in termini di vite umane erano talmente gravi da obbligare l’intera società a ristrutturarsi completamente. Secondo molti studiosi, alle varie ondate delle malattia corrispondono altrettanti cambiamenti significativi nelle innovazioni tecnologiche, nei valori, nella concezione dell’uomo e dell’universo. Ed è facile immaginare che quando un simile flagello colpiva l’umanità, gli occhi si rivolgevano ai simboli della fede, per cercare di capire le motivazioni di questa “prova” inflitta da Dio, o semplicemente per trovare conforto.
Ecco allora nascere il vocabolo tedesco pestkreuz, (plague cross in inglese), termine dai molti e diversi significati.

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Quando, durante il XVII Secolo, le epidemie di peste bubbonica martoriavano l’Europa, prese piede l’usanza di marcare con la vernice rossa le porte delle case visitate dalla malattia, disegnandovi delle grandi croci accompagnate da invocazioni che invocavano la pietà del Signore. Si segnalava così la presenza del morbo, allertando il vicinato. Fu così che si incominciò a parlare di “croci della peste”, ma la relazione fra il feroce e incurabile morbo e il simbolo salvifico non si fermò a questo.

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Ben presto le croci vennero usate anche nel commercio: si trattava di strutture temporanee, in legno o in pietra, che venivano issate per indicare i luoghi di scambio e di mercato posti al di fuori delle mura cittadine e che, almeno in linea teorica, erano al sicuro dal contagio. Se volevate vendere o acquistare della merce avendo qualche speranza di non rimanere infettati, dovevate cercare queste croci, sotto cui si radunavano piccoli mercati estemporanei.

In Inghilterra alcune di queste croci erano equipaggiate con una bacinella d’acqua, dentro la quale venivano sommerse tutte le monete prima e dopo gli acquisti, come misura precauzionale; in altri casi l’acqua era sostituita da aceto, che avrebbe dovuto fungere da “disinfettante”. La più celebre di queste vasche è la Vinegar Stone di Wentworth.

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Altri tipi di croci della peste avevano finalità caritatevoli, come ad esempio quella, incompleta, conservata a Leek, Staffordshire: a quanto si dice, ai suoi piedi si poteva lasciare del cibo e delle provviste per gli ammalati, senza entrare in contatto con essi.

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Ma forse la declinazione più curiosa di questo rapporto fra l’icona cristiana e la peste sta in alcuni crocifissi, tipici soprattutto dell’area austro-germanica nel XVI e XVII secolo, che ritraggono Gesù afflitto dalle piaghe bubboniche: la morte, compagna di tutti i giorni, influenza anche gli artisti.

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Per quanto apertamente astoriche, queste sanguinose rappresentazioni erano un mezzo per far immedesimare il fedele nel supplizio sopportato dal Cristo, ma anche viceversa – era il Redentore che scendeva fra gli uomini, soffriva con loro, portava sul corpo gli stessi segni di dolore della gente comune, si prendeva carico della loro angoscia.

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Infine, l’ultima tipologia di croce della peste è anche la più triste, e più diffusa in tutta Europa: quella che commemora i cosiddetti plague pits, “pozzi della peste”. Si tratta delle tombe di massa, in cui venivano tumulate le vittime, talmente numerose da non poter essere seppellite singolarmente.

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Death Zone

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Con i suoi 8.848 metri, l’Everest è la montagna più alta della Terra. Il suo picco che svetta immacolato sopra le nubi è il simbolo della sfida ultima, quella che porta l’uomo oltre i confini delle sue capacità. Il nostro corpo, infatti, sembra progettato per reagire al meglio quando si trova al livello del mare, e più ci eleviamo in altitudine, più il nostro fisico fatica ad adattarsi.

I rocciatori e gli scalatori non devono per forza essere diretti sull’Himalaya per fare i conti con i problemi dell’alta quota. Già a partire dai 2.500 metri di altitudine si può essere soggetti al cosiddetto mal di montagna: la bassa pressione atmosferica riduce i livelli di ossigeno nel sangue, e tutta una serie di sintomi cominciano ad apparire – cefalea, vertigini, stordimento, insonnia, vomito, ecc.
Ma tutto questo è un gioco da ragazzi, rispetto a quello che succede sul monte Everest. Oltre gli 8.000 metri, infatti, si entra in quella che è definita Death Zone, la zona della morte.

Qui non ci si può adattare né acclimatare in alcun modo. Innanzitutto, non c’è abbastanza ossigeno per respirare. Il ritmo passa dai tipici 20-30 respiri al minuto agli 80-90, ed è talmente faticoso che si può perdere i sensi anche soltanto cercando di tirare il fiato. Praticamente tutti gli scalatori fanno uso di bombole d’ossigeno nella Death Zone. Ma questo è soltanto il primo dei problemi.

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Più si sale, più aumenta il rischio di edema polmonare o cerebrale da alta quota, vale a dire un accumulo di fluidi nei tessuti dei polmoni o del cervello, che può rivelarsi fatale. Dormire è sempre più difficile, digerire del cibo praticamente impossibile. Possono sopravvenire cecità da neve, disidratazione, disorientamento ed estremo affaticamento. Il corpo è talmente sotto sforzo che per percorrere meno di due chilometri verso la vetta, si impiegano circa 12 ore. A questi rischi si aggiungono gli imprevisti meteorologici: i venti avversi, le tormente, il fondo nevoso ghiacciato e scivoloso, il pericolo di slavine.

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Le temperature rigide ghiacciano qualsiasi porzione di pelle esposta all’aria, risultando nel congelamento e nella formazione di vescicole, bolle e in seguito gangrena. Per dare un’idea dell’intensità del freddo, basti pensare al brutto episodio capitato a Howard Somervell durante la spedizione del 1924. Senza ossigeno né particolari protezioni, Somervell aveva fin dall’inizio della scalata una forte e dolorosa tosse; durante la discesa, all’improvviso sentì qualcosa che, incastrato in gola, gli bloccava del tutto il respiro. Non poteva parlare o attirare l’attenzione del suo compagno, non poteva respirare, quindi si sedette nella neve per morire. Ma, prima di cedere del tutto, si premette le mani sul petto in un ultima poderosa spinta, e riuscì a tossire fuori ciò che ostruiva le vie aeree: si trattava di un pezzo della sua stessa laringe, congelata.

Somervell fu comunque più fortunato di molti altri. Durante gli anni, più di 200 persone sono morte cercando di raggiungere la vetta dell’Everest. Valanghe, ferite da caduta, rottura del ghiaccio, decisioni errate dovute allo stress o alla debolezza, o semplice perdita delle funzioni vitali: quasi ogni anno si conta qualche incidente fatale, con il picco di 15 morti nel solo 1996.

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Le dure condizioni della Death Zone spesso impediscono di soccorrere gli alpinisti in difficoltà, perché aiutare qualcuno che è in pericolo significa mettere a rischio anche la propria vita: quindi, chi si ferma è perduto.

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La Death Zone è disseminata di cadaveri. Impossibile portarli a valle, impossibile perfino rintracciarli tutti. Così, nel corso del tempo, i corpi hanno cominciato ad essere utilizzati come punti di riferimento. “Green Boots” (scarponi verdi) è il soprannome dato a uno scalatore indiano morto nel 1996, che era rimasto separato dal suo gruppo e si era riparato dagli elementi sotto una sporgenza, e lì era morto assiderato. Oggi tutti gli scalatori diretti in vetta passano di fianco al suo corpo, e lo usano per calcolare quanto manca alla cima.

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Lì vicino si trova anche il cadavere di David Sharp. Nel 2005 si fermò in una grotta, vicino alla sommità dell’Everest, per riposarsi. Il suo corpo si congelò e gli fu impossibile muoversi. Più di 30 scalatori passarono vicino a lui, alcuni udirono flebili lamenti e capirono che era ancora in vita. Lo spostarono al sole, per cercare di scaldarlo, ma comprendendo infine che proprio non riusciva a muoversi, furono costretti ad abbandonarlo alla sua sorte. Anche il suo cadavere funge oggi da punto di orientamento.

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Questi lugubri “marcatori di distanza”, fissati in pose scomposte e conservati indefinitamente dal gelo, sono talvolta fin troppo impressionanti, e le guide sherpa li spingono giù dai cigli delle rocce per nasconderli alla vista degli scalatori, facendoli cadere sul fondo di dirupi inaccessibili.

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Se fino al 1953, quando Tenzing e Hillary raggiunsero per primi la vetta, l’Everest era un picco inesplorato, oggi è una costosa moda che crea addirittura ingorghi e rallentamenti. Si possono pagare anche più di 60.000$, tra permessi ed equipaggiamento, e molto spesso i ricchi amanti del brivido che affrontano l’impresa non hanno alcuna esperienza di arrampicate.
Le critiche più aspre per questa commercializzazione della montagna vengono proprio dagli alpinisti professionisti, come ad esempio Reinhold Messner: “L’alpinismo d’alta quota è diventato turismo e spettacolo. Questi tour commerciali dell’Everest sono ancora pericolosi. Ma le guide e gli organizzatori dicono ai clienti, ‘Non si preoccupi, è tutto organizzato’. La via è preparata da centinaia di sherpa. Ossigeno extra è disponibile in tutti i campi, fino alla cima. Lo staff cucina per te e ti prepara il letto. I clienti si sentono sicuri e non si preoccupano dei rischi”.

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Wikipedia offre una lista di tutte le persone morte sull’Everest di cui siamo a conoscenza. Il documentario The Wildest Dream, invece, esplora uno dei misteri più affascinanti relativi alla montagna, quello della spedizione di George Mallory che forse potrebbe aver conquistato la vetta nel 1924, quasi trent’anni prima del record ufficiale.

(Grazie, Slago!)

Specchiarsi nell’Ombra

(Articolo a cura della nostra guestblogger Jennifer Bertasini)

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Ovunque andrai, sarò con te,

sempre, sino alla fine dei tuoi giorni.

E, allora, mi poserò sulla tua tomba.

(de Musset, La nuit de décembre)

C’è un corvo, posato su una pietra tombale; un giovane uomo si china sulla lapide su cui sono incisi i versi di de Musset: il ritratto del defunto si specchia negli occhi del curvo visitatore. I loro lineamenti coincidono alla perfezione.

Questa la scena finale de Lo studente di Praga (1913), sperimentale film horror in bianco e nero basato su uno script di Hanns Heinz Ewers. La silhouette del giovane appena sepolto e della sua ombra aberrante coincidono con quella di Balduin, studente spadaccino che, dilapidato il patrimonio in notturne dissolutezze, baratta il suo riflesso con una somma ingente di denaro, firmando un contratto con Scapinelli – novello demonio oscarwildiano – e sancendo, così, la sua disfatta. Tra eteree contesse annegate, ballerine caucasiche e duelli da drammatica operetta, si consumano delitti e incomprensioni: il colpevole non può che essere il riflesso di Balduin, incarnante la materializzazione dei suoi antichi disagi esistenziali e della scissione interiore che gl’impedisce, tra l’altro, di vivere una soddisfacente intimità con la sua amata. Impossibile sfuggire a colpe pregresse, né al proprio lato istintivo (che può finire per guidarci, indipendentemente dalla ragione): dopo un incontro rivelatore col suo doppio, nelle suggestive vesti del vetturino della carrozza su cui Balduin sta viaggiando, il giovane spara al phàsma, all’apparizione. Prevedibilmente, è dalle sue stesse arterie che il sangue finisce per fluire; un ghignante Scapinelli strappa il contratto sul cadavere.

Tangibile, all’interno della pellicola, l’influsso di Hoffmann (La storia del riflesso perduto), ma la letteratura Otto-Novecentesca appare ampiamente costellata di opere analoghe, in cui la perdita dell’ombra, la fuga del riflesso e lo sdoppiamento rappresentano la cedevolezza dell’autocontrollo rispetto alle pulsioni, e i personaggi appaiono in balia di terrificanti Doppelgänger che agiscono in loro vece, portandoli alla morte, o – soluzione ancor più aberrante! – a forme terribili di psicosi e follia.

Si pensi ai testi di Chamisso (Storia meravigliosa di Peter Schlemil), Andersen (L’ombra), Jean Paul (Espero), Richard Dehmel (Masken), Ferdinand Raimund (Il re delle Alpi e il misantropo), Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray), Poe (William Wilson), Dostoevskij (Il sosia). La personalità di ognuno di questi autori era venata da disturbi psichici, nervosi, sessuali, aggravati dall’abuso d’alcool e d’oppiacei; tratto in comune: frequenti allucinazioni sulla scissione di sé. Jean Paul, ad esempio, si perdeva in solipsistiche elucubrazioni sull’Io, rabbrividendo d’orrore nel non riuscire a riconoscersi riflesso nelle iridi di un interlocutore; Maupassant tremò nell’osservare se stesso strisciare notturnamente all’interno della sua camera al fine di dettare nuovi appunti; Goethe intercettò l’inquietante figura del Sé del futuro cavalcargli incontro lungo il sentiero per Drusenheim; Chamisso, trascinatosi a letto in seguito a una notte brava, accusò il colpo di trovarvi il suo doppio e di esser costretto a convenire che Quello fosse il reale se stesso; in Eines Nachts, Poritzky cedette alla superstizione infantile di osservare il proprio riflesso nello specchio a mezzanotte: perso nei ricordi della giovinezza, la sua figura parve sdoppiarsi tra passato e presente, sino a che il poeta non inorridì innanzi all’improvvisa realizzazione del suo terrificante invecchiamento.

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Il terrore d’impazzire, di perdere il controllo della propria coscienza, sembrano dunque essere alla radice del timore della perdita dell’ombra, del pensiero di un doppio libero d’agire indipendentemente dalla nostra volontà, della cessione del proprio riflesso agli altri – demoni, solitamente, che essendo originariamente loro stessi ombre, al pari di spiriti, spettri, elfi e maghi, desiderano averne altre per sé. Ed è questo, dunque, il germe del terrore primigenio: non possedere un’ombra implicherebbe l’astrazione dal mondo sensibile, quello dei vivi. Solo le anime (si pensi a leggende persiane, o allo stesso Inferno dantesco) e i morti, giacendo, non proiettano mobili riflessi.

Di qui il fiorire di leggende e superstizioni, contemporanee, antiche, esotiche o tribali. Per l’assenza di ombre al suo interno, il sacro recinto degli Arcadi (il Liceo), era assimilato al regno dei morti: chi osava avventurarvisi sarebbe deceduto entro un anno. La stessa sorte toccherebbe, secondo credenze diffuse presso popoli germanici e slavi, nonché presso gli ebrei, a chi durante particolari ricorrenze (la Vigilia di Natale, S. Silvestro, Sukkot, l’intervallo tra Natale e l’Epifania) non proietta alcuna ombra sui muri o ne mostra una sdoppiata; chi possiede un’ombra debole o incerta verrebbe invece considerato malato, e dovrebbe quindi essere esposto al sole per richiamare l’energia – il doppio – sfuggente.

Secondo Frazer (Il ramo d’oro), presso gli abitanti delle Isole Salomone vige il divieto di calpestare l’ombra del re – pena la morte, per oltraggio al corpo dello sovrano stesso -, mentre Ambonya e Uliase evitano di uscire a mezzogiorno, quando il sole, perpendicolare, rende le ombre evanescenti (ed è proprio a quell’ora che il guerriero leggendario Tukaitawa, per i Mangaiani, venne assassinato, in quanto la sua forza variava d’intensità a seconda della definizione del suo umbratile doppio, a sua volta dipendente dall’inclinazione del sole).

Per il primitivo, l’ombra è infatti un’entità tangibile e reale, in grado d’agire indipendentemente, o addirittura di prendere il controllo sulla coscienza, nei sogni e nelle visioni, prima di distaccarsi definitivamente dal corpo al momento del trapasso. E dove sceglie di rifugiarsi, allora, questa mobile e ambigua entità? Sulle pareti di una tomba egizia, forse, dipinta in colori sgargianti per non essere dimenticata. Oppure in una dimensione alternativa, tramutandosi, magicamente, in ciò che religiosamente si definisce anima.

Ed è appunto per il timore di perderla anzitempo che gli Zulù evitano di riflettersi nelle torbide paludi, che non restituirebbero chiaramente i loro lineamenti, e gli antichi Greci interpretavano il sognare il proprio eìdolon – separato da sé – come presagio di morte; per la stessa ragione – preservare l’anima dalla fuga – in alcune regioni tedesche vige l’usanza di velare gli specchi qualora vi sia un morto in casa: l’ombra potrebbe continuare a dimorare nella superficie riflettente, e scorgere due morti – quello reale e il suo riflesso – implicherebbe l’imminente decesso di un altro familiare.

Sia in Oriente che in Occidente si sono registrati, nel corso dei secoli, gustosi aneddoti inerenti al riconoscimento – anche giuridico – dell’ombra quale entità solida e materiale: l’antico diritto germanico prevedeva che un servo, offeso da un uomo libero, potesse rivalersi sulla sua ombra, mentre sotto l’imperatore Massimiliano era incluso, tra le pene più aspre, l’assassinio rituale di un’ombra tramite vanghe. Plutarco, infine, riferisce che il re Bochoris d’Egitto, trovatosi a giudicare il caso di un uomo che aveva goduto dei favori di un’etera durante il sonno, stabilì che la somma pattuita venisse versata dal doppio del reo – l’ombra, appunto – agente nel sogno.

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Un’ombra come riflesso in grado d’agire indipendentemente dalla volontà, dunque, capace d’incarnare il lato oscuro, istintivo, pulsionale d’ogni uomo. Perdere l’ombra, in quest’accezione, o cederla ad altri, pur attraverso il dono d’un cammeo, uno scatto fotografico, un ritratto – a cui le popolazioni tribali, non a caso, si sottraggono – assume la sinistra valenza di una terribile perdita di coscienza o di controllo e, di conseguenza, può essere alla base del timore di morire o l’orrore d’impazzire. Orrore e timore più o meno esplicitati e riconosciuti, più o meno inconsci e striscianti, ravvisabili nel substrato delle etnie più disparate, abili nel trascendere le differenze culturali, oltrepassando i limiti – limiti così labili! – del Tempo e dello Spazio.

R.I.P. Mike Vraney

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Il 2 gennaio, all’età di 56 anni si è spento Mike Vraney. Sicuramente il suo nome non vi dirà molto, ma questo eterno adolescente dall’entusiasmo senza freni è stato il fondatore della Something Weird, una distribuzione home video che ha cambiato a suo modo la storia del cinema. Giusto per chiarire, se non fosse per lui l’ormai celebratissima pin-up Bettie Page e il padrino del gore Herschell G. Lewis non sarebbero forse oggi così sconosciuti.

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Mike aveva una missione: scovare, distribuire e rendere noti al pubblico tutti quei film a bassissimo budget, prodotti in maniera oscura, che rischiano di venire dimenticati come spazzatura. Collezionava in modo ossessivo film assurdi, weird, talmente folli o brutti da possedere un innegabile potere di seduzione: le pellicole, insomma, in cui le ristrettezze economiche o l’incompetenza della troupe rendono comici e stranamente poetici tutti quegli errori che in un film mainstream non potremmo mai tollerare.

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I produttori di questi film spesso li tenevano chiusi nel casssetto, ritenendoli ringuardabili e invendibili. Vraney, scandagliando i loro archivi, scovava le “perle” nascoste, e comprava i negativi, di cui essi erano ben lieti di sbarazzarsi.
Poi, spiazzando tutti, ci faceva i soldi: per questo motivo era stato soprannominato affettuosamente “il quarantunesimo ladrone”.

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Il suo business funzionava proprio perché era lui stesso in prima persona un fan sfegatato di tutto ciò che di bizzarro il cinema di serie B o Z è riuscito a sfornare. Il catalogo della Something Weird propone al pubblico una gamma sorprendente di “filoni” e generi di cui pochi, anche fra i cinefili più smaliziati, avevano sentito parlare prima che Vraney li distribuisse. Vi si trovano enfatici filmati “educativi” anni ’50 sui pericoli della strada (che talvolta erano degli splatter ante litteram), e sugli esagerati e irrealistici danni della marijuana o del sesso; i nudies cuties, film di inzio anni ’60 che con il pretesto di una striminzita trama proponevano i primi, scandalosi (per l’epoca) nudi femminili; introvabili e rari loop erotici/striptease dell’era del proibizionismo, fra cui appunto quelli di Bettie Page; film pensati per i bambini, ma per un motivo o per l’altro risultati completamente distorti e angoscianti; peplum con scenografie da recita scolastica; spaghetti-western messicaneggianti ridicoli e raffazzonati; i primi film della storia a rappresentare il “terzo sesso” (l’omosessualità), con tutte le ingenuità che ci si può aspettare; e, ancora, cartoni animati svalvolati, detective privati guardoni, assassini pazzoidi più pericolosi per il loro overacting che per la crudeltà, film celebri reinterpretati da un cast interamente di colore, e tutta una galassia di seni, culi, melodrammi, pubblicità ambigue, film di guerra e di avventura senza guerre né avventure (sempre per motivi di budget).

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Le proposte editoriali della Something Weird sono talvolta uno spasso già dal titolo. Eccone alcuni:
The Secret Sex Lives Of Romeo And Juliet (Le segrete vite sessuali di Romeo E Giulietta)
Fire Monsters Vs. The Son Of Hercules (I Mostri del Fuoco contro il Figlio di Ercole)
Masked Man Against The Pirates (L’Uomo Mascherato contro i Pirati)
Superargo Vs. The Faceless Giants (Superargo contro i Giganti Senza Volto)
Diary Of A Nudist (Il Diario di una Nudista)
Adult Version of Jeckyll & Hyde (La versione adulta di Jeckyll & Hyde)
The Fabulous Bastard From Chicago (Il Favoloso Bastardo di Chicago)

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Il cinema, si sa, è un’arte che si mescola e si confonde con l’industria: con buona pace di chi sbraita che i film dovrebbero essere questo o quello, sia i blockbuster di Michael Bay che gli esperimenti di Guy Debord sono cinema. E allora, se qualcosa ci insegna la meticolosa ricerca di Vraney, è che si possono trovare delle piccole pepite anche nell’immensa “fogna” dei film di consumo, quelli che un tempo venivano girati esclusivamente a fini economici, senza alcuna aspirazione artistica… ma che offrono di sicuro almeno una sana risata se non proprio, in rari casi, qualche breve e fulminea illuminazione. E ci fanno riflettere su quanto complessa e variegata sia stata nell’ultimo secolo la produzione cinematografica, e sul patrimonio che andrebbe completamente perduto in assenza di persone come Mike.

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Il fornaio di Hannibal Lecter

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(Articolo a cura del nostro guestblogger Andrea Ferreri)

Il suo negozio si chiama Body Bakery, cioè la “panetteria dei corpi”. Se volete visitarla, dovete fare un po’ di strada, perché è a Ratchabury, a 100 km da Bangkok, in Thailandia. Il fornaio si chiama Kittiwat Unarrom, ha 35 anni, e, quando andate a trovarlo nel suo negozio, vi arriva subito la sensazione di essere capitati nel rifugio di un serial killer: nelle vetrine sono in esposizione teste, braccia, mani, intestini, attaccati a ganci come se fossero pezzi di carne in esposizione in una macelleria.

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Kittiwat li rende simili al vero grazie alla sua abilità nel manipolare acqua e farina, cui aggiunge però cioccolato, resine e coloranti tutti naturali, uvetta, anacardi e gli altri seducenti sapori cui siamo abituati nelle nostre città. Insomma, quei rimasugli di corpi li potete anche mangiare: basta solo superare l’idea che siete diventati cannibali.

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L’idea di produrre un pane così raccapricciante nasce da una massima buddista secondo la quale “ciò che vedi potrebbe non essere vero quanto ciò che pensi”. E, infatti, quelli che sembrano i resti di un massacro nascondono la fragranza e la freschezza del pane, alimento della vita. «Quando i miei clienti vedono i miei lavori – racconta Kittiwat – scappano via, non vogliono nemmeno provare a mangiarli. Però, se li assaggiano, scoprono che sono solo pane e ne traggono una lezione: mai giudicare dalle apparenze!».

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La food art fa parte della cultura artistica asiatica: in Thailandia c’è una vera e propria scuola di scultori di frutta che producono capolavori, per esempio, lavorando su un cocomero. Ma c’è anche una vicinanza profonda, antropologica, dello spirito thai alla morte (ne trovate un esempio in questo articolo). Così, il “fornaio di Hannibal Lecter” realizza le sue opere in perfetta sintonia con il suo ambiente culturale. Ma intorno a lui fioccano le leggende: si dice che suo padre lavorasse all’obitorio di Bangkok e che Kittiwat abbia passato la vita dividendosi tra il forno di famiglia e i cadaveri dimenticati sui tavoli di marmo della morgue.

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È quasi tutto vero. Kittiwat viene da una famiglia di fornai e ha imparato a fare il pane a 10 anni, ma dal 2006, quando cioè si è laureato in Belle Arti e ha cominciato a realizzare le sue sculture “alimentari”, il suo mestiere si è trasformato in qualcosa di più raffinato, in uno strano, irrituale tentativo di raccontare il proprio mondo religioso. Si è documentato studiando libri di medicina, visitando musei anatomici e ha conquistato una straordinaria conoscenza dei suoi materiali base: l’acqua e la farina. Le sue opere sono incredibilmente somiglianti al vero, perturbanti e violente, ma non sono pensate soltanto con l’intenzione di creare disagio. Incartando i suoi lavori come se fossero alimenti (e di fatto lo sono), Kittiwat mette i clienti di fronte al loro lato oscuro, alla capacità di vedere la morte non più come un evento dal quale fuggire, ma come qualcosa da mangiare. Peccato però che questo aspetto sia passato in secondo piano: negli ultimi anni, anche grazie alla celebrità regalata da internet, lo spettacolo horror del suo obitorio commestibile è diventato un’attrazione turistica che potete trovare perfino nelle guide.

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