L’automa misterioso

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Una mattina di novembre del 1928, un camion si fermò di fronte al prestigioso museo scientifico della città di Philadelphia, il Franklin Institute; la cassa che i fattorini fecero scendere dall’autocarro conteneva un complesso rompicapo.
La facoltosa famiglia Brock, infatti, aveva deciso di donare alla collezione del museo una serie di parti meccaniche che originariamente componevano una macchina in ottone. Si trattava di un vecchio automa ereditato dal loro antenato John Penn Brock o, meglio, di quello che ne rimaneva: il burattino meccanico era sopravvissuto a un incendio, riportando però gravi danni.

Il lavoro di restauro si preannunciava laborioso e complicato, anche perché non c’era nessuno schema o progetto originale su cui basarsi per comprendere come assemblare i pezzi; mentre Charles Roberts, talentuoso tecnico del Franklin Institute, si metteva pazientemente all’opera, in parallelo si cominciò a investigare la storia dell’automa. A quanto si sapeva, il burattino era stato costruito da Johann Maelzel, inventore tedesco vissuto a cavallo fra ‘700 e ‘800. Quest’uomo, seppur sprovvisto di una formale educazione, possedeva una geniale mente ingegneristica: certo, spesso prendeva “ispirazione” da idee altrui in maniera un po’ troppo disinvolta, ma sapeva perfezionarle talmente bene da sorpassare sempre l’originale. Realizzò strumenti musicali che imitavano il suono di intere bande militari, cronometri, metronomi, burattini automatici, e tutta una serie di stupefacenti meccanismi. La sua amicizia turbolenta con Ludwig van Beethoven gli aprì le porte del successo, e per molti anni Maelzel girò il mondo, esibendo i suoi automi (fra cui anche una ricostruzione del famigerato “Turco” di cui abbiamo parlato in questo articolo) dall’Europa alla Russia, dalle Americhe alle Indie.
John Penn Brock, a quanto dicevano gli eredi, aveva acquistato questo meccanismo da Maelzel in persona, durante un viaggio in Francia. In effetti quando arrivò al Franklin Institute il burattino indossava un’uniforme, ormai a brandelli, che lo faceva assomigliare vagamente a un soldato francese.

Durante il restauro, i tecnici del museo cominciarono pian piano a comprendere quale incredibile tesoro avessero ricevuto in dono. Rispetto agli altri automi, notarono infatti una grossa differenza: se normalmente gli ingranaggi contenenti la memoria di movimento si trovavano all’interno del corpo del manichino stesso, in questo caso essi erano talmente voluminosi che era stato necessario nasconderli nella base dell’automa. Era la più grande memoria meccanica di questo tipo mai vista, perlomeno in un pezzo d’epoca. Questo significava che la macchina doveva essere in grado di compiere delle azioni di una complessità senza precedenti.

La memoria dell’automa era contenuta in grandi dischi in ottone (camme), dentellati in maniera irregolare. Il motore li faceva girare, e tre lunghe dita d’acciaio ne seguivano i contorni, “traducendo” la forma dei bordi nelle tre dimensioni spaziali e veicolando, tramite un intricato sistema di leve e ingranaggi, il movimento alla mano del burattino.

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Quando i lavori furono ultimati, l’automa aveva ripreso quasi del tutto la sua forma originaria. Gli mancavano ancora le gambe, distrutte nell’incendio, e probabilmente alcuni ingranaggi che avrebbero permesso un movimento più fluido e “umano” della sua testa. Anche la penna che aveva in mano era andata perduta, e venne sostituita da una stilografica. Ma l’essenziale era stato ricostruito.

Non appena fu data carica ai motori, l’automa tornò in vita dopo decenni di inattività. Abbassò la testa, appoggiò delicatamente la punta della penna sul foglio. Quello che stava per succedere andava oltre ogni aspettativa.

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Il burattino cominciò a delineare alcuni fra i più elaborati disegni mai riprodotti da un automa. Dopo aver creato quattro diverse illustrazioni, venne il momento delle poesie: l’automa scriveva i suoi versi con un’arzigogolata e leziosa calligrafia, dimostrando di non aver perso per nulla la “mano”. Ma la sorpresa più grande doveva ancora venire.

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Dopo aver scritto il terzo e ultimo poema, l’automa sembrò fermarsi per un attimo, quasi fosse indeciso se svelare o meno il suo segreto; infine aggiunse, sul bordo, una frase. Ecrit par l’Automate de Maillardet, “scritto dall’Automa di Maillardet”.
L’inventore della macchina non era quindi Maelzel!

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Dalla profondità degli ingranaggi dell’automa stesso era emersa la sua vera storia, e l’identità del suo creatore.
Henri Maillardet (1745-1830) era un orologiaio svizzero che aveva lavorato a Londra, prima di morire in Belgio. Egli aveva costruito diversi automi, fra cui uno in grado di scrivere in cinese che fu regalato da Re Giorgio III all’Imperatore della Cina. Ma il suo lavoro più ambizioso e straordinario aveva rischiato di rimanere attribuito all’inventore sbagliato, se Maillardet non avesse deciso di lasciare nella memoria di quel burattino meccanico la traccia del suo nome.

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L’automa di Maillardet, sulla destra, a Londra nel 1826.

L’automa di Maillardet, costruito probabilmente nella prima decade del XIX secolo, aveva viaggiato da Londra in tutta l’Europa, spingendosi fino a San Pietroburgo. Dal 1821 al 1833 era stato in possesso di un certo signor Schmidt, che l’aveva esibito nuovamente a Londra. Nel 1835 l’automa faceva effettivamente parte della collezione di Maelzel, che lo portò con sé nel suo tour degli Stati Uniti nel 1835 e lo mise in mostra insieme alle sue creazioni a Boston, Philadelphia, Washington D.C. e New York. Dopodiché l’automa scomparve, anche se alcuni ritengono possibile che P. T. Barnum, che conosceva Maelzel, l’avesse acquistato per esporlo in uno dei suoi due musei (situati a Philadelphia e New York). L’ipotesi è plausibile anche perché sappiamo che l’automa aveva subìto i danni di un incendio, e in effetti entrambi i musei di Barnum finirono distrutti dal fuoco.

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Gli ingranaggi di Maillardet sono considerati precursori storici, in epoca pre-elettronica, della cosiddetta memoria ROM (Read-Only-Memory), cioè di un sistema per immagazzinare dati recuperabili in seguito. L’automa ha inoltre ispirato il pupazzo meccanico che compare in Hugo Cabret (2011) di Martin Scorsese e nel romanzo di Brian Selznick da cui è stato tratto il film.

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Per un approfondimento sugli automi, ecco un nostro vecchio post.

18 commenti a L’automa misterioso

  1. Martin* ha detto:

    Possibile che io sia commossa? Ebbene, lo sono.
    Grazie….

  2. Stupendo articolo come sempre. Mi chiedo: esiste un qualche saggio più o meno esaustivo, e possibilmente reperibile, sugli automi meccanici? Grazie 🙂

  3. Daniele ha detto:

    Ho scoperto questo sito da poco e ne sono rimasto davvero colpito..
    Grazie davvero per tutti questi interessanti articoli!

  4. Nara ha detto:

    Syberia

    • bizzarrobazar ha detto:

      Eh già… gli automi attraversano la storia del cinema, della letteratura, dei videogames; dalla fantascienza, al fantasy, allo steampunk, ecc. 😉

  5. Paolo Delmastro ha detto:

    Hugo Cabret non è sicuramente del 2001….

  6. PetiteBubu ha detto:

    Anch’io ho pensato a Syberia! Sarà che sono sempre stata affascinata dagli automi e da quella narrativa che dipinge l’ottocento come un mondo di invenzioni straordinarie quasi anacronistiche. In ogni caso non pensavo che qualcuno fosse stato in grado di realizzare un automa tale da disegnare e scrivere, veramente una meraviglia incredibile!

  7. nicholaswolfwood ha detto:

    Molto interessante.
    Non ho capito però una cosa: i dischi erano intercambiabili?
    Del tipo che era possibile creare dischi con istruzioni nuove da far fare al burattino?

  8. save ha detto:

    Ho avuto letteralmente i brividi dall’emozione vedendo l’automa in funzione e i suoi disegni!
    Conoscevo gia da diversi anni che nei secoli scorsi erano stati costruiti automi capaci di movimenti spettacolari benchè ovviamente in numero limitato e capisco adesso che non erano nemmeno così limitati!.
    Anche l’anatra di Vaucanson aveva la “memoria esterna” come si vede nella pagina di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Anatra_digeritrice , visto che, a parte la digestione fittizia, era capace di moti altri movimenti delle varie parti del corpo.

    Vedendo Hugo Cabret pensai che la riproduzione di figure così grandi e complicate fosse una concessione cinematografica, avrei davvero voluto che qualche automa fosse arrivato fino a noi mentre dalle ricerche fatte, sicuramente troppo superficiali, sembravano tutti dispersi o distrutti in qualche incendio.
    Scoprire adesso che alcuni sono sopravvisuti fino ai nostri giorni in pratica perfettamente funzionanti è davvero emozionante.
    Infatti l’articolo mi ha fatto trovare anche gli automi di Jaquet-Droz di cui lo scrivano è addirittura programmabile.
    Grazie mille BB!!

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