Il mago del pallone

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
dall’altruismo, dalla fantasia.

(F. De Gregori, La leva calcistica della classe ’68, 1982)

Carlos Henrique Raposo, detto “Kaiser”, attivo negli anni ’80 e ’90, giocò in undici squadre di calcio, fra cui Vasco da Gama, Flamengo, Fluminense e Botafogo in Brasile, Ajaccio in Corsica e Puebla in Messico.
Undici squadre professionistiche, e zero gol in carriera.
Sì, perché Carlos Henrique Raposo, detto “Kaiser”, fingeva di essere un giocatore. E in realtà era un illusionista.

Nato nel 1963 da una famiglia povera, come tanti altri ragazzini brasiliani Carlos sognava il riscatto di una vita lussuosa e di successo. Aveva provato a fare il calciatore, ma senza grandi risultati; eppure il fisico, muscoloso e possente, era quello giusto, tanto che spesso veniva scambiato per un calciatore professionista. Fu intorno ai vent’anni che Carlos comprese chiaramente quale fosse la sua missione nella vita: “volevo essere un giocatore, senza dover giocare“.
E allora, ecco che decise di affidarsi proprio al coraggio, all’altruismo e alla fantasia.

Coraggio
La faccia tosta di certo non mancava a Carlos “Kaiser”. Frequentatore assiduo della vita notturna di Rio, riuscì a stringere ottimi rapporti con tutta una serie di celebri calciatori (Romário, Edmundo, Bebeto, Renato Gaúcho e Ricardo Rocha che lo definirà “il più grande baro del football brasiliano“) a cui offriva i suoi favori e le sue conoscenze per organizzare feste e incontri. In cambio, cominciò a chiedere ai suoi amici di essere incluso come integrazione nelle trattative per i loro trasferimenti.
Bisogna tenere conto che a metà degli anni ’80 non esisteva ancora internet e recuperare informazioni su un calciatore era piuttosto difficile: Carlos era però presentato con toni entusiastici da giocatori insospettabili, che gli permisero di ottenere il suo primo contratto da professionista (tre mesi di prova) nel Botafogo. Da qui comincia una carriera, costantemente nelle retrovie ma comunque retribuita con compensi relativamente alti, e un incredibile gioco di finzione durato più di vent’anni.

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Altruismo
Prima di tutto, era essenziale guadagnarsi la fiducia dei compagni, la loro copertura e benevolenza.
Quando venivo a conoscenza dell’hotel che ci avrebbe ospitato, mi recavo lì con due o tre giorni d’anticipo. Affittavo camere per dieci donne nell’albergo, in modo che anziché scappare di nascosto io e i miei compagni potessimo semplicemente scendere le scale per divertirci“.
Era poi importante assicurarsi qualche articolo nei giornali, a supporto di un talento che non esisteva. Anche questo non era un problema per il “Kaiser”, grazie alle sue esperienze mondane: “ho una facilità incredibile nello stringere amicizia con le persone. Conoscevo bene molti giornalisti di quel tempo, trattavo tutti bene. Qualche regalo, qualche informazione interna potevano aiutare e loro ricambiavano parlando del ‘grande calciatore’ “.

Fantasia
Una volta ottenuto il contratto appoggiandosi alle negoziazioni per altri giocatori, scattava la seconda parte del piano di Carlos: come riuscire a restare nella squadra senza che l’allenatore si accorgesse che lui non sapeva nemmeno tirare un pallone? La soluzione di Carlos era semplice e geniale – guadagnare più tempo possibile.
Inizialmente si dichiarava fuori forma e annunciava di dover seguire un allenamento speciale, deciso da un fantomatico personal trainer. Passava dunque le prime due-tre settimane a correre a bordo campo, senza partecipare agli allenamenti della squadra. In seguito, quando proprio non poteva più rimandare la sua presenza in campo, chiedeva a un compagno di entrare in maniera scorretta su di lui durante una partita di allenamento e di infortunarlo. Altre volte faceva tutto da solo, fingendo uno strappo muscolare, che in quegli anni era difficile da verificare: “facevo dei movimenti strani durante l’allenamento, mi toccavo il muscolo e me ne stavo 20 giorni in infermeria. A quel tempo non esisteva la risonanza magnetica. I giorni passavano, ma avevo un amico dentista che mi faceva dei certificati dicendo che avevo problemi fisici. E così, passavano anche i mesi…
In questo modo, giocando zero minuti in ogni stagione, saltava di squadra in squadra. “Firmavo sempre il contratto di rischio, il più corto, normalmente di sei mesi. Ricevevo i bonus e me ne andavo in infermeria”. Spesso, visto che anche l’immagine era essenziale, si faceva vedere mentre parlava in inglese con un enorme telefono cellulare (vero e propro status symbol) con qualche manager straniero deciso a proporgli chissà quale posizione di spicco. Peccato che le sue conversazioni in inglese maccheronico non avessero senso, e che il cellulare fosse un giocattolo.

Tornato in Brasile, nel Bangu, la montatura di Carlos rischiò di finire per aria. L’allenatore, a sorpresa, decise di convocarlo per la partita della domenica e a metà del secondo tempo lo mandò a riscaldarsi a bordo campo. Vista la mala parata, e il disastro imminente di un esordio, Carlos reagì con una trovata davvero eccezionale: d’un tratto, si mise a fare a botte con un tifoso avversario. Espulsione diretta. Quando negli spogliatoi si trovò di fronte l’allenatore infuriato, gli fece credere di aver agito per difendere l’allenatore stesso:  “Dio mi ha dato un padre e me l’ha tolto. Ora che Dio mi ha dato un secondo padre, non posso permettere che nessuno lo insulti”. Il tutto si risolse dunque con un commosso bacio in fronte e il rinnovo del contratto.
Altro colpo di genio fu quello del suo esordio nell’Ajaccio, in Corsica. Il nuovo calciatore brasiliano fu accolto in maniera inaspettata: “lo stadio era piccolo, ma era gremito di gente in ogni posto. Pensavo che dovessi solo farmi vedere dalla folla e salutare, poi vidi moltissimi palloni in campo e capii che ci saremmo dovuti allenare. Ero nervoso, si sarebbero resi conto che non sapevo giocare al mio primo giorno“. Così Carlos decise di tentare il tutto per tutto con un ennesimo escamotage. Entrò in campo, e cominciò a scaraventare tutti i palloni in tribuna, salutando e baciando la maglietta. I fan andarono in visibilio, guardandosi bene dal ritirare in campo i preziosi palloni toccati dal piede del nuovo annunciato campione. Esauriti i palloni, la squadra dovette procedere a un allenamento strettamente fisico, che Carlos poteva seguire senza problemi.

Realtà e menzogne
Dopo una carriera terminata al Guarany, a 39 anni, Carlos Henrique Raposo si ritirò dalle scene con un totale di circa 20 presenze in circa vent’anni (i numeri sono confusi), tutte terminate in anticipo per infortunio. Ma anche con una storia meravigliosa da raccontare.
E qui sta l’unico problema: praticamente tutti gli aneddoti più eclatanti di questa impresa mistificatoria vengono, guardacaso, dalla bocca dello stesso “Kaiser”. Certo, i suoi ex-colleghi corroborano l’immagine di un giovane che sopperiva alla mancanza di abilità calcistica con una immensa dose di sicurezza e spavalderia: “è un grande amico, una persona squisita. Peccato che non sappia neanche giocare a carte. Aveva un problema con il pallone, non l’ho mai visto giocare in nessuna squadra. Ti racconta storie di partite, però non ha mai giocato la domenica alle quattro di pomeriggio al Maracanà, ve lo posso assicurare! In una gara di bugie contro Pinocchio vincerebbe Kaiser”, ha dichiarato Ricardo Rocha.
E allora, quando questo Pinocchio emerge dall’oscurità per raccontare la sua “verità”, perché dovremmo credergli?

Forse perché è bello farlo. Forse perché la storia di un uomo senza qualità, un Signor Nessuno, che si inventa d’essere un campione, truffando le grandi società calcistiche che oggi spesso sono al centro di scandali di mercato, è un po’ una rivincita per procura che di sicuro fa sorridere diversi appassionati. Forse perché la sua incredibile vicenda, umanamente, è degna di un film.

Nel frattempo, Carlos è tutt’altro che pentito: “se mi fossi impegnato di più, avrei potuto spingermi ancora oltre nel gioco“.
Non nel gioco del calcio, s’intende, ma nel suo gioco di prestigio.

7 commenti a Il mago del pallone

  1. Daniele ha detto:

    Un folle XD
    Se avesse dedicato al calcio il tempo speso nell’ideare questi intrighi… però, con quel popò di curriculum da presunto campione, nemmeno una storia di convocazione in nazionale?

  2. Livio ha detto:

    Fantastico! Solo con dei fanatici del calcio, e imbecilli che continuano a riempire gli stadi,aggiungerei, puoi fare il furbo in questa maniera… È stato davvero un grande!

    • manfredi ha detto:

      scusa, la tua equazione è: se ti piace il calcio sei imbecille? mi sembra un pò approssimativo

    • Gabriel ha detto:

      Lavoro da più di 30 anni in ditte del settore tecnologico e ogni tanto mi trovo con qualche compagno di lavoro che usa tecniche simili. E’ una strategia piuttosto diffusa e ogni volta che mi succede rimango stupito di come sia possibile che riescano a passarla liscia e addirittura a fare carriera. Quasi, quasi, grazie al post di bizzarro, sarei tentato di approfondire sull’argomento.

  3. Giulio ha detto:

    Veramente assurda come storia. Meravigliosa e assurda. Quasi da non crederci. Ma domanda, possibile che il tizio mancò un calcio ad un pallone sapeva tirare?? Ok non sei un Pelé ma almeno un centrocampista aggressivo puoi farlo anche senza grandissime doti tecniche…poi negli anni 80 ancora di piú
    Comunque geniale ahaha

  4. AlessioG ha detto:

    Da farci un film

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