Yamanaka Manabu

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Dove ci sono uomini
troverai mosche
e Buddha
(Kobayashi Issa)

Chiunque percorra un autentico cammino spirituale dovrà confrontarsi con il lato oscuro, osceno, terribile della vita. Questo è il sottinteso della parabola agiografica che vede il Buddha, Siddhartha Gautama, uscire di nascosto dal suo idilliaco palazzo reale e scoprire con meraviglia e angoscia l’esistenza del dolore (dukkha), che accomuna tutti gli esseri viventi.

Il fotografo giapponese Yamanaka Manabu da 25 anni esplora territori liminali o ritenuti tabù, alla ricerca della scintilla divina. Il suo intento, nonostante la crudezza degli scatti, non è certo quello di provocare un facile shock: piuttosto, lo sforzo che si può leggere nelle sue opere è tutto incentrato sulla scoperta della trascendenza anche in ciò che normalmente, e superficialmente, potrebbe provocare ripugnanza.

Gyahtei: Yamanaka Manabu Photographs è la collezione dei suoi lavori, organizzati in sei serie di fotografie. I sei capitoli si concentrano su altrettanti soggetti “non allineati”, rimossi, reietti, ignorati: sono dedicati rispettivamente a bambini di strada, senzatetto, persone affette da malattie che provocano deformità, anziani, feti abortiti, e carcasse di animali.

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L’approccio di Manabu è ammirevolmente rigoroso e rispettoso. Le sue non sono foto sensazionalistiche, né ambigue, e ambiscono invece a catturare degli attimi in cui il Buddha risplende attraverso questi corpi sbagliati, emarginati, rifiutati. Con la tipica essenzialità della declinazione giapponese del buddhismo (zen), i soggetti sono perlopiù ritratti su sfondo bianco – e il bianco è il colore del lutto, in Giappone, e sottile riferimento all’impermanenza. Sono foto rarefatte ed essenziali, che lasciano al nostro sguardo il compito di cercare un significato, se mai riusciremo a trovarlo.

Ogni serie di fotografie ha necessitato di 4 o 5 anni di lavoro per vedere la luce. Quella intitolata “Arakan” è emblematica: “Una mattina, incontrai una persona vestita di stracci che camminando lentamente emetteva un odore pungente. Aveva lo sguardo fisso verso un posto lontano, occhi raminghi e fuori fuoco. Cominciai di mattino presto, in bicicletta, cercandoli fra strade affollate e parchi pubblici. Appena li trovavo, chiedevo loro “Per favore, lasciatemi scattare una foto”. Ma non acconsentivano a farsi ritrarre così facilmente. L’idea li disgustava, e io li inseguivo e continuavo a chiedere il permesso ancora e ancora. Ho continuato a seguirli senza curarmi dei loro sputi e dei loro pugni, finché la pazienza veniva meno. Allora finalmente mi concedevano di fotografarli“.
Dopo 4 anni di ricerche, e centinaia di foto, Manabu ha selezionato 16 scatti che a suo parere mostrano degli esseri al confine fra l’umano e la condizione di Risveglio. “Sono sicuro che queste persone meritano di essere chiamate Arakan, titolo riservato a colui il quale recide i legami della carne ed è assiduo nel praticare l’austerità“.

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Nella sua sincera indagine sul significato dell’esistenza non poteva mancare la contemplazione della morte. Il suo racconto della ricognizione su una carcassa di cane illustra perfettamente il processo che sottende il suo lavoro.

Nel mio tentativo di comprendere la “morte”, ho deciso di guardare il corpo morto di un cane regolarmente, sulla costa. 

Giorno 1
    – L’ho accarezzato sulla testa, domandandomi se la sua vita fosse stata felice.

Giorno 2
– La sua faccia sembrava triste. Ho sentito l’odore diventare più forte.

Giorno 5
– Molti corvi si sono assiepati sul posto, a beccare i suoi occhi e il suo ano.

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Giorno 7
Il suo corpo era gonfio, e sangue e pus ne uscivano. Nuvole di mosche su di lui, e l’odore divenne terribile.

Giorno 10
– La bocca era infestata di larve, e il corpo si era gonfiato del doppio. Quando ho toccato il corpo, era caldo. Pensando che il corpo avesse in qualche modo ripreso vita, mi sentii ispirato e giunsi le mani verso di esso.

Giorno 12
– La pelle dell’addome si era lacerata, e molte larve erano visibili all’interno. Mi sentii deluso quando scoprii che il calore era causato dallo sfregamento degli insetti. Pensai che la “morte” è brutta e dolorosa.

Giorno 15
– Si poteva vedere l’osso da una parte della pelle strappata della faccia. Il corpo divenne sottile come quello di una mummia. L’odore divenne meno penetrante. Il corpo morto sembrava bello come un’immagine di creta, e scattai alcune fotografie.

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Giorno 24
– Le larve erano scomparse, e la testa, gli arti e il corpo erano completamente smembrati. Sembrava che nessuna creatura avrebbe potuto mangiarne ancora. In effetti di fronte a questa scena sentii che il cane era veramente morto.

Giorno 32
– Soltanto piccoli pezzi di osso bianco sono rimasti, e sembrano sprofondare nella terra.

Giorno 49
– L’erba nuova è cresciuta sul posto, e l’esistenza del cane è scomparsa.

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Ma forse la sua serie più toccante è quella intitolata “Jyoudo” (la casa del Bodhisattva).
Qui siamo confrontati con il volto più crudele della malattia – sindromi genetiche o rare, alle quali alcuni esseri umani sono destinati fin dalla nascita. Senza mai cedere alla tentazione del dettaglio fastidioso, Manabu colleziona degli scatti al contrario pietosi e commoventi, volutamente asciutti. Qui la condizione umana e la sua insensatezza trovano un perfetto compimento: uomini e donne segnati dalla disgrazia, “forse per via di cattive azioni nelle vite passate, o soltanto perché sono pateticamente sfortunati“.

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Il confronto con queste estreme situazioni di malattia è, come sempre in Manabu, molto umano. “In una casa di riposo ho incontrato una giovane ragazza. Non era altro che pelle e ossa, a stento capace di respirare mentre stava distesa. Perché è nata così, e che insegnamento dovremmo trarre da un simile fatto? Per capire il significato della sua esistenza, non potevo fare altro che fotografarla.
Persone che gradualmente diventano più piccole mentre il loro corpo esaurisce tutta l’acqua, persone i cui corpi si putrefanno mentre la loro pelle si stacca e le loro fattezze diventano rosse e gonfie, persone le cui teste pian piano si espandono a causa dell’acqua che si raccoglie all’interno, persone con piedi e mani assurdamente grandi, e via dicendo. Ho incontrato e fotografato molti individui simili, che vivono con malattie inspiegabili, senza speranza di cura. Eppure, perfino in questo stato, quando li guardavo senza farmi vincere dalla paura, vedevo quanto le loro vite fossero veramente naturali. Cominciai a sentire la presenza di Bodhisattva all’interno dei loro corpi. Queste persone erano l’ “Incarnazione del Bodhisattva”, i figli di Dio.

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Quando un artista, un fotografo in questo caso, decide di esplorare programmaticamente tutto ciò che in questo mondo è terribile e ancora in attesa di significato, il confronto con la vecchiaia è inevitabile. D’altronde i quattro dolori riconosciuti dal Buddha, in quella famosa e improvvisata uscita da palazzo, sono proprio la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Quindi i corpi nudi di persone anziane, in attesa del sacrificio ultimo, rappresentano la naturale prosecuzione della ricerca di Manabu. Pelle avvizzita e segnata dal tempo, anime splendenti anche se piegate dal peso degli anni.

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E infine ecco la serie dedicata ai feti abortiti o nati morti. “Per una ragione imperscrutabile, non ogni vita è benvenuta in questo mondo. Eppure per uno sfuggente attimo questo piccolo embrione, a cui è stata negata l’ammissione prima ancora che lanciasse il suo primo grido, ha sollecitato in me un’immagine eterna della sua perfetta bellezza.”

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Quelle di Yamanaka Manabu sono visioni difficili, dure, sconcertanti; forse non siamo più abituati a un’arte che non si fermi alla superficie, che non si nasconda dietro il manierismo o lo sfoggio del “bello”. E qui, invece, siamo di fronte a una vera e propria meditazione sul non-bello (ovvero asubha, ne avevamo parlato in questo articolo).
Nell’apparente semplicità della composizione queste opere ci parlano di una ricerca di verità, di senso, che è senza tempo e senza confini. Fotografie che si interrogano sull’esistenza del dolore. E che cercano di catturare quell’attimo in cui, attraverso e oltre il velo della sofferenza, si può intravvedere l’infinito.

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Ecco il sito ufficiale di Yamanaka Manabu.

24 commenti a Yamanaka Manabu

  1. Fabio Pilade Paolo Milani ha detto:

    Anni fa, a Seravezza, conobbi di persona Joel Peter Witkin. Insieme ad alcuni amici andai a cena con lui. Non c’è bisogno di dire chi sia Witkin. Fui sconcertato non tanto dalle sue “composizioni” fotografiche quanto dal suo aspetto: sembrava un impiegato comunale. Non sembrava un genio o un esaltato ma un banale impiegato conunale. Non nego di adorarlo. A volte faccio fatica a guardare le sue foto ma ognuna – dalla più semplice alla più barocca – non è mai scontata e, perciò, un capolavoro. E ciò che sempre mi colpisce e la grande dignità che riserva ad ogni soggetto (ormai ridotto a cosa) che utilizza nelle sue immagini. La stessa dignità che vedo in questi ritratti terribili e, perciò, bellissimi.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Certo, anch’io adoro Witkin (se cerchi sul blog c’è anche un’intervista che gli feci qualche anno fa). Forse voglio “leggere” troppo nell’opera, ma mi pare interessante il tuo accostamento perché si tratta di due approcci entrambi religiosi eppure distantissimi: Manabu è l’orientale di cui parlava Fromm, che si limita a contemplare il fiore senza coglierlo; Witkin costruirebbe grandiose composizioni floreali… non so se mi spiego. 😀
      Intendo dire che Manabu dà l’impressione di restare osservatore, ed è un atteggiamento culturale differente.

  2. andrea ha detto:

    Più che meditazione sul non bello mi pare sfoggio del brutto. Non è anche questa, in un certo senso, una forma di manierismo?

    • bizzarrobazar ha detto:

      Temo che tu stia tralasciando del tutto la componente umana che emerge, ai miei occhi davvero chiarissima, da queste foto. Pensaci bene, immagina di essere nei panni del fotografo: gli stessi soggetti potevano essere inquadrati in mille modi, diversi dalla figura intera frontale, se l’obbiettivo fosse stato “sfoggiare” i dettagli raccapriccianti. Invece in questa scelta – così come nella scelta di dedicarsi agli outcast, ai derelitti, ai corpi difformi, ai rimossi della morte – io vedo un senso della dignità e un infinito rispetto per gli uomini e per i soggetti che l’artista ha di fronte.

      • andrea ha detto:

        Per alcune foto, come le prime dei barboni, son d’accordo con te, ma i corpi nudi di vecchi e deformi? se quelle persone le avesse colte in un’attività, in una posa, in un abito, o in una prospettiva che possa far trasparire un aspetto della propria individualità o personalità, ci vedrei il rispetto e il senso di dignità di cui parli.
        Ma concentrarsi solo sul corpo(e un corpo di una vecchia di 80-90 anni, o di un deforme, denudato e isolato da qualsiasi contesto non può che essere brutto) , spogliarlo ed esibirlo in un asettico sfondo bianco, mi sembra quasi una “violenza visiva” fine a se stessa!

        perlomeno questa è la prima impressione, forse dovrei rifletterci un po’ sopra….

        Ciao

        • bizzarrobazar ha detto:

          Ogni opinione è lecita, ci mancherebbe. È bello anche il fatto che ne stiamo parlando.
          Ma sinceramente il corpo di una donna novantenne non mi sentirei di definirlo “brutto”. È il corpo che tutti avremo, se il destino ci permetterà di raggiungere una certa età. È naturale. È semplicemente qualcosa che non viene di norma mostrato, non viene fotografato, è un tabù che ci angoscia – ma se ci ragioniamo, cosa c’è di scandaloso o brutto?
          Lo stesso vale per i corpi deformi. Chi siamo, tu o io, per definirli osceni e non degni di essere rappresentati? Ripeto, se l’intento esplicito fosse quello di orripilare e capitalizzare sullo shock value, ci sarebbero molti modi più redditizi. Io credo che l’autore degli scatti – analizzando soprattutto i suoi scritti, che rendono conto di una ricerca di tipo spirituale – non stia cercando il brutto. Sono pienamente convinto che il suo intento sia quello di scorgere nei frammenti di società lasciati “al di fuori” un particolare splendore.
          Che ci riesca o meno, e che il messaggio arrivi al pubblico… be’, su questo è evidente che possiamo discutere. Ma ci sono tanti altri artisti che conosco e che non proporrei mai sulle mie pagine, proprio perché non sento nella loro opera questa onestà di percorso.

          • andrea ha detto:

            “Ma sinceramente il corpo di una donna novantenne non mi sentirei di definirlo “brutto”. È il corpo che tutti avremo, se il destino ci permetterà di raggiungere una certa età. È naturale. È semplicemente qualcosa che non viene di norma mostrato, non viene fotografato, è un tabù che ci angoscia – ma se ci ragioniamo, cosa c’è di scandaloso o brutto?”

            In parte credo che sia una questione atavica, non a caso quasi tutte le divinità classiche(tranne Geras, il dio greco della vecchiaia) sono rappresentate con corpi giovani e vigorosi, e i miti inerenti alla Fonte della Giovinezza, eterna giovinezza e simili sono trasversali a tutte le epoche e tutte le culture.
            E anche sessuale, siamo naturalmente attratti da corpi potenzialmente fertili; una bella 20enne per la stragrande maggioranza degli uomini sarà sempre molto più attraente di qualsiasi tardona.

            Da un punto di vista più razionale credo che i corpi anziani messi impietosamente a nudo non ci piacciono(perlomeno non piacciono alla maggior parte delle persone), ci suscitano quasi terrore, anche perché ci ricordano il nostro destino fisico, la decadenza a cui tutti siamo condannati, la perdita della salute, la malattia, l’invalidità, la morte…insomma alcune delle principali e ineluttabili fonti di sofferenza dell’umanità!

            Degli anziani siamo portati ad apprezzare le doti psicologiche, caratteriali, morali, acquisite con l’esperienza, le perle di saggezza e gli insegnamenti di vita che ci possono offrire, più che il corpo!

          • bizzarrobazar ha detto:

            Sono d’accordo con tutto quello che, in modo preciso, scrivi.
            Queste sono però tutte motivazioni che, se pure le comprendiamo razionalmente, dovremmo provare a superare, non credi? Soprattutto se l’idea è cercare di riconoscere Dio (o comunque la trascendenza) in ogni cosa, anche ciò che ci ripugna. Questo è quello che prova a fare l’artista; chiaramente è un tipo di ricerca che può non interessare, e allora amen. 🙂

          • andrea ha detto:

            “Lo stesso vale per i corpi deformi. Chi siamo, tu o io, per definirli osceni e non degni di essere rappresentati?”

            Non ho detto che non sono degni di essere rappresentati, ma è il modo, nudo, crudo e un po’ asettico che mi lascia perplesso…per dire, gli sfondi bianchi mi ricordano le collezioni di insetti morti!

            Siccome anche la repulsione che proviamo per la deformità fisica probabilmente è istintiva, atavica, un’eredità della nostra storia(in quasi tutte antiche civiltà umane, fino a tempi neanche troppo lontani-vedi nazismo- deformi e disabili venivano uccisi quasi sistematicamente) il superamento di questo “politicamente scorretto” istinto di repulsione non è immediato.
            E forse la rappresentazione fisica nuda e cruda non aiuta, forse per abbattere le barriere sociali della disabilità fisica, abbiamo bisogno di imparare a conoscere i disabili nelle loro qualità umane, per accorgersi che a parte i problemi fisici sono esseri umani simili a tutti gli altri, con pregi e difetti propri.
            Un esempio cinematografico di quello che intendo è il film Freaks di Tod Browning, in cui nonostante un uso a tratti un po’ eccessivo del grottesco per attirare il grande pubblico, viene comunque conferita un’identità umana ai personaggi, rappresentandoli nel vivo delle loro emozioni, passioni,sentimenti, e debolezze.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Ah, un’altra cosa riguardo al minimalismo del fondo bianco: capisco che ti infastidisca per le ragioni che dici. A me fa un po’ l’effetto opposto, nel senso che astrarre in questo modo un individuo significa renderlo universale, in un certo senso. “Non mi interessa sapere come vive un nano la sua vita, mi interessa capire perché esistono i nani in questo mondo”. Almeno, è così che io la interpreto. Il contesto non c’entra, potremmo essere noi i soggetti di quelle foto.

  3. Manu ha detto:

    Cogliere la poesia sottintesa in queste foto è difficile e sublime. Elogio dell’imperfezione,amore che va al di là della forma.Solo chi ha il massimo rispetto per l’umano in tutte le sue forme può permettersi di fare foto del genere.

  4. Oz ha detto:

    l’estetica delle immagini dure sono un voluto omaggio al morbo. che dignità c’è nel nudo dei corpi di bambini poveri, anziani o abortiti?
    oltre all’interesse tecnico proprio degli adetti ai lavori, che devono per forza aver a che fare con queste difficili realtà del ns genere, la scelta di farlo diventare un vero e proprio case history di advertorial solo per giustificare la nascosta bellezza della miseria umana personalmente lo trovo scorretto.
    per me suscita lo stesso interesse di un campionario di radiografie.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Dio ci scampi dal vedere il corpo nudo d’un vecchio. Se qualcuno decide di fotografare cose così immonde e indegne, è ovvio che sia morboso (cioè malato) o che stia solo cercando di scioccare. Non potrà MAI essere altrimenti. 😀

      • Oz ha detto:

        guardarlo è un atto umano simile alla contemplazione di un corpo che si decompone. riuscire a trovare l’estetica è un gesto volutamente discutibile.

        giro la mia osservazione allora…
        qs corpi riescono a ottenere dignità decontestualizzati in questa sorta di advertorial?

        • bizzarrobazar ha detto:

          Non capisco bene se la tua domanda si riferisca all’opera di Manabu o al mio articolo. Vale a dire, se accusi l’artista di aver decontestualizzato i corpi, privandoli quindi di dignità, o se l’errore sarebbe mio che ho postato questo articolo che magari ti sembra discutibile.

          Nella prima ipotesi, ritengo che rendere questi corpi astratti tramite lo sfondo bianco li universalizzi, ne faccia dei simboli al di là delle diverse realtà in cui questi uomini e donne effettivamente sono calati nella loro vita quotidiana. “Estrarli” dalla materia, dalla concretezza, è un modo per sottolinearne l’identità. Sono lì di fronte all’osservatore, nella pura l’evidenza del loro corpo che si fa significativo proprio perché astratto, e vedere le stesse donne anziane nel contesto del loro ospizio o i feti riposti sul vassoio della sala operatoria – no, a mio parrere non darebbe loro maggiore “dignità”, gliela toglierebbe.

          Nel secondo caso, cioè se la tua domanda è rivolta alla mia scelta di pubblicare questo articolo, ti ricordo che su questo sito sono comparse infinite segnalazioni simili, di autori e artisti che ritengo meritevoli. Le motivazioni che spingono la ricerca dell’artista non le invento io – per questo mi informo il più possibile fra interviste e statement autografi – né desidero fargli pubblicità (se è a questo che ti riferisci con l’uso del termine “advertorial”, che mi sembra sinceramente fuori luogo). Mi piace introdurre l’artista in questione, mostrare qualche esempio del suo lavoro e magari proporre qualche mia lettura, spiegando cosa trovo di affascinante nelle sue opere.

          Per quanto riguarda l’estetica del macabro, è da anni che propongo una diversa sensibilità al riguardo, cercando di sottolinearne le nobili origini. Ho anche parlato diffusamente della contemplazione del cadavere in diverse culture, postato video di decomposizioni animali, e via dicendo: fa parte di un discorso sul liminale e sul tabù che mi impegna fin da prima di aprire il blog.

          • Oz ha detto:

            la scelta del tuo blog è sempre una ricerca fresca di spunti di riflessione diversi. e sotto qs prospettiva s’incastra la mia osservazione. sei libero di pubblicare quel che vuoi e di piacerti quello che ti pare, è una scelta tua. tuttavia se lanci un sasso nello stagno poi non meravigliarti dell’effetto che fa.

            un campionario di radiografie o di ecografie, dettagli (altrochè) intimi della ns propria umanità, per maggiore sensibilità cerchiamo di concedere non sono altro che quello che sono: descrizioni tecniche destinate agli adetti ai lavori.

            riuscir a trovare l’estetica dei soggetti inseriti nel proprio contesto è un qualcosa che richiede più impegno. facile apprezzar gli stilemmi del design di un urinatoio se porta la firma di duchamp nel muro di un museo.

            i corpi in studio con sfondo infinito, diventano più cosa?
            comunicanti? belli? provocatori? di per se sono soggetti che da soli trasmettono una intera storia senza nessun ulteriore aiuto.

          • bizzarrobazar ha detto:

            Ma ci mancherebbe, mica mi meraviglio. Guarda che per me la discussione è la parte più interessante, dopo aver lanciato il sasso. 🙂
            Forse è come dici tu. Forse non avremmo mai apprezzato il design dell’urinatoio prima di Duchamp. In ogni caso vedere un contesto mi disturberebbe.

    • Manu ha detto:

      Ci sono varie forme di cecità…

  5. gery ha detto:

    Complimenti per il blog, mi piace! Sono anni che in un modo o nell’altro google mi porta nel tuo sito, cercando argomenti bizzarri. Domanda a proposito di arte, conosci Oreste Fernando Nannetti?

  6. AC ha detto:

    complimenti per l’articolo.

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