Kegadoru, gli idoli feriti

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Il quartiere Harajuku di Tokyo è famoso in tutto il mondo per le sue Harajuku girls, ragazze dai vestiti stravaganti, multicolori e inevitabilmente kawaii, sempre pronte a capitalizzare qualsiasi cosa faccia tendenza al momento. In questa fucina di mode alternative potete vedere sfilare sui marciapiedi decine di gothic lolita, oppure adolescenti vestite con abiti tradizionali mischiati con capi di marca, o ancora giovani agghindati come se fossero ad un festival di cosplay.

Una moda degli ultimi anni è quella dei kegadoru, ossia gli “idoli feriti”, cioè giovani donne che mostrano segni di traumi fisici, bendaggi e garze oftalmiche o di primo soccorso.

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Forse stanno soltanto cercando di attirare l’attenzione dei maschi orientali. Ma in realtà ricoprirsi di bende o fasciarsi un arto come se si fosse appena usciti dall’ospedale è un modo di strizzare l’occhio ad uno dei feticismi sessuali più in voga in Giappone: il medical fetish ha infatti sempre occupato una nicchia piuttosto apprezzata nell’Olimpo delle fantasie nipponiche, e non soltanto.

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In effetti esistono riviste erotiche specializzate sul tema, in cui belle e procaci modelle sfoggiano fasciature mediche, tutori ed altri apparecchi terapeutici o protesici. Cosa affascina il pubblico maschile in queste fotografie?

A prima vista sembrerebbe controintuitivo: gli evoluzionisti ci hanno sempre insegnato (vedi ad esempio questo articolo) che, seppur inconsciamente, scegliamo i nostri partner per la loro prestanza e salute fisica – segnali di maggiori chance che la procreazione vada a buon fine.
Ma in questo particolare caso diversi fattori entrano in gioco.

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Innanzitutto, le bende. Le fasciature che costringono il corpo, nell’ambito feticistico, rimandano al bondage e alle sue corde, ma con tutta la portata simbolica del contesto clinico. E tutti conosciamo bene il potere di un camice bianco sulla fantasia erotica: il mondo della medicina, in virtù del suo focalizzarsi sul corpo, è entrato prepotentemente nel comune immaginario sessuale, dall’infantile “gioco del dottore”, all’icona pop dell’infermiera sexy, fino ai feticismi che trasformano alcuni strumenti medici in oggetti di desiderio (speculum, clisteri, ecc.).

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In secondo luogo, il concetto di kegadoru fa leva sull’istinto di protezione. In questo senso, è un tipo di roleplay simile a quello che esiste, in ambito BDSM, nel cosiddetto rapporto Daddy/Little, dove il maschio è figura paterna e premurosa (ma anche severa durante le necessarie “punizioni”) e la femmina diviene una bambina, viziosa e incorreggibile ma oltremodo bisognosa di cure e attenzioni. Qui invece, la ragazza occulta parte del suo viso e del suo corpo sotto le bende, e questa sua “imperfezione”, oltre ad esaltarne la bellezza (attraverso il classico effetto vedo/non vedo), domanda premura e tenerezza.

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Infine, i kegadoru hanno anche una chiara connotazione di sottomissione. La donna, in questo gioco, è molto più che indifesa — è addirittura ferita; non può quindi opporre alcuna resistenza. Eppure nel suo esibire le proprie fasciature in pose maliziose, come fossero un tipo particolare di intimo o una divisa fetish, sta evidentemente accettando e scegliendo il suo ruolo. Come si dice spesso in ambito di BDSM, è il sub (cioè chi interpreta la parte del sottomesso) a dettare davvero le regole del gioco e a dettarne più o meno implicitamente le regole.

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Tutto questo contribuisce al complesso fascino degli injured idols, che ha ossessionato almeno due grandi artisti occidentali: Trevor Brown (di cui abbiamo parlato in questo articolo) e Romain Slocombe, fotografo, regista, pittore e scrittore parigino che ha fatto delle ragazze “ferite” le sue muse ispiratrici. Ecco alcune delle sue migliori foto.

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12 commenti a Kegadoru, gli idoli feriti

  1. Blacktongue ha detto:

    Era da tempo che cercavo di comprendere su questa “moda” giapponese, spesso presente in foto di anime o cosplay^^.
    Grazie per questo articolo! ma anche per tutti gli altri…continua così! 😉

  2. Ambra ha detto:

    Un’infinità di pulsioni ruotano intorno al sesso e alle sue simbologie. Molto interessante questo tuo post, getta una luce chiara su nuove e moderne rappresentazioni erotiche. Non ne so molto, ma mi pare che questa tendenza non si sia diffusa in altri paesi. O mi sbaglio?

    • bizzarrobazar ha detto:

      Molto marginalmente, a quanto ne so. Solo in Giappone ha assunto degli accenti fashion, di vera e propria moda di nicchia.
      Il feticismo medico-clinico (strumenti chirurgici o per gli esami diagnostici, lacci emostatici e via dicendo) invece è relativamente diffuso anche in Occidente, e anzi uno dei suoi antesignani può essere riconosciuto nel genio visionario di James G. Ballard, soprattutto nei suoi lavori dei primi anni ’70.

      • -Paolo ha detto:

        Crash, di Ballard, (da cui Cronenberg trasse un film a mio avviso bello e torbido) mi pare trattasse dell’attrattività delle cicatrici… Hai altre dritte letterarie per noi giapponesi dell’immaginario erotico? Grazie…

        • bizzarrobazar ha detto:

          Crash è incentrato sulla fusione fra uomo e macchina, e sull’incidente stradale come penetrazione sessuale. Le cicatrici sono semplicemente un simbolo, un segno dell’avvenuta intrusione del metallo nella carne. Ma tutti i lavori di quell’epoca di Ballard esplorano una diversa, imminente sessualità psicopatologica (anche le sue mostre fotografiche che preludono a Crash e La mostra delle atrocità).

          Per il resto… “dritte letterarie per giapponesi dell’immaginario erotico” è la richiesta più strana che ricevo da tempo. 😀

          Direi di provare ad approfondire il grande Ichiro Tanizaki: Morbose fantasie, ad esempio, oppure il Diario di un vecchio pazzo. Non aspettarti pagine troppo torbide o incendiarie, si tratta pur sempre di un autore “classico”: ma la sua vena perversa (feticista e masochista) è sottile e strisciante, ti entra sotto pelle e non ti lascia più.

  3. Humpty Dumpty ha detto:

    Siamo ancora una volta di fronte ad una sovrastruttura del patriarcato. In questo caso, in questa estetica che possiamo definire vicina al “fetish – bondage” ed al “sadomasochismo” viene esaltata la figura “erotica” della donna malata, ferita e quindi in condizione di inferiorità (il malato è in conzizioni di inferiorità e bisogno rispetto al sano) e bisogno di protezione,

    • bizzarrobazar ha detto:

      Capisco la tua analisi, e conoscendo la tendenza alla discriminazione femminile nella società giapponese è facile leggere questa erotizzazione della donna ferita come un’ulteriore espressione maschilista.

      Ma qui, come dici anche tu, stiamo parlando di un’allusione al sado-masochismo; e in questo ambito qualcuno dovrà pur stare in condizione di inferiorità, no? 😀
      In questo senso nell’erotismo giapponese è ampiamente rappresentata anche la situazione contraria, che vede l’uomo in posizione submissive e la donna come dominante.
      Poi si può discutere all’infinito su chi veramente sia in posizione di vantaggio, fra Dom e Sub: se chiedi a qualcuno che conosce bene il BDSM, ti risponderà senza esitazioni che se anche il Dom conduce il gioco, è quasi sempre il Sub ad avere in mano le redini effettive, perché senza la sua spontanea sottomissione non esisterebbe il rapporto.

      E’ inoltre evidente, a mio parere, come il feticismo odierno sia spesso più interessato all’estetica che al simbolo vero e proprio: in ultima analisi sono le bende che fasciano il corpo la vera ossessione, il feticcio appunto, e non tanto e non solo ciò a cui rimandano. Non vedo in queste fotografie alcuna incitazione alla violenza sulle donne, ad esempio, visto l’elemento palesemente teatrale presente nei bendaggi irrealistici. Non dimentichiamo poi che si parla di injured IDOLS, e in quella parola, “idoli”, è anche presente il concetto dell’adorazione, della Venere sul piedistallo…

      Insomma, io personalmente non mi azzarderei a spingermi in letture troppo politiche. 🙂

  4. Uno qualunque ha detto:

    KE MERDA!

  5. sara ha detto:

    Bell’articolo!
    ps: non credo sia una dettaglio importante ma ve lo segnalo per completezza. La ragazza nella terza foto (quella con la fascia sul naso) non è un vero esempio di kegadoru, bensì un cosplay di un noto bassista visual kei

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