Wat Rong Khun

Wat_Rong_Khun_-_Chiang_Rai

Da lontano il Phra Ubosot, ovvero la struttura principale all’interno dell’area sacra, risplende nel sole abbagliando il visitatore. Il bianco delle complesse e barocche decorazioni è reso ancora più accecante da migliaia di frammenti di specchi incastonati sull’intera superficie, per riflettere maggiormente la luce; nell’insieme la struttura sembra un manufatto alieno, o soprannaturale. Ma le sorprese sono appena iniziate.

Siamo in Thailandia. Veri e propri luoghi della meraviglia, i 33.000 templi buddisti che si trovano sparsi per tutto il paese offrono senza dubbio infinite declinazioni di bellezza e fascino; fra questi, il bizzarro tempio di Wat Rong Khun offre più di una curiosità. Si tratta di una recente costruzione realizzata sulla base di un edificio precedente: negli anni ’90 il tempio versava in pessime condizioni, e sarebbe sicuramente andato in rovina se il pittore Chalermchai Kositpipat, classe 1955, non si fosse fatto avanti.

thai01238
Kositpipat, uno dei pittori di maggior successo in Thailandia, è sempre stato un artista controverso. All’inizio della sua carriera, era accusato di confondere in modo sacrilego la tradizione e la modernità; una volta affermatosi, fu tacciato invece di essersi venduto all’establishment e di aver perso la sua vena dissacrante.
La notorietà per Kositpipat arrivò nel 1988 quando, dopo alcuni anni passati a dipingere locandine per film, gli venne affidata la decorazione del primo tempio buddista inglese, il Buddhapadipa di Londra, e i suoi murales causarono un putiferio. Nell’illustrare le diverse vite e reincarnazioni del Buddha, infatti, Kositpipat aveva inserito vicino alle raffigurazioni classiche alcune icone della cultura pop o della storia recente. In un affresco compaiono ad esempio Superman e Saddam Hussein; in un altro, tra i fedeli radunati in preghiera, fanno capolino Charlie Chaplin e un ragazzo che sfoggia una colorata cresta di capelli in stile punk. “Si lamentarono tutti – ricorda l’artista – il governo di Bangkok, i monaci e gli altri artisti, tutti dicevano che ciò che facevo non era vera arte Thai“.

buddhapadipa-temple-thai-temple-4_thumb_big

thai01236

wat-buddhapadipa-005

10101048

thai01237

Decidendo, quasi dieci anni dopo, di restaurare il tempio di Rong Khun, l’artista dimostrò di non aver perso nulla della propria ispirazione, né peraltro della propria integrità. Kositpipat si sobbarcò infatti tutte le spese per la ricostruzione, che ad oggi ammontano a più di un milione di euro. L’entrata al tempio, fin dalla sua apertura a fine anni ’90, è rimasta gratuita, e le donazioni volontarie non possono superare i 10.000 baht (270 euro circa), in modo da salvaguardare il progetto dall’eventuale influenza di grandi mecenati.

desktop-1409761759

7787896972_82cb14b284_o.jpg.CROP.promo-xlarge

5520661287_752f86b9cf_o.jpg.CROP.promo-xlarge

5220586132_4b3520bd56_o.jpg.CROP.promo-xlarge

Wat_Rong_Khun-001

Questa follia architettonica e artistica accoglie il visitatore con una scena impressionante. Centinaia di mani, umane e mostruose, emergono e si allungano da un pozzo abissale, come per cercare di afferrare il passante. Potrebbero sembrare anime dannate, ma la simbologia che sottende questa installazione è invece un’altra: si tratta dei desideri (tṛṣṇā) che senza freno attanagliano gli uomini. Il ponte, attraverso il quale si supera questo pericolo, sta a significare l’abbandono delle brame sensuali e terrene, e varcandolo ci si prepara a lasciare alle spalle ogni avidità e tentazione.

desktop-1409761765

5520666023_b1eee146cc_o.jpg.CROP.promo-xlarge

desktop-1409761768

desktop-1409761770

desktop-1409761771

desktop-1409761772

desktop-1409761767

Fra statue che rappresentano creature mitologiche e altre immagini del Buddha, si arriva ai Cancelli del Cielo. I due guardiani, la Morte e Rahu, decidono il destino di chi varca il cancello. L’esterno dell’Ubosot riprende alcuni criteri dell’architettura classica tailandese, come ad esempio il tetto a tre sbalzi e l’utilizzo decorativo di naga (divinità serpente), animali e dragoni attorcigliati sugli angoli e sulle pareti.

desktop-1409761777

desktop-1409761764

6590301693_a21831bac8_o.jpg.CROP.promo-xlarge

Wat_Rong_Khun-009

Wat_Rong_Khun-006

Wat_Rong_Khun-004

Wat_Rong_Khun-008

Wat_Rong_Khun-012

Wat_Rong_Khun-005

5521256578_2d9132ddb4_o.jpg.CROP.promo-xlarge

Wat_Rong_Khun-007
L’interno, come accade per molti altri templi thailandesi, è affrescato con dei murales che descrivono la vita del Buddha. Ma, come ci si può aspettare, i dipinti di Kositpipat sono tutto fuorché tradizionali. Ecco quindi che in questa esplosione di colori si trovano gli spregiudicati accostamenti che hanno reso famoso l’artista: i monaci e le figure sacre si trovano fianco a fianco con le icone pop più celebri, da Batman a Spiderman, da Elvis a Michael Jackson, da Freddy Krueger a Terminator, in un vortice kitsch di cui è difficile in un primo momento intuire veramente il senso.

39640537

IMG_6931-700x525

inside-wat-rong-khun-940x688

Eppure con questa infantile giustapposizione di astronavi, pompe di benzina, cataclismi vari, Harry Potter, Hello Kitty, l’attacco terroristico alle Torri Gemelle, Neo di Matrix, e chi più ne ha più ne metta, la spiazzante messe di simboli arriva a creare un teatrale affresco della contemporaneità con le sue contraddizioni, le sue violenze di massa, il suo degrado e i suoi miti moderni: in tutto questo “rumore”, sembra voler dire Kositpipat, è ancora più essenziale ritrovare la via interiore verso la pace e la serenità.

Wat_Rong_Khun_wall_painting

kungfu.jpgpromo-xlarge
Il 5 maggio 2014 il tempio venne danneggiato da un terremoto, e per qualche giorno sembrò che la struttura fosse destinata alla distruzione. Ma, dopo che un’équipe di ingegneri dichiarò che i danni non erano strutturali, Kositpipat annunciò che avrebbe dedicato la sua vita a riportare Wat Rong Khun al suo splendore originario. Oggi è possibile visitare soltanto l’esterno dell’Ubosot, ma già dall’anno prossimo anche gli interni saranno ripristinati ed accessibili.

Wat_Rong_Khun-002

7634344512_beb51e77a8_h.jpg.CROP.promo-xlarge

7787898362_f02367309e_o.jpg.CROP.promo-xlarge

13675406664_4a81e2b40e_k.jpg.CROP.promo-xlarge

Il progetto prevede inoltre la costruzione di altri edifici, per un totale di nove strutture fra cui una cappella delle reliquie, una grande sala per la meditazione, una galleria d’arte e un monastero.
La fine dei lavori non avverrà prima del 2070. Impossibile dunque, per Chalermchai Kositpipat, vedere ultimata la sua opera, ma questo dettaglio non lo scoraggia. Per lui, il tempio di Wat Rong Khun è il capolavoro che gli garantirà l’immortalità: “soltanto la morte potrà interrompere il mio sogno, ma non fermerà il mio progetto“.

desktop-14097617595

Martiri

Roma, il Pomarancio e l’arte sacra crudele

martirio_thomas_cranmer_1563

I martiri costituiscono uno dei temi prediletti dall’arte cristiana fin dagli albori. Eppure inizialmente le rappresentazioni dei supplizi subìti dai santi in testimonianza della loro fede mostravano comunque dei toni abbastanza neutri. Come scrive Umberto Eco nella sua Storia della bruttezza:

Raramente nell’arte medievale il martire è rappresentato imbruttito dai tormenti come si era osato fare col Cristo. Nel caso di Cristo si sottolineava l’immensità inimitabile del sacrificio compiuto, mentre nel caso dei martiri (per esortare a imitarli) si mostra la serenità serafica con cui essi sono andati incontro alla propria sorte. Ed ecco che una sequenza di decapitazioni, tormenti sulla graticola, asportazione dei seni, può dar luogo a composizioni aggraziate, quasi in forma di balletto. Il compiacimento per la crudeltà del tormento sarà caso mai reperibile più tardi […], nella pittura seicentesca.

In realtà già nel Tardo Manierismo, vale a dire verso la fine del ‘500, la Controriforma aveva riportato una rigorosa ortodossia nell’arte sacra; nel 1582 il Cardinale Gabriele Paleotti pubblica il suo fondamentale Discorso intorno alle immagini sacre e profane, in cui vengono dettate le direttive iconografiche ecclesiastiche da seguire. Da questo momento gli artisti dovranno concentrarsi su scene bibliche educative, di immediata lettura, allontanandosi dai temi classici e attenendosi scrupolosamente a quanto riportato nelle Scritture; nel caso dei martiri, si dovrà cercare di rendere il più possibile concreta la descrizione della sofferenza, in modo da favorire l’immedesimazione del fedele. In questo clima di propaganda, nacquero quindi affreschi e dipinti di una violenza senza precedenti.

A Roma soprattutto si trovano alcune chiese particolarmente ricche di simili raffigurazioni. La più significativa è quella di Santo Stefano Rotondo al Celio; poco distante si trova la Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo; in via Nazionale, invece, sorge la Basilica di San Vitale. Innumerevoli altri esempi sono sparsi un po’ ovunque nella capitale, ma queste tre chiese da sole costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della tortura.

In particolare le prime due ospitano gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio (ma attenzione, perché il nomignolo venne dato anche a suo figlio Antonio e al pittore Cristoforo Roncalli). Autore manierista ma lontano dagli eccessi bizzarri del periodo, Niccolò Circignani mostrava una spiccata teatralità compositiva, e un’esecuzione semplice ma efficace, dai colori vivaci e incisivi.

Celio_-_s_Stefano_Rotondo_1040178-80

20150215_101327

20150215_100827

20150215_100827b

20150215_101053

20150215_101728

Untitled-5

Untitled-6
Il ciclo del martiriologio a Santo Stefano Rotondo è impressionante ancora oggi per il realismo cruento e a tratti rivoltante delle scene: dal supplizio di Sant’Agata, a cui le tenaglie dilaniano il petto, alla lapidazione del primo martire della storia (Santo Stefano, appunto), fino alla “pena forte e dura“, le pareti della chiesa sono un susseguirsi di santi bolliti vivi o soffocati dal piombo fuso, lingue strappate, occhi e budella sparse, corpi fatti a pezzi, mazzolati, bruciati, straziati in ogni possibile variante.

20150215_100738b

20150215_100840

20150215_101216

20150215_101238

20150215_101510

20150215_101526

20150215_101613

20150215_101622

20150215_101601

8509983517_f984578a79_b

8511079438_5bfceec62d_b

8511079006_1a5b5bec74_b

8511079932_108f81b7f7_b

8509975831_d542fd4709_b

8509972173_6f8447a196_b

8509974129_4c462c9571_b

20150215_101708

8509968671_4023d34d4e_b

8509969211_a6c0cd6bfe_b

Sempre al Pomarancio sono attribuite altre opere situate nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Qui San Simone viene segato a metà a partire dal cranio, San Giacomo Maggiore decapitato, San Bartolomeo scorticato vivo, e via dicendo.

5436818602_559f6c182c_o

5436822184_67cf6331e3_o

5436211495_83462b1130_o

Tortura5

5436819140_23d2f976ca_o

Tortura1

Nella Basilica di San Vitale possiamo ammirare il santo omonimo che viene prima torturato sulla ruota, e poi sepolto vivo – anche se in questo caso i dipinti sono ad opera di Agostino Ciampelli. La chiesa contiene anche decapitazioni e teste mozzate.

San_Vitale_giorgio_clementi

Tortura2

ciampelli-dx

Tortura4

Certo, nelle intenzioni queste scene dovevano essere educative, e spingere all’imitazione di questi esempi di fede incrollabile. Ma che dire dell’evidente compiacimento nel mostrare le varie torture e i supplizi? Il nostro sadismo non è forse stuzzicato da queste rappresentazioni?

È questo fascino oscuro che spinge Eco a parlare di “erotica del dolore“; e d’altronde Bataille termina il suo excursus nell’arte erotica (Le lacrime di Eros) sulla fotografia di un condannato alla pena cinese del lingchi, la morte dai mille tagli, “inevitabile conclusione di una storia dell’erotismo” e simbolo dell’ “erotismo religioso, l’identità dell’orrore e del religioso“.
Fotografia talmente insostenibile che il filosofo confessa: “a partire da questa violenza – ancora oggi io non riesco a propormene un’altra più folle, più orribile – io fui così sconvolto che accedetti all’estasi“. Rapimento mistico, orgasmo e orrore sono, per Bataille, inscindibili.

v6Bs0

Questa seduzione ambigua delle immagini violente, però, è intrinseca in ogni crudeltà. Il concetto trova infatti origine in due ceppi etimologici diversi – da una parte cruor, la carne sanguinosa, il sangue sparso, e dall’altra crudus, il crudo, tutto ciò che è animalesco, primordiale e non ancora conquistato dalla cultura umana (conoscere il fuoco e utilizzarlo per cuocere il cibo è, sostiene Lévi-Strauss ne Il crudo e il cotto, uno dei momenti fondanti dell’umanità, rispetto alla vita bestiale).
In questo senso la crudeltà oscilla fra due opposti perturbanti: l’orrore e l’oscenità della violenza, e il segreto giubilo di vedere riaffiorare l’istinto represso, che minaccia l’ordine costituito.
Starebbe in questo nucleo di sentimenti contrapposti la calamita che attira il nostro sguardo verso simili immagini, eccitandoci e repellendoci al tempo stesso, e forse facendoci in questo modo accedere alla parte più nascosta del nostro essere.

 3296820149_4bc8d8a9fa_b

Per approfondire i risvolti concettuali della crudeltà, il saggio di riferimento è l’eccellente Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma di Lucrezia Ercoli.
Se vi interessa conoscere meglio la figura del Pomarancio, ecco un esaustivo podcast di Finestre sull’arte.
Ove indicato, le foto provengono dall’album Flickr di Alvaro de Alvariis.

L’automa misterioso

Henri_Maillardet_automaton,_London,_England,_c._1810_-_Franklin_Institute_-_DSC06656

Una mattina di novembre del 1928, un camion si fermò di fronte al prestigioso museo scientifico della città di Philadelphia, il Franklin Institute; la cassa che i fattorini fecero scendere dall’autocarro conteneva un complesso rompicapo.
La facoltosa famiglia Brock, infatti, aveva deciso di donare alla collezione del museo una serie di parti meccaniche che originariamente componevano una macchina in ottone. Si trattava di un vecchio automa ereditato dal loro antenato John Penn Brock o, meglio, di quello che ne rimaneva: il burattino meccanico era sopravvissuto a un incendio, riportando però gravi danni.

Il lavoro di restauro si preannunciava laborioso e complicato, anche perché non c’era nessuno schema o progetto originale su cui basarsi per comprendere come assemblare i pezzi; mentre Charles Roberts, talentuoso tecnico del Franklin Institute, si metteva pazientemente all’opera, in parallelo si cominciò a investigare la storia dell’automa. A quanto si sapeva, il burattino era stato costruito da Johann Maelzel, inventore tedesco vissuto a cavallo fra ‘700 e ‘800. Quest’uomo, seppur sprovvisto di una formale educazione, possedeva una geniale mente ingegneristica: certo, spesso prendeva “ispirazione” da idee altrui in maniera un po’ troppo disinvolta, ma sapeva perfezionarle talmente bene da sorpassare sempre l’originale. Realizzò strumenti musicali che imitavano il suono di intere bande militari, cronometri, metronomi, burattini automatici, e tutta una serie di stupefacenti meccanismi. La sua amicizia turbolenta con Ludwig van Beethoven gli aprì le porte del successo, e per molti anni Maelzel girò il mondo, esibendo i suoi automi (fra cui anche una ricostruzione del famigerato “Turco” di cui abbiamo parlato in questo articolo) dall’Europa alla Russia, dalle Americhe alle Indie.
John Penn Brock, a quanto dicevano gli eredi, aveva acquistato questo meccanismo da Maelzel in persona, durante un viaggio in Francia. In effetti quando arrivò al Franklin Institute il burattino indossava un’uniforme, ormai a brandelli, che lo faceva assomigliare vagamente a un soldato francese.

Durante il restauro, i tecnici del museo cominciarono pian piano a comprendere quale incredibile tesoro avessero ricevuto in dono. Rispetto agli altri automi, notarono infatti una grossa differenza: se normalmente gli ingranaggi contenenti la memoria di movimento si trovavano all’interno del corpo del manichino stesso, in questo caso essi erano talmente voluminosi che era stato necessario nasconderli nella base dell’automa. Era la più grande memoria meccanica di questo tipo mai vista, perlomeno in un pezzo d’epoca. Questo significava che la macchina doveva essere in grado di compiere delle azioni di una complessità senza precedenti.

La memoria dell’automa era contenuta in grandi dischi in ottone (camme), dentellati in maniera irregolare. Il motore li faceva girare, e tre lunghe dita d’acciaio ne seguivano i contorni, “traducendo” la forma dei bordi nelle tre dimensioni spaziali e veicolando, tramite un intricato sistema di leve e ingranaggi, il movimento alla mano del burattino.

1227-sci-AUTOMATON-web

Quando i lavori furono ultimati, l’automa aveva ripreso quasi del tutto la sua forma originaria. Gli mancavano ancora le gambe, distrutte nell’incendio, e probabilmente alcuni ingranaggi che avrebbero permesso un movimento più fluido e “umano” della sua testa. Anche la penna che aveva in mano era andata perduta, e venne sostituita da una stilografica. Ma l’essenziale era stato ricostruito.

Non appena fu data carica ai motori, l’automa tornò in vita dopo decenni di inattività. Abbassò la testa, appoggiò delicatamente la punta della penna sul foglio. Quello che stava per succedere andava oltre ogni aspettativa.

Maillardet's_automaton_drawing_6

Maillardet's_automaton_drawing_4

Maillardet's_automaton_drawing_7

Maillardet's_automaton_drawing_5

Il burattino cominciò a delineare alcuni fra i più elaborati disegni mai riprodotti da un automa. Dopo aver creato quattro diverse illustrazioni, venne il momento delle poesie: l’automa scriveva i suoi versi con un’arzigogolata e leziosa calligrafia, dimostrando di non aver perso per nulla la “mano”. Ma la sorpresa più grande doveva ancora venire.

    Maillardet's_automaton_drawing_3

Maillardet's_automaton_drawing_2

Dopo aver scritto il terzo e ultimo poema, l’automa sembrò fermarsi per un attimo, quasi fosse indeciso se svelare o meno il suo segreto; infine aggiunse, sul bordo, una frase. Ecrit par l’Automate de Maillardet, “scritto dall’Automa di Maillardet”.
L’inventore della macchina non era quindi Maelzel!

Maillardet's_automaton_drawing_1

Dalla profondità degli ingranaggi dell’automa stesso era emersa la sua vera storia, e l’identità del suo creatore.
Henri Maillardet (1745-1830) era un orologiaio svizzero che aveva lavorato a Londra, prima di morire in Belgio. Egli aveva costruito diversi automi, fra cui uno in grado di scrivere in cinese che fu regalato da Re Giorgio III all’Imperatore della Cina. Ma il suo lavoro più ambizioso e straordinario aveva rischiato di rimanere attribuito all’inventore sbagliato, se Maillardet non avesse deciso di lasciare nella memoria di quel burattino meccanico la traccia del suo nome.

The_Automaton_Exhibition_1826_at_Gothic_Hall_in_Haymarket_London

L’automa di Maillardet, sulla destra, a Londra nel 1826.

L’automa di Maillardet, costruito probabilmente nella prima decade del XIX secolo, aveva viaggiato da Londra in tutta l’Europa, spingendosi fino a San Pietroburgo. Dal 1821 al 1833 era stato in possesso di un certo signor Schmidt, che l’aveva esibito nuovamente a Londra. Nel 1835 l’automa faceva effettivamente parte della collezione di Maelzel, che lo portò con sé nel suo tour degli Stati Uniti nel 1835 e lo mise in mostra insieme alle sue creazioni a Boston, Philadelphia, Washington D.C. e New York. Dopodiché l’automa scomparve, anche se alcuni ritengono possibile che P. T. Barnum, che conosceva Maelzel, l’avesse acquistato per esporlo in uno dei suoi due musei (situati a Philadelphia e New York). L’ipotesi è plausibile anche perché sappiamo che l’automa aveva subìto i danni di un incendio, e in effetti entrambi i musei di Barnum finirono distrutti dal fuoco.

27JPAUTO3-popup

27AUTO-articleLarge

automaton2011_3

Gli ingranaggi di Maillardet sono considerati precursori storici, in epoca pre-elettronica, della cosiddetta memoria ROM (Read-Only-Memory), cioè di un sistema per immagazzinare dati recuperabili in seguito. L’automa ha inoltre ispirato il pupazzo meccanico che compare in Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese e nel romanzo di Brian Selznick da cui è stato tratto il film.

hugo-cabret-3

Per un approfondimento sugli automi, ecco un nostro vecchio post.

Gesù Cristo in Giappone

christ_grave_panel

Tutti conosciamo la storia ufficiale: Gesù di Nazaret visse 33 anni, morì crocifisso sul Calvario, giustiziato dai Romani sotto pressioni delle autorità ebraiche e, per chi è credente, risorse dalla tomba dopo tre giorni.
In seguito vennero gli immaginifici Baigent, Leigh e Lincoln che nel loro saggio Il santo Graal raccontavano di come Cristo fosse in realtà sfuggito alla condanna, fosse emigrato in Francia, avesse sposato Maria Maddalena e fondato la stirpe dei Merovingi (“la loro malafede è così evidente che il lettore vaccinato può divertirsi come se facesse un gioco di ruolo“, ebbe a dire al riguardo Umberto Eco). Se conoscete anche questa versione, ci sono buone possibilità che l’abbiate scoperta grazie al best-seller di Dan Brown, Il Codice Da Vinci, che pescava a piene mani dal controverso saggio fantastorico dei tre autori inglesi.

Ma la nostra variante preferita della storia del Messia è quella che lo vede sbarcare sulle coste giapponesi e ritirarsi con moglie e figli in uno sperduto villaggio montano, a coltivare aglio fino all’età di 118 anni.

montagne_herai

shingo_paysage

Il pittoresco paesino di Shingo (prefettura di Aomori), meno di 3.000 anime, è immerso nella natura, ed è conosciuto soltanto per tre specialità: lo yogurt, il delizioso aglio locale e la tomba di Gesù Cristo.

Il Nazareno, infatti, secondo la leggenda sarebbe arrivato in Giappone quando aveva 21 anni, per completare la sua formazione teologica (era evidentemente interessato allo studio delle religioni comparate); tornato a Gerusalemme, all’età di 33 anni… riuscì a far crocifiggere suo fratello al suo posto.
Per inciso, anche suo fratello Isukuri (traducibile in italiano all’incirca come “Esù Cri“) è sepolto a Shingo, o almeno il suo orecchio.
Confusi? Procediamo per ordine.

herai

La tomba di Gesù.

deux_tombes

La tomba di Esù.

danse

Il Festival di Cristo.

La tomba esiste, e attira ogni anno circa 10.000 visitatori. Vi si tiene perfino un Festival di Cristo – anche se, a onor del vero, si tratta di una cerimonia shintoista a “tema” cristiano. Vicino alla tomba di Gesù (e di suo fratello Esù) c’è un piccolo museo che chiarisce la vicenda. Nelle brochure turistiche si può leggere l’intera storia:

Quando aveva 21 anni, Gesù Cristo venne in Giappone e studiò teologia per 12 anni. Tornò in Giudea all’età di 33 anni per predicare, ma la gente di laggiù rifiutò i Suoi insegnamenti e Lo arrestò per crocifiggerlo.
Nonostante questo, fu Suo fratello minore Isukuri (イスキリ) che casualmente prese il Suo posto e finì la sua vita in croce. Gesù Cristo, essendo sfuggito alla crocifissione, ricominciò i Suoi viaggi e finalmente tornò in Giappone, e si stabilì in questo villaggio, Herai, dove visse fino all’età di 106 anni (Nota: altre versioni fanno menzione dell’età di 118 anni e del nome di sua moglie, Miyu).
In questo sacro luogo, la tomba sulla destra è dedicata a Gesù Cristo, mentre la tomba a sinistra commemora suo fratello, Isukuri. Tutto questo è scritto nel testamento di Gesù Cristo.

cocacola

Enjoy Coca-Cola.

musee_denshoukan

Interno del museo.

testament_christ

Il testamento giapponese di Gesù.

Il testamento, redatto di suo pugno dal Messia stesso, è consultabile nel museo, anche se si tratta di una copia dato che l’originale è andato purtroppo perduto in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Fa parte della serie di antichi documenti che il famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi ha scoperto nel 1935: da queste carte risulta inoltre che i proprietari del terreno su cui sorge la tomba, la famiglia Sawaguchi, sono i veri e propri discendenti di Gesù Cristo.

D’altronde, i Sawaguchi non sono forse più alti della media, con il naso più allungato della media, e con la pelle più chiara della media? Lo stemma dei Sawaguchi non ricorda forse una stella di David a cui manca una punta? E il signor Sawaguchi non ha un profilo particolarmente occidentale, e anche piuttosto familiare?

photo_sawaguchi_senior

Il signor Sawaguchi in posa romana.

embleme_sawaguchi

Lo stemma araldico dei Sawaguchi.

maison_sawaguchi

Esterno del museo con stemma.

Ci sono altri lampanti indizi che indicano la presenza storica di Gesù Cristo in questi luoghi. Per esempio, l’usanza di disegnare una croce sulla fronte dei neonati in segno di buon augurio. E, ancora, una filastrocca che tuttora si canta in paese, ma di cui nessuno conosce il senso:

Naniyaa dorayayo (ナニヤアドラヤヨ)
Naniyaa donasare inokie (ナニヤアドナサレイノキエ)
Naniyaa doyarayo (ナニヤアドラヤヨ)

Visto che questo non è giapponese, si è perso il significato originario delle parole. Ma quel nasare al centro del secondo verso ricorda in maniera sospetta il nome della città di Nazaret.
Altri indizi: il villaggio di Shingo un tempo si chiamava Herai, che forse deriva da Hebrai, quindi probabilmente l’insediamento originale era costituito da ebrei. Se questo non bastasse, il costume tradizionale locale presenta una sconvolgente somiglianza con il tipico completo ebraico.

mannequin_jesus

Insomma, la faccenda è seria, e con tutta questa abbondanza di prove inconfutabili risulta evidente che la tomba di Gesù Cristo è davvero autentica. Qualche dubbio rimane su quella di suo fratello, ma secondo alcune fonti lì sarebbe sepolto soltanto il suo orecchio, tagliato dalle guardie romane e conservato da Gesù come souvenir.

E, come souvenir, i visitatori del gift shop del museo possono portarsi a casa una tazza da tè con le parole della misteriosa canzoncina locale.
O un barattolo di gelato all’aglio per scacciare i vampiri.
O il sakè di Cristo.
O una foto ricordo nei panni della Sacra Famiglia, versione nipponica.

chawan_jesus

Chawan (tazza da tè) di Gesù.

glace_dracula

Gelato all’aglio “Dracula”.

sake_de_jesus

Sakè di Cristo.

panneau

Cheese! Alleluja!

Incredibile come, anche di fronte all’evidenza, non manchino i soliti scettici, impegnati a sostenere che si tratti solo di una bufala messa in piedi dalla famiglia Sawaguchi con il consenso del Comune, al fine di attirare un po’ di turismo.

Alcuni cinici arrivano perfino a mettere in discussione il ritrovamento, a 3 chilometri dalla tomba di Gesù Cristo, di due piramidi più antiche di quelle egiziane o messicane, scoperte sempre nel 1935, sempre dal famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi, e sempre sul terreno di proprietà dei Sawaguchi.

Ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

shingo_plan_pyramides

La Piramide del Dio della Grande Roccia, e la Piramide Superiore del Dio della Grande Roccia.

kagami_ishi

Una roccia recante delle antichissime e misteriose iscrizioni. Il cartello spiega che purtroppo la roccia è caduta proprio sul lato delle incisioni, che quindi non si possono ammirare.

shingo_pyramide

L’incredibile Piramide di Shingo.

Verità e menzogne

Talvolta, la menzogna dice meglio della verità ciò che avviene nell’anima.
(Maksim Gorkij)

f-for-fake-DI-2

Nello straordinario film-saggio F for Fake (1974), ad un certo punto Orson Welles annuncia che tutto quello che si vedrà durante i seguenti sessanta minuti sarà assolutamente vero. Mentre il film prosegue, raccontando varie vicende di falsari di opere d’arte, lo spettatore si dimentica di questo proclama, finché un sornione Welles non ricompare ricordandoci di aver promesso di dire la verità soltanto per un’ora, e che quell’ora è scaduta da un pezzo. “Per gli ultimi 17 minuti, ho mentito spudoratamente“.

Realtà e finzione, vero e falso.
Il dualismo fra questi opposti, come tutti i dualismi, viene da lontano. Ed è soggetto al principio di non-contraddizione della logica aristotelica, che afferma che una cosa non possa essere contemporaneamente A e non-A. Vale a dire, è impossibile che qualcosa sia vera e falsa allo stesso tempo.
Riconoscere le menzogne dalla verità ci sembra una qualità fondamentale. Eppure talvolta può accadere che le acque si confondano, e la certezza dell’assioma “se non è vero, allora è falso” venga messa in discussione. Addentriamoci nei meandri di questi territori di confine, cominciando da una prima domanda: è sempre possibile tracciare una linea sicura e precisa che separi il falso dal vero?

10VANGOGHjp-articleLarge

Tramonto a Montmajour, uno dei più famosi falsi Van Gogh, è in realtà un vero Van Gogh. Il dipinto, acquistato dall’industriale norvegese Christian Mustad nel 1908, era stato esposto nella casa dell’imprenditore finché un ambasciatore francese non l’aveva “smascherato” come falso. Mustad, preso dalla vergogna d’essere stato ingannato, lo nascose in soffitta e così per quasi un secolo il dipinto passò di solaio in solaio. Sottoposto alla commissione del Van Gogh Museum negli anni ’90, il dipinto venne giudicato falso; ma dopo una seconda investigazione durata ben due anni, il 9 settembre 2013 gli esaminatori annunciarono che si trattava proprio di un autentico Van Gogh.

Questa non è certo l’unica opera di valore riconosciuta solo tardivamente; gli esempi sono innumerevoli, dai mobili del XVI secolo scambiati per falsi ottocenteschi alle imitazioni pittoriche che si scoprono essere invece originali. Nel mondo dell’arte la questione dell’attribuzione è complessa, spinosa e delicata, e ci interroga sulla difficoltà non soltanto di smascherare il falso, ma perfino di comprendere cosa sia autentico. Quanti veri capolavori sono ritenuti di scarso valore o bollati come plagi, e magari giacciono abbandonati in qualche cantina? E quanti dei dipinti nei musei d’arte di tutto il mondo – sì, proprio quelli che avete ammirato anche voi in qualsiasi mostra – sono in realtà dei falsi?
Secondo gli esperti, nel vasto mercato dell’arte almeno un’opera su due sarebbe falsa; nemmeno i musei si salvano, perché circa il 20% dei quadri delle maggiori collezioni museali nei prossimi 100 anni saranno probabilmente riattribuiti ad altri autori. In molti casi si determinerà con maggiore certezza ad esempio che il dipinto è stato eseguito da assistenti o allievi del Maestro in questione, oppure che si tratta di veri e propri quadri contraffatti a fini di truffa, ma in altri casi si scoprirà magari il contrario – come è accaduto alla National Gallery di Washington quando un quadro del valore di 200.000 sterline attribuito a Francesco Granacci è stato riconosciuto come possibile opera di Michelangelo: se fosse vero, la quotazione schizzerebbe di colpo ai 150 milioni di sterline.

Ed eccoci alla nostra seconda domanda. È evidente quanto, per le istituzioni che acquistano e gestiscono simili tesori, la distinzione fra autentico e falso sia di prioritaria importanza. Ma per il pubblico? Emozionarsi di fronte ad un finto Tiziano è un’esperienza meno valida che farlo di fronte a un’opera autentica?

Non lo pensano i curatori del Fälschermuseum di Vienna, che propone soltanto dipinti fasulli: vi si possono ammirare, fra gli altri, falsi Klimt, Van Gogh, Rembrandt, Matisse, Chagall e Monet. Questo Museo dei Falsi, unico nel suo genere, ospita la sua collezione “criminale” all’interno di un approfondito percorso  dedicato alla storia del plagio, e relative curiosità – dal falsario che riuscì a vendere un falso Vermeer a Hermann Göring durante la Seconda Guerra Mondiale, a quello che inserì nei suoi quadri delle “bombe a orologeria” e anacronismi, fino ai sorprendenti “finti falsi dipinti”.

museo_de_obras_falsas_de_viena_medium

In altri casi, il gioco è più scoperto ma non meno intrigante.
A Istanbul, nel quartiere di Cukurcuma, si trova una palazzina rossa. Alla fine degli anni ’70 qui si è consumata l’ossessiva storia d’amore fra il ricco trentenne Kemal e la bella ma povera Füsun. Per otto anni, dal 1976 al 1984, Kemal ha raccolto ogni genere di oggetti legati all’amata, dei memento che gli potessero ricordare il loro impossibile sentimento: fermacapelli, fazzoletti, ritagli di giornale, spille, fino a catalogare minuziosamente tutti i 4.213 mozziconi di sigaretta fumati dalla ragazza. Questa collezione costituisce oggi il Museo dell’Innocenza, ospitato nella medesima palazzina, un commovente e perenne tributo all’agonia di un amore.
Eppure Kemal e Füsun non sono mai esistiti.

Museum of Innocence 01 20130528 for91days.comPhoto credit: Istanbul For 91 Days
20121212e
20121212b
Dog-Collection-Museum-Of-InnocencePhoto credit: Istanbul For 91 Days
Füsun-Dress-Museum-Of-InnocencePhoto credit: Istanbul For 91 Days
Füsun-Sigthing-Museum-Of-InnocencePhoto credit: Istanbul For 91 Days

Essi sono i personaggi di fantasia creati da Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, uno dei più noti scrittori turchi, per il suo romanzo Il Museo dell’Innocenza (2008). Aperto nel 2012, il Museo è la versione “materiale” del libro, un’imponente raccolta di tutti gli oggetti descritti sulla pagina: ciascuna delle 83 vetrine rimanda ad un capitolo del romanzo. Dice l’autore: “la storia è pura invenzione, così come il museo. E neppure le sigarette sono del tutto autentiche. Se lo fossero, il tabacco si deteriorerebbe in sei mesi. Con un sostanza chimica ho riempito le cartine con del tabacco turco e, una volta fumate elettronicamente, gli ho dato varie forme che potessero rendere la psicologia di una ventenne immersa nell’infelicità di una storia d’amore travolgente“. Il Museo, che in un dettagliato gioco di rimandi con il libro svela la sua natura finzionale, non è per questo meno coinvolgente e riesce – in maniera forse perfino più intuitiva e toccante di quanto potrebbe fare una mostra storica – a raccontare la vita di ogni giorno della Istanbul di quegli anni (per un approfondimento sui risvolti concettuali, consigliamo questo articolo di Mariano Tomatis).

20121212d

Raki Museum Of InnocencePhoto credit: Istanbul For 91 Days
Museum Of Innocence Collection IstanbulPhoto credit: Istanbul For 91 Days
Meltem-Soda-Museum-Of-InnocencePhoto credit: Istanbul For 91 Days
Playing-Bingo-Museum-Of-InnocencePhoto credit: Istanbul For 91 Days

Ancora più estremo è l’esempio del Museum Of Jurassic Technology di Los Angeles (di cui abbiamo già parlato in questo post): un museo scientifico in cui è impossibile distinguere la finzione dalla realtà, e in cui notizie assolutamente vere vengono presentate fianco a fianco con esposizioni fantasiose, ma comunque plausibili. Dei pannelli illustrano astruse e complicatissime teorie fisiche di cui nessuno ha mai sentito parlare; un macchinario impossibile ed esoterico è semplicemente etichettato come “Macchina della verità”, ma un secondo cartello avverte che è fuori servizio; alcune teche contengono delle microsculture eseguite su chicchi di riso: eppure quando avviciniamo gli occhi alla lente d’ingrandimento per ammirare, per esempio, il volto di Cristo scolpito nel chicco, l’immagine è stranamente confusa e non capiamo davvero cosa stiamo osservando, e così via… La vertigine è inevitabile, e il senso di spaesamento diviene poco a poco una vera e propria esperienza della meraviglia e del mistero.

museum-of-jurassic-technology-exhibits-of-microspcopes

Abbiamo aperto questa breve ricognizione del confine fra verità e menzogne con Orson Welles, e non a caso.
Il cinema infatti esiste grazie alla finzione, ed ha forse più punti in comune con l’illusionismo che con il teatro. E, anche in campo cinematografico, le cose si fanno davvero interessanti quando il pubblico non è a conoscenza del trucco.

cq5dam.web.1280.1280
Prendiamo ad esempio i film documentari di Werner Herzog: il grande regista, famoso per la temerarietà e per il talento visionario, è noto anche per i pochi scrupoli con cui inserisce delle sequenze di fiction all’interno di reportage peraltro scrupolosi. In Rintocchi dal profondo (1993), incentrato sulla spiritualità in Siberia, vediamo ad un certo punto degli uomini che strisciano sulla superficie ghiacciata di un lago, nella speranza di scorgere dei bagliori subacquei della mitica Città Perduta di Kitezh, che secondo la leggenda si è inabissata proprio in quel lago.

Ho sentito parlare di questo mito quando ero lì. Si tratta di una credenza popolare. […] Volevo riprendere i pellegrini che si trascinavano qua e là sul ghiaccio, cercando la visione della città perduta, ma siccome non c’erano pellegrini intorno, ho assunto due ubriachi della città vicino e li ho messi sul ghiaccio. Uno di loro ha la faccia dritta sulla superficie gelata e guarda come se fosse in uno stato di meditazione profonda. La pura verità è che era completamente ubriaco e si è addormentato, lo abbiamo dovuto svegliare a fine riprese“.

Bells-From-the-Deep-2

Ma, per quanto scandalosa possa sembrare questa pratica all’interno di un documentario (che, secondo le regole classiche, dovrebbe attenersi ai “fatti”, alla “verità”, al realismo), lo scopo di Herzog non è assolutamente quello di rendere più spettacolare il suo film, o di imbrogliare lo spettatore. Il suo intento è quello di raccontare l’essenza di un popolo proprio grazie ad una menzogna.

Potrebbe sembrare un inganno, ma non lo è. […] Questo popolo esprime la fede e la superstizione in modo estatico. Credo che per loro la linea di demarcazione tra fede e superstizione sia labile. La domanda è: come riuscire a cogliere lo spirito di una nazione in un film di un’ora e mezza? In un certo senso la scena dei pellegrini ubriachi è l’immagine più profonda che si può avere della Russia. L’affannosa ricerca della città perduta rappresenta l’anima di un’intera comunità. Credo che la scena colga il destino e lo spirito della Russia, e chi conosce questa nazione e i suoi abitanti sostiene che questa sia la scena più bella del film. Anche quando svelo che non si tratta di pellegrini ma di comparse, continuano ad amare quella scena perché racchiude una sorta di verità estatica“.

Una verità che, in questo caso, risplende ancora più luminosa attraverso la finzione.

Durante la proiezione di F for Fake in un cineclub di provincia, un nostro caro amico confessò a una ragazza che la sua decennale amicizia per lei non era sincera. In realtà, l’aveva sempre segretamente amata. La loro relazione sentimentale cominciò così, con una verità sussurrata nel bel mezzo di un film sulle menzogne.
È una storia vera o falsa? Che importa, se ha una sua bellezza?

(Grazie, finegarten!)