Fenomeni paranormali

Quanti tra di voi, qui, hanno poteri telecinetici?
Alzate la mia mano.
(Emo Philips)

ear-ectoplasm

Un nostro lettore, Andrea, ci scrive chiedendoci se fra tutti i cosiddetti “fenomeni paranormali” ve ne siano alcuni per i quali non ci convinca nessuna delle spiegazioni ufficiali avanzate dalla scienza. Esistono dei casi in cui, per esempio a fronte di prove scarse o non esaustive, siamo disposti ad alzare le mani, e magari a prendere in considerazione teorie non ortodosse? Tradotto: siamo scettici a priori, o accordiamo un margine di dubbio alle spiegazioni esoteriche o soprannaturali?
Poiché Andrea non è il primo a porci la domanda, e dato che l’argomento è complesso e affascinante, ci sembra giusto approfondire.

Sulle pagine di Bizzarro Bazar sono stati affrontati solo in rare occasioni quegli eventi anomali che vengono etichettati come “paranormali”. In alcuni casi abbiamo smentito che vi sia alcun mistero (vedi Archeologia misteriosa), in altri abbiamo annunciato la risoluzione di un enigma durato decenni (vedi Pietre semoventi); in altri ancora, ci siamo limitati ad esporre le teorie scientifiche più gettonate riguardo ad eventi ancora non spiegati del tutto (vedi Piogge di animali, o L’incidente del Passo Dyatlov).

Se di fenomeni preternaturali abbiamo parlato ben poco, è perché Bizzarro Bazar è alla ricerca di un tipo diverso di meraviglia, quell’incanto delicato e terribile che si nasconde nelle pieghe della storia e nel lato oscuro delle persone, nelle nostre paure e nei nostri tabù, e in generale in tutte quelle storie che ci sgomentano perché sembrano smentire alcune idee che diamo per scontate sulla scienza, sulla natura, sulla sessualità e via dicendo.

From Online Gallery: Kirlian Photography

Per questo motivo cerchiamo di non lasciare troppo spazio, su questo blog, ai misteri che chiamiamo “da supermercato”, cioè trasformati ormai in oggetto di consumo e di lucro.
Tra teorie del complotto, alieni, ESP, fantasmi, poltergeist, yeti, rettiliani, anfibi provenienti da Sirio-B, santoni che levitano, uomini-falena, giganti atlantidei dalla pelle blu e aztechi in grado di costruire caccia bombardieri, il fatturato mondiale relativo al paranormale comporta evidentemente cifre mastodontiche, impossibili da stabilire con certezza. Pensate soltanto al profluvio di libri, alle trasmissioni televisive, alle pubblicità sui siti internet dedicati; pensate poi a quanto questo tipo di pubblicazioni, conferenze, seminari, iniziative si intreccino con altri settori dell’occulto – dall’esoterismo alle medicine alternative. Pensate infine (anche se il loro contributo alla saturazione del mercato è infinitamente inferiore) a tutti gli scettici, che cercano giustamente di far prevalere la ragione scientifica, e alle loro contropubblicazioni.
Preso nel suo complesso insomma, senza voler fare distinzioni fra sostenitori e increduli, il business dei Misteri fa venire le vertigini.
Già il fatto che vi siano dietro degli interessi economici così sterminati, dovrebbe bastare a rendere un po’ meno simpatico tutto il contesto, perfino a chi è sinceramente interessato all’argomento.

alien-roswell_1775393b

La frustrazione, poi, è quella di faticare come dannati per setacciare la melma alla ricerca di materiali affidabili. Non esiste una laurea in “misteriologia”, dunque chiunque può scrivere tutto e il contrario di tutto, su qualsiasi argomento. Il comico George Burns diceva: “È un peccato che tutte le persone che sanno come governare il Paese siano impegnate a guidare taxi o tagliare capelli“. Ecco, qualcosa di simile accade anche nell’ambito del paranormale, con l’unica differenza che in questo campo il Sig. Nessuno che abbia una sua teoria, per quanto balorda, non avrà troppa difficoltà a vedersi pubblicato da qualche editore smaliziato, che sa bene quanto fruttino libri del genere.
Dato il flusso costante di baggianate che inonda gli scaffali quotidianamente, perfino la voce di quegli studiosi che affrontano tali questioni con scrupolo viene sommersa e rischia di perdersi, scoraggiando così l’appassionato che ha un po’ di criterio e che vorrebbe ponderare le sue opinioni sulla base di fatti o indizi accertati.

Siamo dunque scettici sui fenomeni paranormali? Certo. Essere scettici – nonostante l’uso che viene quotidianamente fatto del termine, quasi fosse sinonimo di diffidenza – non significa affatto essere prevenuti e rifiutare a priori alcuna tesi, anche quella più sorprendente, ma soltanto pretendere che venga verificata secondo metodi affidabili. E il metodo più affidabile di cui disponiamo, almeno al momento, è quello scientifico. Il fatto che la quasi totalità delle affermazioni sul paranormale non sopravviva a una replica in situazioni di controllo, non vuol dire che il paranormale sia una bufala. E d’altronde i fallimenti in laboratorio non scoraggiano minimamente il business.

esp-a-1

Un merito va certamente riconosciuto a tutta questa immensa trama di “enigmi”, che si discostano e talvolta mettono in discussione la realtà condivisa: ed è la loro innegabile qualità narrativa.
Si tratta di un tipo di tradizione – sia scritta che orale – non certo moderna, ma che affonda le sue radici nelle cronache dei prodigi, nei bestiari medievali, nei racconti di viaggi esotici.

Oggi, ancora più di ieri, avvertiamo la necessità di una narrativa che faccia irrompere il fantastico nel quotidiano, anche perché l’uomo contemporaneo si ritrova con il difficile compito di “reinventare il reale come finzione, proprio perché il reale è scomparso dalla nostra vita” (J. Baudrillard): ecco allora che i casi di abduction da parte degli alieni, gli avvistamenti del chupacabra, le sedute medianiche o i rapporti dei ghost hunters sugli spiriti che infestano le magioni vittoriane si colorano di toni pseudogiornalistici, pseudoscientifici e investigativi, si appropriano del linguaggio multimediale, con fotografie e filmati più o meno sbiaditi da analizzare, da ricomporre, in una sorta di caleidoscopico puzzle in cui nulla è ciò che sembra, e in cui ogni dettaglio spalanca scenari inediti. Tutto questo è un gioco puramente narrativo, la realtà è divenuta simile a un libro della vecchia collana Scegli la tua avventura. Ma è un gioco essenziale, urgente.

ghost1

Quanto la pulsione del fantastico sia basilare si comprende bene, ad esempio, dal rifiuto di ammettere che il mistero in questione non sia mai esistito.
Il fascino del paranormale, per sopravvivere, non può e non deve avere soluzione. Di fronte ai fatti inspiegabili, le indagini possono finire in due modi soltanto: o gli accadimenti sono riconosciuti come il frutto di un’illusione, e quindi relegati nella dimensione dell’immaginario, oppure si scopre che essi sono “reali”, accaduti veramente, e allora è necessario ridefinire il mondo come lo conosciamo. Secondo Todorovil fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza: non appena si è scelta l’una o l’altra risposta, si abbandona la sfera del fantastico […]. Il fantastico è l’esitazione provata da un essere il quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale“.
È di questa incertezza che non possiamo proprio fare a meno, è questo sentimento di essere ancora immersi in un universo che ci nasconde il suo vero volto, che ha in serbo meraviglie e terrori indicibili. Vogliamo provare l’ebbrezza di stare sulla soglia fra due realtà. In un certo senso, è soltanto un’ulteriore declinazione del bisogno di trascendenza.

Ci si aggrappa quindi con forza commovente alle teorie più strampalate, come se abbandonarle significasse perdere contatto con la magia: anche quando i cerchi nel grano si rivelarono essere uno scherzo, la gente continuò ad avvertirne l’energia positiva, a ripetersi che sì, forse alcuni dei crop circles erano dovuti alla mano dell’uomo, ma non di certo tutti. Il sentimento di sconfitta nell’ammettere che il mito di Atlantide era ed è, per l’appunto, soltanto un mito, ci stringe la gola. Sicuro, il simbolo rimane comunque, ma è la concretezza che ci manca: di colpo, la realtà ci sembra più povera, depredata di un elemento di bellezza che non ritroveremo più.
Scriveva Piero Angela nel suo Viaggio nel paranormale (1986):

Certo, dire che Babbo Natale non esiste non è una bella notizia. Anzi, è una brutta notizia. D’altra parte cosa si dovrebbe dire? Che ci sono le prove scientifiche dell’esistenza di Babbo Natale? E che esistono le testimonianze di milioni di persone che hanno trovato giocattoli sotto il camino o sotto l’albero?
Si torna qui a un vecchio problema sollevato dalla scienza (e in generale dalla conoscenza): cioè non è detto che il sapere porti alla felicità, anzi è più probabile il contrario, proprio perché genera dubbi e toglie sicurezza.

30-nessie-gt

Rimane dunque un’ultima questione: è possibile sviluppare uno sguardo “adulto”, che non ha paura di scoprire che Babbo Natale è un’illusione, e mantenere allo stesso tempo intatto lo stupore infantile? Siamo in grado di ammettere la verità, per quanto dolorosa e deludente, e avere ancora la forza di giocare con la fantasia?

Mariano Tomatis, nel suo recente laboratorio magico L’oracolo di Napoleone, ha introdotto il suo discorso splendidamente, citando un’intervista a Roland Barthes, pubblicata nel 1976 su Astrologique:

Tutti sanno che l’astrologia commerciale rientra in ciò che Marx, a proposito di tutt’altra immaginazione collettiva, aveva chiamato oppio dei popoli. In effetti essa consente ad ampi strati del pubblico di sognare, di immaginare, e alla fin fine di vivere meglio, anche se nella menzogna, le dure realtà della nostra società. Detto ciò, non bisogna dimenticare, anche mentre si procede a demistificare l’astrologia, cosa assolutamente necessaria, che essa è in maniera ambivalente un grande veicolo di utopia, un grande veicolo di simbolicità, e sappiamo che se l’uomo venisse privato della sua sfera simbolica morirebbe, proprio al modo in cui altri muoiono di fame. Di conseguenza, se si deve continuare a demistificare l’astrologia, e ribadisco che occorre farlo, non bisogna comunque mettere in questa attività di demistificazione nessuna boria, nessuna arroganza razionale o critica. L’astrologia è un fenomeno culturale; società molto diverse hanno espresso se stesse per mezzo del pensiero astrologico. L’astrologia fa parte della storia e deve pertanto essere studiata dalla scienza storica. Ciononostante devo precisare che, per quel che mi riguarda personalmente, non attribuisco all’astrologia alcun valore di verità. Secondo me l’astrologia può costituire, ed ha costituito per molti secoli, un grande linguaggio simbolico, un grosso sistema di segni. In una parola, una potente finzione. Ed è solo in questo senso che mi interessa. Mi interessa, e spero che la cosa non vi meravigli, come può interessarmi un grande romanzo o un importante sistema filosofico.

Fra chi è deciso a credere ad ogni costo che la verità sia “là fuori”, e chi non vuole altro che smascherare bufale e contraddizioni, forse è ipotizzabile un approccio intermedio.
Da parte nostra, non crediamo che siano indispensabili miracoli, alieni o presenze invisibili per rendere questo mondo magico. La realtà di per sé non è mai univoca ma ha una sua sorprendente fluidità, è cioè capace di trasfigurarsi, come sanno bene il poeta, il mistico, il visionario, perfino il tossicomane.
Insomma, tutto ci sembra già sufficientemente “strano, macabro e meraviglioso” così com’è. Ma se fantasticare, contro ogni ragione zoologica, sull’esistenza di Nessie vi affascina, non vi è in fondo nulla di male: di quante appassionate conversazioni, di quanti grandi film e splendidi romanzi ci vedremmo privati, se queste leggende moderne non esistessero?

4688190_l5

Se vi interessa sapere qual è lo stato di avanzamento delle ricerche scientifiche su qualsiasi tipo di fenomeno paranormale, non c’è posto migliore per cominciare le vostre indagini dell’archivio del CICAP. Se invece sullo stesso argomento volete conoscere quali siano le teorie non scientifiche, accendete la TV o scendete in libreria. O fate un giro su internet.

Safety videos

StaplerfahrerCoverBluray_461_658

Nel 2001, i due registi tedeschi Stefan Prehn e Jörg Wagner firmano il cortometraggio Staplerfahrer Klaus.

Si tratta di una gustosissima e scorretta parodia dei video per la prevenzione degli incidenti sul lavoro, quelli per intenderci che dovrebbero ammonire gli operai dei rischi che corrono quando non rispettano le norme di sicurezza. Ovviamente quello che comincia come un classico filmato aziendale si trasforma ben presto in una sarabanda splatter, scatenata e cartoonesca.

Le disavventure di Klaus sul suo muletto sono divertenti, non c’è dubbio. Eppure se pensate che il corto sia un po’ troppo sopra le righe, aspettate di vedere i prossimi due video: perché qui l’effetto è pressoché simile, ma l’umorismo totalmente involontario.

Entra in scena la ERI Safety Videos, una società di produzione video che ha sede a Lexington, in South Carolina. Specializzata da 25 anni negli spot sulla sicurezza, all’epoca di internet è diventata a suo modo famosa per la qualità grandguignolesca e trash dei suoi filmati: una sequela di incidenti mortali, mutilazioni e catastrofi. Se Prehn e Wagner nel loro corto giocavano sull’idea di mostrare in dettaglio le conseguenze raccapriccianti degli incidenti (cosa che normalmente i safety video suggeriscono soltanto), i video della ERI fanno un passo oltre. Sembrano già, cioè, delle parodie: vorrebbero spaventare e scioccare lo spettatore, ma il massacro è talmente insistito e compiaciuto che l’unica reazione naturale è la risata.

https://www.youtube.com/watch?&v=BswkYHQSLrQ

Attenzione, perché le cose peggiorano ulteriormente in quest’ultimo filmato, sempre ad opera di ERI Safety Videos. Qui la consueta carneficina è sottolineata da una canzone, Think About This, appositamente composta e arrangiata per l’occasione. Dire che il brano in questione aggiunge un ulteriore livello di orrore è un eufemismo. E, meraviglia delle meraviglie, potete canticchiarla anche voi in stile karaoke, grazie al testo in sovrimpressione. Si sfiora il capolavoro.

Dopo aver visto questi video, emerge luminosa una sacrosanta morale: non bisogna mai, MAI andare a lavorare, gente.

La reggia del postino

facteur-cheval-1

Ferdinand Cheval nacque nel 1836 a Charmes, un piccolo villaggio nel comune di Hauterives, a poco meno di un centinaio di chilometri da Lione. La mamma di Ferdinand, Rose, morì quando lui aveva soltanto undici anni; essendo la famiglia molto povera, l’anno dopo il piccolo lasciò la scuola per lavorare assieme a suo padre. Anche quest’ultimo morì pochi anni più tardi, nel 1854. Ferdinand Cheval, ventenne, diventò quindi aiuto panettiere. Dopo aver sposato la giovane Rosalie Revol, di soli 17 anni, per qualche anno si allontanò dal paese alla ricerca di lavoro, accettando diversi impieghi saltuari; ritornò dalla moglie nel 1863 e nel 1864 nacque il loro primo figlio. Un anno più tardi il bambino morì. Due anni dopo vide la luce il loro secondo figlio. Nel 1867, a trentun anni, Ferdinand Cheval prestò giuramento per diventare postino. Nel 1873, sua moglie Rosalie morì.

Una vita come tante, segnata dal dolore e dalla precarietà. Erano tempi di grande miseria, in cui fame e malattie mietevano vittime continuamente. Eppure l’800 era anche il secolo della svolta modernista – con la monarchia che lasciava il passo alla Repubblica, le scienze e la medicina che facevano passi da gigante, l’industria appena nata, e via dicendo. E l’eco di queste rivoluzioni arrivò anche alle campagne francesi. Fra le mani di Ferdinand passavano le prime gazzette illustrate, come ad esempio il Magasin Pittoresque o La revue illustrée, ma anche le prime cartoline postali provenienti da tutto il globo; ed ecco che di fronte agli occhi di un povero fattorino rurale si spalancava un mondo esotico fatto di ferrovie ultraveloci, di eroiche colonizzazioni in Africa e in Asia, di spettacolari e incredibili scoperte presentate alle prime Esposizioni Internazionali… insomma, anche se la realtà quitidiana rimaneva ancora dura, il carburante per il sogno non mancava di certo.

Ferdinand Cheval macinava i suoi trenta chilometri al giorno, percorrendo sempre lo stesso tragitto. A quell’epoca i ritmi di un postino erano ben diversi da quelli “motorizzati” di oggi. Nei suoi diari scriverà:

Cosa fare, camminando perpetuamente nello stesso paesaggio, se non sognare. Per distrarre i pensieri, costruivo in sogno un palazzo fiabesco…

Ma le strampalate fantasticherie di questo umile postino di campagna sarebbero rimaste tali, se la Natura non gli avesse mandato un segno. Il 19 aprile del 1879 Ferdinand Cheval ha 43 anni, e la sua vita sta per cambiare per sempre.

Un giorno del mese d’aprile nel 1879, facendo il mio solito giro di postino rurale, a un quarto di lega prima d’arrivare a Tersanne, camminavo molto in fretta quando il mio piede inciampò su qualcosa che mi fece scivolare qualche metro più in là, e volli saperne la causa. In sogno, avevo costruito un palazzo, un castello o delle grotte, non posso esprimerlo bene… non lo dicevo a nessuno per paura di sembrare ridicolo, e mi trovavo ridicolo io stesso. Ecco che dopo quindici anni, nel momento in cui avevo quasi dimenticato il mio sogno, e che non ci pensavo per nulla al mondo, è il mio piede che me lo fa ricordare. Il mio piede aveva urtato una pietra che per poco non mi faceva cadere. Ho voluto sapere cos’era… Era una pietra dalla forma così bizzarra che l’ho messa in tasca per poterla ammirare a mio piacimento. Il giorno dopo, sono ripassato nello stesso posto. Ne ho trovate ancora, e di più belle, le ho raccolte tutte sul posto e ne sono rimasto rapito… È una pietra molassa lavorata dalle acque e indurita dalla forza del tempo. Diviene dura come i sassi. Essa rappresenta una scultura così bizzarra che è impossibile per l’uomo imitarla, vi si possono leggere ogni specie di animali, ogni tipo di caricature. Mi sono detto: visto che la natura vuol fare la scultura, io farò la muratura e l’architettura.

La pietra che risvegliò il sogno sopito.

Quella pietra, scoperta per caso, fu per il postino l’equivalente di una folgorazione sulla via di Damasco. E Cheval non si tirò indietro, di fronte a questa evidente chiamata all’azione, cominciando pian piano a mettere in piedi il suo cantiere – nonostante non avesse un’educazione, né sapesse minimamente come andava costruita una casa, figurarsi un castello delle fiabe. La gente del paese cominciò a prenderlo per matto. Ma di colpo la vita gli aveva svelato uno scopo grandioso, e se ogni giorno percorreva i suoi soliti trenta chilometri a piedi, ora c’era una scintilla nei suoi occhi che egli non aveva mai avuto. Al peso della posta da consegnare si aggiunse quello delle pietre: all’andata le selezionava e posizionava lungo la via, al ritorno le raccoglieva aiutandosi con la sua fida carriola. Il postino Cheval e la sua carriola divennero una vera e propria icona per gli abitanti di Hauterives.

Cheval-with-his-Wheelbarrow

Nei giorni di pausa, ogni sera e ogni mattina, Cheval continuava a costruire la struttura; procedeva a braccio, da perfetto autodidatta, aggiungendo ornamenti su ornamenti senza un piano di progettazione vero e proprio. Instancabile, febbrile, posseduto dalla grandiosità di ciò che stava compiendo.

facteur2

Il postino Cheval cominciò la sua opera con una fontana, la “Sorgente della Vita”, per poi aggiungerci la cosiddetta “Grotta di Sant’Amedeo”, il Sepolcro Egizio, e tutta una serie di pagode, templi orientali, moschee, e altre rappresentazioni di luoghi sacri, mostrati l’uno di fianco all’altro; i Tre Giganti (Cesare, Vercingetorige, Archimede) furono posti a guardia del complesso scultoreo.

facteur3

facteur1

cheval

palais-ideal-4

Il postino non conosceva più riposo. Nel 1894 Cheval vide morire un’altra figlia, di 15 anni, avuta dalla seconda moglie. Sconvolto da questa ulteriore perdita, due anni dopo si ritirò in pensione ma non smise certo di dedicarsi al suo Palazzo. Ormai era a metà dell’opera, non poteva fermarsi.

facade-est-0836a581

palais-ideal-facteur1

palais2

architect-ideal-palace-5

IDEAL-PALACE-FRANCE

Le_Palais_Idéal-9757

Il Palazzo Ideale non era pensato come un edificio vero e proprio, abitabile, ma piuttosto come un monumento dedicato alla fratellanza fra le genti, al di là di qualsiasi credo o provenienza: un amalgama di forme e stili occidentali e orientali, un sincretismo elaborato e ispirato alla natura, alle cartoline postali e alle riviste che Cheval distribuiva. Figure scolpite, palme di cemento, bestie, mostri, rami intrecciati e colonne arabescate facevano da contorno a raffigurazioni o edifici sacri; iscrizioni e insegne dovevano riportare i messaggi e le poesie del costruttore; nella cripta, infine, un piccolo altare era dedicato a colei senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, quella che Cheval chiamava “la mia fedele compagna di pena“… l’inseparabile carriola.

facade-est-details1

facade-est-details3

facade-est-details4

visites1

facade-est-details5

Facteur_Cheval_-_Détail_façade_Nord

Facteur_Cheval_-_Façade_Est

Facteur_Cheval_-_Temple_hindou

Il postino Cheval finì di costruire il suo Palazzo Ideale nel 1912, dopo avervi dedicato ben trentatré anni della sua vita. Lo ricordò con una scritta, visibile sotto una scala che costeggia il Tempio della Natura verso la facciata Nord:

1879-1912: 10.000 Giornate, 93.000 Ore, 33 anni di ostacoli e prove. Lavoro d’un uomo solo.

Soddisfatto, Cheval annunciò che quel monumento sarebbe stato anche la sua tomba; ma, a sorpresa, le autorità gli negarono il permesso di essere seppellito lì. Cosa fare? Cheval non si perse d’animo.

Dopo aver terminato il mio Palazzo dei sogni all’età di settantasette anni e dopo trentatré anni di tenace lavoro, mi sono trovato ancora abbastanza coraggioso da farmi da solo la mia tomba al cimitero della Parrocchia. Là ho lavorato ancora 8 anni di dura fatica. Ho avuto la fortuna d’aver la salute per completare questo sepolcro chiamato “La Tomba del silenzio e del riposo senza fine” – all’età di 86 anni. Questa tomba si trova a circa un chilometro dal villaggio di Hauterives. Il suo genere di lavorazione la rende molto originale, quasi unica al mondo, in realtà è l’originalità che la rende bella. Un gran numero di visitatori va a visitarla dopo aver visto il mio Palazzo dei sogni, e ritornano nel loro paese meravigliati, raccontando ai loro amici che non è una favola, che è la realtà vera. Bisogna vederlo per crederci.

Proprio in quel mausoleo Ferdinand Cheval raggiungerà il suo meritato riposo nel 1924.

tombeau

“Le Tombeau du silence et du repos sans fin”.

tombeau2

Poco prima di morire, però, il facteur Cheval aveva avuto la soddisfazione di vedere il suo Palazzo riconosciuto da alcuni artisti e intellettuali come un esempio straordinario di architettura senza regole né strutture, un’opera d’arte spontanea e inclassificabile. Nel 1920 André Breton lo segnala come precursore architettonico del surrealismo, in seguito con l’emergere del concetto di art brut Cheval verrà ulteriormente ammirato per il suo lavoro; oggi si preferisce il termine outsider art, o arte naïf, ma il concetto resta quello: proprio perché privo di una cultura artistica, Cheval si è permesso di operare scelte istintive e non accademiche che rendono il Palazzo un’opera a suo modo unica. Picasso, Ernst, Tinguely, Niki de Saint Phalle furono tutti amanti di questo luogo folle e incredibile, che ispirò più o meno esplicitamente diverse altre “cittadelle” immaginarie. Nel 1969 André Malraux decise di tutelare il Palazzo come monumento storico, contro il parere di molti altri funzionari del Ministero della Cultura, con queste motivazioni:

In un tempo in cui l’arte naïf è diventata una realtà considerevole, sarebbe infantile non tutelare, quando siamo noi francesi ad avere la fortuna di possederla, la sola architettura naïf al mondo, e aspettare che si distrugga.

Kent-par-Emmanuel-Georges-au-Facteur-cheval-13

e-georges-5218

Il piccolo comune di Hauterives è sempre là, fra le colline e i campi, ai piedi delle Alpi Francesi. Eppure solo nel 2013 quasi 160.000 visitatori hanno fatto pellegrinaggio al Palazzo Ideale, oggi completamente restaurato e nella cornice del quale si organizzano mostre d’arte, concerti, eventi. E, perdendo per l’ennesima volta lo sguardo negli intricati ghirigori di pietra, ci si stupisce all’idea che siano stati veramente creati da un semplice postino, che con la sua carriola batteva la campagna alla ricerca di pietre bizzarre; non si può che ripensare allora alla sardonica provocazione che Cheval stesso iscrisse sulla facciata del suo Palazzo:

Se c’è qualcuno più ostinato di me, si metta all’opera.

Ma questa frase ironica, ci piace leggerla anche come un invito, oltre che una sfida; un’esortazione a coltivare la cocciutaggine, la follia e la temerarietà – necessarie a chiunque voglia veramente provare a costruire il suo “Palazzo Ideale”.

palais-ideal

Ecco il sito ufficiale del Palazzo Ideale.

Non toccarmi i capelli

Ogni tanto la cronaca riporta episodi di bullismo, in cui il bersaglio delle molestie viene, tra le altre cose, rasato a zero.
Abbiamo spesso ricordato in queste pagine quanto l’uomo sia un “animale simbolico”, quanto cioè la nostra mente funzioni tramite simboli e si appoggi spesso, anche inconsciamente, al mito: perché dunque l’atto di tagliare i capelli con la forza è avvertito come uno sfregio? Si tratta soltanto di una preoccupazione estetica, o c’è di più?

3182627973_c70861bb75

Innanzitutto, certamente una violenza del genere guasta l’aspetto esteriore di una persona, e l’acconciatura è da sempre uno dei modi principali di espressione personale. Fin dai tempi antichi, ogni foggia di capigliatura veicola dei significati più o meno espliciti.
Nel passato, ad esempio, portare i capelli sciolti era normalmente un segno di lutto, o di sottomissione. Eppure, in altri contesti come ad esempio quelli rituali, lasciare liberi i capelli costituiva un elemento fondamentale di certe danze sciamaniche, irruzione del sacro che selvaggiamente spazza via convenzioni e limitazioni sociali.
Se pensiamo alle donne, per le quali i capelli costituiscono una delle principali armi di seduzione, il fatto che essi fossero nascosti o esibiti, raccolti o sciolti, era frequentemente inteso come segno della disponibilità o delle riserve della femmina; su questa scia, si è arrivati in alcune culture a proibire alle donne sposate di mostrare i capelli (ad esempio in Russia, dove il proverbio recita “una ragazza si diverte solo finché ha il capo scoperto“), o a imporre di nasconderli all’entrata in Chiesa (occidente cristiano), per inibirne la funzione di provocazione sensuale.

Il modo di pettinare i capelli rivela quindi la psicologia individuale, certo, ma anche i valori in cui si riconosce un determinato contesto sociale: moda, convinzioni dell’epoca, precetti delle istituzioni religiose o ribellione contro tutte queste cose. Le acconciature che sfidano il gusto dominante e abbattono le barriere hanno spesso accompagnato anche le ribellioni sociali o artistiche (Scapigliatura, beat generation, movimento hippie, punk, femminismo, LGBT, eccetera).

tumblr_mk6z6okp8v1rtzebco1_1280
Così, in un’epoca di tensione come la fine degli anni ’60, in cui i “capelloni” venivano caricati dalla polizia anche solo per il loro aspetto, David Crosby cantava:

Per poco non mi sono tagliato i capelli
È successo proprio l’altro giorno
Sapete, stanno diventando piuttosto lunghi
Avrei potuto dire che mi infastidivano
Ma non l’ho fatto, e mi domando perché
Avevo voglia di lasciar sventolare la mia bandiera di diverso
Sentivo di doverlo a qualcuno.
(Crosby, Stills, Nash & Young, Almost Cut My Hair, 1970)

Vi è mai capitato di cambiare colore, taglio o pettinatura in momenti cruciali della vostra vita, come se cambiando l’aspetto della chioma avvenisse anche una trasformazione interiore? Ancora oggi, evidentemente i capelli mantengono un legame strettissimo con le emozioni di una persona. Ma non è tutto.

Come le unghie, anche la capigliatura è da sempre collegata nell’immaginario con la forza sessuale e vitale. Il pensiero magico, di conseguenza, stabilisce una potente simpatia fra l’individuo e i suoi capelli, legame che non si spezza nemmeno dopo che i capelli si sono staccati dal corpo: non soltanto i ciuffi tagliati o rimasti incastrati fra i denti del pettine sono ingredienti essenziali per qualsiasi fattura o malocchio, ma dall’altro versante i capelli dei santi sono venerati come reliquie altamente miracolose. Mantengono cioè le virtù della persona da cui provengono, e i rapporti intimi fra un essere umano e i suoi capelli sopravvivono alla separazione.

Da qui l’usanza, in molte famiglie, di conservare delle ciocche di capelli e i primi denti da latte. Queste pratiche significano molto più che la perpetuazione di un ricordo, esse rivelano una sorta di volontà di far sopravvivere lo stato della persona che portava quei capelli.
(Chevalier-Gheebrant, Dictionnaire des symboles, 1982).

Se una ciocca di capelli ottenuta in pegno dalla donna amata è per i romantici ottocenteschi un feticcio ricorrente, è proprio in epoca vittoriana che l’ossessione per i capelli raggiunge il suo apice, in particolare nell’ambito della gioielleria e degli accessori collegati al lutto.
Dalle spille e i fermagli che contengono i capelli del caro estinto, arrangiati in motivi floreali, alle intricate composizioni da appendere al muro, fino ai braccialetti fatti di capelli finemente intrecciati, la mourning jewelry vittoriana è fra gli esempi più commoventi di arte funebre popolare. Inizialmente erano le donne stesse, parenti del defunto, che con i suoi capelli forgiavano questi memento da tenere sempre con sé; bisogna pensare che la fotografia non esisteva ancora, e che non tutti si potevano permettere un ritratto del morto. Questi gioielli erano l’unico ricordo tangibile della persona scomparsa.

8540528_orig

8

vj plumes  flowers button

Con il tempo, però, indossare simili orpelli divenne parte della moda dell’epoca, soprattutto dopo la morte del Principe Alberto nel 1861, quando la Regina Vittoria e i membri della corte si vestirono a lutto per decine di anni. A quel punto, seguendo l’esempio dei Reali, il nero divenne il colore più gettonato e la gioielleria di lutto si diffuse talmente che i capelli utilizzati cominciarono a non essere più esclusivamente quelli dei defunti. Nella seconda metà dell’800, 50 tonnellate di capelli umani venivano importate in Inghilterra ogni anno dai gioiellieri del paese. Per creare una connessione fra il gioiello e il defunto, a quel punto, si cominciò a iscriverne il nome o le iniziali sull’oggetto.

3331698750_52412a7265

19c4sk5bcbjb3jpg

19c4nm6ptv4g4jpg

Tutto questo riporta, dunque, all’idea che i capelli siano connessi all’essenza stessa della vita del proprietario, e racchiudano almeno una scintilla della sua personalità.
Torniamo quindi alla vittima di cui parlavamo all’inizio, la cui testa viene rasata a forza.

Ovviamente un simile affronto ci scandalizza perché ha il valore di una metaforica evirazione, nel caso in cui la vittima sia un maschio, oppure della negazione della femminilità nel caso opposto.
I capelli sono associati a certi poteri – come appunto la forza e la virilità, si pensi a Sansone – ma soprattutto al concetto di identità.
In Vietnam ad esempio si sviluppò una peculiare arte divinatoria, che potremmo chiamare “tricomanzia”, vale a dire l’interpretazione del destino o delle virtù di una persona sulla base di come erano disposti i bulbi piliferi sul suo cuoio capelluto. E se i capelli raccontano molto della personalità di un uomo, ecco che la tonsura per i monaci, che abbandonano l’individualità per seguire le vie del Signore, non è soltanto un sacrificio ma una resa, una rinuncia alle prerogative e all’identità stessa del soggetto.

Fra_Angelico_052

Il taglio dei capelli non è un atto banale.
Nei secoli passati una chioma fluente era indizio di potenza e nobiltà. Così, il privilegio aristocratico di portare i capelli lunghi in Francia era appannaggio esclusivo di Re e Principi, mentre in Cina vigeva addirittura l’interdizione a certi pubblici uffici per chiunque portasse i capelli corti, che erano visti come una vera e propria mutilazione. E mutilazione definitiva, segno di sommo disprezzo, era per i nativi americani tagliare lo scalpo dei nemici in guerra. Parallelamente, in alcune civiltà vigeva il tabù del taglio di capelli per i neonati durante i primi anni di vita, per non rischiare che perdessero l’anima. Innumerevoli popoli fanno del primo taglio di capelli di un bambino un vero e proprio rito di passaggio, con tanto di feste e operazioni propiziatorie per allontanare gli spiriti malefici – dato che il piccolo, privato assieme ai capelli anche di una parte della sua forza vitale, è più esposto ai pericoli. È il caso degli indiani Hopi dell’Arizona, che procedevano al taglio soltanto collettivamente, una volta all’anno, durante i festeggiamenti per il solstizio d’inverno. Altrove, il taglio dei capelli è sospeso durante una guerra, o in conseguenza a un voto: gli Egizi non si radevano quando erano in viaggio, e in tempi più recenti i barbudos di Fidel Castro avevano giurato di non toccare né barba né capelli fino a che Cuba non fosse liberata dalla tirannia.

liebermann-max--simson-und-delila-790506

Ecco dunque perché il taglio forzato dei capelli del nemico è una punizione terribile fin dall’antichità, utilizzata talvolta come pena ancora più bruciante della morte. Ogni minimo aspetto della realtà, per l’uomo, si riveste sempre di significati profondi, e anche oggi una semplice cattiveria fra ragazzi che potrebbe sembrare tutto sommato innocua (i capelli comunque ricresceranno in breve tempo) indigna particolarmente l’opinione pubblica; forse perché vi si può riconoscere, fatte le dovute proporzioni, l’eco di riti e pratiche crudeli di ancestrale portata simbolica.

Indian_Warrior_with_Scalp

De profundis

Siamo felici di annunciare che è in arrivo il secondo volume della Collana Bizzarro Bazar, edita da Logos.
Dopo aver esplorato le Catacombe dei Cappuccini di Palermo nel primo libro, anche questa volta ci addentriamo in un luogo unico al mondo, il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, dove si è sviluppato uno fra i più affascinanti e particolari culti devozionali.

_XT10188

Dalla cartella stampa:

Racchiuso nel cuore di Napoli, il Rione Sanità segna il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Basta allontanarsi dalla brulicante confusione, dai megafoni dei venditori ambulanti di frutta e verdura, dai motorini degli impavidi scugnizzi che sfrecciano fra le macchine, per arrivare fino in cima al quartiere: qui, a destra della Chiesa di Maria Santissima del Carmine, si apre il Cimitero delle Fontanelle. Ubicato all’interno di un’antica cava di tufo, il cimitero è un’imponente cattedrale sotterranea, sospesa fra l’oscurità e i fasci di luce che la squarciano.

_XT10070

_XT10441 1

_XT10483

_XT10480

Vi si trovano impilate migliaia di ossa e teschi, le spoglie anonime di almeno 40.000 esseri umani. In questo suggestivo luogo di quiete, la morte non è più un confine invalicabile: a fungere da tramite fra i vivi e le anime dei defunti sono infatti le cosiddette capuzzelle, incarnazione dell’ancestrale ossessione per il teschio in quanto icona di trascendenza e promessa di vita eterna. Qui si parla con i teschi, si toccano, si puliscono. Ci si prende cura di loro. Si accendono ceri, si offrono suffragi e si chiedono grazie, in un devoto do ut des. È il culto delle anime pezzentelle, anonime e abbandonate, che hanno bisogno della pietà dei vivi per alleviare le proprie sofferenze in Purgatorio.

_XT10461

_XT10349

Di ossari ce ne sono tanti, ma l’atmosfera che si respira al Cimitero delle Fontanelle è davvero speciale. Da una parte, la pietosa e sobria disposizione dei resti non concede nulla al gusto macabro o barocco, anzi introduce il visitatore in uno spazio di quiete sospesa, come se entrasse in un vero e proprio santuario; dall’altra, la devozione popolare ha saputo a suo modo stemperare il memento mori – non solo con le colorite leggende, talvolta pregne di quell’ironia pratica tutta partenopea, ma anche e soprattutto declinando il culto delle anime del Purgatorio secondo regole e rituali inediti. Alla meraviglia delle ossa impilate sotto le immense volte tufacee, dunque, si aggiunge il fascino di una devozione palpabile, che rende gli stessi teschi dei simboli di trascendenza invece che di mortalità.

De profundis, come tutta la collana, vuole essere soprattutto un invito alla scoperta, un libro che si sfoglia di suggestione in suggestione, lasciando che le fotografie di Carlo Vannini restituiscano parte dell’incanto del luogo.

_XT10238

_XT10468

_XT10316

De profundis, che uscirà nelle librerie il 18 maggio, verrà presentato ufficialmente nell’Atelier di Laura Cadelo Bertrand in via Due Gobbi 3 a Reggio Emilia venerdì 15 maggio alle ore 19:00, e al Salone Internazionale del Libro di Torino con sessione di dediche sabato 16 e domenica 17 maggio 2015.

Anche se non potrete essere presenti ai due incontri, è ordinabile a questo indirizzo una copia dedicata e firmata: il libro autografato vi verrà spedito alla fine della fiera di Torino, entro il giorno 25 maggio 2015.

Per maggiori informazioni, sono attivi sia il book shop di Bizzarro Bazar su Libri.it che la pagina Facebook della Collana Bizzarro Bazar.

cover_deprofundis-2

La strage degli albini

il-destino-degli-albini-africani-orig_main

Quest’anno in Tanzania si terranno le elezioni.
Di conseguenza, quest’anno si innalzerà il numero di bambini albini che verranno uccisi e fatti a pezzi.

Il nesso fra i due eventi è costituito dalla stregoneria africana, che permea la società tanzaniana a quasi tutti i livelli, e a cui molti dei candidati faranno ricorso per vincere ai seggi elettorali. Infatti nonostante ogni villaggio in Tanzania possa vantare una chiesa, una moschea o entrambe, questo non significa che gli abitanti abbiano abbandonato le credenze tradizionali.

Di fatto, risulta evidente che, per quanto formalmente vi sia una presa di distanza nei confronti della stregoneria, nella pratica essa sia a tutt’oggi fortemente radicata nel pensiero tanzaniano.
Sussiste l’idea che l’insuccesso, la malattia e la morte possano dipendere da azioni malefiche, e questo ha permesso al guaritore tradizionale, il mganga wa kienyeji, di sopravvivere ed operare ancora intensamente, nonostante la presenza di una legislazione coloniale ancora attiva che dovrebbe condannare la sua attività, e un Sistema Sanitario pensato per raggiungere in maniera capillare anche le zone rurali.
(A. Baldassarre, Gravidanza e parto nell’ospedale di Tosamaganga, Tanzania, 2013)

Africa, Tanzania, Lake Eyasi, ornamental skulls and beads used by the local witch doctor

Al di là dei giudizi facili e riduttivi sulla superstizione, l’ignoranza o l’arretratezza del cosiddetto Terzo Mondo, è importante comprendere che se la stregoneria è ancora così viva, è perché assolve a una funzione sociale ben precisa: quella del controllo delle pulsioni e dell’istituzione di un codice di condotta reputato appropriato – quindi, essenzialmente, è uno di quegli elementi che cementano e tengono assieme l’identità della società.

Con i discorsi di stregoneria e le azioni pratiche dirette contro la stregoneria, la società mantiene viva la capacità di osservarsi preoccupata.
(A. Bellagamba, L’Africa e la stregoneria: Saggio di antropologia storica, 2008).

In Tanzania, la magia (sia benevola che malevola) è praticata ma allo stesso tempo temuta e condannata. Questo stigma dà origine ad una complessa serie di conseguenze. Un uomo che si arrichisce troppo in fretta, ad esempio, viene sospettato di essere uno stregone; quindi in generale le persone cercano di nascondere, o perlomeno condividere con il gruppo, la propria fortuna – appunto per non essere accusati di stregoneria, ma anche per evitare di provocare l’invidia altrui, che porterebbe a nuovi sortilegi e malefici. Evidentemente questo meccanismo diventa problematico quando ad esempio una donna incinta si sente costretta a nascondere la gravidanza per non suscitare le gelosie delle amiche, oppure nel caso più eclatante delle violenze di cui parliamo qui: la strage degli albini che ormai da decenni si consuma, purtroppo senza grande clamore mediatico.

Worshippers carry oil lanterns during a night time procession through the streets of Benin's main city of Cotonou,

Il 2015 è partito male: a febbraio Yohana Bahati, un neonato albino di un anno del distretto di Chato nella Tanzania settentrionale, è stato strappato dalle braccia della madre da cinque uomini armati di machete. La donna è finita in ospedale con multiple ferite alle braccia e al volto per aver cercato di difendere il figlioletto; il cadavere del bambino è stato ritrovato pochi giorni più tardi, senza braccia e né gambe. Nel dicembre precedente era sparita una bambina albina di 4 anni, che non è stata più ritrovata.

L’albinismo è diffuso nell’Africa sub-sahariana più che altrove: se in Occidente colpisce una persona su 20.000, in Tanzania l’anomalia genetica arriva a toccare la percentuale di un individuo su 1.400.
Sono quasi un centinaio gli albini assassinati negli ultimi quindici anni, ma le cifre ovviamente si riferiscono soltanto ai casi scoperti e denunciati. E soprattutto non tengono conto di tutte le vittime che sono sopravvissute alle mutilazioni.
Il macabro listino dei prezzi di questa caccia all’albino fa rabbrividire. Secondo un report delle Nazioni Unite, in Tanzania le diverse parti del corpo (orecchie, lingua, naso, genitali e arti) da utilizzare nei rituali di stregoneria possono arrivare a valere 75.000 euro; la pelle sul mercato nero è venduta dai 1.500 ai 7.000 euro. L’anno scorso in Kenya è stato arrestato un uomo che cercava di vendere un albino ancora vivo, per la somma di 250.000 dollari. Secondo le credenze, i poteri magici degli albini sono molteplici: le loro ossa sono in grado di togliere il malocchio; con un loro braccio si può localizzare l’oro in una miniera; con i seni e i genitali si preparano pozioni contro l’infecondità; ultimamente pare si sia diffusa addirittura l’idea che stuprare una donna albina potrebbe curare l’AIDS… e via dicendo.

AdamRoberts1

AdamRoberts2

10856365_749041941811153_615140449_o

Emmanuel Festo

rsz_albino_kabula_courtesygisela_stiles

Nel 2009, un attivista ha dichiarato all’agenzia AFP: “Sappiamo che gli informatori che identificano un albino vulnerabile possono ricevere un compenso di 100 dollari, sappiamo che gli assassini vengono pagati migliaia di dollari, ma non è chiaro chi siano i reali consumatori; stiamo parlando di un grosso business, e c’è corruzione nella polizia e nei tribunali, ecco perché le uccisioni continuano“.

Nonostante la situazione sia tutt’altro che rosea, di fronte alle pressioni internazionali forse qualcosa si sta muovendo: proprio il mese scorso, trentadue stregoni e più di duecento guaritori tradizionali, secondo la BBC, sono stati arrestati dalla polizia tanzaniana – segnando forse un’inversione di marcia rispetto alla precedente riluttanza delle autorità ad intervenire sulla questione. Intanto, diverse iniziative sono sorte per cercare di dare una voce a questo eccidio, come ad esempio l’audiolibro sociale italiano Ombra Bianca (fra i testimonial, anche diversi premi Nobel, Papa Francesco, il Dalai Lama). Il film White Shadow (2013), opera prima di Noaz Deshe premiata a Venezia con il Leone del Futuro, racconta la vita difficile di un ragazzino albino in Tanzania, fra discriminazioni e violenze.