Un’intervista a Bizzarro Bazar

sdangher

Se c’è qualcosa di folle, assurdo o malato noi ne parliamo o ne abbiamo già parlato o di sicuro ne parleremo.

Così si presenta il sito Sdangher (pron.: Sdengher), fanzine online senza peli sulla lingua, dedicata alla weird music e all’heavy metal, con frequenti digressioni nei territori della cronaca nera, dei film porno, dei clisteri (!), dei b-movies e in generale da ogni tipo di notizia bizzarra dal mondo. Il tutto con tono scanzonato, divertito e divertente, che nasconde però una seria preparazione culturale.

Francesco Ceccamea, uno dei curatori di Sdangher, mi ha rivolto una lunga serie di domande particolarmente gustose, e l’intervista è stata pubblicata oggi. Abbiamo chiacchierato soprattutto di cosa significhi gestire un blog, ma anche di libri, arte, cinema, musica… e ovviamente del gusto del macabro e del meraviglioso. Ecco un estratto:

La tua passione per il bizzarro ti ha condotto materialmente in posti insoliti, quali ti hanno lasciato un’impressione maggiore?

L’Italia, quanto a luoghi insoliti, non si batte. La nostra penisola è una vera e propria wunderkammer traboccante di meraviglie poco conosciute. È ciò che mi propongo di documentare con la collana di libri. Prendi ad esempio Roma: ad ogni angolo c’è una chiesa, e basta infilarsi in una a caso per scoprire capolavori spesso macabri. Scene di martirio, reliquie, cadaveri di santi esposti nelle teche, cripte decorate con autentici teschi… questi tesori nascosti mi danno un senso di continuità […].

Più che i posti in sé, però, sono le esperienze che contano, e la mia passione mi ha portato a viverne di indimenticabili. Ho passato giorni e notti fra centinaia di mummie a Palermo. In un Museo di Anatomia Patologica, ho tenuto in mano la testa disseccata di un bambino, e imparato come far cambiare posizione a un feto deforme dentro un barattolo di formalina senza aprirlo. Sono salito in treno con una placenta nella borsa termica, dono di una cara amica che aveva appena partorito… Anche se forse l’esperienza più vera, essenziale e a suo modo sacra è stata assistere a un’autopsia.

Qui trovate l’intervista integrale.

Morte 2.0

Considerazioni sulla morte all’epoca dei social media

Chart

Guardate la Top Chart qui sopra.
Blackbird
è una canzone pubblicata dai Beatles all’interno del White Album nel 1968.
Nonostante Paul McCartney l’abbia scritta 46 anni fa, la settimana scorsa il brano è arrivato al primo posto delle classifiche iTunes per il genere Rock. Perché?

La risposta sta qui sotto:

blackbird

Chris è un ragazzo che vive in California: ha perso sua moglie Ashley, morta dando alla luce il piccolo Lennon, nato prematuro. Il 12 novembre viene pubblicato su YouTube il video di Chris che canta Blackbird di fronte all’incubatrice dove il figlioletto sta lottando per rimanere in vita; il bambino morirà a soli quattro giorni dal parto.
Il video diventa virale in pochissimo tempo, raggiunge presto 15 milioni di visualizzazioni, rimbalzando dai social network alle testate giornalistiche e viceversa, con sentita partecipazione degli utenti e gran dispendio di emoticon e faccine tristi e piangenti. Soltanto l’ultimo episodio di una nuova e ormai consolidata tendenza di pubbliche esposizioni del dolore e del lutto.

Brittany Maynard (1984-2014), malata terminale e attivista per il diritto al suicidio assistito.

Brittany Maynard (1984-2014), malata terminale e attivista per il diritto al suicidio assistito.

Un recente articolo di Kelly Conaboy, nell’affrontare il fenomeno dei video o delle storie di lutto e tragedia che diventano virali, utilizza il termine grief porn, come se si trattasse di una vera e propria pornografia del lutto: questi video magari possono anche nascere come qualcosa di diverso, ma diventano presto puro intrattenimento, regalando allo spettatore una scarica di adrenalina immediata e breve; una volta finita la “masturbazione emotiva”, spesa la lacrimuccia, commentato, condiviso, ci si sente meglio. Si chiude il browser e si va avanti con la propria giornata.
Se il grief porn, sottolinea la giornalista, è un filone da tabloid vecchio quanto gli scandali sessuali, fino ad oggi si era sempre limitato a lucrare sui resoconti di morti particolarmente tragiche, violente, fuori dall’ordinario; la rete, invece, rende possibile la messa in vetrina del privato della gente comune. Questi video sarebbero cioè parte di un esibizionismo ormai diffuso, in cui alla voglia di mostrare il dolore corrisponde, da parte degli altri utenti, una voglia di assistervi – e di poter poi esprimere il proprio “Like”, per dimostrare di essere persone sensibili.

Durante il XX secolo si è osservata una rimozione della morte in ambito collettivo. Di questa rimozione si è così estesamente parlato che non è necessario dilungarsi sulla questione. La domanda è invece: vi è qualche cambiamento al riguardo? Cosa ci dicono questi nuovi fenomeni sul nostro rapporto con la morte? Come si sta evolvendo?

Skull-in-Fashion1 classic-skull-style

Se la morte, vera ed esperita personalmente, resta ancora un doloroso mistero, territorio proibito che investe sia la realtà del cadavere (vero “scandalo”) sia l’elaborazione del lutto (non più rigidamente codificata come un tempo), dall’altra parte è innegabile che stiamo assistendo a una pervasività inedita della rappresentazione della morte stessa.
Al di là dei giudizi di mercificazione o di banalizzazione, dobbiamo far fronte alla sempre più disinibita presenza dell’immagine della morte nella società odierna: dai teschi che decorano borse, spille, T-shirt così come le teche dei Musei d’arte moderna, passando per la morte come espediente di comunicazione/marketing/propaganda (le videodecapitazioni terroristiche e i filmati delle esecuzioni dei cartelli della droga, fino ai siti web che propongono un archivio sterminato di foto, video e materiale riguardante incidenti, omicidi e suicidi). Tutto questo non è morte, sottolineiamo, è immagine, simulacro – che non necessita nemmeno del filtro della narrazione. E parlare di pornografia della morte non è così insensato, visto che questa messe di rappresentazioni propone di fatto l’elemento che più è eccitante nella pornografia classica, ovvero l’iperrealtà di matrice baudrillardiana, un’immagine così realistica da sostituirsi alla realtà stessa. (Pensiamo, nel cinema porno, alle inquadrature che permettono punti di vista che sarebbero “impossibili” nella realtà del coito, alla risoluzione HD che esalta ogni minimo dettaglio della pelle degli attori, addirittura al porno in 3D, ecc. – così va con la morte in simulacro).

Damien Hirst posa con il suo celebre For the love of God.

Sono passati i tempi in cui Bazin, sul legame fra pornografia e “morte in diretta”, scriveva: “come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta – non è senza ragione che lo si chiama la piccola morte – o almeno non lo si rappresenta senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità. La rappresentazione della morte reale è anch’essa un’oscenità, non più morale come nell’amore, ma metafisica. Non si muore due volte.” (Morte ogni pomeriggio, 1949).
Oggi, si può morire milioni di volte, in punta di cursore, ad ogni click che fa partire un video o che apre un’immagine. L’onnipresenza odierna della rappresentazione della morte può però non essere la degenerazione di una società votata all’oscenità, bensì una naturale reazione ed un superamento della rimozione messa in atto nel secolo scorso. Non potendo risolvere il mistero in sé, si sfalda a poco a poco l’osceno (che viene così rimesso “in scena”) fino a farlo diventare figurazione quotidiana. Per continuare il parallelo con la pornografia, Davide Ferrario raccontava (all’interno del libro-inchiesta Guardami. Storie dal porno) che il fatto di assistere all’incontro carnale di due persone su un set a luci rosse non era per lui affatto eccitante; ma gli bastava guardare nella loupe della macchina da presa, ed ecco che tutto sembrava differente, più reale. Anche alcuni reporter di guerra affermano che le esplosioni non sembrano vere finché non le si osserva attraverso un obbiettivo fotografico. È il magistero dell’immagine che ha preso il sopravvento sugli oggetti concreti, e se in Baudrillard questo epocale passaggio pareva avere talvolta dei colori compiaciutamente apocalittici, oggi si può cominciare a vedere questo sopravanzo dell’immaginario sul reale non più come una fine, ma come un nuovo inizio.

Pian piano la nostra cultura sta evolvendo verso una mitologia globale e globalizzata. L’intelligenza – almeno quella del “genio” classico, individuo che da solo compie imprese straordinarie – sta pian piano diventando un mito sorpassato, e cede il passo alla supercoscienza dell’organismo-rete, che lavora di più, e più efficacemente, del singolo. Sempre meno saranno i monumenti ad epici personaggi, se questa tendenza dovesse confermarsi, sempre meno gli eroi. Sempre più comuni saranno invece le innovazioni e scoperte da imputarsi a intere comunità virtuali (ma esiste più una virtualità che si contrapponga alla realtà?), e le grandi conquiste in cui l’impresa è stata parcellizzata e distribuita su tutta una rete di individui.

Allo stesso modo la morte sta mutando di peso e significato.
La conservazione e il rispetto delle spoglie, per quanto tradizioni ben radicate, sono già messi in discussione dalla nuova e diffusa sensibilità del riciclo, del riutilizzo ecologico, che in fondo è un riappropriarsi della decomposizione – da secoli aborrita dall’uomo Occidentale, l’unico che si sia mai sottratto ad essa tramite sepolcri che preservavano la salma dal contatto con la terra. La Risurrezione della carne, motivazione teologica principale per la sepoltura intatta, lascia il posto all’idea, nobile a suo modo, del compostaggio. Il rispetto delle salme non si esercita più nell’idea di devozione, di soggezione verso le ossa, di inviolabilità del corpo; passa invece per l’idea dell’utilità del cadavere, sia essa esplicitata tramite espianto degli organi, donazione alla scienza, oppure minima incidenza sull’inquinamento ambientale. Distruggere il corpo non è più un tabù, ma un vero e proprio atto di generosità verso gli altri.

Allo stesso modo, questa nuova rappresentazione tende a liberarsi dai toni misterici, seriosi e cupi d’un tempo. Anche la “moda” del macabro, il turismo nero o le diverse iniziative di intrattenimento legate alla morte (vedi ad esempio il London Month of the Dead), sono metabolizzazioni che tentano di risolvere una volta per tutte il rimosso novecentesco. Perfino l’umorismo e le baracconate, che possono sembrare offensivi, sono passi obbligati in questa trasformazione.

Ceneri umane pressate in un vinile.

Ceneri umane pressate in un vinile.

Ceneri umane trasformate in diamante.

Ceneri umane trasformate in diamante.

E così la rete propone quotidianamente una morte non più censurata e negata, ma affrontata a viso aperto, finanche a trasformarla in spettacolo.
Nel riferirsi al vertiginoso successo delle immagini di sofferenza e morte, si usa spesso la parola voyeurismo. Ma si può parlare di voyeurismo quando lo sguardo degli sconosciuti è ormai cercato e desiderato anche dalle “vittime” di tale attenzione, per esempio dai malati terminali che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria condizione, cercare conforto, lasciare una testimonianza o, più semplicemente, dare voce al proprio dolore?

Jennifer Johnson, madre di due bambini e malata terminale, nell'ultimo video prima della morte.

Jennifer Johnson, madre di due bambini, nell’ultimo video prima della morte (2012).

In queste esibizioni di esperienze personali difficili, si può leggere l’espediente inedito che la nostra società sta utilizzando per rapportarsi alla morte e alla sofferenza: non più tabù da occultare e metabolizzare esclusivamente nell’ambito della sfera privata, ma coacervo di sentimenti che vale la pena condividere con il mondo intero. Se al tempo delle grandi famiglie allargate di inizio Novecento il lutto spesso veniva, per così dire, “spalmato” sull’intera comunità, e nella seconda metà del secolo era ricaduto invece sull’individuo singolo, che si ritrovava senza strumenti adeguati per la sua elaborazione, ecco che la comunità online si propone come nuova valvola di ripartizione della sofferenza. Si ricevono condoglianze e messaggi di affetto e vicinanza anche da perfetti sconosciuti, in una sorta di nuovo paradigma di “superficiale” ma solerte solidarietà.
Chris Picco, il “papà Blackbird“, di certo non vede con occhio negativo l’attenzione che gli è stata dedicata, anche perché la generosità degli utenti gli ha permesso di raccogliere i 200.000 $ necessari a coprire le spese mediche.

Non potrei mai trovare le parole per esprimere quanto il vostro supporto e la vostra forza e le vostre preghiere e le vostre email e i vostri messaggi su Facebook e i vostri SMS – non so come molti di voi abbiano recuperato il mio numero, ma molte volte il mio messaggio si limitava a un “Ah, ok, grazie, uhm.”… Non ho voluto entrare nel merito, tipo “Non so chi sei”, ma grazie. Io credo che – ha significato così tanto per me, e quindi quando dico “grazie” so che sapete cosa vuol dire.

Dall’altra parte dello schermo del PC c’è la segreta curiosità di chi guarda le immagini di morte. Di chi i video li condivide, li apprezza più o meno velatamente. Davvero, come abbiamo già detto, si tratta di pura “masturbazione emotiva”? Di curiosità oscena e morbosa?
Non esiste, a nostro parere, curiosità che possa essere morbosa, cioè ammalata. La curiosità è uno strumento evolutivo che ci permette di elaborare strategie per il futuro, e in questo senso è sempre sana e salutare. Se proviamo a considerare il cosiddetto voyeurismo sotto questa luce, esso si rivela in realtà una vera e propria risorsa. Quando le macchine rallentano in autostrada per guardare un incidente stradale appena avvenuto, non è sempre e soltanto nella speranza di vedere sangue e budella: il nostro cervello ci intima di frenare perché sente la necessità di esaminare la situazione, di elaborare l’accaduto, di capire cosa sia successo. È quello che è equipaggiato per fare, inferire dati da utilizzare in futuro nel caso dovesse trovarsi in situazioni analoghe.

road-accidents

D’altra parte la storia del teatro, della letteratura, del cinema, straborda di tragedie, violenze, catastrofi: l’interesse sta tutto nello scoprire come reagiscono i personaggi alle difficoltà che si trovano di fronte. Abbiamo ancora bisogno del Viaggio dell’Eroe, di scoprire in che modo egli supererà di volta in volta le prove del cammino, e come risolverà i suoi problemi. Se da bambini studiavamo attentamente i nostri genitori per imparare il modello di risposta appropriato in qualsiasi situazione, da adulti la nostra mente continua ad ammassare quanti più dettagli possibile, a fine di esercitare il maggior controllo possibile sugli ostacoli futuri.

Shakespeare Macbeth first performed c1606. Macbeth about to murder the sleeping Duncan. Act 2 Sc.2. Chromolithograph c1858

Identificandoci con il padre californiano che suona per il figlio morente, ci confrontiamo con noi stessi. “Cosa sta provando quell’uomo? E io, cosa farei in un simile frangente? Sarei in grado di superare il terrore in questo modo? È una strategia che potrebbe funzionare, nel mio caso?”
L’elemento di costruzione della nostra auto-immagine in rete, la nostra online persona, arriva soltanto in un secondo momento, a video finito. È importante allora dimostrare a tutti i contatti e ai follower che noi siamo umani e simpatetici, che ci commuoviamo, e a questa seconda fase sono ascrivibili tutte le esternazioni di dolore, le lacrime vere o finte, la partecipazione. Questo è un nuovo paradigma, un lutto moderno, che costa poco tempo e poche risorse ma che forse funziona meglio di quanto pensiamo (si veda appunto il successo della raccolta fondi di Chris Picco). Ma questa condivisione del lutto è possibile soltanto grazie alla curiosità iniziale che ci ha fatto cliccare quel video.

E che differenza c’è con chi si addentra ancora più a fondo nel dark side of the web, nell’offerta sterminata di immagini di morte, confrontandosi con video estremi e sanguinosi?
Lo stimolo fondamentale implicato nella visione di un filmato di un uomo che viene, diciamo, mangiato da un coccodrillo, è probabilmente identico. Ad un livello basilare, stiamo sempre cercando di acquisire dati utili per rispondere al meglio all’imprevisto, e la curiosità è la nostra arma di difesa e di adattamento ad un futuro incerto; futuro in cui quasi certamente non dovremo mai lottare contro un alligatore, ma avremo comunque il compito di affrontare sofferenza, morte e tutto ciò che meno ci aspettiamo.
I filmati più scioccanti talvolta ci tentano anche con la promessa di mostrarci ciò che è di norma precluso o censurato: come reagisce un corpo umano ad una caduta dal decimo piano? Guardando il video, è come se cadessimo anche noi per procura; così come, per procura, ma a un livello più accettabile, possiamo assistere alla reazione tragica di un individuo che vede morire suo figlio, e identificarci con lui.

Un sollevatore sta alzando un manubrio con i pesi. Di colpo il suo ginocchio cede e si spezza. Gridiamo anche noi, saltiamo sulla sedia, avvertiamo una fitta allo stomaco. Distogliamo lo sguardo, poi guardiamo di nuovo, nella nostra mente ripercorriamo l’orribile scena ed ogni volta è come se provassimo almeno un po’ del dolore dell’atleta (un celebre studio neurologico sull’empatia ha dimostrato che in parte è proprio così). Questo non è masochismo, o bisogno di procurarsi uno stato di malessere: l’anticipazione del dolore è uno dei nostri modi di prepararci al suo arrivo, e guardare un video è in fondo una soluzione innocua ed economica.

MRhxD4yhHroXJ5oW6Iez

A nostro parere, la curiosità di chi si ritrova a guardare l’immagine di morte o di sofferenza non andrebbe stigmatizzata come “malata”, ma come un impulso perfettamente naturale. Senza contare che è proprio questa curiosità a motivare l’offerta sempre più abbondante di tali immagini, ed è anche ciò che permette a chi sta soffrendo di mettere in scena la sua condizione.

La vera novità di questi tempi sta proprio nello sdoganamento della morte come rappresentazione pubblica, nella collettivizzazione dell’esperienza del lutto e della sofferenza, sotto il segno del confronto, della condivisione e del cosiddetto spirito social. Essa si farà sempre più presente su piattaforme quali Facebook e Twitter: già oggi molti malati decidono di postare dispacci in tempo reale sul decorso della loro terapia o di quella dei propri cari, aprendo di fatto una finestra su una parte di mondo da molto tempo occultata.

Chad Arnold,

There’ll be the breaking of the ancient Western Code / Your private life will suddenly explode (“L’antico codice occidentale si spezzerà / e la tua vita privata di colpo dovrà esplodere”), preconizzava Leonard Cohen in The Future. I suoi toni erano pessimisti, per non dire apocalittici, da buon esponente del Novecento. Sembrerebbe che questa volontaria rinuncia (parziale, s’intende) alla sfera privata, si stia rivelando un efficace espediente per reagire all’assenza di codici di elaborazione del lutto. Di morte e malattia si parla sempre più frequentemente, e per ora sembra che i benefici di questo dialogo superino gli eventuali stress emotivi che una tale pervasività può comportare (si veda questo articolo).

La sensazione, seppur vaga e incerta, che ha dato vita a queste righe, è che una transizione stia avvenendo, sotto i nostri occhi, anche se ancora troppo nebulosa per essere delineata con chiarezza, e non scevra da tutti gli eccessi che ogni crisi o superamento porta con sé. Che queste nuove strategie, in parte inconsapevoli, si rivelino adeguate per convivere con il nostro ultimo destino, o che finiscano per assumere altre, diverse forme, resta da vedere. Qualcosa, però, sta cambiando.

Il serpente e l’incantatore

Il contorsionismo, per quanto sia un’arte elegante, sconcertante e visivamente sorprendente, può davvero risultare anche erotico e sensuale?

Il numero di contorsionismo presentato nel 1954 all’Abbott & Costello TV Special è una gemma di incredibile bravura che mette in scena un incantatore di serpenti (Christian Arnaut, 1912 – 2003) mentre resiste al gioco di seduzione del suo sinuoso rettile (Janine Janik, 1931 – 1985).

Ma a rimanere incantati dai movimenti ipnotici e dalle sinuose spire siamo noi spettatori.

Emperor Norton

norton_01

Questa è la storia dell’unico Imperatore degli Stati Uniti d’America.

Nel 1849, un uomo di circa trent’anni sbarcò a San Francisco da un battello a vapore. Il suo passato era sconosciuto: a quanto si sapeva era inglese (o forse scozzese), di famiglia ebraica, e aveva passato la prima parte della sua vita in Sud Africa, impiegato nelle milizie di Capo di Buona Speranza. Il suo nome era Joshua Abraham Norton.

Norton era arrivato in America con un’eredità di 40.000 dollari, ben deciso a farli fruttare. In effetti il suo lavoro partì a gonfie vele: la compravendita di immobili, e le commissioni nel mercato di importazione, gli fruttarono presto un grosso capitale, e non immeritatamente. Norton era scaltro, di un’intelligenza acuta e di rimarchevole giudizio e fiuto per gli affari. A questi attributi si aggiungevano delle qualità più rare, vale a dire un’integrità morale inflessibile, e una gentilezza d’animo davvero poco comune. Nel giro di quattro anni la sua fortuna era arrivata a un quarto di milione di dollari.

Nel 1853, a causa di una carestia, la Cina arrestò l’esportazione di riso e nel giro di pochi giorni il prezzo di un chilo passò da 9 a 79 cent.
Norton, assieme ad alcuni soci, decise di provare a controllarne il mercato. Stimato per la sua lungimiranza e per i suoi proficui affari trascorsi, non ebbe difficoltà a trovare partner facoltosi (banche e altre imprese) per questa nuova avventura. Avendo saputo che la nave Glyde stava facendo rientro dal Perù, portando a bordo quasi 100 tonnellate di riso peruviano, Norton comprò l’intero carico, sicuro così di essersi garantito il monopolio sul commercio. L’operazione era ineccepibile, e tutto sembrava promettere un immenso profitto.
Quello che Norton non sapeva è che la Glyde non era l’unico cargo in arrivo dal Perù.

SanFranciscoharbor1851c_sharp

Quando a sorpresa altri battelli portarono a San Francisco grosse quantità di riso, i prezzi precipitarono. Visto l’imminente pericolo, molti degli associati di Norton si ritirarono ed egli, nel giro di pochi giorni, si vide finanziariamente rovinato. Intentò una causa legale, vincendo al primo grado ma perdendo in appello alla Corte Suprema nel novembre del 1853. Poco dopo Norton fu costretto a vendere le sue proprietà nei dintorni di North Beach per ripagare i debiti, e si ritrovò sul lastrico.

Lo shock di questo disastro ebbe un terribile effetto sulla psiche di Norton. Ritiratosi nell’oscurità, nessuno seppe più nulla di lui per diversi anni. Quando finalmente fece ritorno a San Francisco nel 1857, era una persona diversa: la sua mente aveva ormai sorpassato una invisibile soglia, e viveva all’interno di una fantasia maniacale.

La sua ossessione aveva preso la forma di un’impossibile convinzione – quella di essere l’unico, legittimo Imperatore degli Stati Uniti.
Il 17 settembre del 1859 Norton spedì ai vari giornali locali una lettera di auto-proclama:

Alla perentoria richiesta e secondo il desiderio della larga maggioranza dei cittadini di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, precedentemente residente ad Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, ed ora per gli ultimi 9 anni e 10 mesi abitante di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità acquisita, ordino ai rappresentanti dei differenti Stati dell’Unione di riunirsi nel Music Hall di questa città, il primo giorno del prossimo febbraio, per modificare le esistenti leggi dell’Unione al fine di porre rimedio ai mali che affliggono questo paese, e ridare fiducia, sia in patria che all’estero, nella nostra stabilità e integrità.

NORTON I, Imperatore degli Stati Uniti.

Norton-9

Norton-10

Ogni città ha i suoi personaggi folli ed eccentrici; ma San Francisco, lungo la sua storia, è stata la capitale e la patria di tutti i diversi, i rivoluzionari, gli artisti e i sognatori. La gente, in quella magnifica città, ha sempre dimostrato un’inedita tolleranza verso la bizzarria. Norton, nelle parole di Isobel Osbourne, “era un uomo gentile e di buon cuore, e fortunatamente si ritrovò nella città più amichevole e sentimentale del mondo, dove l’idea fu ‘lasciate che faccia l’imperatore, se vuole’. San Francisco accettò di giocare il suo gioco“.

Norton-2

Norton-1

Fu così che il San Francisco Bulletin pubblicò il suo proclama. La gente, divertita, cominciò a seguire le sue battaglie per dissolvere il Governo, e i decreti che Norton emanava in grande quantità, ordinando di volta in volta all’Esercito, al Congresso, alle Chiese protestanti e cattoliche, di riconoscerlo come Imperatore e di piegarsi al suo scettro. Dopo i primi anni, vedendo che nessuno di questi testardi ed insubordinati organi ufficiali sembrava dargli ascolto, Norton si concentrò su altri problemi più locali, come ad esempio la pulizia delle strade; firmò addirittura un’ordinanza per fermare il dilagare del soprannome dato alla città di San Francisco:

Chiunque dopo debito avvertimento sia sentito pronunciare l’abominevole parola “Frisco”, che non ha alcuna autorevolezza linguistica né d’altra natura, sarà ritenuto colpevole di infrazione grave, e dovrà pagare al Tesoro Imperiale una multa di venticinque dollari.

Gli abitanti della città si abituarono presto alla sua figura imponente, mentre si aggirava per le strade ispezionando lo stato dei marciapiedi e delle cable cars, oppure mentre si lanciava in uno dei suoi discorsi pubblici: vestito di un’uniforme militare blu con spallette dorate (donatagli dagli ufficiali locali dell’Esercito), il cappello adornato da piume e una specie di scettro in mano per esaltare la sua regale postura, l’Imperatore era uno dei personaggi più amati della città. Sia il cappello che lo scettro, in effetti, gli erano stati offerti in dono dai suoi “sudditi”. Talvolta, quando il tempo era inclemente, Norton portava con sé anche un ombrello perché, si sa, anche gli Imperatori si bagnano, e sulla pioggia la sua regale autorità non aveva alcuna efficacia.

Norton-8

Norton-5

I migliori ristoranti di San Francisco trovavano sempre un posto per lui, esponendo addirittura delle placche d’ottone all’ingresso che dimostravano l’eccellenza dell’esercizio “per nomina di Sua Maestà Imperiale, Imperatore Norton I degli Stati Uniti“. Oltre a questi pittoreschi sigilli imperiali, Norton cominciò a stampare anche la sua propria valuta, che gli esercizi locali accettavano senza battere ciglio (ma tutti gli avrebbero fatto credito comunque). In pochi anni quest’uomo, per quanto strambo e squattrinato, divenne talmente popolare che nessuno spettacolo teatrale debuttava senza riservargli una poltrona gratuita in balconata.

norton2

Gran parte di questa spontanea simpatia era dovuta alla sua onestà e bontà d’animo.
Nei suoi editti, il dichiarato fine ultimo era spesso quello di risolvere i conflitti interni al paese, di creare un dialogo costruttivo, di sostituire l’amore all’odio. Proibì ad esempio qualsiasi forma di scontro fra religioni, e addirittura abolì tutti i partiti, nell’ingenuo desiderio di eliminare la lotta politica.
In un episodio divenuto leggendario, l’Imperatore si frappose fra alcuni lavoratori cinesi e la folla che voleva linciarli; chinando il capo, cominciò a recitare il Padre Nostro finché il tumulto non si acquietò.
Sempre gentile, amante dei bambini, astemio (una rarità, a quell’epoca), egli s’infiammava soltanto per le sue passioni politiche.

C’è da dire che, nonostante la sua mania, alcune idee di Norton avevano ancora l’acume che lo contraddistingueva nei suoi giorni passati. In uno dei suoi visionari decreti, ad esempio, diede istruzioni per la formazione di una Lega delle Nazioni che migliorasse la qualità della vita. Sempre senza venire ascoltato, nel 1872 propose a più riprese la costruzione di un ponte sospeso, o di un tunnel, che collegasse San Francisco ad Oakland.
La sua lungimiranza era in questi casi un po’ troppo avanti per i tempi. La Società delle Nazioni venne istituita nel 1919, il Bay Bridge nel 1936, e il tunnel della metropolitana sotto la Baia nel 1969.

Norton-4

Il regno di Norton I non visse soltanto momenti pacifici. Vi furono perfino dei tentativi di detronizzarlo, come accadde con un certo D. Stellifer Moulton che nel 1865 si autoproclamò “Re Stellifer, Principe Regnante della Casa di Davide, e Guardiano del Messico”. Norton andò su tutte le furie: non era forse lui stesso della Casa di Davide, e non aveva già assunto il titolo di Protettore del Messico?
Seguì un rabbioso decreto:

Via gli usurpatori e gli impostori! Tagliategli la testa! Basta con chi cucina l’oca degli altri! Si ordina alle autorità legittime di New York di arrestare un certo Stellifer, che si atteggia a Re o Principe della Casa di David, e di spedirlo in catene a San Francisco, Cal., per essere giudicato di fronte alla Corte Imperiale di varie imputazioni di frode […].

L’Imperatore era oggetto di un tale affetto che il Municipio stesso si premurò di comprargli una nuova uniforme, quando la sua cominciò a diventare logora: eppure, un giorno, un incidente diplomatico finì per verificarsi.
Nel 1867 Norton venne arrestato da un poliziotto, con l’intento di rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico. L’arresto dell’Imperatore causò un enorme scandalo: le proteste dei cittadini e i feroci articoli di critica apparsi sui giornali spinsero il capo della polizia, Patrick Crowley, a rilasciare immediatamente Norton, e a presentare alla città le scuse formali delle forze dell’ordine: “[Norton] non ha versato alcun sangue; non ha derubato nessuno; e non ha saccheggiato alcun paese; che è più di quanto si possa dire dei suoi simili“.
Norton perdonò l’ufficiale che l’aveva arrestato, e da quel momento tutti i poliziotti della città presero l’abitudine di fare il saluto militare quando passava l’Imperatore.

La vita privata di Norton era molto semplice, a dispetto di tutto. Le sue regali stanze erano in realtà costituite da una piccola sistemazione presso un affitta-camere, in cui trovava posto la sua collezione di cappelli e di bastoni da passeggio, e un misero letto.
Profondamente interessato all’educazione, frequentava spesso la neonata Università, ed era divenuto membro del Liceo di Libera Cultura, dove sostenne dibattiti “nella maniera più intelligente e logica“.

Norton-6

La sera dell’8 gennaio 1880, mentre si recava all’Accademia delle Scienze per assistere ad una conferenza, Norton si accasciò di colpo sul marciapiede. Se ne accorse immediatamente un poliziotto, che chiamò una vettura per trasportarlo in ospedale: ma nel giro di pochi minuti, il cuore di Norton si era fermato per sempre.

Il giorno dopo, in prima pagina, il San Francisco Chronicle titolò: LE ROI EST MORT. L’articolo riportava che “sul fetido marciapiede, nel buio di una notte senza luna, sotto la pioggia battente… Norton I, per grazia di Dio Imperatore degli Stati Uniti e Protettore del Messico ha lasciato questa vita“.
Nelle sue tasche aveva cinque dollari.

Povero, talvolta sudicio e logoro, patetico e filosofo, ma sempre dalla mente nobile, si comportava con dignità nel mezzo dello squallore con un obbiettivo fisso ed invariabile, e cioè il benessere del suo popolo. Il retaggio di onore e integrità che aveva dimostrato nel suo periodo di agiatezza, non venne mai a dilapidarsi o dissiparsi, e per questo egli mantenne fino alla fine il rispetto e la benevolenza delle migliori fra le persone. Gli scherzi giocatigli furono tutti innocui, e il divertimento che talvolta egli provocava fu sempre privo dell’amaro veleno del ridicolo.

(R. E. Cowan, Norton I Emperor of the United States and Protector of Mexico, 1923)

Norton-7

La storia di questo colorito personaggio ha ispirato diversi autori, fra cui Mark Twain, Robert Louis Stevenson, Charles Bukowski, Selma Lagerlöf, Neil Gaiman. La sua figura si ritrova in romanzi, fumetti, giochi di ruolo, canzoni, opere musicali e teatrali. Dal 1974, ogni anno si tiene un memoriale presso la sua tomba a Colma, vicino a San Francisco, e il 14 di febbraio si celebra l’Emperor Joshua Norton Day: una allegro simposio a base di cibo tradizionale cinese (per ricordare l’episodio eroico dello sventato linciaggio). E in questa amichevole festività cittadina non manca mai il riso, pianta che causò la drammatica rovina di Norton, ma che in fondo portò anche all’instaurazione di un favoloso e commovente Impero immaginario, durato per 21 anni.

emperor-nortons-grave.1533.large_slideshow

(Grazie, Carlo!)

Bizarro Fiction: la narrativa più weird del mondo

71nJRRdXjxL

Immaginate che John Waters suggerisca delle battute a Franz Kafka per il suo nuovo romanzo. Immaginate che Lewis Carroll si dedichi di punto in bianco alle droghe e alla pornografia. Immaginate i Monty Python che sceneggiano un film di David Lynch.

Forse non avete mai sentito parlare di Bizarro Fiction, ma in poche parole si può riassumere così: prendete la narrativa più assurda, folle, surreale che vi venga in mente, ed elevatela al cubo. Il Bizarro è stato anche definito “l’equivalente letterario della sezione film cult del videonoleggio”. I testi appartenenti a questo genere sono fantasiosi, spesso piuttosto pulp nei toni e negli intenti, talvolta avant-garde, talaltra sciocchi e infantili, ma comunque sempre divertenti.

Ma cosa ci sarà mai di tanto weird in questi racconti e romanzi? Basta scorrere qualche trama per rendersene conto.

819pubsmpQL._SL1500_

Shatnerquake, di Jeff Burk: tutti i personaggi interpretati dall’attore William Shatner (celebre nei panni del Capitano Kirk) nella sua lunga carriera, riescono ad entrare nella nostra realtà con il solo intento di uccidere il vero William Shatner.
The Haunted Vagina, di Carlton Mellick III: un uomo scopre che la vagina della sua fidanzata non solo è infestata da strane voci, ma è in realtà un vero e proprio portale verso un mondo popolato di scheletri ed altre stane creature.
The Emerald Burrito of Oz di John Skipp e Marc Levinthal: il magico mondo di Oz e il nostro vengono in contatto; la Strega Buona diventa Presidente e i munchkin finiscono a lavorare come camerieri nei fastfood.
Sex and Death in Television Town di Carlton Mellick III: una banda di pistoleri ermafroditi (“inclusa una donna samurai ninfomane modificata per sembrare uno stegosauro bipede, recita la sinossi) sopravvive a un deserto infestato da demoni per arrivare in una città i cui abitanti hanno televisori al posto della testa.

710p-Fq+jLL

Quando dicevamo di elevare al cubo la storia più folle che conoscete non stavamo usando un eufemismo: una delle “regole” che gli autori di Bizarro Fiction si sono autoimposti è che non basta un solo elemento weird nella trama, ce ne vogliono almeno tre per qualificare l’opera come Bizarro. E non soltanto: date le premesse surreali, la trama deve comunque avere un senso compiuto. Le stranezze, cioè, non possono essere fine a se stesse ma devono risultare integrali ed essenziali alla storia raccontata – eventi assurdi, sì, ma che alla fine della lettura “tornino” almeno un po’.

Questo genere fa leva sul gusto per il weird e il pulp, e si propone di confezionare dei testi il più possibile sorprendenti e demenziali, pervasi da un giocoso rigore. Si tratta di letteratura che rifugge dai toni alti; eppure vive di questa strana ambivalenza, l’essere cioè un genere di consumo e allo stesso tempo votato alla meraviglia più radicale e “scorretta”. Ma, almeno a sentire Carlton Mellick III, figura di spicco del movimento, lo scopo principale è sempre quello di farsi qualche sana risata.

superfetus11

Marco Carrara, il “Duca di Baionette”, è il curatore del sito Baionette Librarie ed ha avuto la coraggiosa idea di portare in Italia la Bizarro Fiction all’interno della collana Vaporteppa (Antonio Tombolini Editore). Il suo lavoro di direttore editoriale, come quello dei suoi collaboratori, è puro frutto della passione – tanto che perfino i traduttori sono retribuiti in percentuale sulle vendite. Vaporteppa ha già pubblicato quattro opere in versione eBook, e diverse altre sono in lavorazione; ma l’idea del Duca è quella di riuscire a coltivare una nuova generazione di autori interessati a creare opere originali italiane nello spirito della Bizarro Fiction e del New Weird. “Siamo i primi in Italia a portare seriamente la Bizarro Fiction… e siamo convinti che ci sia pubblico (e le vendite di questi mesi ci incoraggiano a pensarlo) e che abbia solo bisogno di sapere che la Bizarro Fiction esiste.”

adolf-in-wonderland

Riguardo questa misconosciuta corrente letteraria, abbiamo avuto una lunga e approfondita discussione con il Duca; un po’ troppo lunga, a dir la verità, per il format di questo blog. Essendo però a nostro avviso una conversazione di estremo interesse (e non solo per chi abbia voglia di approfondire questo nuovo genere di narrativa, viste le molte digressioni di teoria narratologica), la riportiamo integralmente in PDF a questo link:

BIZARRO FICTION – Intervista a Marco Carrara

L’introduzione alla Bizarro Fiction di Chiara Gamberetta, citata più volte all’interno dell’intervista, è consultabile a questo indirizzo.
Sul sito di Vaporteppa potete trovare le prime opere tradotte e pubblicate.

Film nel film

Portal Party è un canale YouTube, recentemente creato da Aaron Maurer, Dylan Dawson ed Eric Clem, che promette video folli e divertenti.

Vi proponiamo qui il loro ultimo lavoro, che fa parte della webseries Movies Starring Movies: il concept della serie, tanto semplice quanto delirante, è quello di far interpretare la parte dei protagonisti di un film… ad altri film.

Ecco quindi l’episodio dedicato al genere horror, divertente esercizio di metacinema weird.

Bizzarro Bazar a Parigi – III

Eccoci al nostro terzo ed ultimo appuntamento con la Parigi più insolita e curiosa.

Quando ci troviamo nel cuore di una metropoli, tutto ci aspetteremmo tranne che poter osservare… gli animali selvaggi nel proprio habitat. Eppure, nel centralissimo quartiere di Les Halles a pochi passi del Centre Pompidou, esiste un luogo davvero unico: il Museo della Caccia e della Natura.

Prima di approfondire le implicazioni filosofiche ed artistiche di questa stupefacente istituzione, lasciatevi raccontare quello che attende il visitatore che decida di varcare la soglia del Museo.
Mentre ci si avventura nella luce soffusa della prima stanza, gli arazzi alle pareti, le ricercate poltrone antiche e i raffinati mobili d’ebano intarsiati di splendide fantasie in avorio danno l’impressione di essere appena entrati in un’abitazione privata di un ricco collezionista dell’800. Eppure, a sorpresa, ecco un cinghiale proprio nel bel mezzo di questo nobile salotto – l’animale ci fissa, la sua enorme massa scura è minacciosa ed imponente. Chiaramente si tratta di un esemplare tassidermico, ma il contrasto con l’ambiente circostante è spiazzante.
Lì vicino si può notare un armadio diverso dagli altri: è il pannello dedicato proprio al cinghiale. I cassetti e le ante di questo particolare mobiletto si possono aprire liberamente: facendo scivolare un largo e basso cassetto, ecco una ricostruzione del terreno del sottobosco – in cui all’inizio si stenta a scorgere alcunché se non del fango e delle foglie secche, ma ecco, guardando meglio si possono distinguere le impronte lasciate dal passaggio degli zoccoli del cinghiale. È la pista che dovremmo saper riconoscere e seguire se volessimo dare la caccia a questa difficile preda. In un altro cassettino, ecco una riproduzione degli escrementi della bestia.

chasse 8

chasse 5

chasse 4

chasse 3

chasse 2

chasse 1

Vi è anche una specie di binocolo integrato all’interno del legno dell’armadio. Accostando gli occhi, vediamo un paesaggio naturale in tre dimensioni. Sembra tutto piuttosto statico, i rami ondeggiano un poco e le acque di un lago si increspano, finché, con un po’ di pazienza, scorgiamo qualcosa che si muove in lontananza, fra le foglie… che sia proprio un cinghiale?

chasse 14

Lasciata la stanza del cinghiale, si entra in quella del cervo, e lo strano senso di spaesamento si rinnova.
A parte le due bellissime plance esplicative ai lati del mobile, marchiate a fuoco nel legno, che raccontano le abitudini e le caratteristiche dell’animale, non vi è traccia delle classiche e pedisseque targhette da museo. Alcune sottili associazioni sono liberamente lasciate alla sensibilità del visitatore, come ad esempio quando a due passi dal teschio del cervo s’incontra una statua che rappresenta un satiro: molti passeranno oltre, senza accorgersi che le corna della statua antica sono perfettamente somiglianti a quelle del cervo… ma quando nella mente dell’osservatore prende forma questa analogia, ecco che senza bisogno di tante parole quella stanza svela l’importanza fondamentale dell’animale (il cervo, in questo caso) nell’immaginario umano. E mano a mano che ci si aggira per le sale, risulta sempre più evidente che, più che un Museo della Caccia, questo luogo è un tributo al complesso e stratificato rapporto fra esseri umani ed animali, e a come esso sia mutato nel corso dei millenni.

chasse 18

chasse 7

chasse 12

chasse 9

chasse 11

chasse 15

chasse 16

chasse 17

Nelle altre stanze si possono trovare opere d’arte e installazioni moderne proposte di fianco a carabine d’epoca, saloni che esplorano la tradizione venatoria del trofeo (rappresentazione ed esposizione della gloria del massacro, inquietante ed infantile al tempo stesso), teche piene di maschere di carnevale dalle fattezze animalesche che dimostrano come, a livello simbolico, la bestia sia radicata nel nostro inconscio – tanto da spingerci a dare vita anche ad animali e chimere di fantasia, di cui facciamo la conoscenza nello splendido gabinetto dell’unicorno.

chasse 38

chasse 37

chasse 40

chasse 34

chasse 35

chasse 45

chasse 46

chasse 50

chasse 49

chasse 47

chasse 25

chasse 19

chasse 20

chasse 21

chasse 23

Ma qual è la storia dietro a questo eccentrico museo? La fondazione si deve a François Sommer e a sua moglie Jacqueline: ricco collezionista e appassionato cacciatore, Sommer fu tra i primi a sostenere attivamente la necessità di una caccia etica, rispettosa dell’equilibrio naturale. Il cinghiale e il cervo, in via di estinzione, ritornarono a popolare le foreste francesi proprio grazie a Sommer e alle sue tenute, in cui voleva che gli animali selvaggi potessero moltiplicarsi al riparo dalla venagione indiscriminata.

chasse 32

chasse 33

chasse 56

chasse 53

chasse 57

chasse 58

chasse 59

chasse 60

Eppure, per quanto rispettoso e appassionato naturalista, egli era pur sempre un amante della caccia: da qui l’idea di un museo che mostrasse quanto questa attività avesse contribuito alla civilizzazione, e che allo stesso tempo esplorasse la nostra percezione degli animali e come si è radicalmente evoluta dalla preistoria ai giorni nostri.

chasse 61

chasse 62

chasse 67

chasse 68

chasse 69

chasse 70

Oggi che è venuto a mancare il suo fine sostentativo, rifiutiamo la caccia come superflua e crudele (affidandoci per l’approvvigionamento di carne ad altri metodi, bisogna vedere se meno crudeli), e consideriamo gli animali come vittime: ma un tempo il cinghiale, ad esempio, era un fiero e pericolosissimo avversario, capace di sbudellare il cacciatore con le sue zanne in pochi minuti. Esisteva dunque un naturale rispetto per l’animale che si è venuto a modificare.
Nel nostro Occidente ipertecnologico ed industrializzato, la caccia sta progressivamente perdendo ogni motivo di esistere; questo non cancella però il peso fondamentale che questa attività ha rivestito nei secoli. La storia della caccia, in fondo, è la storia del faticoso tentativo dell’uomo di prevalere nella gerarchia naturale, ma anche la storia delle nostre paure più ancestrali, dei nostri sogni, dei nostri miti.

chasse 72

chasse 73

Per approfondire e completare questa riflessione sui rapporti fra esseri umani e animali, ci rechiamo nuovamente nella banlieue, questa volta a nord-ovest di Parigi sulla rive gauche, ad Asnières-sur-Seine. Qui si trova il Cimitero dei Cani che, nonostante il nome, ospita anche molte altre specie di animali da compagnia.

chiens 1

Ufficialmente aperto alla fine dell’estate del 1899, il cimitero rispecchia il trasformarsi della funzione dell’animale (da utilitario ad animale di compagnia) avvenuta nel corso del XIX secolo. Se in quegli ultimi decenni le condizioni di vita degli “amici a quattro zampe” erano infatti migliorate, si avvertiva l’esigenza di una sistemazione più consona anche per le spoglie degli animali deceduti, e che fino a quel momento venivano squartati, o abbandonati nell’immondizia, o gettati nella Senna.

chiens 23

chiens 54

Nonostante alcune croniche difficoltà che continueranno, nel corso del secolo successivo, ad affliggerlo, il Cimitero dei Cani conoscerà un successo crescente, popolandosi di monumenti e sepolture sempre più prestigiose. Nel 1900 ad esempio viene eretto all’entrata del cimitero un monumento alla memoria di Barry, un San Bernardo che all’inizio del secolo precedente aveva “salvato la vita a 40 persone, restando ucciso dalla 41ma!”; a quanto pare, cioè, il coraggioso cane morì stremato da quest’ultimo sforzo. Alla sua morte, il suo corpo venne imbalsamato e conservato presso il Museo di storia naturale di Berna.
Un’altra tomba commemora un cane randagio che il 15 maggio del 1958 venne a morire proprio alle porte del cimitero: casualità straordinaria, si trattava del quarantamillesimo animale ad essere seppellito lì.

chiens 2

chiens 5

chiens 56

Ma qui, tutte le tombe raccontano delle storie di affetto e di amore fra persone ed animali, legami forti che apparentemente nulla hanno da invidiare a quelli fra esseri umani. Alcune iscrizioni sono davvero toccanti: “Figlia mia / Amore della mia vita / Ti amo / Tua mamma“, recita la tomba di Caramel. Sulla lapide della scimmietta Kiki è iscritto il verso “Dormi mia cara / fosti la gioia della mia vita“. Il proprietario del barboncino Youpi, morto nel 2001, scrive: “Il tuo immenso affetto ha illuminato la mia vita, sono talmente triste senza di te e il tuo meraviglioso sguardo“. E ancora: “In memoria della mia cara Emma, dal 12 Aprile 1889 al 2 Agosto 1900 fedele compagna e sola amica della mia vita errante e desolata“.

chiens 10

chiens 17

chiens 51

chiens 29

chiens 6

chiens 8

chiens 9

chiens 11

chiens 12

chiens 13

chiens 16

chiens 49

chiens 53

chiens 50

Iscrizioni commoventi, dicevamo: in certi casi l’incontro fra uomo e animale può rivelarsi una bellissima amicizia, tanto che ogni barriera specifica viene a cadere di fronte all’affetto creatosi fra due esseri viventi.
Eppure, bisogna ammetterlo, il Cimitero dei Cani fa anche un po’ sorridere. I mausolei sfarzosi e riccamente ornati, le grosse lapidi erette per un pesciolino rosso o per un criceto, i monumenti fatti scolpire appositamente per tartarughe, cavalli, topolini, uccelli, conigli e perfino gazzelle, fennec e lemuri ci possono sembrare in alcuni casi francamente esagerati.

chiens 55

chiens 48

chiens 45

chiens 44

chiens 40

chiens 35

chiens 36

chiens 38

chiens 37

chiens 19

chiens 27

chiens 22

chiens 31

chiens 30

chiens 21

chiens 20

chiens 18

Ma si tratta sempre, a ben vedere, dello stesso antico bisogno (forse, sì, patetico, ma incrollabile e a suo modo eroico) che sta alla base di qualsiasi necropoli: la necessità, tutta umana, di dare valore alle cose e alla vita, cercando di impedire che il passaggio sulla terra di coloro che amiamo termini senza lasciare traccia alcuna. Una battaglia destinata a fallire, in ultima istanza, ma che offre conforto a chi si trova ad elaborare un lutto.

chiens 15

chiens 14

chiens 46

chiens 39

chiens 34

Abbandoniamo il Cimitero dei Cani, non prima di aver visitato un’ultima, umile tomba: quella di una celebre star del cinema…

chiens 47

Terminiamo quindi il nostro viaggio con una visita a quello che è probabilmente il luogo più magico dell’intera capitale: il Musée des Arts Forains.
Si tratta di un’enorme collezione/installazione dedicata alle  fêtes foraines, cioè quelle giostre itineranti che da noi presero il nome di luna park (dal primo parco di attrazioni della storia, a Coney Island). Un tempo le giostre non erano nemmeno itineranti, ma trovavano posto all’interno delle città; poi, in seguito alle lamentele per il rumore, vennero spostate lontano dai centri abitati, e con il nomadismo iniziò anche il loro declino.

artsforains 1

artsforains 4

artsforains 5

artsforains 10

artsforains 11

artsforains 12

artsforains 13

Il Museo è collocato all’interno dei pittoreschi Pavillons Bercy, antichi depositi di vino, e magazzini di scalo per le merci in attesa d’essere caricate sui battelli fluviali. La visita guidata (che va prenotata in anticipo, visto che i gruppi hanno un numero limitato di partecipanti) si articola in tre diversi spazi: il Teatro del Meraviglioso, il Musée des Art Forains vero e proprio, e il Salone Veneziano.

artsforains 2

Il Teatro del Meraviglioso accoglie il visitatore con un’esplosione di luci colorate e di strane scenografie, in una sorta di ritorno all’atmosfera delle esposizioni universali di inizio secolo. C’è da restare a bocca aperta. Un elefante, appeso ad una mongolfiera, porta sulla schiena un incredibile e fragilissimo diorama creato interamente in mollica di pane; fra le foglie e gli intricati tronchi naturali, appositamente selezionati per la loro forma curiosa e artistica, fanno la ruota i pavoni meccanici; statue di sirene montano la guardia agli antenati dei flipper; tutto intorno, macchinari e giocattoli fantastici mentre, in fondo al salone, una corsa di cavalli con le biglie impegna i visitatori in una gara all’ultimo lancio. Sì, perché tutte le giostre che si trovano nel museo, originali di fine ‘800 e inizio ‘900, sono ancora funzionanti e il tour include l’esperienza di provarne alcune in prima persona.

artsforains 17

artsforains 19

artsforains 18

artsforains 16

artsforains 20

artsforains 21

artsforains 23

artsforains 24

artsforains 25

artsforains 26

artsforains 27

artsforains 28

artsforains 29

artsforains 30

Nel salone a fianco è la musica a farla da padrone. Un unicorno se ne sta ritto vicino ad un pianoforte i cui tasti si muovono da soli, mentre la guida turistica (per metà Virgilio, per metà imbonitore) dà inizio alle danze, facendo vibrare le pareti al suono di un antico organo e un carillon di tubi che si diramano lungo su tutte le pareti. Assieme ai visitatori che si cimentano in un valzer improvvisato, si muovono a tempo di musica sui loro baldacchini e parapetti anche gli automi con le fattezze di alcuni personaggi famosi degli anni d’oro di Parigi.

artsforains 31

artsforains 32

artsforains 33

artsforains 34

Questo spazio, evocativo e misterioso, viene utilizzato per serate ed eventi ed è anche dotato, per queste occasioni speciali, di 12 video proiettori che sono in grado di trasformare i muri nelle pareti interne del Nautilus, il celebre sottomarino del Capitano Nemo.

artsforains 7

Ci si sposta poi in un diverso padiglione, dove è ospitato il Musée des Arts Forains, dedicato al luna park vero e proprio. Come prima cosa, si prova sui propri timpani la potenza sonora dell’Organetto di Barberia: quando il mantice soffiava nelle canne, questo strumento a rullo spandeva l’allegra musica per chilometri sottovento, annunciando con le sue note l’arrivo delle giostre in città.

artsforains 41

artsforains 35

artsforains 38

artsforains 39

Poi, ecco comparire l’emblema e il simbolo di qualsiasi luna park: la giostra con i cavalli. Ad una popolazione divenuta urbana a seguito della rivoluzione industriale, questa attrazione ricordava le proprie origini rurali; e, al tempo stesso, prometteva alla gente comune il sogno di sentirsi nobili cavalieri per lo spazio di qualche giro di giostra.
Uno dei dettagli interessanti è il fatto che solitamente i cavalli hanno un solo lato perfettamente decorato e dipinto, quello che dà verso l’esterno. Il loro fianco interno, invece, è pitturato molto più grossolanamente – con il tipico cinismo dei circensi, i costruttori sapevano che l’importante era attirare chi sulla giostra non era ancora salito!

artsforains 42

I visitatori montano sulle loro selle, chiudono gli occhi, e sulle note di Mon manège à moi di Édith Piaf i cavalli di legno si mettono in moto… da quando fu creata, nel 1890, più di due milioni di persone hanno riscoperto la loro anima di bambini su questa giostra di origine tedesca.

artsforains 45

artsforains 48

artsforains 47

artsforains 51

artsforains 52

artsforains 53

artsforains 54

artsforains 59

Dopo aver passato in rassegna innumerevoli altri tipi di attrazioni, si sale sulla giostra probabilmente più bizzarra dell’intera collezione: un manège vélocipédique del 1897. Qui sono i visitatori stessi che con le loro pedalate mettono in moto la giostra, raggiungendo velocità da capogiro.

artsforains 55

artsforains 56

artsforains 57

artsforains 58

Infine, ecco che ci si sposta nel terzo padiglione, dedicato a Venezia, per una “corsa” molto più rilassante e serena su una giostra di gondole, mentre si ammira l’insolita ricostruzione dei canali e dei palazzi che adorna le pareti.

artsforains 62

artsforains 61

La visita termina con uno spettacolo di musica lirica interpretata dagli automi di Casanova, del Doge, di Arlecchino, Pantalone, eccetera.

artsforains 63

artsforains 64

Ritornati fuori, alla luce del sole, ci si accorge con sorpresa che senza l’aiuto di un orologio sarebbe impossibile dire quanto sia durata la visita. Un’ora e mezza, due ore, o ancora di più? Per qualche ragione, all’interno di questo spazio, per il quale l’aggettivo “meraviglioso” non è affatto fuori luogo, ogni cognizione del tempo è rimasta alterata.
Ci si guarda l’un l’altro, ed ecco che – ultima magia – negli occhi di tutti brilla quell’antico senso di incanto che sembrava ormai perduto.

artsforains 49

MUSEE DE LA CHASSE ET DE LA NATURE
62, rue des Archives
Apertura: Tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: Mar-Dom 11-18, Mer 11-21.30
Sito Web

CEMETIERE DES CHIENS
4, pont de Clichy
Asnières-sur-Seine
Apertura: tutti i giorni tranne il lunedì.
Orari: dal 16 marzo al 15 ottobre 10-18, dal 16 ottobre al 15 marzo 10-16.30

MUSEE DES ARTS FORAINS
53, Av des Terroirs de France
Apertura e orari: consultare il calendario per le prenotazioni sul sito.
Sito Web

(Questo articolo è l’ultimo di una serie dedicata a Parigi. I primi due capitoli sono qui e qui.)