Il volto del dolore

All’inizio del secolo scorso la medicina stava entrando nella sua età più matura e progredita; eppure, come abbiamo spesso notato (vedi ad esempio i metodi per aprire una bocca descritti in questo articolo), la pratica terapeutica mancava ancora della doverosa attenzione per il paziente e per la sua sofferenza.

Nei primi anni ’30 il Dr. Hans Killian, uno dei più conosciuti anestesiologi e chirurghi tedeschi, sentì che era tempo di cambiare l’attitudine dei medici nei confronti del dolore. Secondo il Dr. Killian, non soltanto ne avrebbero beneficiato i pazienti in quanto esseri umani, con una propria dignità e sensibilità, ma perfino la pratica medica: riconoscere i sintomi della sofferenza, infatti, avrebbe dovuto essere parte integrante dell’anamnesi clinica. Come esporre la questione in maniera scientifica e al tempo stesso incisiva?

Il Dr. Killian era appassionato di arte e fotografia, ma fino ad allora aveva tenuto ben separati i suoi interessi estetici dalla professione medica. Il suo primo libro di fotografie, intitolato Farfalla, mostrava suggestive immagini delle farfalle che lui stesso allevava, e venne pubblicato sotto pseudonimo, per non mettere a repentaglio la “serietà” del suo status di chirurgo. Questa volta, però, la posta in gioco era troppo alta per non rischiare. Così il Dr. Killian decise di pubblicare a suo nome (anche a discapito della sua carriera) il progetto che più gli stava a cuore, e che avrebbe contribuito a cambiare il rapporto medico-paziente.

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Il suo controverso libro, pubblicato nel 1934, si intitolava Facies Dolorosa: Das schmerzensreiche Antlitz (“l’aspetto del dolore”). Si trattava di 64 fotografie di bambini, uomini e donne di ogni età, ricoverati all’ospedale dell’Università di Freiburg in cui egli stesso esercitava come chirurgo. I soggetti dei ritratti erano suoi pazienti, alcuni dei quali terminali, fotografati nei loro letti.

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Sfogliando il volume, si avvertiva subito un’evidente (e feconda) ambiguità. Da una parte, la raccolta poteva essere interpretata come testo prettamente medico, un’osservazione empirica relativa al primo stadio di ogni diagnosi, cioè l’esame esterno del paziente: in questo senso, il libro aveva lo scopo di illustrare e catalogare tutti i diversi modi in cui la malattia può manifestarsi sul volto, influenzandone l’espressione. Veniva per esempio mostrata la facies tragica dei malati di ipertiroidismo, in cui la retrazione spastica della palpebra superiore causa una peculiare mimica con “occhi sbarrati”, assieme a diversi altri tipi di “maschera” che indicano specifici disturbi.

 

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Ma la forza del suo libro, il Dr. Killian ne era ben conscio, non stava nella cornice scientifica – che era anzi poco più che un alibi. Molte delle sue fotografie, infatti, non mostravano affatto i segni evidenti della malattia, bensì si focalizzavano sull’ansia, la tristezza e lo sconforto infinito veicolato dagli sguardi dei pazienti. Con la sua Rolleiflex, Killian si prefissava di catturare gli effetti della malattia sull’umore di quelle persone, il loro stato psicologico, la loro essenza umana sotto la fatica e la debilitazione.

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Al di là dei dati statistici e misurabili, Killian era alla ricerca di ciò che definiva das Unwägbare, “l’imponderabile”: a suo dire, infatti, ogni diagnosi si affidava anche a una sorta di istinto suggerito dall’esperienza, una fulminea “impressione” che il medico aveva guardando il paziente durante la prima visita. Certo, le analisi in laboratorio avevano il loro peso, ma per Killian l’arte medica viveva innanzitutto di questo genere di intuito.

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L’opera del Dr. Killian è tutta racchiusa in questa duplicità, in questa tensione fra la solidità apparente della presentazione scientifica e la dimensione emotiva della sofferenza. Paradossalmente le fotografie di Facies Dolorosa, nonostante non mostrino morbi o deformità particolarmente scioccanti, colpiscono in maniera ancora più profonda l’osservatore: in luogo dell’asetticità che ci si aspetterebbe da un atlante medico, propongono una visione partecipe dello sconforto e del dolore dei soggetti rappresentati. Talvolta i malati guardano in macchina, talvolta il loro sguardo sembra perdersi oltre l’obbiettivo, in una commovente contemplazione della propria condizione. I pochi e spogli dettagli, oltre al volto, concentrano tutta l’attenzione sul corpo, divenuto una gabbia penosa e desolata.
Che l’empatia fosse ciò che davvero interessava a Killian risulta evidente nei due casi in cui l’intimità dell’obbiettivo si spinge fino a fotografare il soggetto prima e dopo la morte.

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Il libro ebbe probabilmente un ruolo fondamentale nell’evoluzione del rapporto medico-paziente; oltre a questo, Facies Dolorosa scavalcò coraggiosamente i confini tra scienza ed arte in un periodo in cui queste due discipline erano largamente considerate contrapposte. La sua aura di poetica umanità colpisce anche oggi, tanto che l’esperto di storia della fotografia Martin Parr lo ha definito “forse il più melanconico di tutti i libri fotografici”.

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22 commenti a Il volto del dolore

  1. AlmaCattleya ha detto:

    Se tu non avessi scritto che sono foto di pazienti, mi verrebbe da pensare che sono foto di un reportage di guerra. Alcune foto soprattutto. Immagino che allora avere una malattia è come affrontare una guerra: non solo la mente e il corpo stanno soffrendo per la malattia, ma anche per l’essere abbandonati a non stessi.
    Credo che allora non ci fosse tanta differenza coi medici che operavano durante il nazismo nei campi di concentramento. Dopotutto il paziente è solo un cumulo di massa e l’importante è vedere come questa massa reagisce. Almeno secondo loro.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Non esageriamo Alma, i medici cercavano pur sempre di guarire il paziente, anche se era sottinteso che dovesse soffrire e quindi non si badava troppo al rapporto umano (almeno in linea generale, di medici estremamente umani ce n’erano anche allora). D’altronde oggi che questa tendenza è cambiata, sono sorti altri problemi: adesso anche i medici rischiano la depressione, a causa dell’empatia per il paziente. È uno strano e delicato equilibrio, talvolta, ma di sicuro nella nostra epoca si tende a considerare maggiormente alcuni fattori che all’epoca venivano trascurati.

      • AlmaCattleya ha detto:

        Lo spero anche perché è grazie a quei medici umani che la medicina va avanti.
        E sì non è neanche da sottovalutare la depressione per empatia dei medici. Anche se al paziente, quei medici possono avere tutto sotto controllo non bisogna dimenticare che come il paziente non è una macchina, non lo è neanche il medico. Quindi il rapporto tra medico e paziente non è da sottovalutare.
        Conosco degli amici che lavorano in ambulanza, che assistono e si può leggere negli occhi la loro difficoltà a non empatizzare e anche il sentirsi impotenti di fronte a una persona che muore così come il cercare di non lasciarsi coinvolgere troppo se no ne va della loro salute.
        E’ davvero un equilibrio delicato.

  2. Wonder ha detto:

    Articolo interessantissimo. Affascinante e romantica la figura del medico che descrivi.

    Quanti ragazzini oggi concorrono per un posto nelle facoltà di medicina.
    Questo perché se sei medico fai soldi e, considerati i poteri che ti vengono attribuiti, vieni trattato come Dio in terra.
    Che tu abbia la vocazione di Ippocrate o meno, l’altare su cui ti vedi collocare finisce per farti perdere qualità umane (ammesso che tu ne abbia mai avute).
    Il mio potrà sembrare uno stereotipo o, peggio, una banalizzazione. Ma per varie, tragiche vicissitudini familiari, purtroppo so di cosa parlo. Fra medici e paramedici ho trovato la peggiore feccia!
    Un consiglio bizzarro (non è questa la sede giusta?): fatevi curare solo dai medici che sono (o sono stati) malati.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Dalla mia esperienza, direi che la maggior parte dei “ragazzini” che decidono di studiare medicina – un percorso molto lungo e difficoltoso, se non in diversi casi decisamente frustrante – lo fanno perché vogliosi di dare un contributo alla ricerca e alleviare le pene di chi soffre.
      Poi, indipendentemente dalla professione, i cretini si trovano ovunque e, come scriveva Ambrose Bierce, fanno parte di una “grande e potente tribù che nel corso dei secoli ha sempre esercitato un dominio assoluto sulle vicende umane”. 🙂

      Detto questo, il tuo consiglio non è poi tanto bizzarro: già Freud, se non sbaglio, consigliava l’analisi a tutti gli aspiranti psicoterapeuti. È vero che fra dottore e paziente certe volte si crea una sorta di barriera, forse è perfino naturale e “giusto” che vi sia: occorre lavorare con sensibilità per non permettere che questa crei ulteriori disagi.

      • Wonder ha detto:

        Lo ammetto, la mia è una posizione estrema.
        Ma se scrivi “lo fanno perché vogliosi di dare un contributo alla ricerca e alleviare le pene di chi soffre”, lo è anche la tua. 🙂
        Il mio sguardo è disilluso ma, d’accordo, non saranno mostri. Ma neanche missionari, andiamo!
        Scegliere medicina, oggi come ieri, significa ambire a un lavoro sicuro (i malati non mancano mai), molto ben remunerato, e a una posizione di privilegio nella società.
        Vogliamo poi parlare dei ragazzini che scelgono quella facoltà perché indotti dai genitori? Genitori che smaniano per un riscatto sociale, che desiderano un futuro prosperoso per le loro creature.
        Quella del medico è forse la professione più importante che c’è.
        Dei candidati a medicina, per prima cosa, andrebbe valutata la vocazione. Con severità. E invece vengono sottoposti solo a una prova che somiglia molto a un test d’enigmistica.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Lo ammetto, la mia è una posizione estrema.
          Ma se scrivi “lo fanno perché vogliosi di dare un contributo alla ricerca e alleviare le pene di chi soffre”, lo è anche la tua.

          Quello che intendevo dire è che chi intraprende un percorso simile lo fa spesso animato da buoni propositi – potrai perfino definirli idealistici, ma di certo sono ben lontani dall’arrivismo che descrivi. Nella mia esperienza clinica, i medici che hanno mostrato gentilezza, disponibilità, passione e comprensione nei miei confronti sono sempre stati numericamente superiori ai “semidei ricconi e insensibili che distruggono le famiglie fra una partita a golf e l’altra”. Anzi, di quest’ultimo stereotipo ho sentito spesso parlare ma, fortunatamente, non mi viene in mente nessun esempio concreto.
          Se poi tu hai incontrato principalmente esempi negativi, e io principalmente positivi, cosa se ne deduce? Che fra i medici ci sono degli incapaci, e delle persone valide. Bella scoperta! 😀

          Come dici, la meschinità dell’uomo può trovare sempre il modo di emergere e rovinare quanto di bello c’è al mondo: certamente esisteranno dottori che, come capita in molti altri campi, hanno dimenticato i valori con cui hanno iniziato la professione. Ma il disprezzo per l’intera categoria mi sembra davvero una forzatura immeritata. 🙂

          • Wonder ha detto:

            Più che disprezzo la mia è diffidenza. La stessa che nutro per altre categorie.
            Si parla di persone che hanno in mano la pelle della gente. Ben vengano gli onori se li meritano. Lo stesso valga però per gli oneri: è giusto che il giudizio nei loro confronti sia più severo che per altre categorie.

  3. Diogene ha detto:

    Grazie.

  4. Nevestella ha detto:

    Ma che triste sensazione di deja vous…
    Sono delle belle foto, dopotutto.

  5. reseda369 ha detto:

    Colpisce la modernità dell’opera, non per la tecnica fotografica (sulla quale, essendone digiuna, non mi esprimo), ma per il soggetto e gli intenti dell’autore, ma soprattutto, come già detto nell’articolo, per il coraggio di Killian nell’infrangere un tabù di lunga data quale l’inconciliabilità tra arte e professione.

    Essendo una “ragazzina” (anni sedici), vorrei precisare: tra i miei coetanei chi aspira a carriere remuneranti punta più sulla tecnologia. Ogni universitario – studente di medicina o meno – cui ho chiesto consiglio mi ha caldamente scoraggiato dallo scegliere medicina, essendo un iter lungo, impegnativo e frustrante. Quindi suppongo che chi aspira alla carriera di medico lo faccia almeno per proprio interesse e inclinazione.

    Finalmente commento! Sono mesi che vi seguo e i vostri articoli sono una grande fonte di ispirazione e riflessioni. Complimenti meritatissimi, sia per l’impostazione professionale e la cura nella stesura degli articoli, sia per gli argomenti trattati: è sorprendente quanto fascino sia nascosto nella storia e nel mondo, ti fa ricredere di tutti i momenti in cui la vita ti è sembrata banale.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie mille reseda369, benvenuta!

      Come dici tu, la modernità del progetto è stupefacente. Segnalo anche Life After Death, il lavoro che Walter Schels e Beate Lakotta hanno svolto qualche anno fa con alcuni malati terminali. L’idea è quella di scattare una foto che li ritragga prima e dopo la morte, intervistandoli negli ultimi momenti della loro vita. Il risultato, anche in quel caso, è davvero commovente.

      Grazie infine per i complimenti: li ricambio a te per la scioltezza di scrittura, che non tradisce in nulla la tua età – in barba a chi crede che i teenager siano competenti unicamente nelle espressioni sincopate sugli instant messenger. 🙂

    • Wonder ha detto:

      Iter lungo, impegnativo e frustrante.
      Perché allora i tuoi amici non hanno cambiato facoltà? Puoi chiedergli anche questo.
      Probabilmente ti risponderanno che in virtù del loro autolesionismo aspirano a diventare dei medici frustrati. Ricchi, rispettati e frustrati. Per la gioia dei loro pazienti 🙂

      • Mia ha detto:

        Wonder, non so quale sia stata la tua personale esperienza, ma da laurenda in medicina ti assicuro che non è la regola. Ricchi dici? Ne sei sicuro? Un tempo forse, adesso non più. Il post-laurea è un percorso confusionario e pieno di incertezze esattamente come per tutti gli altri, con la differenza che hai comunque intrapreso un percorso formativo obiettivamente più impegnativo e non solo in termini di studio, ma anche economico.
        Ti sei chiesto se gli amici di Reseda non hanno abbandonato il loro percorso perché veramente e sinceramente motivati a diventare medici? E’ poi forse un peccato voler fare un mestiere tanto bello e soddisfacente (quanto difficile e carico di responsabilità)? Parli di vocazione, (termine che io considero ridicolo perché non siamo santi), bene, se guardassi le cose oltre al tuo cinismo magari potresti pensare che queste persone (come me) lo fanno perché magari questa “vocazione” un po ce l’hanno.
        Io non ho scelto medicina per i soldi, sei libero di crederci o meno, non sono ricca di famiglia ma ti assicuro che quella è stata l’ultima delle motivazioni a cui pensai quando venti giorni dopo la maturità cambiai completamente idea sul mio futuro (volevo fare lingue) e andai a comprarmi i libri per preparmi sui test. Perché lo feci? Non lo so bene neanch’io. So solo che non mi sono pentita della mia decisione anche se diventa ogni anno più difficile entrare in specialità (senza la quale non fai nulla sulla lunga distanza) a causa dei continui tagli. E so che quando sono in reparto, è la dimensione umana quella che mi riempie di più, un sorriso, una chiacchierata, una parola di conforto. Però, ripeto, un medico non è un missionario ed è sacrosanto che sia così, per il bene di tutti, perché se ci si lascia travolgere dal carico emotivo si rischia il burn-out, dato che, sai, anche un medico è una persona con un vissuto psicologico.
        Io di stronzi molto preparati ma privi della minima empatia ne ho visti tanti, ed è una cosa che mi fa sempre incazzare profondamente, ma non puoi pretendere che in un qualsiasi sottoinsieme di essere umani ci siano solo individui perfetti, l'”errore” è purtroppo ineliminabile. Ma certo tutto è perfettibile. Mi auguro che tu possa un giorno cambiare idea.

        • Wonder ha detto:

          Gentile Mia,
          ciò che scrivi del tuo percorso di studi ti fa onore e per come ti presenti probabilmente diventerai un medico coscienzioso.
          Avverto una velata asprezza nelle tue parole. Mi dispiace ma la comprendo. E’ naturale che nella tua posizione tu non possa essere d’accordo con me.

          Mi fa sorridere il modo che hai di descrivere la tua categoria. Sì, solo alcuni di voi diventeranno ricchi sfondati. Ma proprio non riesco a vedervi come dei poveri ragazzi dal futuro incerto, in preda all’esaurimento dopo i sacrifici, anche economici, sostenuti per la laurea e la specializzazione. Lo dico sempre anche a mio nipote, tuo collega. Anche lui si lamenta spesso.

          La vocazione non è prerogativa dei santi. Semmai dei preti e delle suore. Saprai che “vocazione”, per estensione, è una parola usata per riferirsi a ogni genere di inclinazione, mestiere o abilità. Ridici pure sopra ma credo che si tratti di una parola più che mai calzante se parliamo del mestiere a cui aspiri.

          “Io di stronzi molto preparati ma privi della minima empatia ne ho visti tanti, ed è una cosa che mi fa sempre incazzare profondamente, ma non puoi pretendere che in un qualsiasi sottoinsieme di essere umani ci siano solo individui perfetti”
          Ah, anche tu ne hai visti “tanti”. Quindi non ho avuto le allucinazioni. Secondo te è giusto che gli venga ancora permesso di praticare la professione medica?
          No, non mi aspetto perfezione ma il minimo indispensabile. A te sembra cinica, ma io ho un’idea romantica della tua futura professione. Mi fa credere fortemente che “medici privi della minima empatia” sia un ossimoro. Se un medico è privo di empatia per me è come se non avesse il titolo di studio! Tu andresti sotto i ferri di un medico privo di empatia? Io no. E perciò sì, se ne avessi il potere e se fosse davvero possibile certificarle, pretenderei le doti dello scrupolo e dell’empatia come requisiti minimi per accedere alla tua facoltà.
          Qualcuno dei tuoi professori ha mai valutato la tua empatia?

          • Mia ha detto:

            Certo che non hai avuto le allucinazioni, mi dispiace solo che a causa della tua brutta esperienza, qualsiasi essa sia stata, adesso nutri un malcelato disprezzo verso tutta la categoria, ma è comunque umanamente comprensibile, per questo ti ho detto che spero che tu possa cambiare idea.
            Ero solo amareggiata da questo discorso dei soldi, che siamo tutti così, dei galoppini ammaestrati, e non è vero.
            Anche a me ha fatto sorridere la tua descrizione “Ma proprio non riesco a vedervi come dei poveri ragazzi dal futuro incerto, in preda all’esaurimento dopo i sacrifici, anche economici, sostenuti per la laurea e la specializzazione” perché è esattamente così che mi sento io, il mio ragazzo e tutti i miei amici neo laureati, e non perché siamo dei capricciosetti viziati, ma perché è sempre peggio, sempre meno posti, sempre più confusione, sempre più precarietà anche nel nostro ambito, quest’anno più che mai poi.

            Per il resto sono sempre stata d’accordissimo con te, provo profondo malessere quando mi trovo davanti ad un collega sgarbato e senza il minimo tatto, e sì, non è giusto che una persona così faccia il medico. Ma come fare questa “scrematura” che tu auspichi? Test attitudinali? Non la vedo fattibile onestamente…
            Ultima cosa che vorrei dire, nel caso del chirurgo, diciamo che loro sono quelli che meno empatici sono, meglio è. Non dico che devono essere degli stronzi (e a volte lo sono più dei clinici) ma è la categoria a maggior rischio di burn out per ovvie motivazioni, quindi nessuno quanto un chirurgo deve avere la capacità di non farsi prendere dall’emozione e non immedesimarsi. Diciamo che in questo caso, preferirei di gran lunga farmi operare da uno molto bravo ma un po’ burbero, che da un simpaticone ma con meno perizia. 😉
            Comunque non amo i flame infiniti, quindi ti saluto ed è stato un piacere discutere con te.

  6. reseda369 ha detto:

    Ho parlato con un solo ragazzo che studiasse effettivamente medicina, e sembrava poco entusiasta, o perlomeno esausto 🙂 E anche lui, anche se non mi ha sconsigliato esplicitamente, mi ha avvertito che è dura.
    Eccetto il caso di chi sceglie questa facoltà solo in vista del titolo e dei guadagni belli pingui – per volere suo o dei familiari – esistono per certo dei giovani mossi da una passione e da una volontà sincere (e molto idealismo), che dopo anni e anni di esami e stage abbassano la fiamma assumendo un più calcolato cinismo, anche per esigenze lavorative. Esistono numerose motivazioni, sicuramente anche meschine, ma non per questo ogni medico o aspirante tale deve essere “demonizzato”.
    Finisco qui, dato che di atenei e mondo del lavoro ne so ben poco e, fortunatamente, anche di rapporti medico-paziente 🙂

    • Wonder ha detto:

      Beh, sarai d’accordo con me sul fatto che l’idealismo è in via d’estinzione, purtroppo.

      Demonizzare? Semmai volevo “umanizzare”, riferendomi alle meschinità proprie dell’essere umano, professionisti che troppo spesso vengono considerati semidei.

      Li vedi scendere dalle loro fuoriserie, impettiti e superbi. E magari poco prima hanno brutalizzato famiglie, comunicando sentenze devastanti senza usare alcuna delicatezza. Certo, magari col più raffinato rigore scientifico.

      Sono sicuro che esistano le eccezioni. Ma, come ho scritto, non credo affatto che la misericordia sia la principale dote dei medici e degli aspiranti tali.

  7. Per quanto trovi quasi sempre le fotografie post mortem molto dolci nel loro ultimo saluto, l’ultimo “prima e dopo”, confesso, mi ha un po’ impressionato. Si vede benissimo tutta la stanchezza e la sofferenza che ha divorato quel povero ragazzo, l’espressione esanime di quegli occhi infossati sembra quasi esprimere il sollievo di essere riuscito ad andarsene…
    Sono fotografie davvero commoventi, non vedo affatto strumentalizzazione o sadismo, ma quella premura tipica di un’ epoca che il contemporaneo tabù che abbiamo della malattia e della morte non ci permette di capire appieno.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Le fotografie post mortem più comuni mostrano il caro estinto lavato, pettinato, messo in posa dormiente, apparentemente pacifico. Chiaramente la foto che ti ha impressionato è più cruda perché scattata sul letto d’ospedale, forse appena pochi minuti dopo il trapasso. D’altronde lo scopo qui non era tramandare un ultimo sereno smulacro del defunto, ma proprio studiare sul suo volto i segni della malattia e del dolore.

      • Verissimo, infatti lo scopo è pienamente raggiunto e, soprattutto, l’opera di questo dottore causa emozioni forti, contrastanti e spesso magari non piacevoli, cosa riconducibile al concetto d’arte vero e proprio.
        Un caro saluto!

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