Buon Natale!

Buon natale

Quest’anno volevo che i miei auguri di Natale fossero un po’ più intimi e sentiti.

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Vi auguro un felice Natale e… Keep The World Weird!

Buon Natale BB

 

L’ultimo abbraccio

Trovarono tra tutte quelle orribili carcasse due scheletri, uno dei quali abbracciava singolarmente l’altro. Uno di quegli scheletri, che era quello di una donna, era ancora coperto di qualche lembo di una veste di una stoffa che era stata bianca, ed era visibile attorno al suo collo una collana di adrézarach con un sacchettino di seta, ornato da perline verdi, che era aperto e vuoto. Quegli oggetti erano di così poco valore che di certo il boia non li aveva voluti. L’altro, che abbracciava stretto questo, era lo scheletro di un uomo. Notarono che aveva la colonna vertebrale deviata, la testa incassata tra le scapole e una gamba più corta dell’altra. D’altronde non aveva alcuna vertebra cervicale rotta ed era evidente che non fosse stato impiccato. L’uomo al quale era appartenuto era quindi giunto lì, e lì era morto. Quando fecero per staccarlo dallo scheletro che abbracciava, cadde in polvere.

(V. Hugo, Notre-Dame de Paris, 1831)

Così, con Quasimodo che stringe la sua Esmeralda per l’eternità, si conclude Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo.

C’è qualcosa di particolarmente triste e sublime nella figura di due scheletri fissati in un ultimo abbraccio: l’immagine di due amanti che si danno riparo contro il freddo della fine che avanza sembra dare corpo all’ideale romantico dell’amore in grado di vincere la morte. “Quando si muore, si muore soli“, cantava De Andrè: questi resti invece raffigurano a una dipartita che ci appare a suo modo invidiabile, in quanto accorda il privilegio di un estremo e intimo momento di raccoglimento.

Quest’anno sono stati rinvenuti in Grecia, durante gli scavi archeologici nelle grotte di Diros, due scheletri abbracciati: un uomo rannicchiato alle spalle di una donna. I resti risalgono al 3800 a.C., ma nonostante le sepolture “di coppia” di questo tipo siano piuttosto rare, quella di Diros non è certo l’unica, né la più antica.

Al Museo Archeologico di Mantova è possibile ammirare i cosiddetti amanti di Valdaro. La datazione è neolitica, circa 6000 anni fa. La posizione fetale è quella tipica delle sepolture del periodo, ma i due sono stati sepolti assieme.

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Eppure il primato di Mantova sugli “amanti più antichi del mondo” è sfidato dagli scheletri neolitici ritrovati nel 2007 in Turchia nella regione di Diyarbakir, che risalirebbero a più di 8000 anni fa. Anche loro sospesi per tutto questo tempo in un abbraccio finale di cui non conosceremo mai le motivazioni: la loro storia d’amore è nata e finita prima della storia stessa.

Ancora in Grecia, nella regione di Agios Vasileios pochi chilometri a sud di Sparta, sono tornati alla luce altri due scheletri in una simile posizione, risalenti al 1600-1500 a.C.: anche questi “amanti” sono stesi su un fianco, la mano del maschio a sorreggere la testa di lei in un gesto delicato, rimasto immutato da più di tre millenni.

Fra le circa 600 tombe scavate nel villaggio siberiano di Staryi Tartas risalenti alla cultura di Andronovo, alcune dozzine sono sepolture di coppia, o addirittura di famiglia. Gli archeologi non possono che fare congetture al riguardo: sono tracce di sacrifici rituali, oppure queste inumazioni collettive venivano effettuate affinché le anime viaggiassero assieme verso l’aldilà?

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Nel sito archeologico di Teppe Hasanlu, in Iran, altri due amanti sono stati ritrovati faccia a faccia all’interno di un contenitore in muratura. I ricercatori credono che i due si fossero nascosti lì dentro per sfuggire alla distruzione dell’antica cittadella, avvenuta alla fine del IX secolo prima di Cristo; mentre si confortavano l’un l’altro, fra le urla del massacro, i due sono morti probabilmente per asfissia.

Gli amanti si abbracciarono anche durante un altro tipo di distruzione: la terribile eruzione di Pompei nel 79 a.C. ha sigillato sotto la cenere alcune coppie nell’atto di proteggersi a vicenda.

Del V-VI secolo d.C. sono invece gli “amanti di Modena”, individuati qualche anno fa durante la costruzione di una palazzina. I due si tengono la mano, e la donna guarda l’uomo; ma si ipotizza che anche lo sguardo di lui fosse rivolto verso l’amata, fino a quando il cuscino sotto il suo capo non si è deteriorato, facendo spostare il cranio.

Relativamente più recenti, ma di certo non meno impressionanti gli scheletri ritrovati in Romania a Cluj-Napoca. L’uomo e la donna, vissuti a cavallo fra 1400 e 1500, sono stati sepolti l’uno di fronte all’altro, e si tengono per mano. Secondo le prime ricostruzioni, sembra che il maschio possa essere morto in seguito a un incidente o uno scontro violento (lo sterno è fratturato da un oggetto contundente), mentre la donna sarebbe morta di crepacuore.

Terminiamo con l’esempio più toccante, e più recente. A Roermond, nei Paesi Bassi, vi sono due tombe davvero eccezionali: sono quelle del colonnello di fanteria J.W.C van Gorcum e di sua moglie J.C.P.H van Aefferden. Sposatisi nel 1842, restarono assieme 38 anni, fino a che nel 1880 il colonnello morì, e venne sepolto nella parte protestante del cimitero cittadino. La moglie, che era cattolica, sapeva che non avrebbe potuto essere seppellita assieme a lui; stabilì dunque che le sue spoglie non fossero inumate nella tomba di famiglia, bensì il più possibile vicino a quelle del marito – appena al di là del muro che divideva la sezione protestante da quella cattolica.

Da quando quando anche lei morì, nel 1888, i due monumenti funebri si tengono la mano, vincendo la barriera che invano ha provato a separarli.

Regali di Natale – II

La frenesia consumistica vi ha contagiato come ogni fine anno? Siete vittime del panico da ultimo minuto, che azzera ogni idea e fa tabula rasa di qualsiasi creatività? Tutti i regali degli altri vi sembrano sempre più originali dei vostri?
Ecco alcuni “consigli per gli acquisti” targati Bizzarro Bazar.

Calza di sopravvivenza
Quest’anno non sono state segnalate profezie riguardo alla fine del mondo ma, si sa, l’Apocalisse è sempre dietro all’angolo. Ecco dunque la perfetta calza tattica da appendere al caminetto, completa di tasche per armi ninja, maniglie, moschettoni, velcro e zip capaci di contenere tutti gli strumenti indispensabili ad ogni vero MacGyver.

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tactical-christmas-stocking-8464RuckUp Christmas Tactical Stocking

Mezza pinta
Parlando di sopravvivenza, è bene ricordare che il periodo delle feste è sempre un duro colpo al fegato. Se quest’anno state progettando di limitare l’assunzione di alcol, ma avete paura di perdere la faccia di fronte agli amici, ecco l’ingegnoso bicchiere da mezza pinta che, visto di lato, sembra un bicchiere da una pinta.

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Pantofole zombi
Con l’arrivo del freddo, non c’è niente di meglio che infilare i piedi in qualcosa di caldo. Meglio ancora se si tratta della bocca di uno zombi, che serafico vi mordicchia le caviglie mentre vi rilassate accanto al focolare.

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VENKON – Calde Pantofole di Peluche a Disegno Zombie

Calendari per tutti i (dis)gusti
Magia del Natale: certe strenne si è costretti a farle, anche a persone che non sopportiamo. Si ricorre allora al regalo più banale e impersonale che ci sia, il calendario. Ma perché non spingersi un po’ oltre, e rovinare il 2016 al vostro peggior nemico?
Una soluzione possono essere i calendari che ridefiniscono il concetto di cattivo gusto: quello che propone foto mensili di cani che fanno i loro bisogni, oppure il calendario di animali spiaccicati.

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2016 Pooping Pooches Calendar

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Roadkill Calendar 2016

E dopo i calendari per i nemici, ecco quelli per gli amici. Sempre weird, ma dall’ironia molto più raffinata è quello di Crap Taxidermy, che propone gli “incidenti” tassidermici più esilaranti.

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201600000966_4Crap Taxidermy 2016 Wall Calendar

Il calendario preparato dai nostri amici di Morbid Anatomy, invece, è pura bellezza. Contiene fotografie che esplorano le collezioni di 12 diversi Musei, e sulle pagine sono segnate alcune date importanti per gli amanti del macabro, dalla nascita di Edward Gorey all’apertura del Grand Guignol, fino alle festività d’interesse come il Dia de los Muertos o quelle della Santa Muerte.

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Morbid Anatomy Curious Collections 2016 Wall Calendar

Candele
Un altro regalo classico, ma un po’ risaputo, sono le candele artistiche. Queste che vi proponiamo però garantiscono di sorprendere sicuramente chi le accende.

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Dinosaur Egg Candle

Granata floreale
In questo periodo di tensioni belliche, è tempo di tornare a mettere i fiori nei cannoni. Potete farlo anche nel vostro giardino, lanciando la granata composta di argilla che si scioglie alla prima pioggia, rilasciando i semi e garantendo che da questo strumento di morte si sprigionino i colori della vita.

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Canzoni di Natale
Per concludere, cosa sarebbe il Natale senza le tradizionali canzoni? Quest’anno, però, potete deliziare le orecchie dei parenti accorsi al pranzo con una playlist di melodie natalizie interpretate dai belati (o, meglio, le grida) di alcune capre. Sorprendentemente dietro questo progetto c’è un’azione benefica di ActionAid, che mira a sensibilizzare il pubblico sull’importanza dei caprini nella lotta alla povertà. Godervi lo sgomento degli invitati mentre sapete in cuor vostro di aver fatto una buona azione non ha decisamente prezzo.

All I Want For Christmas Is A Goat

Gli adolescenti di Balthus

L’arte dovrebbe confortare chi è disturbato,
e disturbare chi è confortato.

(Cesar A. Cruz)

C’è tempo fino al 31 gennaio 2016 per visitare la retrospettiva su Balthus a Roma, suddivisa in due parti, la più “istituzionale” e comprensiva alle Scuderie del Quirinale, e una seconda parte a Villa Medici che si concentra sul processo creativo e dà accesso alle sale abitate e rinnovate dal pittore nei 16 anni in cui fu direttore dell’Accademia di Francia.

Per molti versi Balthus rimane ancora una figura enigmatica, così risolutamente antimodernista da tenerci a distanza: il suo sguardo sempre rivolto al passato rinascimentale (Piero della Francesca in primis) si sposa a una ricerca costante e meticolosa sui materiali, sulla pittura stessa prima di tutto il resto. Visti da vicino, i suoi quadri rivelano un immenso lavoro plastico sulla vernice, stesa in maniera irregolare e graffiante, ma che facendo qualche passo indietro si rivela funzionale alla creazione di quel peculiare pulviscolo che sempre danza nella luce delle sue composizioni, quella specie di glow che ammanta le figure e gli oggetti donando loro un’aura di realismo magico.

Nonostante la mostra abbia il pregio di ripercorrere tutta la gamma di influenze, sperimentazioni e diversi filoni esplorati dal pittore nella sua lunga (ma non troppo prolifica) carriera, è indubitabile che sono i dipinti realizzati fra gli anni ’30 e ’50 a rimanere nell’immaginario collettivo. Il fatto che Balthus non sia ampiamente conosciuto ed esposto è da imputare poi alla predilezione dell’artista per i soggetti adolescenti, spesso fanciulle discinte e in pose allusive. A Villa Medici sono esposte alcune delle famigerate polaroid che causarono il blocco di una mostra in Germania l’anno scorso, tacciata di esporre materiale pedopornografico.

Questa della presunta pedofilia di Balthus — latente o meno — è una questione che non poteva che sorgere ai giorni nostri, in cui il tabù relativo ai bambini è cresciuto fino ad assumere dimensioni senza precedenti; e ricorda da vicino i sospetti sul conto di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, reo di aver scattato decine di foto di bambine (foto che Balthus, per inciso, adorava).

Eppure se alcuni suoi quadri creano tanto scalpore ancora oggi è perché portano alla luce qualcosa di sottilmente inquietante. Si tratta di erotismo, addirittura di pornografia, o di qualcos’altro?

Voler trovare la perfetta definizione che separa l’erotismo dalla pornografia è ormai un esercizio superato. Più interessante ricordare la distinzione operata da Angela Carter (straordinaria scrittrice impegnata anche sul fronte del femminismo) nel suo saggio La donna sadiana, ovvero la contrapposizione fra pornografia reazionaria e pornografia “morale” (rivoluzionaria).

La Carter afferma che la pornografia, pur essendo oscena, è in larga misura reazionaria: è pensata, cioè, per confortare e rafforzare gli stereotipi, riducendo la sessualità al livello dei rozzi graffiti sui muri dei bagni. Questo tipo di rappresentazione dell’atto sessuale finisce per essere sempre e soltanto l’incontro di peni e vagine, o dei loro analoghi sostituti. Ciò che non viene preso in esame è la complessità che sta dietro ad ogni espressione sessuale, inevitabilmente influenzata dall’economia, dalla società e dalla politica, anche se fatichiamo a rendercene conto. Essere poveri, per fare un esempio estremamente basilare, può limitare o impedire le raffinatezze erotiche: se vivete in climi freddi e non avete la possibilità di pagare il riscaldamento, vi è preclusa ad esempio la nudità; se avete molti figli, vi sarà negata l’intimità, e via dicendo. Il modo in cui facciamo l’amore è deciso dalle contingenze, dalla classe sociale, dalla cultura e da altri molteplici fattori.

Così, il pornografo “morale” è colui che non indietreggia di fronte alla complessità, non cerca di ridurla ma la sottolinea, anche a discapito della carica erotica della sua opera; così facendo, si distanzia dal topos pornografico che vorrebbe l’atto sessuale un mero incontro di mucose avulso da ogni realtà, icona superficiale e vuota; nel ridare alla sessualità il suo reale spessore, il pornografo crea vera letteratura, o vera arte. Questo atteggiamento è evidentemente sovversivo, perché mette in discussione i preconcetti e per certi versi gli archetipi che la nostra cultura — sempre secondo la Carter — ci ha inoculato a nostra insaputa (ad esempio il maschio dal sesso eretto fatto per invadere e conquistare, la donna che ancora ogni mese sanguina per l’atavica castrazione che rese i suoi genitali passivi e “ricettivi”, ecc.).

In questo senso la Carter vede in Sade non un semplice satiro ma un satirista, il precursore di questa pornografia che smaschera le logiche e gli stereotipi utilizzati dal potere per ammansire e ottundere le menti: nell’universo del Marchese, infatti, il sesso è sempre un atto di prevaricazione, ed è utilizzato narrativamente per rimandare a un orizzonte sociale altrettanto violento e immorale. La visione di Sade non è tenera né con i potenti, descritti come ripugnanti mostri dediti ai soprusi per loro propria natura, né con i deboli che decretano la loro stessa condizione perché incapaci di ribellarsi. Basta confrontare una simile pornografia con tutta quella precedente e successiva, in particolare il filone dell’educazione sessuale delle giovinette, per rendersi conto di quanto Sade l’abbia invece utilizzata a fini sovversivi e dissacranti.

Pierre Klossowski, fratello di Balthus, fu uno dei massimi esegeti dell’opera di Sade, ma non è tanto a questa connessione che si dovrebbe guardare quanto piuttosto all’amicizia del pittore con Antonin Artaud.

Infatti, al di là dei frutti tangibili della loro collaborazione (nel 1934 Artaud recensì la prima personale di Balthus, che a sua volta l’anno successivo disegnò scenografie e costumi per la messa in scena de I Cenci), sono proprio le teorie artaudiane che possono aiutarci a dare una lettura più profonda delle opere “scandalose” del pittore.

La crudeltà era per Artaud forza distruttrice e vivificatrice al tempo stesso, requisito essenziale del teatro come di qualsiasi tipo di arte: crudeltà innanzitutto nei confronti dello spettatore, a cui si deve usare violenza perché sia scosso dalle sue certezze, e crudeltà su se stessi, sull’uomo intero, al fine di spezzare ogni maschera e spalancare l’abisso vertiginoso che dietro ad esse si cela.

Il perturbante di Balthus non agisce in maniera così eclatante, ma si muove nella stessa direzione. Egli vede nei suoi adolescenti, ritratti in scarni interni borghesi dalle rigide prospettive geometriche, una forza sovversiva — crudele perché rimanda al crudo, alla sfera degli istinti, all’ancestrale animalità che l’uomo tenta di smentire e negare.

L’età prepuberale e puberale è il momento in cui, lasciata l’innocenza infantile, il conflitto fra natura e cultura entra nella vita quotidiana. Per la prima volta il bambino si scontra con le proibizioni che, nell’idea degli adulti, dovrebbero creare una cesura con il nostro passato selvaggio: gli istinti più indecorosi devono essere soppressi dalle regole della buona condotta. E, quasi ad irritare lo spettatore, i ragazzini di Balthus tutto fanno tranne che stare seduti composti: leggono in posizioni sconvenienti, si appoggiano in bilico sulle poltrone a cosce scartate, incorreggibilmente provocanti nonostante i volti inespressivi.

Ma questa provocazione è sessuale, o semplicemente ribelle? Balthus ha ripetuto allo sfinimento che la malizia sta solo negli occhi di chi guarda. Perché gli adolescenti sono ancora puri, anche se per poco, e con la loro naturalezza smascherano le inibizioni degli adulti.

Questa è la sottile ed elegante vena sovversiva dei suoi quadri, il vero motivo per cui ancora oggi fanno scalpore: la crudeltà di Balthus sta nel mostrarci un’età dell’oro, la nostra anima più pura, che viene uccisa ogni volta che un adolescente diviene adulto. La sua ammirazione, estetica e poetica, è tutta diretta a questa libertà intravista, a quell’attimo in cui brilla il diamante perduto della giovinezza.

E se ad ogni costo nei suoi quadri si vuole ricercare una traccia di erotismo, si tratta senza dubbio di erotismo “rivoluzionario”, come abbiamo visto, che insinua sotto pelle una complessità di emozioni di certo non rassicuranti. Perché con la loro disinvolta ambiguità le ragazzine di Balthus ci lasciano sempre con la spiacevole sensazione di essere noi, i pervertiti.

Mummie affumicate

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Nella provincia di Morobe, in Papua Nuova Guinea, vive il popolo degli Anga.
Un tempo temibili guerrieri, protagonisti di feroci raid nei pacifici villaggi limitrofi, oggi gli Anga hanno imparato a trarre profitto da un peculiare tipo di turismo. Antropologi, avventurieri e curiosi viaggiatori si spingono fino agli sperduti villaggi dell’altopiano di Morobe appositamente per vedere le celebri mummie affumicate.

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Non è chiaro quando la pratica abbia avuto inizio, anche se secondo alcuni risalirebbe almeno a duecento anni fa. Fu ufficialmente vietata nel 1975, quando la Papua Nuova Guinea divenne indipendente; di conseguenza, le mummie più recenti risalgono agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

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Questo trattamento d’onore era di norma riservato ai guerrieri più valorosi, che quando morivano venivano dissanguati, privati delle interiora e posti sopra alle fiamme per essiccare. L’affumicatura durava anche più di un mese. Infine, quando il corpo era completamente asciutto, le cavità corporali venivano cucite e si spalmava l’intera salma con fango misto ad argilla rossa per preservare ulteriormente le carni dal disfacimento e formare una sorta di strato protettivo contro insetti e saprofagi.
Molte fonti riportano che il grasso ricavato dal processo di affumicamento era in seguito utilizzato come olio di cottura, ma questo dettaglio potrebbe essere frutto della fantasia dei primi esploratori (come ad esempio Charles Higginson che per primo parlò delle mummie nel 1907): spesso gli occidentali, quando entravano in contatto con tribù così remote e “primitive”, volevano vedere il cannibalismo anche dove non c’era.

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I corpi così affumicati venivano portati, dopo una cerimonia rituale, sulle pendici dei monti che guardano verso il villaggio. Qui si fissavano le mummie alle ripide pareti di roccia mediante strutture di bambù, in modo che potessero fare da vedette a protezione delle case sparse nella vallata sottostante. In questo modo, continuavano il loro compito di guerrieri anche dopo la morte.

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I corpi sono ancora oggi venerati, e talvolta riportati al villaggio per essere “restaurati”: i discendenti del morto cambiano il bendaggio di liane e assicurano le ossa ai pali, prima di riportare l’antenato al suo posto di guardia.

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Nonostante le mummie affumicate siano, come già ricordato, per la maggior parte costituite da guerrieri del villaggio, fra di esse si possono trovare talvolta anche i resti di qualche donna particolarmente importante all’interno della tribù. Quella ritratta nella foto qui sotto stringe ancora al petto il suo bambino.

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Questo tipo di preservazione dei corpi, per quanto molto particolare, ricorda da vicino sia le esequie dei Toraja indonesiani (ne avevo parlato in questo post) sia le più antiche “mummie del fuoco“, che si possono trovare a Kabayan nel nord delle Filippine. Anche qui il cadavere veniva posto, in posizione fetale, sopra al fuoco ed essiccato; fumo di tabacco veniva soffiato nella bocca del morto per asciugare ulteriormente gli organi interni. I corpi così preparati erano chiusi in bare di legno e deposti in caverne naturali o nicchie appositamente scavate nelle montagne. Si assicurava in questo modo l’integrità degli spiriti degli antenati, che continuavano a proteggere e rendere prospero il villaggio.

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Ne La veglia eterna ho scritto di come fino a poco tempo fa le Catacombe di Palermo garantissero un contatto con l’aldilà, tanto che i ragazzi potevano imparare la storia della propria famiglia proprio di fronte alle mummie degli avi, e chiedere loro aiuto e benevolenza. La morte non comportava la fine dell’esistenza, non si presentava come una separazione irreparabile, perché fra le due modalità vi era un interscambio continuo.
Allo stesso modo, dall’altro capo del pianeta, la mummificazione rituale permetteva di mantenere aperta la comunicazione fra i vivi e i morti, definendo una soglia netta ma non impenetrabile fra i due mondi. La morte era, per così dire, un semplice cambio di stato ma non cancellava né la personalità del defunto né il suo ruolo nella società, che divenivano se possibile ancora più rilevanti.

Ancora oggi, interpellato dalla guida che accompagna i turisti di fronte alle mummie, un Anga può indicare uno dei cadaveri appesi alla roccia e presentarlo orgogliosamente con queste parole: “Quello è mio nonno“.

(Grazie, batisfera!)

I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

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Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

Pierre Brassau, l’artista misterioso

Nel 1964 la Gallerie Christinae a Göteborg, in Svezia, propose una mostra di giovani pittori d’avanguardia.
Fra le opere di questi promettenti artisti provenienti dall’Italia, l’Austria, la Danimarca, l’Inghilterra e la Svezia, vi erano anche quattro dipinti astratti del francese Pierre Brassau. Il suo nome era totalmente sconosciuto alla scena artistica, ma il suo talento pareva a prima vista indiscutibile: il ragazzo, benché alle prime armi, sembrava davvero avere i numeri per diventare il nuovo Jackson Pollock — tanto che già dal vernissage i suoi quadri rubarono immediatamente la scena agli altri lavori esposti.

I giornalisti e i critici d’arte erano pressoché unanimi nel considerare Pierre Brassau la vera rivelazione della mostra alla Gallerie Christinae. Rolf Anderberg, un critico del Posten, rimase particolarmente impressionato e firmò un articolo, apparso il giorno dopo, in cui affermava: “Brassau dipinge con colpi potenti, ma anche con chiara determinazione. Le sue pennellate si contorcono con furiosa meticolosità. Pierre è un artista che opera con la delicatezza di un ballerino di danza classica“.

Ovviamente, nonostante l’entusiasmo generale, non poteva mancare il solito bastian contrario. Un critico, voce isolata, dichiarò sprezzante: “solo una scimmia può aver fatto una roba simile“.
C’è sempre chi deve andare per forza controcorrente. E, per quanto agli altri bruci ammetterlo, talvolta lo fa perché ha la vista lunga.
Pierre Brassau, in verità, era proprio una scimmia. O meglio, uno scimpanzé africano di quattro anni residente allo zoo di Borås.

La trovata di esporre i quadri di un primate all’interno di una mostra d’arte moderna era venuta al giornalista Åke “Dacke” Axelsso, che all’epoca scriveva per il quotidiano Göteborgs-Tidningen. L’idea non veniva dal nulla: proprio qualche anno prima lo scimpanzé Congo era divenuto celeberrimo grazie ai suoi dipinti, che avevano affascinato Picasso, Miro e Dalì (nel 2005 saranno battuti all’asta per 14.400 sterline, mentre nella stessa vendita un dipinto di Warhol e una scultura di Renoir verranno snobbate).
Åke dunque aveva deciso di sfidare provocatoriamente i critici: dietro la facciata umoristica della sua burla non c’era (soltanto) la volontà di mettere in ridicolo l’establishment del mondo dell’arte, quanto piuttosto di sollevare la domanda che sarebbe diventata di lì a poco sempre più urgente: è possibile valutare e giudicare oggettivamente un’opera di arte astratta, che rifiuta la tecnica figurativa — o addirittura contesta che vi sia bisogno di alcuna competenza specifica per fare arte?

Così Åke aveva convinto il guardiano dello zoo, all’epoca diciassettenne, a fornire lo scimpanzé Peter di tela e pennello. All’inizio Peter aveva sparso la vernice ovunque, tranne che sulla tela, arrivando perfino a mangiarsela: andava particolarmente ghiotto, a quanto pare, del blu cobalto — colore che comparirà poi preminentemente nei suoi lavori. Incoraggiato dal giornalista, il primate aveva però cominciato a dipingere sul serio, e a prendere gusto all’attività creativa. Åke aveva selezionato i quattro quadri meglio riusciti per esporli alla mostra.

Anche quando la vera identità del misterioso Pierre Brassau venne rivelata, molti critici continuarono a sostenere che i suoi quadri erano i migliori fra quelli presenti alla galleria. Cos’altro avrebbero dovuto dire?
Il più felice, in tutto questo scandalo, fu probabilmente il collezionista privato Bertil Eklöt, che aveva acquistato un quadro dello scimpanzé per 90 dollari (equivalenti a 7-800 dollari odierni). Forse intendeva soltanto assicurarsi un’opera curiosa: eppure adesso quel dipinto potrebbe valere una fortuna, dato che Pierre Brassau è ormai un aneddoto classico della storia dell’arte. E la sua vicenda ancora oggi ci interroga su quanto davvero le opere d’arte siano, nelle parole di Rilke, “di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica“.


Il primo articolo di stampa internazionale sulla storia di Brassau è apparso su Time. Altre informazioni tratte da questo post del Museum of Hoaxes.

(Grazie, Giacomo!)

The Shaggs: la band che non voleva suonare

Fremont, nel New Hampshire, è una cittadina anonima, evitata dalle principali autostrade, senza alcun segno particolare: il classico esempio di un posto in cui non succede nulla. Il paesino si distingue per essere il primo luogo in cui un B52 è precipitato senza ferire nessuno, e per aver dato i natali a un meteorologo relativamente famoso negli anni ’20. Per il resto, solo pascoli, casa e chiesa.
Negli anni ’60, la cittadina contava poco meno di 800 abitanti, e la sensazione di trovarsi in una comunità chiusa, tagliata fuori dal mondo, era ancora più forte. Perfino lo storiografo locale, autore di un libro sulla storia del centro abitato, ammette che vivere a Fremont in quel periodo significava affrontare ogni giorno una noia mortale.

Austin Wiggin non era certo ricco, e assieme alla moglie Annie aveva cresciuto sette figli. Ma Austin aveva un sogno o, meglio, una certezza. Quand’era giovane sua madre gli aveva letto la mano, e aveva profetizzato che si sarebbe sposato con una donna dai capelli biondo rosso – e la profezia aveva colto nel segno. La madre gli aveva detto anche che avrebbe avuto due figli, ma che lei non avrebbe mai visto i nipotini perché sarebbero nati dopo la sua morte – e anche questo era effettivamente successo. Infine la madre, decifrando le linee del palmo, aveva sentenziato che le figlie di Austin sarebbero diventate il gruppo musicale più grande degli Stati Uniti. Questa era l’unica profezia che ancora non si era avverata.

Così, quando le sue figlie Helen, Betty e Dot furono grandi abbastanza, Austin decise che avrebbero imparato a suonare. Le radunò, e annunciò di aver cancellato la loro iscrizione alla scuola: avrebbero conseguito il diploma via posta, studiando da casa, per potersi dedicare alla musica. La band si sarebbe chiamata The Shaggs, e il loro enorme successo avrebbe riscattato il buon nome dell’intera famiglia Wiggin.
Austin era un padre severo e autoritario: le sorelle non pensarono nemmeno per un momento a ribellarsi a questa novità.

Certo, Helen, Dot e Betty amavano la musica, ma non avevano in realtà alcun desiderio di diventare rockstar. Erano ragazze di provincia, timide, un po’ infantili, e i loro sogni si spingevano soltanto fino a immaginare un buon matrimonio, dei figli, una casa e magari un lavoretto come segretarie. La fantasia di Betty era quella di avere una macchina sportiva, il serbatoio pieno, e di partire sgommando verso una qualsiasi destinazione, via da Fremont. Ma Austin aveva altri piani per loro.

Le sottopose a un rigido programma educativo, da lui stesso progettato. Dopo aver preso un po’ di lezioni di musica, le ragazze dovettero proseguire da sole, sotto il severo scrutinio del padre-manager che le costringeva a fare pratica con gli strumenti tutta la mattina e tutto il pomeriggio. La sera dopo cena era prevista una prova generale, in cui Austin giudicava in maniera inflessibile i progressi e gli errori della band; poi un’ora di ginnastica o flessioni, e via a letto.

La famiglia era totalmente ripiegata su se stessa, alle ragazze non era permesso uscire o frequentare estranei, dunque per loro suonare divenne l’unica attività possibile; cominciarono a comporre le loro canzoni, anche se nessuno in casa – né Austin, né la madre Annie, né tanto meno le ragazze – avevano delle effettive conoscenze musicali.

Dopo due o tre anni di questo allenamento intensivo, Austin decise che era tempo di fare il grande salto, cioè esibirsi dal vivo. Le sorelle non pensavano affatto di essere pronte a salire sul palco, ma chi poteva rifiutarsi?
Il primo concerto, nel 1968, fu un disastro. Le Shaggs vennero fischiate, mortificate da un pubblico che tirava contro di loro lattine e cibo. Quando alla fine dello spettacolo il padre le sgridò dicendo che dovevano fare più pratica, nessuna fra le ragazze osò controbattere.

The_Shaggs

Questa scena si sarebbe ripetuta per i sette anni successivi, perché ogni sabato sera Austin le costringeva ad esibirsi alla Fremont Town Hall, l’unica sala comune della cittadina. Le Shaggs avrebbero preferito essere ovunque tranne che su quel palco, anche se in definitiva era l’unico modo di uscire di casa; convinte di essere delle buone a nulla, vi salivano ad occhi bassi come verso un inevitabile Calvario, accettando lo scherno, le lattine e gli insulti lanciati dalla gente.

SHAGGS-2

Austin, nel marzo del 1969, fece il passo successivo e le portò ai Fleetwood Studios nei pressi di Boston, dove le Shaggs incisero l’album di debutto, intitolato Philosophy of the World. I presenti si ricordano ancora benissimo di quella giornata: queste ragazze tutt’altro che pop, vestite con gli abiti della nonna, suonavano talmente male che i tecnici del suono si sentirono in colpa per i soldi che il padre stava spendendo. Le loro canzoni erano sformate, dalla ritmica a prima vista scollegata da tutto il resto, gli accordi non seguivano alcuna struttura e le parole delle canzoni sembravano uscite dalla mente di un dodicenne.
Talvolta le Shaggs si fermavano, dicevano di aver sbagliato una nota, e ripartivano: i tecnici si guardavano increduli – si erano davvero accorte di aver fatto un errore, in quel marasma senza senso?

Come c’era da aspettarsi, il disco non ebbe il minimo successo, anche perché delle 1.000 copie stampate di Philosophy of the World, 900 sparirono in modo misterioso assieme al discografico che avrebbe dovuto promuovere l’album.
Il giorno in cui Austin morì nel 1975 di un infarto, la band smise di esistere; ognuna delle tre sorelle, finalmente libere, si costruì la propria vita e nessuna di loro toccò più uno strumento musicale.
Sembrava che la loro breve e indesiderata carriera fosse finita. Ma non era così.

Nel 1980 Terry Adams, collezionista di dischi e pianista degli NRBQ, decise di ristampare l’album, e due anni dopo produsse anche un secondo LP, Shaggs’ Own Thing, basato su registrazioni del 1975 mai utilizzate. Secondo lui, infatti, le Shaggs non erano semplicemente una band di musiciste incompetenti. Certo, ad un primo ascolto la sensazione era quella; eppure, mettendo da parte i pregiudizi e ascoltando veramente, ci si poteva accorgere che lo sgangherato garage-pop delle sorelle Wiggin non era esattamente un fallimento. Adams comprese di trovarsi di fronte a un esempio straordinario di outsider music. Queste ragazze non avevano alcun tipo di riferimento, non sapevano cosa stavano facendo, e dunque avevano dovuto riscrivere da zero la musica pop: le progressioni di accordi erano del tutto inaudite, la chitarra seguiva la stralunata e improbabile “melodia” della voce, mentre la batteria raramente suonava un colpo a tempo – quasi programmaticamente, si sarebbe detto. Si trattava di un accumulo di note mai sentito, privo di sovrastrutture, infantile e libero da qualsiasi regola. La musica di chi era stato costretto a inventarsi una sua musica.

Anche i testi, che potevano sembrare ridicoli, se letti alla luce della storia di abusi subiti dalle sorelle, risultavano commoventi. Mentre il rock “adulto” cantava la ribellione delle droghe e l’amore libero, e affrontava temi politici, le Shaggs cantavano:

Some kids do as they please
They don’t know what life really means
They don’t listen to what the ones who really care have to say
They just go and do things their own way

Who are parents?
Parents are the ones who really care
Who are parents?
Parents are the ones who are always there

Some kids think their parents are cruel
Just because they want them to obey certain rules
They start to lean from the ones who really care
Turning, turning from the ones who will always be there

Alcuni ragazzini fanno quello che vogliono
Non sanno qual è il vero senso della vita
Non ascoltano ciò che hanno da dire quelli che si preoccupano veramente
Continuano soltanto a far le cose a modo loro

Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che si preoccupano veramente
Chi sono i genitori?
I genitori sono quelli che ci sono sempre

Alcuni ragazzini credono che i loro genitori siano crudeli
Solo perché vogliono che obbediscano a certe regole
Cominciano ad allontanarsi da quelli che si preoccupano veramente
Girano le spalle a quelli che ci saranno sempre

Impossibile non leggere, dietro queste parole, l’ombra del padre-padrone Austin. E, ancora, la confusione di teenager veniva espressa candidamente in questi termini:

There are many things I wonder
There are many things I don’t
It seems as though the things I wonder most
Are the things I never find out

Ci sono molte cose che mi chiedo
Molte altre non me le chiedo
Sembra che le cose che mi chiedo di più
Sono le cose di cui non vengo mai a capo

Il modo in cui le Shaggs provavano disperatamente a tenere in piedi le loro fragili canzoni senza metrica, involandosi in giri di note impossibili sostenute dai tempi discordanti della batteria (che a volte sembrava suonare chissà quale altro pezzo), poteva risultare a tratti perfino tenero.

La ristampa dell’album creò un vero e proprio fenomeno di culto: se già nel 1970 Frank Zappa, a metà fra il serio e l’ironico, aveva definito le Shaggs “migliori dei Beatles” (anche se l’episodio potrebbe essere apocrifo), la riedizione del 1980 trovò nuovi fan in quei reduci della prima ondata punk che erano alla ricerca di chicche underground e weird, Kurt Cobain in prima fila. In questo revival c’era sicuramente un elemento di derisione, l’esaltazione un po’ snob del “so bad it’s good”, ma dall’altro canto la vera sorpresa era che un album del genere potesse esistere: molti musicisti rimasero sinceramente affascinati dalla musica delle sorelle Wiggin, perché si trattava dell’espressione senza filtri di ciò che era nelle loro teste mentre venivano forzate a suonare. Niente ammiccamenti a un possibile pubblico, niente fronzoli, nessun utilizzo di modalità stilistiche già conosciute, tantomeno virtuosismi. Pura musica, e basta.

Nel 1999 gli NBRQ, per il loro trentennale, invitarono le Shaggs ad esibirsi sul palco. Si presentarono soltanto Betty e Dot (Helen da anni soffriva di depressione), sbigottite dall’accoglienza calorosa e dalle richieste di autografi, senza capire veramente cosa la gente trovasse nel loro vecchio disco, di cui erano ancora piuttosto imbarazzate. Eseguirono soltanto quattro pezzi, perché erano gli unici di cui avevano ritrovato gli spartiti: perché sì, con grande sorpresa di tutti si scoprì che suonavano leggendo i loro pentagrammi vergati a mano. Le loro versioni, trent’anni dopo la registrazione di Philosophy, erano esattamente identiche a quelle del disco.

Nel 2001 uscì Better than the Beatles, un tribute album dedicato alla band; nel 2003 debuttò off-Broadway un musical sulle loro vite e la loro musica (foto sotto).

Helen è morta nel 2006. Betty non vuole più saperne di suonare, mentre Dot nel 2013 ha registrato un album (Ready! Get! Go!) contenente inediti delle Shaggs e nuove canzoni, anche se quest’ultimo sforzo non riesce ovviamente a ricatturare la magia del tutto irripetibile del 1969.
Dall’alto dei cieli, comunque, papà Austin sarà finalmente soddisfatto.

Ecco qui sotto, da YouTube, l’integrale dell’album Philosophy of the World. Trovate tutti i testi a questa pagina.
Se volete cimentarvi nell’ascolto del disco (sono solo 32 minuti della vostra vita, vale la pena tentare), innanzitutto allontanatevi da personaggi indiscreti che potrebbero non comprendere, e interrompere sgarbatamente il flusso del vostro trip; ricordate di lasciare dietro di voi ogni idea di canzone tradizionale, preparatevi a cadere in una sorta di trance musicale catatonica dopo il primo paio di pezzi… e con il tipo giusto di orecchi (e di cuore) potrete apprezzare l’incredibile opportunità di entrare nella mente di tre ragazze rinchiuse in un mondo alienante, che suonavano per assecondare le ossessioni di loro padre, e che nella musica hanno creato qualcosa di completamente inedito.

Come ha scritto Cub Koda su AllMusic:

C’è un’innocenza in queste canzoni, e nelle loro performance, che è al tempo stesso affascinante e disturbante. Colpi di batteria tagliati con l’accetta, accordi sparati attorno, canzoni che sembrano non avere una metrica suonate su chitarre scordate da quattro soldi, tutto converge, creando dissonanza e bellezza, caos e serenità, inducendo ogni ascoltatore che arriva a questa musica a riorganizzare qualsiasi nozione preesistente sulla relazione fra talento, originalità e abilità. Non c’è alcun album che possiate possedere che suoni anche solo lontanamente come questo.

(Grazie, Gigio!)

Il Tè delle Muse

Te delle muse

Domenica 22 novembre alle ore 16 presso i bellissimi Musei Civici di Reggio Emilia, parlerò di meraviglie macabre assieme allo storico Carlo Baja Guarienti.

La nostra chiacchierata si inserisce nella serie di incontri chiamata Il Tè delle Muse: titolo a mio avviso splendido, perché l’ironico richiamo all’etimologia del “museo” sottolinea la sua originaria funzione di luogo di incantamento e ispirazione. Non esiste dunque spazio migliore per parlare di quella che ho chiamato spesso la meraviglia nera; da anni su queste pagine propongo di superare i pregiudizi che la parola “macabro” può generare, e di comprendere che molte delle curiosità ritenute “morbose” possano invece rivelarsi passioni nobili e per certi versi necessarie. Si parlerà di esotismo, di nuove tendenze, di wunderkammer e di punti di intersezione fra l’arte, la scienza e il sacro.

Ecco la pagina ufficiale dell’evento.