Morte 2.0

Considerazioni sulla morte all’epoca dei social media

Chart

Guardate la Top Chart qui sopra.
Blackbird
è una canzone pubblicata dai Beatles all’interno del White Album nel 1968.
Nonostante Paul McCartney l’abbia scritta 46 anni fa, la settimana scorsa il brano è arrivato al primo posto delle classifiche iTunes per il genere Rock. Perché?

La risposta sta qui sotto:

Chris è un ragazzo che vive in California: ha perso sua moglie Ashley, morta dando alla luce il piccolo Lennon, nato prematuro. Il 12 novembre viene pubblicato su YouTube il video di Chris che canta Blackbird di fronte all’incubatrice dove il figlioletto sta lottando per rimanere in vita; il bambino morirà a soli quattro giorni dal parto.
Il video diventa virale in pochissimo tempo, raggiunge presto 15 milioni di visualizzazioni, rimbalzando dai social network alle testate giornalistiche e viceversa, con sentita partecipazione degli utenti e gran dispendio di emoticon e faccine tristi e piangenti. Soltanto l’ultimo episodio di una nuova e ormai consolidata tendenza di pubbliche esposizioni del dolore e del lutto.

Brittany Maynard (1984-2014), malata terminale e attivista per il diritto al suicidio assistito.

Un recente articolo di Kelly Conaboy, nell’affrontare il fenomeno dei video o delle storie di lutto e tragedia che diventano virali, utilizza il termine grief porn, come se si trattasse di una vera e propria pornografia del lutto: questi video magari possono anche nascere come qualcosa di diverso, ma diventano presto puro intrattenimento, regalando allo spettatore una scarica di adrenalina immediata e breve; una volta finita la “masturbazione emotiva”, spesa la lacrimuccia, commentato, condiviso, ci si sente meglio. Si chiude il browser e si va avanti con la propria giornata.
Se il grief porn, sottolinea la giornalista, è un filone da tabloid vecchio quanto gli scandali sessuali, fino ad oggi si era sempre limitato a lucrare sui resoconti di morti particolarmente tragiche, violente, fuori dall’ordinario; la rete, invece, rende possibile la messa in vetrina del privato della gente comune. Questi video sarebbero cioè parte di un esibizionismo ormai diffuso, in cui alla voglia di mostrare il dolore corrisponde, da parte degli altri utenti, una voglia di assistervi – e di poter poi esprimere il proprio “Like”, per dimostrare di essere persone sensibili.

Durante il XX secolo si è osservata una rimozione della morte in ambito collettivo. Di questa rimozione si è così estesamente parlato che non è necessario dilungarsi sulla questione. La domanda è invece: vi è qualche cambiamento al riguardo? Cosa ci dicono questi nuovi fenomeni sul nostro rapporto con la morte? Come si sta evolvendo?

Skull-in-Fashion1

Se la morte, vera ed esperita personalmente, resta ancora un doloroso mistero, territorio proibito che investe sia la realtà del cadavere (vero “scandalo”) sia l’elaborazione del lutto (non più rigidamente codificata come un tempo), dall’altra parte è innegabile che stiamo assistendo a una pervasività inedita della rappresentazione della morte stessa.
Al di là dei giudizi di mercificazione o di banalizzazione, dobbiamo far fronte alla sempre più disinibita presenza dell’immagine della morte nella società odierna: dai teschi che decorano borse, spille, T-shirt così come le teche dei Musei d’arte moderna, passando per la morte come espediente di comunicazione/marketing/propaganda (le videodecapitazioni terroristiche e i filmati delle esecuzioni dei cartelli della droga, fino ai siti web che propongono un archivio sterminato di foto, video e materiale riguardante incidenti, omicidi e suicidi). Tutto questo non è morte, sottolineiamo, è immagine, simulacro – che non necessita nemmeno del filtro della narrazione. E parlare di pornografia della morte non è così insensato, visto che questa messe di rappresentazioni propone di fatto l’elemento che più è eccitante nella pornografia classica, ovvero l’iperrealtà di matrice baudrillardiana, un’immagine così realistica da sostituirsi alla realtà stessa. (Pensiamo, nel cinema porno, alle inquadrature che permettono punti di vista che sarebbero “impossibili” nella realtà del coito, alla risoluzione HD che esalta ogni minimo dettaglio della pelle degli attori, addirittura al porno in 3D, ecc. – così va con la morte in simulacro).

Damien Hirst posa con il suo celebre For the love of God.

Sono passati i tempi in cui Bazin, sul legame fra pornografia e “morte in diretta”, scriveva: “come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta – non è senza ragione che lo si chiama la piccola morte – o almeno non lo si rappresenta senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità. La rappresentazione della morte reale è anch’essa un’oscenità, non più morale come nell’amore, ma metafisica. Non si muore due volte.” (Morte ogni pomeriggio, 1949).
Oggi, si può morire milioni di volte, in punta di cursore, ad ogni click che fa partire un video o che apre un’immagine. L’onnipresenza odierna della rappresentazione della morte può però non essere la degenerazione di una società votata all’oscenità, bensì una naturale reazione ed un superamento della rimozione messa in atto nel secolo scorso. Non potendo risolvere il mistero in sé, si sfalda a poco a poco l’osceno (che viene così rimesso “in scena”) fino a farlo diventare figurazione quotidiana. Per continuare il parallelo con la pornografia, Davide Ferrario raccontava (all’interno del libro-inchiesta Guardami. Storie dal porno) che il fatto di assistere all’incontro carnale di due persone su un set a luci rosse non era per lui affatto eccitante; ma gli bastava guardare nella loupe della macchina da presa, ed ecco che tutto sembrava differente, più reale. Anche alcuni reporter di guerra affermano che le esplosioni non sembrano vere finché non le si osserva attraverso un obbiettivo fotografico. È il magistero dell’immagine che ha preso il sopravvento sugli oggetti concreti, e se in Baudrillard questo epocale passaggio pareva avere talvolta dei colori compiaciutamente apocalittici, oggi si può cominciare a vedere questo sopravanzo dell’immaginario sul reale non più come una fine, ma come un nuovo inizio.

Pian piano la nostra cultura sta evolvendo verso una mitologia globale e globalizzata. L’intelligenza – almeno quella del “genio” classico, individuo che da solo compie imprese straordinarie – sta pian piano diventando un mito sorpassato, e cede il passo alla supercoscienza dell’organismo-rete, che lavora di più, e più efficacemente, del singolo. Sempre meno saranno i monumenti ad epici personaggi, se questa tendenza dovesse confermarsi, sempre meno gli eroi. Sempre più comuni saranno invece le innovazioni e scoperte da imputarsi a intere comunità virtuali (ma esiste più una virtualità che si contrapponga alla realtà?), e le grandi conquiste in cui l’impresa è stata parcellizzata e distribuita su tutta una rete di individui.

Allo stesso modo la morte sta mutando di peso e significato.
La conservazione e il rispetto delle spoglie, per quanto tradizioni ben radicate, sono già messi in discussione dalla nuova e diffusa sensibilità del riciclo, del riutilizzo ecologico, che in fondo è un riappropriarsi della decomposizione – da secoli aborrita dall’uomo Occidentale, l’unico che si sia mai sottratto ad essa tramite sepolcri che preservavano la salma dal contatto con la terra. La Risurrezione della carne, motivazione teologica principale per la sepoltura intatta, lascia il posto all’idea, nobile a suo modo, del compostaggio. Il rispetto delle salme non si esercita più nell’idea di devozione, di soggezione verso le ossa, di inviolabilità del corpo; passa invece per l’idea dell’utilità del cadavere, sia essa esplicitata tramite espianto degli organi, donazione alla scienza, oppure minima incidenza sull’inquinamento ambientale. Distruggere il corpo non è più un tabù, ma un vero e proprio atto di generosità verso gli altri.

Allo stesso modo, questa nuova rappresentazione tende a liberarsi dai toni misterici, seriosi e cupi d’un tempo. Anche la “moda” del macabro, il turismo nero o le diverse iniziative di intrattenimento legate alla morte (vedi ad esempio il London Month of the Dead), sono metabolizzazioni che tentano di risolvere una volta per tutte il rimosso novecentesco. Perfino l’umorismo e le baracconate, che possono sembrare offensivi, sono passi obbligati in questa trasformazione.

Ceneri umane pressate in un vinile.

Ceneri umane trasformate in diamante.

E così la rete propone quotidianamente una morte non più censurata e negata, ma affrontata a viso aperto, finanche a trasformarla in spettacolo.
Nel riferirsi al vertiginoso successo delle immagini di sofferenza e morte, si usa spesso la parola voyeurismo. Ma si può parlare di voyeurismo quando lo sguardo degli sconosciuti è ormai cercato e desiderato anche dalle “vittime” di tale attenzione, per esempio dai malati terminali che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria condizione, cercare conforto, lasciare una testimonianza o, più semplicemente, dare voce al proprio dolore?

Jennifer Johnson, madre di due bambini e malata terminale, nell'ultimo video prima della morte.

Jennifer Johnson, madre di due bambini, nell’ultimo video prima della morte (2012).

In queste esibizioni di esperienze personali difficili, si può leggere l’espediente inedito che la nostra società sta utilizzando per rapportarsi alla morte e alla sofferenza: non più tabù da occultare e metabolizzare esclusivamente nell’ambito della sfera privata, ma coacervo di sentimenti che vale la pena condividere con il mondo intero. Se al tempo delle grandi famiglie allargate di inizio Novecento il lutto spesso veniva, per così dire, “spalmato” sull’intera comunità, e nella seconda metà del secolo era ricaduto invece sull’individuo singolo, che si ritrovava senza strumenti adeguati per la sua elaborazione, ecco che la comunità online si propone come nuova valvola di ripartizione della sofferenza. Si ricevono condoglianze e messaggi di affetto e vicinanza anche da perfetti sconosciuti, in una sorta di nuovo paradigma di “superficiale” ma solerte solidarietà.
Chris Picco, il “papà Blackbird“, di certo non vede con occhio negativo l’attenzione che gli è stata dedicata, anche perché la generosità degli utenti gli ha permesso di raccogliere i 200.000 $ necessari a coprire le spese mediche.

Non potrei mai trovare le parole per esprimere quanto il vostro supporto e la vostra forza e le vostre preghiere e le vostre email e i vostri messaggi su Facebook e i vostri SMS – non so come molti di voi abbiano recuperato il mio numero, ma molte volte il mio messaggio si limitava a un “Ah, ok, grazie, uhm.”… Non ho voluto entrare nel merito, tipo “Non so chi sei”, ma grazie. Io credo che – ha significato così tanto per me, e quindi quando dico “grazie” so che sapete cosa vuol dire.

Dall’altra parte dello schermo del PC c’è la segreta curiosità di chi guarda le immagini di morte. Di chi i video li condivide, li apprezza più o meno velatamente. Davvero, come abbiamo già detto, si tratta di pura “masturbazione emotiva”? Di curiosità oscena e morbosa?
Non esiste, a nostro parere, curiosità che possa essere morbosa, cioè ammalata. La curiosità è uno strumento evolutivo che ci permette di elaborare strategie per il futuro, e in questo senso è sempre sana e salutare. Se proviamo a considerare il cosiddetto voyeurismo sotto questa luce, esso si rivela in realtà una vera e propria risorsa. Quando le macchine rallentano in autostrada per guardare un incidente stradale appena avvenuto, non è sempre e soltanto nella speranza di vedere sangue e budella: il nostro cervello ci intima di frenare perché sente la necessità di esaminare la situazione, di elaborare l’accaduto, di capire cosa sia successo. È quello che è equipaggiato per fare, inferire dati da utilizzare in futuro nel caso dovesse trovarsi in situazioni analoghe.

road-accidents

D’altra parte la storia del teatro, della letteratura, del cinema, straborda di tragedie, violenze, catastrofi: l’interesse sta tutto nello scoprire come reagiscono i personaggi alle difficoltà che si trovano di fronte. Abbiamo ancora bisogno del Viaggio dell’Eroe, di scoprire in che modo egli supererà di volta in volta le prove del cammino, e come risolverà i suoi problemi. Se da bambini studiavamo attentamente i nostri genitori per imparare il modello di risposta appropriato in qualsiasi situazione, da adulti la nostra mente continua ad ammassare quanti più dettagli possibile, a fine di esercitare il maggior controllo possibile sugli ostacoli futuri.

Identificandoci con il padre californiano che suona per il figlio morente, ci confrontiamo con noi stessi. “Cosa sta provando quell’uomo? E io, cosa farei in un simile frangente? Sarei in grado di superare il terrore in questo modo? È una strategia che potrebbe funzionare, nel mio caso?”
L’elemento di costruzione della nostra auto-immagine in rete, la nostra online persona, arriva soltanto in un secondo momento, a video finito. È importante allora dimostrare a tutti i contatti e ai follower che noi siamo umani e simpatetici, che ci commuoviamo, e a questa seconda fase sono ascrivibili tutte le esternazioni di dolore, le lacrime vere o finte, la partecipazione. Questo è un nuovo paradigma, un lutto moderno, che costa poco tempo e poche risorse ma che forse funziona meglio di quanto pensiamo (si veda appunto il successo della raccolta fondi di Chris Picco). Ma questa condivisione del lutto è possibile soltanto grazie alla curiosità iniziale che ci ha fatto cliccare quel video.

E che differenza c’è con chi si addentra ancora più a fondo nel dark side of the web, nell’offerta sterminata di immagini di morte, confrontandosi con video estremi e sanguinosi?
Lo stimolo fondamentale implicato nella visione di un filmato di un uomo che viene, diciamo, mangiato da un coccodrillo, è probabilmente identico. Ad un livello basilare, stiamo sempre cercando di acquisire dati utili per rispondere al meglio all’imprevisto, e la curiosità è la nostra arma di difesa e di adattamento ad un futuro incerto; futuro in cui quasi certamente non dovremo mai lottare contro un alligatore, ma avremo comunque il compito di affrontare sofferenza, morte e tutto ciò che meno ci aspettiamo.
I filmati più scioccanti talvolta ci tentano anche con la promessa di mostrarci ciò che è di norma precluso o censurato: come reagisce un corpo umano ad una caduta dal decimo piano? Guardando il video, è come se cadessimo anche noi per procura; così come, per procura, ma a un livello più accettabile, possiamo assistere alla reazione tragica di un individuo che vede morire suo figlio, e identificarci con lui.

Un sollevatore sta alzando un manubrio con i pesi. Di colpo il suo ginocchio cede e si spezza. Gridiamo anche noi, saltiamo sulla sedia, avvertiamo una fitta allo stomaco. Distogliamo lo sguardo, poi guardiamo di nuovo, nella nostra mente ripercorriamo l’orribile scena ed ogni volta è come se provassimo almeno un po’ del dolore dell’atleta (un celebre studio neurologico sull’empatia ha dimostrato che in parte è proprio così). Questo non è masochismo, o bisogno di procurarsi uno stato di malessere: l’anticipazione del dolore è uno dei nostri modi di prepararci al suo arrivo, e guardare un video è in fondo una soluzione innocua ed economica.

A nostro parere, la curiosità di chi si ritrova a guardare l’immagine di morte o di sofferenza non andrebbe stigmatizzata come “malata”, ma come un impulso perfettamente naturale. Senza contare che è proprio questa curiosità a motivare l’offerta sempre più abbondante di tali immagini, ed è anche ciò che permette a chi sta soffrendo di mettere in scena la sua condizione.

La vera novità di questi tempi sta proprio nello sdoganamento della morte come rappresentazione pubblica, nella collettivizzazione dell’esperienza del lutto e della sofferenza, sotto il segno del confronto, della condivisione e del cosiddetto spirito social. Essa si farà sempre più presente su piattaforme quali Facebook e Twitter: già oggi molti malati decidono di postare dispacci in tempo reale sul decorso della loro terapia o di quella dei propri cari, aprendo di fatto una finestra su una parte di mondo da molto tempo occultata.

There’ll be the breaking of the ancient Western Code / Your private life will suddenly explode (“L’antico codice occidentale si spezzerà / e la tua vita privata di colpo dovrà esplodere”), preconizzava Leonard Cohen in The Future. I suoi toni erano pessimisti, per non dire apocalittici, da buon esponente del Novecento. Sembrerebbe che questa volontaria rinuncia (parziale, s’intende) alla sfera privata, si stia rivelando un efficace espediente per reagire all’assenza di codici di elaborazione del lutto. Di morte e malattia si parla sempre più frequentemente, e per ora sembra che i benefici di questo dialogo superino gli eventuali stress emotivi che una tale pervasività può comportare (si veda questo articolo).

La sensazione, seppur vaga e incerta, che ha dato vita a queste righe, è che una transizione stia avvenendo, sotto i nostri occhi, anche se ancora troppo nebulosa per essere delineata con chiarezza, e non scevra da tutti gli eccessi che ogni crisi o superamento porta con sé. Che queste nuove strategie, in parte inconsapevoli, si rivelino adeguate per convivere con il nostro ultimo destino, o che finiscano per assumere altre, diverse forme, resta da vedere. Qualcosa, però, sta cambiando.

17 commenti a Morte 2.0

  1. Alessandro ha detto:

    Ciao ragazzi. Vi seguo da un po’, e leggo quasi tutto quello che postate. In questo caso, arrivato a meno di un quarto dell’articolo, mi preme scrivere un commento.
    Parlando di “pornografia della morte”, posso citarvi Andrea Tagliapietra, che ha scritto un libro sulla fine, morte o apocalisse che sia, chiamato “icone della fine”. Ottimo libro letto per scrivere la mia tesi -sull’apocalisse appunto, ma che coincide inevitabilmente con la morte-. Potrei citarlo, ma preferisco scrivere quanto segue.
    Nella mia tesi ho trovato fonti più disparate riguardo al culto della morte e dell’osceno -come anche voi ribadite “fuori dall’inquadratura”-, ciò che per forza di causa o per “clausole” sociali era vietato o impossibile da studiare. La morte è ciò, impossibile visione al di là del burrone. Un vuoto, nell’immaginario, che nemmeno l’intelletto umano è riuscito a rivelare (apocalisse=rivelazione). Va da sè che le rappresentazioni dell’aldilà sono state fondanti, nelle culture: dalla religione allo strato sociale; quindi dalle rappresentazioni primordiali si convive con la morte. Persino le fiabe, piacevoli storie, mantengono nei secoli il richiamo dell’atto di iniziazione, che era primitivamente conosciuto come una morte e resurrezione (in alcuni casi con la rinascita che prevedeva un nuovo nome). E qui nomino Vladimir Propp, esperto nelle fiabe russe (e non).
    Col tempo la morte è rimasta sempre una fonte di creatività, oserei dire. E a favor di ciò posso dire -da pittore- che effettivamente lo slancio maggiore non lo si ha nella realtà ma nell’irreale, in ciò che non esiste (inesistenza=morte, o meglio “non ancora vita”).
    …tutto ciò fino all’arrivo della fotografia.
    La fotografia, come metodo di documentazione ha sdoganato persino le rappresentazioni artistiche, fornendo la dura realtà dei fatti (si pensi ai ritratti); si è evoluta poi, tanto che l’iperrealismo americano del secolo scorso era basato su una ricreazione talmente esasperata da voler superare la risoluzione massima delle foto.
    E (scusate le molte parentesi e citazioni) cito ora Erich Fromm, con anatomia della distruttività umana. Il caro Fromm dice, nel capitolo dedicato al culto della tecnica, che la fotografia è (negli anni ’70) un’ostentazione della visione. Un’ostentazione che paradossalmente si sostituisce all’organo sensitivo, trasponendo il senso della visione nel senso dell’esserci: oggi infatti si fotografa tutto, ma non si guarda nulla. Il tramonto ce lo godiamo in foto. E così il porno, e così la morte.
    Ragazzi, parliamoci chiaro: la morte è con noi, e ci tiene la mano, ma rispetto a cento e più anni fa, ora non ne sentiamo la presenza. Tutto ciò si traduce in una spericolata attenzione alle visioni ignote, e non per cercare di vedere, capire ed esorcizzare (come per le apocalissi, e soprattutto l’apocalisse cristiana, con i suoi “must” per essere ammessi in paradiso e superare il giudizio divino), ma bensì per … nulla.
    In tutta la tesi non ho raggiunto una vera conclusione.
    Lucro, in molti casi, ovvio.
    Ma siamo davvero subissati di morte e non-morte (zombie e vampiri), e ciò per pura “masturbazione”, come avete scritto. Si limita ad uno stimolo che di nuovo non da niente, a quattro parole spese per fare la lacrimuccia sul padre che, poverino, ha perso moglie e figlio.
    Non è morto solo lui, oggi.
    Ma di lui ci ricordiamo, perchè il singolo è andato su youtube.
    Non ci identifichiamo, secondo me, in chi subisce ciò, perchè tutto ciò implica domande, che non siamo più abituati a farci (qui torna la mia indole da pittore classicista, e posso garantirvi che su mille spettatori solo uno è riuscito a capire cosa potesse rappresentare un lavoro più intellettuale che artistico).
    Sì, è un impulso naturale, quello di guardare (a volte curiosità), ma tutto si limita alla pornografia della morte, ad una visione che non accrescerà nulla in noi, che non ci farà chiedere niente, cosa che in una civiltà delle immagini (talmente tante che difficilmente ci si sofferma su una) è prevedibile e tremenda.

    Per concludere: se precedentemente la morte era fondativa, ora è solo un’ostacolo alla vita, al culto di se stessi. Guardiamo la morte facile per non ricordarci della nostra. Vi pare possibile pensare a comprarci una maglietta, con la consapevolezza della fine? Non lo è, ma diamo troppo spessore alla vita del singolo (e umana soprattutto, forse la più infima delle specie), e poca a quella del gruppo, dove la morte è sinonimo di sopravvivenza.
    Scusate per lo sproloquio, soprattutto se può sembrare fine a se stesso.

    Oh, e comunque fate da anni un lavoro meraviglioso, da stima infinita.
    Alessandro.

    • bizzarrobazar ha detto:

      “Tutto ciò si traduce in una spericolata attenzione alle visioni ignote, e non per cercare di vedere, capire ed esorcizzare (come per le apocalissi, e soprattutto l’apocalisse cristiana, con i suoi “must” per essere ammessi in paradiso e superare il giudizio divino), ma bensì per … nulla. ”

      Io non sono sicuro. Vedo che il mio articolo è stato già utilizzato per puntare il dito sullo sfacelo dei tempi. Per quanto non scevro da frecciatine, speravo si capisse che il mio sguardo non è accusatorio (non parlo di te Alessandro).

      Ogni transizione è sempre stata vista come sterile e scandalosa. Mi chiedo se anche oggi, che vediamo riprodursi il copione, non siamo forse in grado di riconoscere un cambiamento che porterà verso diverse realtà. Certo, la morte non ha più il gran significato di un tempo. Come si prospetta un’umanità che fa della morte una banalità condivisa? A quali traguardi può arrivare, viste le premesse?
      I conservatori dicono: da nessuna parte. L’unica vera risposta allo stato attuale è: chissà.

      Questo è davvero interessante, e non le inutili discussioni su “era meglio prima o adesso”. Se le cose stanno prendendo questa piega, difficile se non impossibile cambiarne il corso.

  2. Manu ha detto:

    Ricordo che quando ero piccola,fino ai primi anni ’70, era normale trovare foto di cadaveri ‘illustri’ o meno, sui vari giornali. Ricordo il cadavere del Che, esposto sul lavatoio, o l’immagine di Bob Kennedy sdraiato in una pozza di sangue.Non era voyerismo ma cronaca,la morte era naturale perchè c’era, e nessuno si sognava di negarne l’ovvietà. Poi, dai primi anni ’80 è diventata immagine oscena e negata, ma il contatto con la morte è un bisogno insito nell’uomo,una famigliarità necessaria per venire a patti con qualcosa che riguarda tutti, e appena il veicolo, Internet, è stato disponibile,è riemersa prepotente, umana e NATURALE.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Hai ragione Manu.
      Inoltre si avverte il bisogno di aprire la tendina d’ospedale che nasconde gli effetti della malattia e della morte.
      Penso anche a film come “Un amore” di Haneke.

  3. Wonder ha detto:

    Nel film Interstellar, Michael Caine dice “Non ho paura della morte, ho paura del tempo”
    Credo sia più di una hollywoodiana frase ad effetto.
    Dopotutto la morte è un momento inavvertito di transizione. Ma il tempo significa deterioramento e oggi è l’invecchiamento a essere considerato osceno. Tanto che in Italia l’unico media che si rivolge veramente a chi è vecchio e malato è Radio Maria.
    Il tempo è per vivere fino ad ammalarsi e soffrire. L’orrore è per il tempo che passeremo ad agonizzare, non per la morte.
    In quest’ottica, crea più sgomento l’immagine del piccolo Lennon, prigioniero del tempo che lo sevizia nell’incubatrice, che quella di un cadavere a brandelli ma inerte, vecchio abito di qualcuno che è già trapassato.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Bellissimo commento. Hai ragione, la vecchiaia è un nuovo tabù, senza precedenti, una vergogna da nascondere dietro le mura di un ospizio. Anche su questo ci sarebbe molto da discutere…

  4. andrea ha detto:

    Come sempre, avete fatto un lavoro incredibile.
    Dal mio punto di vista però credo che, in realtà questa curiosità nei confronti della morte, sia data più dal fatto che Internet ed i video in generale, mettano una forte distanza tra le persone che li osservano e l’avvenimento. Prendo come esempio gli innumerevoli “flame” che si susseguono in calce a qualunque articolo, dove gli insulti si sprecano e sono insulti fatti da persone che nella realtà (non sempre ma quasi), hanno paura persino della loro ombra.
    Questo per me è indice della codardia che pervade l’uomo (da sempre) e la rete è il mezzo per dargliene adito, mettendo un muro tra noi ed il resto, simile alla connivenza di un passante che osserva uno stupro ma non interviene per fermarlo.
    Spero d’avervi fatto intendere il sunto del pensiero.
    Continuate così ragazzi, i vostri lavori sono davvero ineccepibili.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Sono d’accordo sul fatto che probabilmente nessuno di coloro che provano la curiosità di vedere la morte in video la vorrebbe mai vedere per davvero, nel mondo reale. Per questo parlavo di esperienza “per procura”. Come dici, c’è una necessaria distanza – e per fortuna, altrimenti saremmo tutti dei pazzi assetati di sangue che sperano di vedere i morti per strada… 😀

      Per il resto, la rete permette ogni sorta di abuso in perfetto anonimato, ma talvolta porta per esempio anche ad aprirsi con sincerità agli sconosciuti, confessando paure e desideri come non faremmo mai di persona. In sostanza, ci regala una maschera: con tutti gli usi liberatori, positivi o negativi, che se ne possono fare.

      • andrea ha detto:

        Infatti non intendevo dissentire al vostro pensiero, ma solo aggiungere qualcosa al quadro. Non mi soffermo sugli innumerevoli aspetti positivi del rapporto tra sconosciuti, perché non è il contesto adatto, ma sono d’accordo con te che siano innumerevoli.
        Lol, ammetto saranno tempi grami se col mancare dell’Internet le persone cercheranno di procurarsi le stesse sensazioni con le proprie mani.

  5. Carlo ha detto:

    Bellissimo articolo, come sempre. 🙂

  6. Joey Logan ha detto:

    Caro Bizzarro, ho una domanda un po’ off topic. Leggendo di come i reporter di guerra si accorgano della realtà delle esplosioni solo attraverso uno schermo, ho capito di aver vissuto questo fenomeno anche io, pochi giorni prima della pubblicazione dell’articolo. Ho infatti accompagnato mia madre ad un incontro alla quale avrebbe partecipato anche il papa: al momento fatidico, nonostante fosse a pochi metri da noi, la scena è apparsa irreale, quasi falsa. Ma bastava guardarla attraverso il maxischermo e tutto sembrava immediatamente reale, quasi rassicurante. Come se un personaggio talmente importante non potesse esistere nel mondo reale, sono all’interno della “televisione”.
    Questo accadimento mi ha lasciata un po’ sorpresa, volevo chiederti se questo fenomeno ha quindi un nome, e si hanno informazioni su di esso, perchè l’ho trovato molto simile al caso dei reporter o della registrazione dei film pornografici.
    Complimenti come sempre per l’articolo, ti ringrazio in anticipo, spero saprai soddisfare questa mia piccola curiosità!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ciao Joey.
      No, che io sappia non esiste un vero e proprio nome per questo “fenomeno”. Si tratta comunque della nostra assuefazione al linguaggio mediatico; anche il suono di un incidente stradale o di uno sparo di pistola può sembrare strano, sentito dal vero, quasi finto: siamo infatti abituati agli irrealistici sound FX cinematografici.
      Il filosofo Jean Baudrillard ha esaminato a fondo queste rappresentazioni che diventano iperreali, cioè “più reali del reale”, questi doppi finzionali che si sostituiscono alla realtà (il nome che lui utilizzava era simulacri) approfondendone le implicazioni e le conseguenze sulla cultura e sulla civilizzazione per buona parte della sua carriera. 😉

  7. tiols ha detto:

    E’ certo che sai come riappacificare le parti. Tra chi dice “Va quelli che pubblicano ‘ste cose?” e quelli che le guardano. 🙂
    Hai un tocco di classe immancabile quando scrivi, oltre che ipnotico.
    E bravo lui! 😀

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