Paul Grappe, il travestito disertore

Talvolta le storie più incredibili rimangono sepolte per sempre fra le pieghe della storia. Ma può capitare che lascino dietro di sé una traccia, per quanto minima; un piccolo indizio che, con una buona dose di fortuna e capitando nelle mani giuste, riesca a riportarle alla luce. Come un archeologo dissotterra i tesori, così lo storico disseppellisce allora le bizzarrie della vita.

Se Paul Grappe non fosse stato ucciso da sua moglie il 28 luglio 1928, nell’Archivio della Prefettura di Polizia di Parigi non sarebbe rimasto alcun accenno alla sua peculiare vicenda.
E se Fabrice Virgili, direttore di ricerca al CNRS, spulciando i suddetti archivi quasi cento anni dopo per un articolo sulla violenza coniugale ad inizio secolo, non avesse buttato l’occhio su quel fascicolo…

La vittima: Grappe Paul Joseph, nato il 30 agosto 1891 nella Haute Marne, domiciliato al numero 34 di Rue de Bagnolet, deceduto per colpo di arma da fuoco il 28 luglio 1928.
Il colpevole: Landy Louise Gabrielle, nata il 10 marzo 1892 a Parigi, coniuge Grappe.

Questa è la fine della vita di Paul Grappe. Ma ciò che si scopre, risalendo indietro negli anni a partire dalle carte processuali, è davvero stupefacente.

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La Parigi degli anni ’10, per un giovane proveniente dall’Alta Marna, era innanzitutto una promessa. Certo, si trattava di una realtà estremamente popolare, e il ventenne Paul Grappe faticava come tutti ad arrivare a fine mese. Non aveva ricevuto un’educazione vera e propria, ma la vitalità incontenibile che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza lo spinse a darsi da fare: con ostinata determinazione si impose di studiare, e diventò ottico. Seguiva anche dei corsi di mandolino, frequentando i quali conobbe Louise Landy.
Lemodeste condizioni economiche non erano di ostcolo ai sentimenti: i due si innamorarono, e nel 1911 convolarono a nozze. Poco dopo Paul dovette partire militare, ma riuscì a farsi assegnare di guardia ai bastioni di Parigi, in modo da restare vicino alla sua Louise. Il nostro soldato era un abile corridore, sapeva andare a cavallo, nuotare (cosa piuttosto rara all’epoca), e in breve tempo si distinse diventando caporale. Passarono i due anni di servizio militare richiesti, e Paul pensava ormai di aver chiuso i suoi conti con l’esercito. Ma le nubi della Guerra si stavano addensando, e tutto precipitò velocemente.
Nell’agosto del 1914 Paul Grappe venne spedito al fronte contro la Germania.

Il 102° Reggimento Fanteria si muoveva costantemente, di giorno in giorno, poiché il fronte non era ancora ben definito. Arrivarono a poco a poco i confronti con il nemico: all’inizio piccole scaramucce, in seguito ecco i primi feriti, il primo morto. E, infine, fu battaglia vera e propria.
Per la Francia, la fase più sanguinosa dell’intero conflitto mondiale fu proprio questa iniziale, chiamata Battaglia delle Frontiere, che contò centinaia di migliaia di morti, più di 25.000 nella sola giornata del 22 agosto 1914.
Paul Grappe era in prima linea. Quando arrivò l’inferno, se lo trovò davanti in tutta la sua devastante brutalità.

Venne ferito una prima volta alla coscia a fine agosto, curato e rimandato in trincea in ottobre. Ora la situazione era cambiata, il fronte si era stabilizzato, ma le battaglie non erano meno pericolose. In un sanguinoso scontro a fuoco Paul rimase ferito nuovamente, all’indice destro.
Colpito da un proiettile a un dito? Il sospetto di automutilazione era forte nei suoi confronti, e in momenti simili non si usavano particolari gentilezze per chi commetteva un atto simile: Paul rischiava la condanna a morte e l’esecuzione sommaria sul campo. Ma alcuni compagni d’armi testimoniarono in suo favore, e Paul evitò il tribunale di guerra. Fu trasferito in convalescenza a Chartres.
Passò dicembre, poi gennaio, febbraio, marzo. Quattro mesi per guarire dalla perdita di un solo dito cominciarono a sembrare troppi, e i superiori sospettarono che Paul in realtà stesse volontariamente riaprendosi le ferite (come facevano molti altri soldati); nell’aprile del 1915 gli fu intimato di tornare al fronte. E fu qui che, di fronte alla prospettiva di ritrovarsi nuovamente in quel limbo terribile fatto di filo spinato, fango, proiettili fischianti e colpi di cannone, Paul prese la decisione che avrebbe cambiato la sua vita per sempre: scelse di disertare.
Uscì dall’ospedale militare e, invece di recarsi in caserma, prese il primo treno per Parigi.

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Possiamo soltanto immaginare lo stato d’animo di Louise a questo punto: la gioia di sapere suo marito sano e salvo, lontano dalla guerra, e l’angoscia che tutto potesse finire ancora peggio da un momento all’altro, se fosse stato scoperto. In quella primavera del 1915 l’esercito aveva un disperato bisogno di uomini, perfino i riformati venivano mandati al fronte, e di conseguenza erano raddoppiati anche gli sforzi per trovare i disertori che mancavano all’appello. Al domicilio della suocera, dove Paul era nascosto, fecero irruzione le guardie per ben tre volte, senza riuscire a trovarlo.

Dal canto suo Paul, che aveva sempre avuto uno spirito impetuoso e indomito, non sopportava la pressione della clandestinità. Era costretto a vivere da vero e proprio recluso, senza arrischiarsi a mettere il naso fuori dalla porta: anche soltanto camminando per le strade di Parigi un ventenne avrebbe destato sospetti in quel periodo, visto che, a parte forse gli impiegati di qualche ministero, tutti i giovani maschi erano a combattere.
Un giorno, vinto dalla noia, per scherzare un po’ con Louise scelse uno degli abiti di sua moglie e lo indossò. Ed ecco l’illuminazione. Perché non travestirsi da donna?

Louise e Paul fecero una prova. Lui si rasò molto attentamente; sua moglie gli mise un filo di trucco, aggiustò i vestiti femminili, gli infilò in testa un cappellino da signora. Non era un travestimento perfetto, ma forse poteva funzionare.
Trattenendo il fiato, i due uscirono in strada. Camminarono per un po’ per la via, con finta disinvoltura. Si sedettero in un bar, e si accorsero che la gente non sembrava notare nulla di strano in quelle due amiche che si godevano il loro aperitivo. Rientrando, sentirono un brivido nel notare un uomo il cui sguardo intenso era puntato, fisso, verso di loro… finché l’uomo non lanciò un fischio di ammirazione. Era la prova definitiva: Paul, nei panni femminili, era abbastanza convincente da ingannare perfino l’occhio attento di un tombeur de femmes.

Da quel momento, per il mondo esterno, i due divennero una coppia di donne che vivevano assieme. Paul comprò dei vestiti, assunse una pettinatura più femminile, imparò a modificare la sua voce.
Cominciò a farsi chiamare Suzanne Landgard. Per chi assume una nuova identità, la scelta del nome ha evidentemente un peso particolare: quindi ci si è chiesti, Landgard voleva forse dire “colui che protegge (garde) Landy?”.
Ora che Paul/Suzanne poteva uscire a volto scoperto, era anche in grado di contribuire alle entrate: mentre Louise lavorava in un’azienda che produceva materiali didattici, Suzanne prese impiego come operaia in sartoria. Ma forse faticava a restare nella parte, perché a quanto sappiamo cambiava spesso lavoro a causa di problemi di relazione con i colleghi.

La Guerra, finalmente, finì. Paul avrebbe voluto uscire dalla clandestinità, ma era ancora in pericolo. Come facevano molti altri disertori all’epoca, anche la nostra coppia partì per la Spagna (paese neutrale) e per un breve periodo trovò rifugio nei Paesi Baschi. Poi, eccoli di nuovo a Parigi nel 1922.

Ora però l’atmosfera della capitale era cambiata: appena entrata nei cosiddetti “anni folli”, era una città che voleva ad ogni costo dimenticare la guerra e dunque ribolliva di novità, avanguardie artistiche, piaceri senza freno. Louise e Suzanne si accorsero che in fondo potevano sembrare soltanto altre due garçonnes, ragazze alla moda che ostentavano un taglio di capelli maschile e indossavano i pantaloni, scandalizzando i borghesi. Louise dipingeva soldatini di piombo la sera, dopo il lavoro, per guadagnare qualche soldo extra.
Paul invece non trovava occupazione, e la sua insaziabile voglia di vita lo spinse a frequentare il Bois de Boulogne, un parco pubblico che in quegli anni era un noto punto di incontro per l’amore libero: vi si davano appuntamento libertini, scambisti, prostitute e magnaccia.
Paul, nei panni di Suzanne, si prostituiva per portare a casa un po’ di denaro? Forse no.
Comunque, diventò una delle “regine” del Bois.

Da quel momento le sue giornate divennero affollate di rapporti occasionali, orge, amanti sia femminili che maschili, perfino annunci “in codice” sui giornali. Paul/Suzanne provò anche a convincere Louise a partecipare a questi incontri erotici, ma non fece che alimentare i primi conflitti all’interno della coppia, fino ad allora unitissima.
La sete di esperienze non si fermava qui: Suzanne Landgard nel 1923 è fra le prime “donne” a saltare con il paracadute.
Non mi arrivi alla caviglia, mia cara, io sono raffinato, voglio uscire da questa massa, questa massa bruta che va a lavorare al mattino come gli schiavi e torna a casa la sera”, ripeteva a Louise.

Nel gennaio del 1924 finalmente arrivò la tanto attesa amnistia.
La mattina stessa della notizia, Paul scese le scale vestito da uomo, senza più trucco sul volto. La portiera del condominio, quando lo vide uscire, rimase scandalizzata: “Madame Suzanne, siete diventata matta?” “Non sono Suzanne, sono Paul Grappe e vado a dichiararmi disertore per l’amnistia.
A quel punto, quando le autorità seppero del suo caso, anche la stampa ne venne a conoscenza. “Il travestito disertore”, titolò qualche quotidiano. E arrivarono le prime discriminazioni:  paradossalmente, proprio ora che si scopriva che lui era un uomo (e quindi le due presunte lesbiche erano in realtà una coppia sposata) Paul e Louise vennero sfrattati. Il Partito Comunista si mobilitò per difendere i due proletari vittime dei pregiudizi, e in breve Paul si ritrovò al centro di un estemporaneo dibattito sociale. La piccola notorietà che lo investì gli diede forse alla testa: convinto di poter diventare una celebrità, o di avere magari qualche chance come attore, cominciò a distribuire fotografie autografate che lo ritraevano in panni sia maschili che femminili, e ingaggiò perfino un agente.

Ma la ben più prosaica realtà era che la storia fantastica delle sue imprese, Paul la raccontava principalmente nei bar, per farsi offrire un goccetto. Mostrava l’album di fotografie di quando era Suzanne, e conservava anche un dossier di foto oscene, oggi andate perdute. A poco a poco cominciò a bere non meno di cinque litri di vino al giorno. Perdeva un lavoro dietro l’altro, e anche in casa divenne aggressivo.
Il suo ritorno alla mascolinità – quella stessa virilità che l’aveva condannato all’orrore della trincea – portò con sé la violenza. Prima della Grande Guerra non c’era stato in lui indizio né di bisessualità né di tendenze manesche, e molto probabilmente l’eco dei traumi subiti sul campo di battaglia ebbe la sua parte nella ripida discesa di Paul Grappe nell’alcolismo, nella brutalità e nella confusione.

Ormai spendeva tutto lo stipendio della moglie per ubriacarsi. Gli episodi di violenza domestica si moltiplicavano.
Louise, in un disperato tentativo di riconciliazione, accettò di prendere parte ai giochi sessuali del marito, e per compiacerlo (almeno a quanto dichiarò più tardi nella sua deposizione) prese come amante un aitante giovanotto spagnolo di nome Paco. Ma il volubile Paul non apprezzò lo sforzo, e cominciò a essere infastidito dalla presenza di questo terzo incomodo. Quando le intimò di lasciare Paco, Louise invece lasciò lui.
Da questo momento la loro storia divenne simile a quella, triste e risaputa, di tante coppie allo sbando: lui la trovò a casa di sua madre, la minacciò con una pistola, la supplicò di tornare a casa con lui. Lei cedette, ma poco dopo scoprì di essere incinta. Di Paul, o dell’amante Paco? Nel dicembre 1925 il bambino vide la luce, e Louise volle chiamarlo Paul – evidentemente per rassicurare il marito della paternità.
I tre vissero qualche mese di serenità, come una vera famiglia, Paul ricominciò a cercare lavoro e cercò di limitare l’alcol. Ma non durò. Le crisi ricominciarono, le violenze anche, fino alla notte dell’omicidio in cui l’uomo avrebbe perfino minacciato di fare del male al bambino. Louise pose fine ai giorni di Paul con due pallottole in testa, poi corse al comando di polizia a costituirsi.

Il processo ebbe una certa eco mediatica, per via dei toni sensazionalistici della vicenda: l’imputata, la moglie che aveva fatto fuori il “travestito disertore”, era difesa dal famoso avvocato Maurice Garçon. Accadde che mentre Louise era incarcerata, il bambino morì di meningite. Da una parte l’avvocato puntò quindi  sulla carta della vedova che adesso era anche madre in lutto, una vittima della violenza coniugale che aveva dovuto uccidere il marito per proteggere il figlioletto malato – dall’altra tentò di minimizzare il problema che la donna fosse anche stata complice nella diserzione, nel travestitismo, nei comportamenti scandalosi. Nel 1929, Louise Landy fu dichiarata innocente, avvenimento piuttosto raro nei processi per omicidio del coniuge. Da quel momento Louise sparì da qualsiasi cronaca, e di lei non si seppe più nulla tranne che si risposò, e infine morì nel 1981.

La storia di Paul Grappe, con tutto ciò che suggerisce su quell’epoca travagliata, sui traumi dei combattenti, sui conflitti interni che il genere sessuale comporta, è stata scoperta da Fabrice Virgili e raccontata nel suo libro La garçonne et l’assassin : Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles (nell’ironico titolo la garçonne è evidentemente Paul, e Louise l’assassino), e ha dato vita anche al fumetto di Chloé Cruchaudet intitolato Poco raccomandabile.

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(Grazie, Francesca!)

SynDaver

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Talvolta, non c’è niente di meglio di un cadavere fresco.
Questa può sembrare una battuta, ma basta ragionarci un attimo e risulta subito evidente come lo studio della medicina non possa assolutamente prescindere dal confronto con l’anatomia reale. L’esame autoptico rimane ancora il metodo principe per acquisire quelle conoscenze che nessuna illustrazione, fotografia o modello tridimensionale, per quanto accurato, potranno mai rendere tangibile. Oltre alle dissezioni, i cadaveri possono essere utilizzati per la simulazione di alcuni interventi chirurgici: operare su un corpo morto non è come eseguire la stessa procedura su un corpo vivo, ma può rivelarsi comunque una palestra essenziale prima di un intervento particolarmente difficile. I cadaveri poi, storicamente, sono stati utilizzati anche per altri scopi di ricerca su traumi e ferite, come illustravamo ad esempio in questo vecchio articolo.

Ma l’impiego di corpi reali porta con sé diversi problemi. Innanzitutto vi è sempre una certa penuria di cadaveri su cui sperimentare liberamente: le autopsie vengono effettuate giornalmente a scopi legali, ma seguono procedure evidentemente rigide e controllate, mentre invece sono più rari almeno in Italia i casi di corpi donati alla scienza (complice, da noi, una certa assenza legislativa, come viene bene spiegato qui); ed è proprio sui corpi volontariamente donati alla ricerca che ai medici è consentito fare pratica chirurgica.
Un altro svantaggio dei cadaveri è quello di essere costosi da trasportare, conservare, smaltire. Infine, non sono riutilizzabili.

Ecco che entra in campo la SynDaver Labs. La ditta si occupa da anni di creare modelli ultrarealistici di tessuti, organi, e simulatori medici, realizzati in polimeri che replicano perfettamente le reali consistenze dei vari strati epidermici. Questi organi sintetici vengono utilizzati soprattutto per testare l’efficienza di macchinari clinici, eliminando il bisogno di provarli su vere parti anatomiche animali o umane. Ma è solo recentemente che la SynDaver ha fatto un salto più ambizioso, proponendo il primo cadavere sintetico modulare.

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Si tratta di un modello a grandezza naturale dell’intero corpo umano, ed è “modulare” nel senso che a seconda della necessità può essere accessoriato e reso più complesso dall’aggiunta di sistemi muscolari, sistema circolatorio, tendini, nervi e organi che replicano piuttosto fedelmente le proprietà meccaniche, chimiche, termiche ed elettriche del tessuto vivente. Ma non è tutto.

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Tramite un’applicazione installata su un tablet wireless, la simulazione delle funzioni vitali può essere controllata nei minimi dettagli. Questo “motore fisiologico” risponde agli stimoli come farebbe un corpo reale, adattando e riaggiustando vari parametri: ad esempio il movimento di braccia e gambe, la respirazione, il battito cardiaco ed eventuali aritmie, la dilatazione della pupilla, il battito delle palpebre, temperatura corporea, vasocostrizione, eccetera. Essendo poi il software open source, può essere modificato per adattarsi a qualsiasi situazione si intenda replicare.

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Gli utilizzi, come è intuibile, sono innumerevoli: si va dall’apprendimento delle più basiche forme di pronto soccorso (come posizionare il ferito, come muoverlo, come intubarlo), allo studio dell’anatomia, alla pratica con gli strumenti diagnostici (è possibile usarlo per allenarsi nell’eseguire radiografie, ultrasuoni, fluoroscopie, TAC) fino alla simulazione di veri e propri interventi chirurgici, con tanto di sangue sintetico riscaldato che circola nel sistema vascolare.
Rispetto a un vero cadavere, il vantaggio sta proprio nel fatto che questo corpo è riutilizzabile, smontabile, e adattabile alle più diverse esigenze.

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Certo, un corpo completo non è economico. Il prezzo di un SynDaver Patient dotato di tutti gli accessori è di 85.000 dollari. Ma si sta già lavorando a versioni “basic” più abbordabili, intorno ai 15.000 dollari.
E non dimentichiamo che siamo soltanto all’inizio. Senza dubbio con il passare del tempo la tecnologia diverrà sempre più raffinata, agile ed economica, e questi cadaveri sintetici potranno assumere un ruolo di sempre maggior rilievo in svariati settori clinici.

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Ecco il sito ufficiale di SynDaver Labs.

Johannes Stötter

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Confessiamo di non essere particolarmente appassionati di body painting. Ma di fronte alle creazioni dell’artista sudtirolese Johannes Stötter non si può che rimanere a bocca aperta.

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Johannes ha studiato educazione e filosofia all’Università di Innsbruck; nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, canta, suona il violino e il bozouki in una band folk celtica. Ha cominciato a sviluppare le sue doti artistiche da completo autodidatta, senza prendere particolare ispirazione da artisti precedenti: così il suo stile si è formato a poco a poco in modo originale.

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Dopo aver fatto la sua “entrata” ufficiale nella comunità bodypainting partecipando al World Bodypainting Festival in Austria nel 2009, è diventato celebre in tutto il mondo nel 2013 grazie alla sua rana tropicale costituita da cinque corpi umani dipinti.
Da allora la carriera di Johannes ha visto un successo sempre crescente. Oggi insegna alla World Bodypainting Academy e alla Yoni Academy.

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Le sue creazioni migliori si inseriscono nella categoria del camouflage, e il suo talento è quello di mimetizzare e nascondere, invece che esaltare, le forme del corpo umano. I soggetti di Johannes Stötter subiscono una metamorfosi, e grazie all’uso del colore la loro presenza viene trasfigurata o riconfigurata. Possono scomparire completamente, fondendosi con l’ambiente circostante, oppure dare vita a illusioni ottiche di cui è quasi impossibile venire a capo a prima vista.

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Cosa c’è di più risaputo del fisico di un uomo o una donna? Eppure, vero strumento di stupore, la pittura di Stötter riesce a farcelo ammirare in maniera differente, mostrandolo come parte integrante della natura. Quasi che la nostra pelle non fosse in realtà una barriera, un confine con l’esterno, ma un punto di fusione e di contatto con la meraviglia del tutto.

Ecco il sito ufficiale di Johannes Stötter.

Il museo dei parassiti

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Il quartiere speciale di Meguro, a Tokyo, si trova al di fuori dalle classiche mete turistiche: più discreto del vicino rione di Shibuya, sprovvisto dei templi e della ricchezza storica di Asakusa o Ueno, distante dalle variopinte follie manga di Akihabara, Meguro è essenzialmente un sobborgo residenziale che ospita consolati, ambasciate e uffici aziendali.
È fra queste vie piuttosto anonime che sorge un museo unico al mondo, il Meguro Parasitological Museum, dedicato a tutte quelle specie animali che fanno di altri esseri viventi la loro dimora o la loro fonte di sostentamento.

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Fondato nel 1953 grazie ai fondi privati del dottor Satoru Kamegai (1902-2002), il Museo è una struttura scientifica dedicata allo studio dei parassiti, ed organizza attività educative, editoriali e di ricerca. Oltre ai 300 preparati in formalina visibili al pubblico, conserva anche 60.000 campioni parassitologici, e una biblioteca di 5.000 volumi e 50.000 saggi accademici. Arricchiscono la collezione le ceroplastiche di Jinkichi Numata (1884-1971).
Il Museo non è molto grande, e si sviluppa su due piani: al piano terra viene approfondita la biodiversità dei parassiti, mentre al primo vengono trattate le infestazioni che possono colpire uomo e mammiferi.

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I parassiti, per quanto sgradevoli possano sembrare a prima vista, sono in realtà organismi estremamente affascinanti, e per più di un motivo. L’evoluzione li ha portati, nel corso dei millenni, a modificare la propria struttura tramite adattamenti unici e inediti. Vivere all’interno del corpo di un altro animale, infatti, non è affatto un’impresa da poco: il parassita deve fare i conti con la temperatura corporea dell’ospite, la pressione osmotica, gli enzimi digestivi, le risposte immunitarie, l’assenza di luce e di ossigeno. Spesso questo significa sacrificare alcune capacità, come quelle sensoriali, nervose, di movimento oppure digestive.

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Il Museo Parassitologico di Meguro propone un approccio divertito, curioso e privo di preconcetti al mondo dei parassiti: “Provate a pensare ai parassiti senza lasciarvi influenzare dalla paura, e prendetevi il tempo di imparare il loro stupefacente e ingegnoso modo di vita. […] Ci sono alcuni parassiti che, durante il corso dell’evoluzione, perdono gli organi ormai superflui, sviluppando o mantenendo soltanto quelli riproduttivi per lasciare discendenti, e assumendo strane forme come quella delle tenie. Se questa forma può urtare la vostra sensibilità, per la tenia è quella ottimale“.
Per ridimensionare le comuni fobie, si ricorda anche che la maggioranza dei parassiti non arreca danni letali all’ospite, dato che ucciderlo andrebbe contro gli interessi del parassita stesso.

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Varcare la soglia del museo significa entrare in un mondo alieno, popolato di esseri microscopici oppure enormi (un verme solitario conservato qui raggiunge gli 8.8 metri di lunghezza), dalle sembianze di insetti, di minuscoli granchi o di anellidi, e dai cicli vitali sorprendentemente complessi. È la fantasia dell’evoluzione senza freno, eppure proprio in questi organismi risulta evidente quanto l’adattamento abbia affinato la loro morfologia: i corpi di questi animali si sono trasformati in maniera precisa per colpire un determinato ospite, e soltanto quello, e il ciclo vitale è specifico da specie a specie.

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Il loro adattamento è talmente esclusivo che talvolta per arginare un’epidemia nell’uomo è sufficiente adottare una strategia altrettanto mirata: è successo, ad esempio, con lo Schistosoma japanicus, un parassita che infesta le vene intestinali dei mammiferi, e che è stato debellato in Giappone sterminando le lumache Oncomelania nosophora, che fungevano da ospite intermedio. Oggi sono le lumache ad essere a rischio estinzione.

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Dai protozoi responsabili della malaria, a quelli che provocano l’elefantiasi, il percorso non è privo di brividi e di visioni estreme.
Scopriamo così che le vittime di Dirofilaria immitis, un nematode che infesta l’arteria polmonare e il cuore, venivano un tempo operate chirurgicamente perché le lastre erano interpretate erroneamente come cancro o tubercolosi.
C’è poi il Diphyllobothrium nihonkaiense, un verme solitario di grandi dimensioni che si contrae mangiando trota cruda: conta fino a 3.000 segmenti (proglottidi), produce un milione di uova al giorno e, poiché non causa problemi evidenti, spesso ci si accorge della sua presenza quando lo si vede penzolare fuori dall’ano, durante la defecazione.
E infine capiamo che anche i parassiti, a volte, sbagliano. Si conoscono circa 200 specie che infettano l’uomo, ma per il 90% si tratta di parassiti che sono capitati nel corpo umano per errore: i loro ospiti definitivi sarebbero in realtà animali selvatici o uccelli. La qual cosa, purtroppo, non riduce in nulla la loro pericolosità.

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Considerando che la visita è gratuita, il Museo Parassitologico di Meguro ha un solo punto debole: fatta esclusione per i nomi dei reperti, tutte le tavole esplicative sono scritte soltanto in giapponese. Eppure proprio questo dettaglio rende l’esplorazione, per chi è digiuno di lingua nipponica, ancora più straniante: di fronte ad alcune teche si rimane come ipnotizzati, nel vano tentativo di decifrare quale sia l’ospite e quale il parassita, fusi assieme nella stessa carne.
Una sintetica guida in inglese, acquistata allo shop del piano superiore (che vende anche T-shirt e portachiavi a tema per finanziare la struttura), può aiutare la comprensione del percorso; ma perché privarsi subito del sublime senso di disorientamento di fronte alle impensabili forme che la natura può assumere?

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La vita fiorisce rigogliosa sempre e soltanto alle spese di altra vita; e ammirando i preparati esposti al Museo Parassitologico questa verità emerge ancora più evidente, fra organi che pullulano di vermi e pesci dalle branchie “abitate” da organismi estranei.
Le vittime sono mammiferi, piante, creature acquatiche, crostacei, insetti: ogni essere vivente sembra avere i propri inquilini indesiderati, nessuno è al riparo. Così come nessuno sa con precisione quante specie di parassiti esistano in natura. Secondo alcune stime, potrebbero addirittura superare in numero quelle degli altri animali.
Dopotutto, forse, questa Terra è il loro mondo.

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Ecco il sito ufficiale del Meguro Parasitological Museum.

De profundis, mostra e booksigning

Keep The World Weird

Fra pochi giorni sarà finalmente disponibile il secondo volume della Collana Bizzarro Bazar. Intitolato De profundis, il libro esplora le suggestioni del Cimitero delle Fontanelle di Napoli portando il lettore faccia a faccia con le “capuzzelle” e il loro significato simbolico grazie alle fotografie di Carlo Vannini.

Logos Edizioni in collaborazione con Ateliers ViaDueGobbiTre, nell’ambito della manifestazione internazionale Fotografia Europea, ha organizzato una mostra fotografica che presenterà in esposizione i migliori scatti dei primi due volumi della Collana. All’evento, intitolato Keep The World Weird, ovviamente sarà presente anche il vostro affezionato Bizzarro Bazar, che aprirà le danze parlando della “meraviglia nera” e del suo potere sovversivo. L’appuntamento è per venerdì 15 maggio alle ore 19, presso l’atelier Laura Cadelo Bertrand in Via Due Gobbi, Reggio Emilia.

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Per i due giorni successivi, sabato 16 maggio e domenica 17 maggio, mi troverete intento a firmare e dedicare le copie di De profundis al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand Logos. E per la gioia di grandi e piccini sarà anche possibile impadronirsi di un profluvio di golosi gadget (shopper, spille, magneti, cartoline, e chi più ne ha più ne metta); tutti accessori imprescindibili per ostentare con classe il vostro orgoglio weird!

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Per eventuali ulteriori aggiornamenti, ricordo che ora esiste anche la nostra pagina Facebook.

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Professione: camgirl

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Una sentenza della Cassazione del 2003 le ha equiparate alle prostitute, anche se il contatto fisico con il cliente non avviene. Come accade per la prostituzione, fanno parte di un’economia sommersa che le attuali normative nemmeno provano ad inquadrare correttamente dal punto di vista fiscale e lavorativo. Se anche volessero pagare le tasse e aprire un posizione contributiva, non possono. L’imbarazzo legislativo nel loro caso è aumentato dal fatto che ci sono di mezzo le nuove tecnologie, “questo internet di cui si fa un gran parlare” (per citare un ironico tormentone di Rocco Tanica).

Sono le camgirl: ragazze, studentesse, ma anche madri di famiglia o casalinghe, che decidono di arrotondare le entrate offrendo servizi erotici online. Incontrano i clienti su siti appositi, che fanno da intermediari – anche se lo sfruttamento non sussiste, perché i siti ufficialmente acquistano dalle camgirl dei “servizi completi”, per i quali esse sono interamente responsabili. I clienti caricano il loro credito, chattano un po’ prima di scegliere la ragazza preferita, poi la conversazione si sposta in privato e lì i soldi cominciano a scalare. Un fisso al minuto, per poter assistere alla performance della camgirl, che esaudisce qualsiasi recondito desiderio.

Se di prostituzione si tratta, dunque, essa avviene comunque “a distanza”, tramite il filtro di una webcam, e questo evidentemente comporta vantaggi e svantaggi. Ma quali, esattamente?

Ci ha contattato Greta, una camgirl desiderosa di raccontare la sua vita e la sua professione. È un’occasione per conoscere non soltanto le motivazioni dietro questo particolare lavoro, ma anche uno spaccato sui desideri erotici maschili più strani. Che Greta, potete immaginarvelo, ha cominciato a conoscere alla perfezione. Perché, in assenza di contatto fisico, le richieste dei clienti si fanno per forza di cose più fantasiose, più bizzarre, più mentali.

Come hai cominciato a valutare un simile lavoro?

Sono una persona solitaria e non amo uscire spesso di casa. Questo comporta il mio quasi totale disinteresse nel trovarmi un lavoro classico, come barista, commessa o quant’altro. Ho sognato fin da bambina una professione che potesse essere svolta da casa, così passata la maggior età ho cominciato a pensarci seriamente. Ho sempre saputo dell’esistenza di questo mondo, una grandissima parte di internet è legata al sesso, io stessa possiedo una quantità di porno capace di far rizzare i capelli a molti uomini. In più sono un’esibizionista, nel puro senso del termine, adoro essere guardata e apprezzata; per il mio aspetto, per le mie capacità, per il semplice fatto di essere me stessa.
Prima di buttarmi ho però avuto un problema di coscienza: il sesso e la masturbazione sono cose per me naturalissime, avevo dunque qualche remora all’idea di farmi pagare. Ne ho parlato con la mia famiglia e con il mio ragazzo, e mi sono convinta che in realtà una camgirl offre un servizio e ne ottiene un guadagno, come accade in qualsiasi altro lavoro.

Quindi la tua famiglia è al corrente.

Ovviamente la mia famiglia mi ha tartassata di domande sulla sicurezza. Avevano paura che qualche maniaco mi riconoscesse e venisse a cercarmi, a bussare alla mia porta. Con calma e tranquillità ho spiegato loro che mantengo l’anonimato, indossando anche una mascherina durante i miei show. La mia vita è un po come quella di Batman …”La maschera non è per te, è per proteggere le persone che ami“.
Non mi hanno fatto problemi sul fatto che il mio lavoro ruoti attorno al sesso, siamo molti sinceri tra noi, però chiaramente non riescono a capirlo. Mi chiedono spesso come possa non darmi fastidio essere “al servizio” di qualcuno che, dall’altra parte, si sta masturbando. Io rispondo sempre che se tutti fossero sessualmente appagati, il mondo sarebbe migliore, che quindi io rendo un servizio pubblico, migliorando il mondo… lo vedi? Sono davvero una specie di supereroe!

Al di là del tuo ragazzo, come vedono la tua occupazione gli amici? Hai dovuto in qualche modo vincere dei pregiudizi?

Essendo una persona molto solitaria, ho pochi amici, e nessuno tra loro sa del mio lavoro. La privacy è fondamentale. Il bigottismo non mi consente di parlare del mio lavoro con altre persone, non posso permettermi che inizino a girare voci, renderebbero la vita difficile a me e ai miei cari.
Sarebbe bello poterne parlare liberamente, anche solo per divertimento, poter chiedere consigli, sentirmi libera di vivere il mio lavoro come una cosa normale, per il semplice fatto che lo è. Invece ho sempre paura che mi scappi qualche parola di troppo; spesso prima di dormire penso alle conversazioni avute in giornata, in cui stavo per “tradirmi”…

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Quanto guadagni al mese con l’attività di camgirl?

Ci sono essenzialmente due modi di fare questo lavoro: in live chat, ovvero ti mostri su un sito con la webcam sempre aperta, in modo che tutti possono vederti e chattare con te, e in questo caso il guadagno è del 50% del prezzo degli show; oppure posso lavorare su Skype o altri software che permettono le videochiamate, e quindi fare quel che più mi va tra uno show e l’altro e arrivare all’80% di compenso.
Personalmente guadagno dagli 800 ai 1500 euro al mese, ma è un ricavo estremamente scostante. Pur lavorando quotidianamente dalle 4 alle 12 ore, a seconda degli orari e dei giorni in cui mi collego il guadagno oscilla in maniera imprevedibile. Un giorno posso fare 200 euro, quello dopo magari non trovare clienti.

Il tuo ragazzo come ha reagito? Si presta occasionalmente a intervenire in qualche situazione?

Prima di intraprendere questa carriera ne ho parlato a lungo con lui, stiamo assieme da anni. È stato estremamente disponibile, per il semplice fatto che, a detta sua, finché nessuno mi tocca fisicamente, possono anche guardarmi tutti quanti.
Mi dà spesso una mano, aiutandomi ad organizzare la contabilità, esaminando i contratti con i diversi siti, inventando nuove cose che potrebbero piacere alla clientela, ma non interviene mai negli show, né io lavoro mai mentre lui è in casa (non viviamo assieme attualmente).

È cambiata in qualche modo la tua relazione di coppia?

Dal punto di vista sessuale, per fortuna, nulla è cambiato. Per il resto, è come qualsiasi altro lavoro: spesso scherziamo sulle proposte più divertenti che mi hanno fatto durante la giornata, oppure mi sfogo raccontandogli di quanto mi abbia fatto arrabbiare quel tal cliente che non mi ha portato rispetto, ecc.

Quali sono le prestazioni più assurde che qualcuno ha richiesto?

Un giorno, per email, mi arriva un copione di diverse pagine per girare un video. Dovevo fingere di trovarmi in un giardino che conteneva delle statue con le fattezze femminili; io dovevo accarezzare e palpare queste statue, eccitandomi sempre di più per le loro forme. Guardandole, dovevo iniziare a masturbarmi, fino al raggiungimento dell’orgasmo; a questo punto dovevo fingere di rimanere io stessa pietrificata. Capire che mi stavo trasformando in pietra, secondo il dettagliatissimo copione, mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Dopo l’orgasmo sarei dovuta rimanere immobile. Fine del video.
Un’altra volta ho dovuto fingermi un robot, disegnandomi sul corpo le articolazioni meccaniche, muovendomi e parlando come un robot. Secondo me il risultato era esilarante, ma il cliente si è complimentato moltissimo per la mia interpretazione!
Ti sorprenderesti nel vedere quanti show non abbiano a che fare direttamente con la masturbazione o con il nudo, ma con pratiche che a prima vista non sembrano nemmeno sessuali. Per queste persone però si tratta della loro più grande fantasia. Mi è stato chiesto, ad esempio, di indossare delle scarpe da ginnastica, e intingerle con calma nell’acqua tiepida, facendo vedere bene come si inzuppavano e come l’acqua fuoriusciva dalla scarpa.
Riassumo in poche parole qualche altra proposta più o meno bizzarra:

– fingi che io sia minuscolo e che tu, enorme, mi ingoi.
– ti mando le foto della mia ragazza, dimmi se secondo te potrebbe tradirmi.
– puoi stampare la foto del mio pene e strofinarla su di te per masturbarti?
– straccia dei fogli di carta.
– inviami per posta un tuo campione fecale.
– fingi di essere un cane che beve dalla ciotola.
– rimani 20 minuti nella stessa, scomoda, posizione.
– fingi un orgasmo ogni volta che dico una determinata parola.
– raccontami la tua giornata, così mi distraggo!

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Ti è mai capitato di lavorare con qualche disabile?

Una volta mi sono trovata davanti ad un ragazzo molto giovane, in sedia a rotelle. Indossava un pannolino e durante la sessione ha avuto un piccolo “incidente”, io non ho detto nulla, lui con tranquillità mi ha spiegato che gli capita molto spesso. Sinceramente ero un po’ imbarazzata nel farmi pagare, ma lui ha insistito nel darmi persino la mancia.
Quella sera mi sono sentita a disagio, inadeguata. Ne ho parlato con una collega che ha avuto esperienze simili, e mi ha spiegato che trattare queste persone in modo diverso dagli altri clienti non significa certo far loro un favore.

Hai dovuto procurarti oggetti e attrezzature particolari per soddisfare le richieste dei clienti?

Fortunatamente ero già molto attrezzata di mio, possedevo diversi vibratori e giochetti, ma non bastano mai!
Ora ho un’egregia collezione di completini intimi, rinnovati ogni mese, scarpe altissime, speculum, attrezzi da clistere, kit BDSM, dildo eiaculante (nel caso te lo stessi chiedendo, ci si mette dentro il latte), palline anali, anal plug, mollette, lubrificanti, un intero armadio di costumi vari e chi più ne ha più ne metta. E pensa che non sono nemmeno una delle più attrezzate, c’è sempre qualcuno che mi chiede di usare oggetti che non possiedo… è un mestiere che ha le sue spese di aggiornamento!

Pensa per un attimo all’umanità nel suo insieme, a questo mammifero chiamato homo sapiens, che ha fatto del sesso un’attività eminentemente simbolica. Qual è la tua opinione riguardo alle persone che ti contattano? Le giudichi? Come è cambiata la tua idea riguardo al sesso umano, ora che conosci molte fantasie, maschili e non? A cosa serve il sesso, secondo te?

La mia semplice opinione è che il mondo è bello perché è vario, a parte certe rare richieste estreme per cui bisognerebbe parlare con un bravo psicologo (purtroppo mi è capitato che mi chiedessero show con animali o bambini).
Non giudico nessun cliente in malo modo, a volte un po’ li compatisco però: molti sono uomini sposati da anni, che non hanno il coraggio di confessare alla propria moglie le loro fantasie. Per altri invece è una semplice compensazione; un imprenditore molto ricco può letteralmente adorare di essere trattato alla stregua di un verme, insultato, abusato: il suo sentirsi piccolo e inutile per eccitarsi, secondo me, è il rovescio del potere che esercita sui suoi sottoposti.
Devo dire che se prima mi sentivo trasgressiva, ad esempio perché mi piace il sesso anale, dopo aver intrapreso questo lavoro mi sento un angioletto con l’aureola… non si finisce mai di imparare!
Il sesso in fondo serve a vivere meglio. Personalmente lo uso come antistress, per riscaldare le coperte d’inverno, per rendere ancora migliore una bella giornata, per dormire più rilassata, per combattere i dolori articolari di cui soffro. C’è poco che il sesso non possa sistemare, tutti dovremmo prendere la cosa il più serenamente possibile.

Ti senti tuo malgrado una donna-oggetto, oppure reputi che scegliere autonomamente questo tipo di attività ti abbia emancipata come femmina?

Nessuno dei due, una donna che lavora non è emancipata, è una semplice donna che lavora.
Le donne-oggetto si fanno usare senza rendersene conto: nel mio lavoro, se vuoi insultarmi, prima mi paghi e anche profumatamente. Offro un servizio per cui vengo pagata, una modella non fa la stessa cosa? Un panettiere? Uno spazzacamino?

Il problema è che ancora oggi in Italia esiste uno stigma nei riguardi dei sex workers; non solo i bacchettoni o i moralisti, ma perfino una certa parte di femminismo non apprezza particolarmente il fatto che la libertà di scelta femminile possa concretizzarsi in un lavoro a carattere sessuale. Tu che ne pensi?

Purtroppo nell’immaginario comune, quando centra il sesso o la nudità tutto diventa subito una cosa strana, anormale, da nascondere. Eppure il sesso fa parte della vita di tutti i giorni.
Io posso scegliermi i clienti, posso mandare a quel paese chi non mi rispetta, posso persino minacciare chi tenta di fare il duro. La maggior parte dei lavoratori non ha questo privilegio.
Secondo me scegliere un lavoro che coinvolga anche il sesso non ha nulla a che fare con l’emancipazione, dovrebbe essere una cosa normale. Se una femminista si sente a disagio al solo pensiero che un’altra donna possa aver voglia di intraprendere questa carriera, dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza.

Pensi di continuare con questo lavoro?

Se dipendesse da me, non lo cambierei per nulla al mondo. Purtroppo non è un lavoro sicuro. Se mi ammalo nessuno mi paga la malattia, se vado in ferie, non sono ferie pagate; non riceverò nessuna pensione. Tempo fa sono finita in ospedale e ho perso tre mesi interi di lavoro. Chi paga l’affitto senza uno stipendio fisso?
Ogni giorno libero che mi prendo, so che sto perdendo dei possibili show, dei possibili clienti, dei possibili guadagni. Inoltre non è un lavoro che posso pensare di continuare a fare fino a sessant’anni: qualche cliente ce l’avrei ancora, ma troppo pochi per pagare ad esempio un mutuo.

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Al di là dei rischi economici, simili in fondo a quelli di qualsiasi attività in proprio, ci sono altri aspetti negativi nel lavoro di camgirl?

Bisogna apparire al meglio, mai svogliata, sempre gentile, avere cura del proprio corpo, depilarsi, truccarsi, restare stretta in corsetti di pizzo per ore di fila… perfino la mia schiena non è più la stessa.
Ma il vero problema è la concentrazione costante che il lavoro richiede. Devo prestare la massima attenzione ogni volta che scrivo qualcosa, per essere sicura di non inviarla alla persona sbagliata. Mai accettare file da nessuno, controllare costantemente quattro o più siti in simultanea. Chattare per ore con diverse persone contemporaneamente, saperle distinguere, ricordarsi sempre le loro richieste. Essere perennemente disponibile.
Dopo un po’, il computer diventa il tuo nemico. Inizi a guardarlo come una minaccia, una serpe in seno pronta a morderti alla prima distrazione. Ho la costante paura di essermi dimenticata la webcam accesa, e che quindi qualcuno mi spii nella pausa tra uno show e l’altro, o mentre faccio una telefonata privata.
E infine c’è l’ansia constante di essere riconosciuta. Se in un locale un uomo mi lancia uno sguardo un po’ più lungo del normale, comincia la danza della paranoia. Bisogna essere forti, avere una mentalità aperta, ma sopratutto bisogna essere pronte a rischiare, anche molto.

Gli ammutinati della Batavia

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Il viaggio della Batavia era partito male fin dall’inizio.
Quando questa nave della Compagnia Olandese delle Indie Orientali salpò da Texel, nei Paesi Bassi, il 29 ottobre 1628, una violenta tempesta la separò dalle altre sei imbarcazioni della flotta. Tornata la calma, soltanto tre navi erano in vista: la Batavia, appunto, Assendelft e la Buren. Proseguirono il loro viaggio fino al Capo di Buona Speranza, arrivandoci perfino in anticipo di un mese sulla tabella di marcia. Ma già a questo punto era chiaro che c’era sangue amaro fra il comandante Francisco Pelsaert e il capitano Adrian Jacobsz.
Pelsaert era uno degli uomini di maggiore esperienza di tutta la Compagnia, e mal sopportava l’amore del capitano per la bottiglia: l’aveva ripreso severamente, in pubblico e di fronte alla ciurma. Jacobsz, pur facendo buon viso a cattivo gioco, covava la sua vendetta.

Il terzo uomo più importante sulla nave, dopo il comandante e il capitano, era un certo Jeronimus Cornelisz. La sua era una storia strana, perché non era davvero un marinaio: aveva sempre svolto l’attività di farmacista, come suo padre prima di lui. Ma nel 1627 il suo figlioletto di pochi mesi era morto a causa della sifilide, e Cornelisz si era impuntato nel voler dimostrare che era stata l’infermiera a contagiare il bambino, e non sua moglie. Invischiato in azioni legali, era presto andato in bancarotta. Si era imbarcato sulla Batavia proprio per scappare dall’Olanda e fuggire i suoi guai finanziari.
A bordo della nave, Cornelisz divenne amico di Jacobsz; assieme, i due cominciarono a tramare un piano di ammutinamento per spodestare il comandante Pelsaert.

Le navi ripartirono da Città del Capo dirette verso Java, ma poco dopo aver lasciato la terra si persero di vista. La Batavia ora era sola nell’Oceano Indiano. Durante la traversata, Pelsaert si ammalò e restò per gran parte del tempo chiuso nella sua cabina. Fra gli uomini della ciurma, senza il rigido controllo del comandante, le cose cominciarono a precipitare.

Dei 341 passeggeri circa due terzi erano ufficiali ed equipaggio, circa un centinaio erano soldati e il resto era costituito da civili tra cui alcune donne e bambini. Come si può immaginare, essere donna in così stretta minoranza su una nave che ospitava centinaia di uomini, lasciati a se stessi senza una vera disciplina, era piuttosto rischioso. La prima a fare le spese di questa pesante situazione fu Lucretia Jans, una ventisettenne dell’alta società oladese che viaggiava per raggiungere suo marito a Giacarta. Jacobsz ce l’aveva con lei perché aveva rifiutato le sue avances; così nel pieno dell’oceano Lucretia venne assalita da uomini mascherati che la “appesero fuori bordo per i piedi e maltrattarono indecentemente il suo corpo“. Più tardi la donna dichiarerà di aver riconosciuto Jacobz e un suo scagnozzo dalle voci dei molestatori. Non è chiaro se questo incidente facesse in realtà parte del piano di ammutinamento: se Lucretia non avesse riconosciuto gli assalitori, il comandante Palseart avrebbe dovuto punire tutta la ciurma, e forse Jacobz puntava su un’eventualità simile per diffondere il malcontento fra i marinai.
Ma Palseart, a causa della sua malattia, non arrestò né punì i colpevoli. Mentre Cronelisz e Jacobsz architettavano nuovi espedienti per scatenare l’ammutinamento, la notte del 4 giugno 1629 successe qualcosa di imprevisto.

Il 4 di Giugno, un lunedì mattina, il secondo giorno di Pentecoste, con luna piena e chiara circa due ore prima dell’alba durante la veglia del capitano (Ariaen Jacobsz), giacevo ammalato nella mia cuccetta e tutto d’un tratto sentii, con un duro e terribile movimento, l’urto del timone della nave, e immediatamente dopo sentii la nave incagliarsi nelle rocce, tanto che caddi giù dalla branda. A quel punto corsi di sopra e scoprii che tutte le vele erano spiegate, il vento da sudovest […] e che stavamo nel mezzo di una densa nebbia. Attorno alla nave c’era soltanto una rada schiuma, ma poco dopo sentii il mare infrangersi violentemente intorno a noi. Dissi, “Capitano, cosa avete fatto, a causa della vostra incauta sbadataggine avete passato questo cappio attorno al nostro collo?”

(Diario di Pelsaert)

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La Batavia si era incagliata sulla barriera corallina di Morning Reef, nell’arcipelago di Houtman Abrolhos, quaranta miglia al largo della costa ovest dell’Australia. A poco a poco i sopravvissuti vennero trasportati su due isole vicine, Beacon Island e Traitor’s Island. Alcuni uomini, fra cui Cornelisz, rimasero a bordo del relitto. Ma l’arcipelago non offriva a prima vista possibilità di sostentamento per tutti quegli uomini: il cibo scarseggiava (sulle isole si potevano trovare soltanto degli uccelli e qualche leone marino), e il problema più grave era la mancanza d’acqua dolce. Palseart decise, coraggiosamente, di tentare un’impresa impossibile – raggiungere Giacarta con le scialuppe di salvataggio che rimanevano a disposizione.

Alla fine, dopo aver discusso a lungo e ponderato che non c’era speranza di portare l’acqua fuori dal relitto a meno che la nave non fosse caduta a pezzi e i barili fossero arrivati galleggiando fino a terra, o che venisse una buona pioggia quotidiana per alleviare la nostra sete (ma questi erano tutti mezzi molto incerti), decidemmo dopo lungo dibattito […] che saremmo dovuti andare a cercare l’acqua nelle isole limitrofe o sul continente per mantenerci in vita, e se non avessimo trovato acqua, che avremmo allora navigato con le barche senza indugio per Batavia [antico nome di Giacarta], e con la grazia di Dio raccontato laggiù la nostra triste, inaudita, disastrosa vicenda.

(Diario di Pelsaert)

Pelsaert prese con sé 48 uomini fra ufficiali e passeggeri, Jacobsz incluso, e salpò per Giacarta. Ci arrivò 33 giorni dopo, incredibilmente senza perdite umane. Una volta nella capitale, Jacobsz venne arrestato per negligenza. Pelsaert cominciò a organizzare il viaggio di ritorno per salvare i superstiti, ma quello che non sapeva è che nel frattempo qualcosa di davvero inimmaginabile era successo sulle isole.

Cornelisz era rimasto sulla Batavia, incagliata nel corallo; ma poco dopo la partenza di Pelsaert la nave si era completamente sfasciata, portando con sé sott’acqua 40 uomini. Cornelisz riuscì a salvarsi e ad arrivare a riva aggrappandosi ai relitti galleggianti. I naufraghi erano amareggiati e furibondi d’essere stati abbandonati nel momento del bisogno dal loro comandante; Cornelisz quindi ebbe facile gioco nel reclutare una quarantina di uomini senza scrupoli per assicurarsi il potere sul gruppo. La sua intenzione iniziale era quella di catturare qualsiasi barca fosse arrivata per salvarli, e usarla per partire per conto proprio. Ma con il passare dei giorni un altro, più oscuro e folle progetto si fece strada nella sua mente: sarebbe diventato il tiranno incontrastato di quelle piccole e sconosciute isole, e avrebbe costruito un suo privato regno di piacere e di terrore, nel quale passare il resto della sua vita.

Chiaramente Cornelisz doveva eliminare qualsiasi oppositore o individuo pericoloso; così cominciò sistematicamente a sbarazzarsi degli altri sopravvissuti. All’inizio Cornelisz procedette in maniera subdola, spedendo per esempio una quarantina di mozzi a Seal Island, con il pretesto che lì si trovavano delle fonti d’acqua dolce; egli sapeva bene che in realtà non ce n’erano, e li abbandonò al loro destino. Un gruppo di soldati al comando di un certo Wiebbe Hayes vennero mandati ad esplorare delle isole all’orizzonte (West Wallabi Island), con l’intesa che sarebbero stati recuperati appena avessero acceso dei fuochi di segnalazione. Anche questa volta Cornelisz, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di tornare a riprenderli.

Se fino ad allora Cornelisz si era mosso discretamente, pian piano ogni scrupolo venne a cadere. Alcuni uomini furono imbarcati per finte ricognizioni, e spinti fuori bordo dai sicari di Cornelisz; altri annegati direttamente sulla spiaggia. I potenziali oppositori erano ormai debellati, il dominio di Cornelisz divenne assoluto e con esso l’escalation di violenza non conobbe più freni. Cornelisz aveva stabilito che il numero ideale di abitanti dell’isola era di 45 persone – tutti gli altri andavano decimati senza pietà. Vennero organizzate le esecuzioni, infermi e malati per primi. I bambini vennero tutti massacrati. Alcune donne furono risparmiate soltanto per diventare schiave sessuali dei nuovi padroni dell’isola; Cornelisz si riservò come ancella personale proprio quella Lucretia Jans già concupita da molti marinai sulla Batavia.
Quando ci si accorse che sulla vicina Seal Island il gruppo d’esplorazione abbandonato a morire era in realtà ancora in vita (si potevano vedere i superstiti aggirarsi sulla spiaggia), Cornelisz inviò i suoi uomini ad ucciderli; missione che essi portarono a termine senza problemi.

Il controllo di Cornelisz era totale. Nonostante non avesse commesso personalmente alcuno dei crimini (aveva provato ad avvelenare un bambino senza successo, lasciando poi ad altri il compito di strangolarlo), con il suo carisma induceva i sottoposti ad agire per lui. A dire la verità, con il passare dei giorni, non vi fu nemmeno più il bisogno di convincerli:

Con una banda devota di giovani assassini, Cornelisz cominciò a uccidere sistematicamente chiunque credeva potesse essere un problema per il suo regno di terrore, o un peso per le loro limitate risorse. Gli ammutinati divennero inebriati di omicidi, e nessuno poteva più fermarli. Avevano bisogno soltanto della minima scusa per annegare, picchiare, strangolare o pugnalare a morte le loro vittime, donne e bambini inclusi.

(Mike Dash, Batavia’s Graveyard)

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Fra i testimoni, il predicatore Gijsbert Bastiaenz assistette impotente a tutte queste orribili carneficine, e vide trucidare di fronte a sé sua moglie e le sue figlie, tranne la primogenita che uno degli uomini di Cornelisz aveva preteso per sé. Scriverà il resoconto dell’eccidio in una lettera che ci è arrivata intatta.

Ma un giorno successe qualcosa che Cornelisz non aveva previsto: un fuoco di segnalazione venne avvistato su una delle isole all’orizzonte dove erano stati abbandonati Wiebbe Hayes e i suoi soldati. Chiaramente erano riusciti a trovare dell’acqua, e questo complicava le cose per Cornelisz: significava che il gruppo aveva mezzi per sopravvivere, e il pericolo era che quei soldati raggiungessero per primi le eventuali navi di salvataggio in arrivo.
Wiebbe Hayes però era stato avvisato dei massacri che avevano luogo su Beacon Island da alcuni uomini riusciti a fuggire; aveva dunque avuto il tempo di organizzare le sue difese. I suoi soldati avevano costruito armi di fortuna con i materiali arrivati a riva dal naufragio; avevano perfino costruito un piccolo fortino con pietre e blocchi di corallo. A questo punto erano meglio nutriti, e meglio addestrati, dei sicari di Cornelisz, e quando questi arrivarono per dare battaglia riuscirono a sconfiggerli facilmente in diversi scontri.

Quando Cornelisz vide tornare i suoi uomini a mani vuote, andò su tutte le furie e decise di prendere direttamente il comando delle operazioni. Attaccò Hayes, ma venne fatto prigioniero; e qui il suo regno sanguinario, durato per ben due mesi, conobbe la sua fine. A questo punto infatti comparve all’orizzonte una nave. Era Pelsaert che tornava a salvare i naufraghi, ignaro dei terribili eventi.

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Il giorno 17, di mattina all’alba, abbiamo levato ancora l’ancora, il vento a nord. […] Prima di mezzogiorno, avvicinandoci all’isola, vedemmo del fumo su un lungo isolotto due miglia ad ovest del relitto, e anche su un’altra piccola isola vicino al relitto, fatto per cui eravamo tutti molto felici, sperando di trovare un buon numero, se non tutti quanti, ancora vivi. Quindi, appena gettata l’ancora, navigai in barca fino all’isola più vicina, portando con me un barile d’acqua, pane di mais, e un fusto di vino; arrivato, non vidi nessuno, cosa che ci diede da pensare. Sbarcai a riva, e allo stesso momento vedemmo una piccola barca con quattro uomini che aggirava la punta nord; uno di loro, Wiebbe Haynes, saltò giù e corse verso di noi, gridando da lontano, “Benvenuti, ma tornate immediatamente a bordo, perché c’è un gruppo di furfanti sulle isole vicino al relitto, con due imbarcazioni, che hanno intenzione di catturare la vostra nave”.

(Diario di Pelsaert)

Haynes spiegò al comandante che aveva preso in ostaggio Cornelisz; Pelsaert catturò senza problemi gli ammutinati, e nei successivi interrogatori ricostruì l’intero accaduto. I crimini commessi, oltre ovviamente all’omicidio di svariate persone, includevano anche innumerevoli stupri e il furto di beni della Compagnia e di effetti personali dei passeggeri.
Il 2 ottobre 1629 venne eseguita, sulla stessa Seal Island, la condanna dei colpevoli. Agli ammutinati venne tagliata la mano destra, prima di essere impiccati. Per Cornelisz la pena comportò l’amputazione di entrambe le mani, prima di salire sul patibolo.

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A Giacarta infine si decisero le sorti degli ultimi protagonisti di questa vicenda.
Il capitano Jacobsz, che era già prigioniero, nonostante le torture non confessò mai di aver tentato l’ammutinamento sulla Batavia; morì probabilmente in prigione.
Il comandante Pelsaert venne ritenuto responsabile di mancanza d’autorità. Gli vennero confiscati tutti gli averi, e nel giro di un anno morì di stenti.
Wiebbe Hayes, che aveva invece combattuto coraggiosamente, divenne un eroe. La Compagnia lo promosse a sergente e in seguito a luogotenente.

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Quello della Batavia è considerato uno degli ammutinamenti più sanguinosi della storia: dei 341 passeggeri originari, soltanto 68 sopravvissero (intorno al centinaio secondo altre fonti). Alcune vittime furono ritrovate, in fosse comuni, durante gli scavi archeologici. Se il relitto e i resti umani sono esposti al Western Australian Museum, a Lelystad nei Paesi Bassi è possibile ammirare una straordinaria replica della Batavia, eseguita a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e costruita con gli stessi attrezzi, metodi e materiali che si usavano nel Seicento.

DCF 1.0

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