Copy Shop

Copy Shop è un cortometraggio austriaco del filmmaker e artista multimediale Virgil Widrich, nominato all’Oscar nel 2001.

La peculiarità tecnica del corto è che il regista e il suo team hanno inizialmente effettuato tutte le riprese su una videocamera digitale, trasferito il materiale su un computer e montato il film. Successivamente, ogni singolo fotogramma è stato stampato su carta, fotocopiato, e poi ri-filmato frame by frame con una cinepresa a 35mm. Questo ha dato la possibilità a Widrich di accartocciare i lati di alcuni fotogrammi, di “rovinarne” altri, perfino di strapparli in determinati punti. Nel 2001 gli strumenti per la manipolazione digitale delle immagini erano ancora agli albori, per cui un tale laborioso processo di lavorazione, per quanto sperimentale, era necessario per ottenere l’effetto che Widrich aveva in mente.

Questa decisione stilistica non è fine a se stessa: il surreale cortometraggio parla di fotocopie, per l’appunto, e di doppi che si moltiplicano fuori controllo. Questo incubo kafkiano (che però non sarebbe affatto dispiaciuto a Topor) ci parla della disumanizzazione causata dalla routine, della perdita identitaria; un mondo filmico drammatico, fin troppo simile al nostro, in cui anche il sonoro ci intrappola in una continua ripetizione angosciante e senza via di fuga.

2 commenti a Copy Shop

  1. michele rossi 1969 ha detto:

    è bellissimo! molto surreale, da sogno a incubo! magistrale realizzazione e ambientazione. mi piace la location da ambientata anni 30, visto che è in bianco e nero, e visti gli ambienti cinematografici dov è stato girato, con abiti e tantissima oggettistica e arredamenti dell epoca, e questo non m è scappato all occhio, visto che ho lavorato nel settore, uniche cose fuori tempo, la moderna fotocopiatrice con la moderna presa schuko, la vw polo metà anni 80, e il cassonetto metallico dell immondizia, che seppur fuori epoca danno un tono meraviglioso a tutto il corto.
    tanto di cappello a questo regista! oscar meritato!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Certamente l’idea è quella di costruire un contesto urbano in cui le coordinate temporali siano incerte – un non-luogo e un non-tempo che possa risultare straniante e familiare al tempo stesso. Rétro, futuristico-distopico, o forse più semplicemente astratto come buona parte dei sogni.

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