Le teste dei “selvaggi”

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Chiuse nelle teche del museo, impassibili dietro al loro vetro, le teste attirano l’ennesimo gruppo di visitatori.
Vengono rimirate, scrutate, indagate in ogni minimo dettaglio da una selva di occhi spalancati. I bambini sono in prima fila, come sempre, il naso schiacciato contro il cristallo, con i loro piccoli volti sospesi a metà fra la smorfia di disgusto e un’espressione di eccitato stupore.
Per gli adulti la meraviglia è, come spesso accade, offuscata dal giudizio o, talvolta, dal pregiudizio. “Bisogna capire che per questi indigeni si trattava di una pratica sacra”, dice un signore bonario, desideroso di dimostrare le sue larghe vedute culturali. “È pur sempre una cosa orribile”, ribatte sua moglie, un po’ schifata.
Questa scena si ripete ogni giorno, per le teste dentro la vetrina.
E pochi dei visitatori si rendono conto che non stanno affatto guardando dei reperti di un’antica e lontana cultura. Stanno ammirando una fantasia, ovvero l’idea di quella cultura che gli uomini occidentali hanno creato e costruito.

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I due tipi principali di teste conservati nelle sezioni antropologiche dei musei di tutto il mondo sono le tsantsa e i mokomokai.

Le tsantsa più celebri sono quelle provenienti dal Sud America e create dai popoli Jivaros; fra queste tribù, le più prolifiche nella fabbricazione di simili trofei furono senza dubbio quelle dei Shuar e degli Achuar, stanziati fra Ecuador e Perù.

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Le tecnica Shuar per rimpicciolire le teste era complessa: si incideva la nuca fino alla cima del cranio; una volta completamente spellato, facendo attenzione a mantenere i capelli intatti, il teschio veniva gettato via. La pelle veniva in seguito sottoposta a processi di bollitura. I rimasugli di parti molli andavano eliminati facendo rotolare dei sassi arroventati all’interno della cute, la quale era poi ulteriormente raschiata con la sabbia, abbrustolita su pietre piatte e via dicendo. Si trattava di un procedimento delicato e meticoloso, al termine del quale la testa si riduceva a circa un quarto delle dimensioni originali.

Qual era lo scopo di tanto impegno?
Le tsantsa facevano parte di solenni cerimonie che duravano anni, e servivano a catturare lo straordinario potere dell’anima della vittima. Non si trattava in realtà di trofei di guerra, nonostante quello che talvolta si legge al riguardo, perché Shuar e Achuar di norma vivevano pacificamente: gli occasionali raid organizzati dalle varie tribù per cacciare le tsantsa erano una forma di violenza socialmente accettata, poiché in essa non vi era altra necessità se non quella di procurarsi questi potentissimi oggetti.
Grandi feste accoglievano i cacciatori di teste al loro rientro, e le celebrazioni erano le più importanti dell’anno. Il potere insito nelle tsantsa veniva trasferito alle donne della tribù, assicurando cibo e prosperità per le famiglie. Dopo sette anni di rituali, le teste rimpicciolite perdevano la loro forza. Per gli Shuar, dunque, la tsantsa non aveva più alcun valore: c’era chi le teneva per ricordo, ma anche chi se ne liberava tranquillamente. Non era, insomma, l’oggetto materiale in sé il fulcro dell’interesse, ma il suo potere spirituale.

Diverso era il discorso per i commercianti occidentali. Per loro, una testa rimpicciolita riassumeva in maniera sublime l’idea della “cultura selvaggia”. Queste popolazioni indigene, nell’immaginario collettivo ottocentesco, erano ancora dipinte come brutali e animalesche: si voleva pensarle “fuori dal tempo”, come se si fossero fermate a una fase preistorica senza mai più conoscere evoluzioni o trasformazioni sociali.
Dunque, quale oggetto poteva essere più chiaro simbolo della barbarie di queste tribù, di un souvenir macabro e grottesco come le tsantsa?

Se all’inizio degli stanziamenti europei nella regione delle Ande e del bacino del Rio delle Amazzoni i coloni avevano commerciato con gli indigeni generi di ogni tipo, col passare del tempo essi divennero sempre più autonomi. Non avendo più bisogno della carne di maiale o di cervo che i Shuar avevano fino ad allora barattato con vestiti, coltelli e pistole, i coloni cominciarono a richiedere unicamente due cose in cambio delle preziose armi da fuoco: la forza lavoro degli indio, e le loro famose teste rimpicciolite.
Ben presto, l’unico modo che uno Shuar aveva per procurarsi un fucile era vendere una testa.

Fu allora che la situazione degenerò, di pari passo con l’esponenziale crescita della fascinazione occidentale per le tsantsa. Le teste rimpicciolite divennero una curiosità indispensabile da possedere, sia per i collezionisti che per i musei. Il bisogno di armi spinse gli Shuar a cacciare teste per motivi non più rituali, ma esclusivamente commerciali, per soddisfare la richiesta degli europei. Una tsantsa per una pistola, questo era il prezzo comune: quell’arma sarebbe stata quindi usata per procurarsi altre teste, barattate poi per nuove armi… il circolo vizioso si concretizzò in una strage, compiuta per adattarsi ai gusti degli stranieri in fatto di esotismo.
Come scrive Frances Larson, “quando i visitatori vengono a vedere le teste rimpicciolite al Pitt Rivers Museum, quello che stanno veramente guardando è la storia della pistola dell’uomo bianco”.

Le tsantsa persero il loro valore spirituale, che era da sempre stato legato alla circolazione del potere all’interno della tribù, e divennero un espediente per accumulare ricchezza. Ironicamente, proprio i coloni contribuirono a creare quei cacciatori di teste crudeli e senza scrupoli che si erano sempre aspettati di trovare.

Ormai gli Shuar uccidevano indiscriminatamente, e senza alcun supporto rituale, soltanto per procurarsi nuove teste. Cominciarono a fabbricarne di false, utilizzando corpi di donne, di bambini, perfino di occidentali – sicuri di trovare chi ci sarebbe cascato.
Nella seconda metà dell’Ottocento il commercio delle tsantsa divenne così fiorente che perfino popoli che non avevano nulla a spartire con i Jivaros e le loro tradizioni cominciarono a costruire le loro teste rimpicciolite: in Colombia o a Panama si rubavano i cadaveri non reclamati negli obitori, e si affidavano le loro teste a tassidermisti compiacenti. In altri casi venivano utilizzate teste di scimmia o di bradipo, o pelli di altri animali, per produrre dei falsi convincenti.
Oggi si stima che circa l’80% delle tsantsa ospitate nei musei di tutto il mondo siano in realtà dei falsi.

La storia dei mokomokai in Nuova Zelanda seguì un copione pressoché identico.
A differenza delle tsantsa, per i Maori queste teste erano a tutti gli effetti dei veri e propri trofei di guerra catturati durante le battaglie inter-tribali. Le teste non venivano rimpicciolite, ma conservate con il teschio ancora all’interno. Se ne estraevano il cervello, gli occhi e la lingua, per sigillare poi le narici e gli orifizi con fibre e gomma; in seguito le si seppellivano con pietre calde in modo che gradualmente si cuocessero al vapore e si essiccassero. I mokomokai erano pensati per essere esposti attorno all’abitazione del capo villaggio.

Nella seconda metà del Settecento il naturalista Joseph Banks, al seguito di James Cook, fu il primo europeo ad entrare in possesso di una testa simile, dopo aver convinto un anziano del villaggio a separarsene – grazie alla sua eloquenza, e a un moschetto puntato in faccia al vecchio. In tutti i viaggi successivi della compagnia di Cook, gli esploratori videro sì e no un paio di mokomokai, indizio che lascia supporre si trattasse in realtà di oggetti piuttosto rari.

Eppure, dopo soli cinquant’anni, il commercio di teste in Nuova Zelanda aveva raggiunto una tale intensità che molti credevano che i Maori ne sarebbero stati completamente annientati. Anche qui si scambiavano teste per fucili, in una spirale di violenza che mise a serio rischio la popolazione indigena, in particolare durante le Guerre del moschetto.

Quello che attirava i collezionisti erano gli intricati tā moko (tatuaggi ad incisione) che adornavano i volti dei capi tribù, con le loro eleganti e sinuose spirali. Così, i capi si misero a tatuare gli schiavi prima di decapitarli – in alcuni casi facendo scegliere all’acquirente occidentale la testa che preferiva, quando lo sfortunato proprietario era ancora in vita; anche le teste già tagliate venivano tatuate, solo per farne lievitare il prezzo. I tā moko, forma d’arte decorativa di antica tradizione, si ritrovarono dunque svuotati di qualsiasi significato relativo al coraggio, all’onore o allo status sociale.
In Nuova Zelanda, perfino gli europei cominciarono ad essere uccisi con lo scopo di tatuare e venderne le teste ai loro stessi ignari connazionali: una truffa non priva di un certo humor nero.

Il commercio dei mokomokai venne dichiarato fuori legge nel 1831; l’importazione di tsantsa dal Sud America soltanto a partire dal 1940.

E così, di fronte alle teche di manufatti etnici dei musei di mezzo mondo, in quelle teste imbrunite ed esotiche, si contempla oggi non soltanto un antico oggetto rituale, denso di significati e di simboli: possiamo quasi scorgervi il momento in cui quei significati e simboli sono svaniti per sempre.

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Le tsantsa e i mokomokai sono oggetti difficili, controversi, problematici.
Fra i visitatori, non è raro trovare chi si indigna per una pratica indigena che agli occhi odierni sembra crudele; dopo aver letto questo articolo, magari qualcuno dei lettori si indignerà invece di fronte all’ipocrisia ottocentesca, che condannava i barbari cacciatori di teste nell’esatto momento in cui quelle stesse teste desiderava, per metterle in mostra a casa propria.
In un caso o nell’altro, ci si indigna: come se certe fascinazioni non ci sfiorassero nemmeno, come se la nostra intera cultura occidentale non avesse alle spalle una lunghissima tradizione di teste mozzate ed esposte sui pali, sulle mura e nelle piazze.
Ma le decapitazioni non hanno mai smesso di esistere, così come la testa umana non ha mai cessato d’essere un simbolo potentissimo e magnetico, che ci scuote e ci attrae irresistibilmente.

Buona parte delle informazioni in questo articolo, nonché l’ispirazione iniziale, provengono dallo splendido Teste mozze di Frances Larson, sulla valenza culturale e antropologica della testa tagliata.

17 commenti a Le teste dei “selvaggi”

  1. Franco ha detto:

    Sempre molto interessante! Non so se conosci i libri di Desmond Morris, zoologo ed etnologo, tra cui “La scimmia nuda” e “L’animale uomo”. In uno di questi libri dice che il viso umano, con la sua espressività e le sue forme, è la forma più complessa che esiste in natura. I visi sono diversi biologicamente per sottolineare la riconoscibilità e l’individualità di ogni essere umano, cose importanti per lo sviluppo della nostra specie. Questo lo dico anche come disegnatore 🙂 Quindi è interessante l’attrazione per queste teste.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Sì, conosco i libri di Morris. È vero, il volto e le mani sono le parti più espressive del corpo umano (per questo, oltre che per motivi pratici, sono le uniche zone che non copriamo con i vestiti); ma in una testa tagliata c’è un’ulteriore ambiguità, e cioè il fatto che si tratti contemporaneamente di un oggetto e di un non-oggetto. La riconosciamo cioè come una semplice “cosa” ormai inanimata, ma allo stesso tempo non possiamo impedirci di attribuirle una personalità, un’anima, un’identità – forse proprio come dici tu perché il volto è talmente distintivo ed espressivo. Avendo avuto l’occasione di maneggiare più di una volta delle teste tagliate, in contesti museali, sono rimasto anch’io sorpreso nell’accorgermi che mi muovevo con un rispetto e una delicatezza del tutto diverse da quando toccavo altre parti anatomiche.

      Questo mi riporta alla mente quel dialogo straordinario ne L’Inquilino del Terzo Piano (1976) di Polanski:

      Dimmi… in quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere? […] Mi tagli un braccio… va bene, io dico “me e il mio braccio”. Mi tagli anche l’altro braccio. Io dico “me e le mie due braccia”. Poi togli il mio stomaco e i miei reni, ammettendo che sia possibile, io dico “me e il mio intestino” […] Se mi tagli pure la testa, che cosa direi io? “Me e la mia testa” o “me e il mio corpo”? Che diritto ha la mia testa di chiamarsi “me”?

      • Franco ha detto:

        Si,è un dialogo molto bello. Anche il tema dell’oggetto e del non-oggetto è interessante. Grazie, al prossimo articolo!

      • Tarrr ha detto:

        Interessante dialogo, per associazione di idee mi ha fatto pensare a quando certa stampa definisce i trapianti di corpo, di cui si è parlato ultimamente, dei “trapianti di testa” (mentre è il corpo a provenire da un donatore).

    • Tarrr ha detto:

      E’ un’ipotesi. Un’altra, che mi permetto di suggerire, è che la nostra mente sia abituata a differenziare meglio i dettagli a cui per noi è importante dare significato, anche banalmente sulla base dell’esperienza.
      Ad esempio, per uno sguardo occidentale le persone dai tratti asiatici (se ne conosciamo poche) tendono ad essere piuttosto simili e indifferenziate. Ma a loro capita esattamente lo stesso nei nostri confronti: questo proverebbe che è il nostro sguardo ad omologarle, magari perché ne vediamo poche. Ci manca l’esperienza (e in più di solito non ci è di particolare utilità, quindi il cervello se ne disinteressa). Altro esempio: se guardo un gregge di pecore mi sembrano tutte uguali, distinguo solo quelle colorate diversamente. Sono certa che per il loro pastore sono tutte differenti, che ognuna ha una sua fisionomia. Poi, senza nulla togliere all’ottimo Desmond Morris, considerare addirittura il volto umano come la forma più complessa presente in natura mi sembra riflettere una visione antropocentrica.

  2. AlmaCattleya ha detto:

    Ti ringrazio molto per questo post e sì non è che la nostra civiltà sia immune dal lato macabro.
    Mi è venuta in mente una storia del Decamerone dove c’era una donna che conservava la testa del suo amato ucciso dai fratelli di lei. Anzi, è lei che gli taglia la testa e poi la mette in un vaso con del basilico. Oppure il mito delle Menadi che decapitano Orfeo per averle rifiutate dopo che lui ha perso per sempre Euridice e la sua testa avrebbe continuato per sempre a cantare.
    Sì, sono miti (e ce ne sono ben altri) però testimoniano bene il valore simbolico della testa anche per la nostra cultura

  3. Elisa ha detto:

    Grazie per scrivere articoli sempre così ben approfonditi e ricchi..nonché per tener viva la nostra capacità di meravigliarci!

  4. Livio ha detto:

    Sempre splendidi, articolo e commenti!

  5. gery ha detto:

    Ah le teste rimpicciolite! ricordo la prima (e unica) volta in cui le vidi dal vero ed è stato al museo di storia naturale di Venezia. Suscitano sentimenti contrastanti. Devo dire che per chi non le conoscono, possono essere scambiate per pupazzi (ed è un po quello che cercò di far credere ad una scolaresca sconcertata, una maestra in visita al museo).

  6. Silvia ha detto:

    Sempre molto interessanti i tuoi articoli, grazie. Hai mica trovato da qualche parte il motivo della bocca cucita negli tsantsa?

    • bizzarrobazar ha detto:

      Credo che sia principalmente un motivo pratico inerente alla preparazione della testa. Se poi abbia assunto anche significati simbolici, non saprei.

  7. Amerigo Mancini ha detto:

    A me cio che fa inGASare quando leggo articoli come questo o quello di Manzetti, non è l’ingiustizia dei ricchi, facoltosi, fortunati, vincenti contro i poveri, malcapitati, sfortunati, integri di cuore etc etc.
    A me cio che fa inGASare è l’ipocrisia e la ricerca del supereroe.
    Mi spiego meglio: secondo me l’essere umano è selvatico e quindi presenta in se tutte le caratteristiche dell’animale che puo uccidere cosi come amare senza dividere le due cose.. senza idea di “coerenza”.
    Cio che invece oggi la gente insegue è la “normalità” ovvero l’opposto della selvaticità ovverò l’illusione che si possa separare l’assassino dal santo. E così i vincenti da una parte ed i perdenti sfigati dall’altra.

    Per chiudere riferendomi ad un passo di questo tuo articolo.. tu dici che forse dopo aver letto quest’articolo la gente smetterà di essere indignata di fronte alla brutalità degli indigeni e comincerà forse ad esserlo nei confronti dei ricchi cattivi etc etc.

    Io invece credo che dopo aver letto questo articolo una persona possa guardarsi dentro ed amplificare i propri dubbi esistenziali fino ad impazzire con la domanda senza risposta <>. A quel punto smetterebbe di farsi problemi e si sentirebbe libero di essere selvatico.

    • Amerigo Mancini ha detto:

      PS. Nel testo qui sopra è stato eliminato il contenuto della “domanda senza risposta”.
      Lo riscrivo qui 🙂 :
      “…amplificare i propri dubbi esistenziali fino ad impazzire con la domanda senza risposta: Dov’è il Bene, Dov’è Il Male?”

    • bizzarrobazar ha detto:

      Per chiudere riferendomi ad un passo di questo tuo articolo.. tu dici che forse dopo aver letto quest’articolo la gente smetterà di essere indignata di fronte alla brutalità degli indigeni e comincerà forse ad esserlo nei confronti dei ricchi cattivi etc etc.

      Nel passo in questione dicevo appunto che è facile indignarsi verso la crudeltà, di una o dell’altra parte. Ma l’indignazione è sorella della presunzione, implica una distanza e un giudizio. Facile indignarsi, più difficile come dici tu riconoscere l’ombra anche in noi stessi (esercizio d’umiltà).

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