Mummie officinali

mummia

Se vi dicessimo che soltanto tre secoli fa i nostri antenati praticavano diffusamente il cannibalismo, non ci credereste. E certamente non staremmo parlando di cadaveri smembrati e fatti arrosto sulla griglia. Esistono forme più sottili e meno eclatanti per mangiare un morto.

Fino al 1800 in Europa coloro che erano affetti da qualche tipo di malattia sapevano di poter contare su uno dei farmaci più potenti e ricercati di sempre: le mummie.
A patto di poterselo permettere, si aveva facoltà di acquistare tutta una varietà di unguenti, oli, tinture e polveri estratti da cadaveri mummificati, per uso esterno ed interno. Alcuni di questi rimedi andavano spalmati sulla parte dolorante, altri servivano per impacchi da porre direttamente sulle ferite aperte, altri ancora venivano assunti per via orale oppure inalati. Curavano quasi ogni genere di disturbo, dall’emicrania all’epilessia, dal mal di stomaco al mal di denti, dalle punture velenose alle ulcere, e via dicendo.

Mummy_at_British_Museum

Da quando furono scoperte nelle tombe egizie, le mummie esercitarono immediatamente un fortissimo fascino sull’immaginario occidentale: corpi miracolosamente incorrotti, sottoposti a un misterioso procedimento che rendeva le loro carni impermeabili al passare del tempo. L’idea che le mummie potessero avere degli effetti benefici contro le malattie e per allungare la vita derivava da due concetti molto in voga nei secoli passati.
Da una parte c’era la dottrina della transplantatio, mutuata da Paracelso, secondo cui un corpo morto poteva ancora “trasferire” le sue qualità spirituali: dal punto di vista antropologico, quest’idea è molto simile al cannibalismo rituale vero e proprio, in cui il corpo del nemico viene mangiato per ottenere il suo coraggio e la forza dimostrata in battaglia – e alcuni hanno voluto leggere perfino nel rituale dell’Eucarestia la stessa volontà, tramite la libagione simbolica delle carni (il “corpo di Cristo”), di appropriarsi dei caratteri spirituali superiori del defunto/santo.
Dall’altra parte si credeva nel principio terapeutico denominato similia similibus, vale a dire che il male andava sconfitto con qualcosa che gli fosse simile. In questo senso, per il corpo umano nessun ritrovato terapeutico poteva essere più efficace che il corpo umano stesso. Tutte le secrezioni prodotte in vita erano utilizzate come farmaci, e com’è naturale anche il corpo morto aveva le sue virtù.

Ma non pensiate che queste pratiche fossero appannaggio dell’antichità. Il corpo umano era considerato insostituibile per la guarigione da disturbi e malattie ancora a metà del ‘700, tanto che la Farmacopea di James del 1758 riporta alla voce Homo:

l’Uomo non è solo il soggetto della medicina, ma anche contribuisce dal suo corpo molte cose alla Materia Medica. I [composti] semplici delle Officine, tratti dal corpo umano ancora vivo, sono i peli, le ugne, la saliva, la cera delle orecchie, il sudore, il latte, il sangue mestruo, le secondine, l’orina, il sangue e la membrana che copre la testa del feto […].

Altre fonti citano fra i prodotti naturali del corpo umano da utilizzare come farmaci anche il seme, lo sterco, i vermi intestinali, i calcoli, i pidocchi. Il testo medico precedente continua così:

Li semplici poi, che si traggono dal cadavero umano, sono la Mummia, che ha una superfizie resinosa, indurita, nera, e risplendente, di sapore alquanto acre, e amaretto, e di odore fragrante.

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Con queste premesse, è ovvio che le straordinarie mummie egiziane, che tanto stupore avevano suscitato fin dai tempi di Erodoto, fossero ritenute fra le più raffinate panacee esistenti. Le resine e gli unguenti utilizzati per conservare il cadavere in Egitto non facevano che esaltare le proprietà curative del cadavere stesso. Per questo motivo, tutte le farmacopee del XVII e XVIII secolo avvertono che vi sono sul mercato tipi differenti di mummia, e che bisogna saperli ben distinguere per non farsi “fregare” al momento dell’acquisto. La categorizzazione più precisa è forse quella di Johann Schroder (1600-1664), contenuta nella sua Pharmacopoeia:

1. Mummia degli Arabi, che è il liquame, o liquore, denso che essuda dai cadaveri nel sepolcro conditi con aloe, Mirra e Balsamo.
2. Degli Egiziani, che è il liquame sprigionato dai cadaveri conditi con il Pissasfalto [pece + asfalto]. Sicuramente così venivano conditi i cadaveri dei poveri, e pertanto non si trovano facilmente esposti cadaveri in tal modo conditi.
3. Pissasfalto composto, cioè bitume misto a pece, che rivendicano essere vera Mummia.
4. Cadavere disseccato sotto l’arena arsa dal Sole. Si trova nella regione degli Ammoni, che è tra la regione di Cirene ed Alessandria, dove le Sirti deserte, sollevato il turbine dei venti, seppelliscono i corpi degli incauti viandanti, e qui asciugano e seccano i loro cadaveri per il calore del Sole ardente.
5. A queste si può aggiungere la Mummia recente.

Le mummie più pregiate rimasero sempre le mummie “nere”, egiziane, rubate dai nobili mausolei e dalle tombe più antiche; le meno efficaci invece erano quelle “recenti”, ovvero dei cadaveri morti da poco, trattati in modo che le proprietà benefiche ne fossero esaltate. Dato il fiorente mercato di mummie o parti di mummia (il porto di Venezia era rinomato per questo particolare smercio), bisognava davvero fare attenzione a tutti quei venditori disonesti che si procuravano dei cadaveri, li essiccavano frettolosamente e cercavano di farli passare per mummie autentiche.
Se invece si voleva fare le cose per bene, anche in assenza di una Mumia d’elite egiziana, si poteva ricorrere alla Basilica Chymica (1608), in cui Osvald Croll esponeva la ricetta per la preparazione della mummia di Paracelso, detta Filosofica o Spirituale:

Si prenda il cadavere di un uomo rosso, sano, appena morto di morte vergognosa, di circa ventiquattro anni, impiccato, tritato dalla Ruota o impalato, raccolto con un tempo sereno, di notte o di giorno. Questa Mummia, una volta colorata ed irradiata da due finestre, si trita a pezzi o a briciole e si cosparge di polvere di Mirra, di almeno un po’ di Aloe (poiché troppa la renderebbe amara), poi si imbeve, lasciandola macerare per qualche giorno in spirito di vino; viene a sospendersene un poco e si imbeve per la seconda volta, dal momento che quanto è venuto a sospendersi si seccherebbe inutilmente all’aria sino a prender l’aspetto della carne arrostita senza odore. Poi con lo Spirito di vino, come secondo l’arte, o con quello Sambucino, si estrae una tintura rubicondissima.

Avete letto bene, grappa o sambuca di mummia. Ovviamente qui la transplantatio di cui parlavamo prima, ossia il passaggio delle qualità spirituali dal morto al vivo, viene dimenticata (chi vorrebbe assumere le qualità di un criminale condannato a morte?) in favore di un’attenzione particolare per la buona “salute” del cadavere – giovane, di pelle chiara, senza macchie e fisicamente sano. La formula di Croll, con qualche variante, resterà la base per tutti i preparati di mummia officinale in età moderna, talvolta chiamata mummia liquida, Mummia dei Medici Chimici, ecc.

Verso la fine del XVIII secolo la mummia comincerà pian piano a sparire dalle farmacopee ufficiali, sostituita da nuovi composti, in concomitanza con il progresso della chimica applicata e della farmacologia. Questa commistione, ai nostri occhi inconcepibile, di medicina galenica e di alchimia andrà affievolendosi fino ad essere totalmente rifiutata dalla scienza nella prima metà dell’800. Le due discipline si separeranno definitivamente, e le mummie superstiti troveranno posto nei musei, invece che sugli scaffali dei farmacisti.

Apothecary mummy

Le informazioni contenute in questo articolo provengono dallo studio di Silvia Marinozzi, La mummia come rimedio terapeutico, in Le mummie e l’arte medica nell’Evo Moderno, Medicina nei Secoli, Supplemento 1, 2005.

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2 commenti a Mummie officinali

  1. Fabio scrive:

    Ora mi spiego quei contenitori con la scritta “Mumia” al museo della farmacia di Heidelberg! Grazie!

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