Caitlin Doughty e la Buona Morte

Non dovremmo temere le autopsie.
Non mi riferisco a questo termine in senso medico-legale (anche se consiglio a tutti di assistere a una vera autopsia), quanto piuttosto al suo significato etimologico: l’atto di “vedere con i propri occhi” è il fondamento di ogni conoscenza, e il primo passo per sconfiggere la paura. Fissando ciò che ci spaventa, studiandolo, addomesticandolo si può scoprire talvolta che il nostro timore era infondato fin dall’inizio.
Per questo motivo ho spesso, in queste pagine, affrontato direttamente la morte, con tutte le sue complesse sfaccettature culturali; perché l’atto autoptico è sempre fecondo e necessario, soprattutto quando parliamo del più grande “rimosso collettivo” della nostra società.

Portando avanti queste stesse rilessioni, c’è chi oltreoceano ha dato vita a un vero e proprio movimento attivista per sollecitare un più sano confronto con la morte: Caitlin Doughty.

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Caitlin, classe 1984, ha deciso di intraprendere la carriera di operatore funebre proprio per sconfiggere le proprie paure sulla morte; anche quando era alle prime armi, recuperando le salme nelle abitazioni con un furgone, preparandole e affrontando le peculiari fatiche del forno crematorio, questa ragazza tutt’altro che timida aveva un progetto in mente – cambiare il settore funerario americano dall’interno. La fobia moderna per la morte, di cui Caitlin ha avuto esperienza diretta, ha infatti raggiunto livelli paradossali, rendendo il processo di elaborazione del lutto un’impresa quasi impossibile. L’ansia irrazionale riguardo al cadavere ha fatto sì che i professionisti di fatto rimuovano totalmente la presenza “scandalosa” della salma dall’ambito familiare, privando i parenti del tempo necessario a comprendere la propria perdita. Fino ai casi estremi delle cremazioni ordinate online, in cui un genitore può spedire il corpo del figlio morto e ricevere l’urna a casa qualche giorno dopo: nessun rituale, nessun contatto, nessuna ultima immagine, nessun ricordo di questo fondamentale momento di passaggio. Come si può venire a patti con un lutto, se si evita perfino di guardarlo?

Da queste premesse nasce dunque il suo progetto, per certi versi “sovversivo”: riportare la morte nelle case, dare la possibilità alle famiglie di riappropriarsi delle spoglie dei loro cari, e trasformare le pompe funebri in un servizio che non si sostituisca ai parenti nelle varie fasi di preparazione della salma, ma li assista in maniera non invasiva. Passare del tempo a contatto con un cadavere non pone in pratica alcun problema igienico, e anzi può aiutare a processare concretamente la perdita. Poter svolgere rituali privati, poter lavare, vestire il corpo, parlarci un’ultima volta, e infine avere maggiori opzioni riguardo al destino delle spoglie: questo approccio più sereno è possibile soltanto se si incomincia a parlare apertamente di morte.

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Caitlin ha quindi deciso di agire su più fronti.
Da una parte, ha fondato The Order of the Good Death, un’associazione di professionisti funebri, artisti, scrittori e accademici riuniti dalla voglia di cambiare l’atteggiamento occidentale nei confronti della morte, dei funerali, del lutto.
L’Ordine della Buona Morte promuove seminari, workshop, conferenze e organizza ogni anno il Death Salon, giornate di incontro e di discussione in cui storici, intellettuali, artisti, musicisti e ricercatori approfondiscono i più disparati aspetti culturali legati alla morte.
Dall’altra, Caitlin ha aperto un fortunato canale YouTube in cui risponde alle domande degli utenti sui retroscena del settore funebre. La sua webserie Ask a Mortician non arretra di fronte ad alcun dettaglio raccapricciante (si parla dell’annosa questione delle feci post-mortem, dell’esistenza o meno di necrofili nel settore funebre, ecc.), ma il taglio ironico e dissacrante riesce a stemperare i toni e a far passare il messaggio sotterraneo: non bisogna aver paura di parlare della morte.

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Infine, per raggiungere un numero ancora più vasto ed eterogeneo di persone, Caitlin ha pubblicato il brillante Smoke Gets In Your Eyes, un resoconto autobiografico del suo periodo da apprendista in una ditta di pompe funebri: con il consueto humor che la contraddistingue, Caitlin dissemina le pagine di numerosi aneddoti macabri e dettagliate disavventure per deliziare la segreta curiosità del lettore (sì, alcuni capitoli andrebbero letti a stomaco vuoto), non esitando però a raccontare anche i momenti più tragici e umanamente emozionanti vissuti grazie al suo lavoro. Ma il vero interesse del libro sta soprattutto nell’evolversi del suo pensiero riguardo alla morte, fino alla decisione di scendere in campo attivamente per cambiare le cose. Smoke Gets In Your Eyes è diventato immediatamente un bestseller, a riprova della voglia di conoscere ciò che è socialmente mantenuto fuori scena.

Per introdurre anche al pubblico italiano il suo lavoro, e l’importante dibattito che solleva, ho rivolto qualche domanda in esclusiva a Caitlin.

Il tuo lavoro nel settore funebre ha cambiato il modo in cui guardi alla morte?

Mi ha consentito di essere più a mio agio con i morti. Ma, ancor di più, mi ha fatto apprezzare il cadavere e realizzare quanto sia strano che facciamo di tutto, come “industria funebre”, per nasconderlo. Saremmo una cultura più felice e più sana, in Occidente, se non cercassimo di mascherare la mortalità.

Hai dovuto mettere in atto qualche tipo di meccanismo psicologico di difesa per rapportarti ogni giorno con i cadaveri?

No, non credo. Non sono i morti il vero problema psicologico. È molto più difficile gestire le emozioni quando si lavora con i vivi, farsi carico del loro lutto, delle loro storie, del loro dolore. Devi trovare un equilibrio fra l’apertura verso le famiglie, e la necessità di non portarti a casa tutto questo.

“Sembra che stia dormendo” dev’essere il miglior complimento per un necroforo. Essenzialmente si sostituisce il cadavere con un simbolo, un simulacro. La nostra cultura ha deciso molto tempo fa che la morte debba essere un Grande Sonno: nella Grecia antica, Tanathos (la morte) e Hypnos (il sonno) erano fratelli, e con l’avvento del Cristianesimo questa analogia si è definitivamente solidificata – basti vedere ad esempio la parola “cimitero”, che letteralmente significa “dormitorio”. Quest’idea della morte come simile al sonno è chiaramente di conforto, ma è soltanto una storia che continuiamo a raccontare a noi stessi. Senti il bisogno di nuove narrative sulla morte?

“Sembra che stia dormendo” non è per forza il complimento che vorrei sentirmi dire. Mi piacerebbe davvero se qualcuno mi confidasse: “si vede che è morto, ma è così bello. Sento che vederlo così mi sta aiutando ad accettare il fatto che se ne sia andato”. Accettare la perdita diventa più difficile se insistiamo a pensare che i nostri cari stiano dormendo all’infinito. Non stanno dormendo. Sono morti. Può essere devastante pensarlo, ma è parte del processo di accettazione.

Nel tuo libro, parli estesamente della medicalizzazione e rimozione della morte dalle nostre società, un argomento che è stato molto discusso in passato. Tu però hai fatto un passo ulteriore, diventando un’attivista a favore di un nuovo, più sano modo di relazionarsi con la morte e il morire – cercando di sollevare il tabù che riguarda questi temi. Ma, all’interno di qualsiasi cultura, i tabù giocano un ruolo importante: pensi che un rapporto più rilassato con la morte potrebbe rovinare l’esperienza del sacro, e svuotarla del suo mistero?

La morte sarà sempre misteriosa e sacra. Ma l’effettivo processo del morire e il cadavere, se li rendiamo misteriosi e li releghiamo al “dietro le quinte”, diventano spaventosi. Mi è capitato talvolta che qualcuno mi venisse a dire: “Ho sempre pensato che mio padre sarebbe stato cremato assieme ad altre persone, in una grande montagna di corpi. Grazie per avermi descritto nel dettaglio come funzionano le cose”. Le persone sono talmente terrificate da ciò che non conoscono. Io non posso aiutare la gente riguardo agli aspetti spirituali della vita dopo la morte, posso solo dare il mio contributo sulle realtà terrene della salma. E so che l’educazione rende le persone meno spaventate. La morte in diverse culture non è affatto un tabù, e molti studiosi ritengono che non sia nemmeno un tabù “naturale” o radicato – siamo noi a farlo divenire tale.

Internet ha cambiato il modo in cui esperiamo la morte? Siamo davvero prossimi a una rivoluzione?

Internet ha cambiato la morte, ma è qualcosa che non possiamo davvero giudicare appieno. Tutti si scandalizzano riguardo ai teenager che si scattano i selfie ai funerali, ma è soltanto un’altra espressione del nuovo panorama digitale. In America negli anni ’60 si pensava che la cremazione fosse una pratica pagana, demoniaca, peccaminosa, e adesso quasi il 50% degli americani la sceglie. Ogni generazione porta le cose avanti di un passo in una nuova direzione, anche la morte evolve.

Promuovendo la morte in casa, e l’idea che le famiglie possano prendersi cura dei propri morti, stai in un certo senso ribellandoti contro un business funerario multimilionario. Hai ricevuto feedback negativi o reazioni astiose?

Ci sono impresari funebri di tutti i tipi che di certo non mi amano, né gli piace ciò che dico. Ne comprendo il motivo, sto mettendo in discussione la loro importanza e sottolineando la loro incapacità ad adattarsi. Anch’io mi odierei. Eppure fanno molta fatica a confrontarsi direttamente con me. Fanno anche fatica ad avere un dialogo aperto e rispettoso. Immagino sia una questione che a loro sta troppo a cuore.

Diverse pagine nel tuo libro sono dedicate a sfatare un mito molto recente, eppure già estremamente radicato, riguardo alla morte: l’idea della necessità assoluta dell’imbalsamazione. L’imbalsamazione moderna, una pratica essenzialmente americana, si è diffusa durante la Guerra Civile per preservare i corpi dei soldati morti al fronte, fino al loro rientro a casa. Poiché questa procedura non ha mai preso piede in Italia, è difficile per noi comprenderne le implicazioni: perché questo problema ti sembra così importante?

Per prima cosa, l’imbalsamazione non è una tradizione americana dalla grandiosa importanza storica. Ha soltanto poco più di un secolo, quindi è sciocco pensare che sia la struttura portante della nostra cultura della morte. L’imbalsamazione è un processo altamente invasivo che finisce per riempire i corpi di pericolose sostanze chimiche. Non sono contro la scelta di eseguirla, ma alla maggior parte delle famiglie viene raccontato che è necessaria per legge, o che serve a rendere il corpo igienicamente sicuro, ed entrambe le cose sono completamente false.

Il tuo Order of the Good Death sta crescendo rapidamente in popolarità, e conta un nutrito calendario di eventi “death-positive”, conferenze, workshop e ovviamente il Death Salon. La maggior parte degli organizzatori e dei membri nell’Ordine sono femmine: perché secondo te le donne si ritrovano in prima linea, in questo movimento di presa di coscienza riguardo alla morte?

Questo è un grande mistero. Forse ha a che vedere con il legame storico fra le donne e la gestione della morte, e il desiderio di rivendicarlo. Magari è un atto di femminismo, una sorta di rifiuto a lasciare che i maschi controllino i nostri corpi – nella riproduzione, nell’assistenza sanitaria, nella morte. Non ci sono risposte precise, ma sarebbe bello se qualcuno ci scrivesse una tesi!

Death becomes her … mortician and activist Caitlin Doughty

Siti di riferimento:
The Order of the Good Death
Death Salon
Il canale Youtube di Caitlin Doughty e il suo libro: Smoke Gets in Your Eyes: And Other Lessons from the Crematorium.

29 commenti a Caitlin Doughty e la Buona Morte

  1. Andrea ha detto:

    Bizzarro, l’articolo è molto bello e come al solito ti riveli un canale informativo straordinario, a mio parere però non si è analizzato un aspetto fondamentale: il perchè la società occidentale di oggi, senta la necessità di demonizzare e di non accettare la morte come fatto naturale e umano. Il mio parere, sentitevi liberi di dissentire, è che in un mondo dove l’uomo è diventato una sorta di macchina, super efficiente la morte è un evento quasi da medioevo, ci sembra strano e assurdo nel mondo luminoso, avanzato e tecnologico di oggi, che infine si debba tutti morire.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Non ne ho parlato perché, come suggerito nell’articolo, della rimozione collettiva della morte si è scritto di tutto e di più.

      Per fartela breve, e riassumendo il pensiero di molti studiosi della morte, i problemi sorti nel XX secolo sono racchiudibili in due macro-aree: 1) la medicalizzazione di sofferenza, vecchiaia e morte, cioè il momento in cui le strutture sanitarie diventano le uniche a cui è dato di gestire questi fenomeni, fino ad allora “processati” in famiglia; 2) la perdita dei codici (o de-ritualizzazione) del lutto, cioè viene a mancare una norma tradizionale a cui appoggiarsi (quando muore qualcuno, si fa così e così, ci si veste in un determinato modo per un determinato numero di giorni, ecc.) e non è più garantita la partecipazione sociale che si verificava un tempo (condoglianze, pianto, grida, esternazione del lutto).

      Concordo pienamente con quello che dici, oggi la morte (e ancor di più la vecchiaia) sono visti come scandali inammissibili perché minano alla base il culto del successo, il culto del progresso e il culto dell’immagine.

      • Giulio ha detto:

        Si ma alcuni codici soprattutto in alcune zone erano veramente assurde e secondo me inaccettabili. Ad esempio il non poter uscire di casa per i parenti piú stretti fino a quando non si faceva la messa di riuscita….coprire gli specchi, non vedere la TV, non truccarsi, non ridere in casa…per me sono “codici” surreali che hanno nel tempo aumentato la sacralità e la paura delle morte soprattutto nelle nuove generazioni di allora(ovvero i 40-50 enni di oggi).

        Per quanto riguarda la concenzione dell’impossibilità della morte al giorno d’oggi mi trovate perfettamente d’accordo. Basti pensare alle varie metologie pensate per rimanere immortali (criogenesi) o per non mostrare la propria vecchiaia (chirurgia plastica) e forse anche l’eccessivo accanimento terapeutico che mltle persone attuano sui propri cari in alcuni momenti tragici

        • bizzarrobazar ha detto:

          Certamente i codici di cui parli hanno fatto il loro tempo. Il problema odierno però è la totale assenza di simili strategie, al punto che ci troviamo in imbarazzo e impreparati anche soltanto nel porgere le condoglianze. Da questo la necessità di trovare un nuovo frame di riferimento, un approccio inedito e più consono ai valori odierni.
          Alcune nuove tendenze stanno già emergendo spontaneamente (con tutti i relativi difetti), ne avevo parlato in questo articolo.

  2. Chiara ha detto:

    Bellissimi articolo ed intervista.
    Mi è piaciuta tanto la frase di Caitlin riguardo all’aspetto dei defunti: “Sembra che stia dormendo”, non è per forza il complimento che vorrei sentirmi dire. Mi piacerebbe davvero se qualcuno mi confidasse: “si vede che è morto, ma è così bello. Sento che vederlo così mi sta aiutando ad accettare il fatto che se ne sia andato”.
    Mi ha colpito molto perché effettivamente dopo la morte c’è una spersonalizzazione nei confronti di chi è deceduto che spesso a mio avviso è una sorta di linea di demarcazione per prendere le distanze da ciò che, prima o poi, tutti noi affronteremo e a cui non vogliamo pensare: “E’ un involucro” “Non è più lui” “Non guardare”, anziché “E’ lui/lei. E’ morto/a, prendiamone atto.”
    Ciò che fa Caitlin è un lavoro importante, in un certo senso equiparabile a quello della tanatologia psicologica (disciplina che spero di cuore prenda piede prima o poi in Italia), che sottolinea quanto la morte sia una parte integrante della vita.
    E gioisco del fatto che molte donne prendano parte ai suoi seminari, perché purtroppo per esperienza personale ho potuto constatare che in Italia il settore funebre è prerogativa quasi esclusivamente maschile o, al massimo, di gestione familiare, poiché le donne sono considerate “troppo sensibili”, “eccessivamente impressionabili” “molto emotive” (quando però fino a cinquant’anni fa erano le donne a preparare e a vestire i cari defunti per la veglia).
    Apprezzo molto anche l’ironia con cui sdrammatizza l’argomento, distruggendo gradualmente un tabù e lo stereotipo secondo il quale la morte è un argomento che interessa soltanto personaggi “strani” o “di dubbie abitudini” chissà se vedere su Youtube questa bella ragazza che somiglia a Bettie Page non possa contribuire anche a far cambiare idea a riguardo!

  3. Livio ha detto:

    Ottimo!

    • Biuccy ha detto:

      Abito in un paese della provincia di Catania, da noi ancora sono le donne di casa a preparare la salma, solo in casi eccezionali ciò viene eseguita dagli impresari funebri. Quando ho avuto l’età ritenuta “giusta “, mia nonna mi ha spiegato il da farsi, perché la turbava il fatto di essere preparata da estranei. Oltre alla pulizia del corpo e l’applicazione di assorbenti, in caso di rigor mortis, vanno fatti impacchi di alcool alle articolazioni per metterle apposto. Per il periodo della veglia va tenuta sempre un piccolo accesso aperto, c’è la credenza che l’anima torni e non deve trovare tutto chiuso. Inoltre per un buon periodo di tempo non ci si dovrebbe sedere o coricare caricare nei posti dove era solito stare il defunto, sempre per la credenza che l’anima una volta tornata vuole trovare i suoi posti liberi.

      • bizzarrobazar ha detto:

        Commento estremamente interessante, grazie Biuccy.
        Credo che in America, così come accade in molti campi anche diversi da quello funebre, la “specializzazione” lavorativa abbia raggiunto livelli impensabili da noi. Negli USA esistono lauree specialistiche per operatori funebri. Questo comporta vantaggi e svantaggi, ovviamente, e uno dei pericoli è quello della forzata industrializzazione di ambiti che sono talmente personali, intimi, intrisi di sentimento che l’imposizione di una professionalità diventa una specie di violenza. Pensa se domani a tua nonna venissero a dire che il suo corpo potrà essere maneggiato esclusivamente da professionisti qualificati e da giovani laureati: non è una cosa brutta in sé, il messaggio qui è che serve garantire un’opzione, una scelta.

  4. Alex ha detto:

    Il cristianesimo, in particolare il cattolicesimo, hanno sempre combattuto contro l’estromissione della morte dalla società, perchè per il cristianesimo la morte altro non è che una nascita all’eternità. Tutt’ora esistono pratiche di pietà legate alla richiesta della buona morte, e vi è pure un santo patrono, San Giuseppe, che è il patrono dei moribondi e viene invocato per chiedere una buona morte e una serena agonia. Fino a qualche decennio fa, erano diffusissime le preghiere, che venivano già insegnate ai bambini, di chiedere una buona morte: “Gesù Giuseppe e Maria spiri in pace con voi l’anima mia”. Anche la religione aveva (ha) un apporto fondamentale alla percezione della morte.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Certamente, il problema è anche collegato alla secolarizzazione. In un’epoca in cui molti non sentono più la religione come stimolo fondamentale, o anche per esempio nel caso di persone per le quali la fede (pur non venendo meno) si è ormai distaccata dalle forme e dalle strutture canoniche ed ecclesiali, come si può affrontare la morte serenamente? La proposta di Caitlin mi sembra che consista nello scindere le due cose: accettare la morte corporale senza filtri – poi, per quanto riguarda le convinzioni sull’aldilà, ognuno è libero di credere ciò che vuole. L’importante però è non rifuggere dal confronto con la fine. Il suo messaggio non è rivolto a chi ha già dei codici fissi di interpretazione della realtà (nel suo libro dice di invidiare per certi versi chi può appoggiarsi a dei rituali prestabiliti), ma a chi per svariati motivi quei codici li ha persi.

  5. andrea c ha detto:

    Molto interessante!
    Un altro curioso cambiamento di mentalità nei confronti della morte, è che in tempi antichi la morte improvvisa, imprevista, nel sonno, o per infarto/ictus fulminante, era considerata una sciagura, mentre oggi quando si viene a sapere di qualcuno morto nel sonno, o di arresto cardiaco improvviso(come il cantante Mango) molti ne parlano quasi come se fosse la morte più bella(o meno brutta) che ci possa essere.
    Da un certo punto di vista sembra meglio la morte improvvisa, senza lunghe sofferenze e agonie, però devo dire che se una persona a me cara dovesse morire così all’improvviso, senza nemmeno poterci parlare un poco, senza avere il tempo di ricordare le cose importanti vissute insieme, senza poter pensare a come potergli dire addio, forse ci rimarrei anche peggio rispetto a una morte “prevedibile”, come può essere un malato terminale di tumore(o altre malattie cronico-degenerative), o una persona molto anziana, in cui comunque sei consapevole che è un conto alla rovescia di poche settimane o mesi.
    Una morte improvvisa mi sembra un po’ come dover lasciare un discorso in sospeso, in cui rimangono sempre cose non dette o non fatte…

    Però sinceramente il mio è discorso un po’ egoistico, ho paura della morte improvvisa degli altri, per me stesso non lo so se preferirei soffrire qualche settimana, o qualche mese, pur di poter “congedarmi” gradualmente dalla persone care, e pensare alle ultime cose da fare e da dire, oppure scomparire in un lampo, senza neanche rendermene conto

    Tu come la pensi in merito?

    • bizzarrobazar ha detto:

      Visto che chiedi il mio parere, sarò il più possibile sincero al riguardo: forse sono “medievale” come approccio, ma anch’io preferirei una morte lenta, che mi dia il tempo di di affrontare il passaggio – idealmente – con attenzione. E’ tutta la vita che mi preparo per quel momento, mi sembrerebbe una fregatura non gustarmelo, magari smettendo di respirare nel sonno. Ho sempre pensato che l’unica cosa che mi interessa veramente è morire con curiosità.

      La malattia? Il dolore? Sono aspetti che abbiamo demonizzato, abbiamo voluto dimenticare che possono avere un significato profondo, per esaltare un’idea di “salute” come valore totalitario che personalmente trovo aberrante.
      Ovviamente ho anch’io sempre evitato il dolore per quanto possibile, ma quando mi ha raggiunto non ho mai fatto tragedie, anzi, l’ho accettato (ancora una volta) con curiosità. E non perché io sia chissà quale eroe: il mio corpo mi ha ricordato la sua presenza in maniera dolorosa, e anche questo è vita, la struttura dell’universo è intrisa di dolore e questo io non posso rifiutarlo come un “errore”: la mia mente di animale simbolico è attrezzata per donare un significato, uno splendido significato, anche alla sofferenza, se solo ci presto attenzione.
      Non si può, secondo me, pretendere di amare la vita solo a condizione di rimuovere la morte, la violenza, il dolore, la malattia, e qualsiasi altro ostacolo che non soddisfa la nostra visione del mondo à la Winnie the Pooh. O si apprezza tutto questo strano viaggio, o niente! 🙂

      Per lo stesso motivo, sempre parlando a titolo personale, nonostante io sia assolutamente favorevole al diritto all’eutanasia non saprei proprio dire se preferirei che mi staccassero la famosa “spina”: anche nel dolore, chi lo sa quanti meravigliosi sogni o esperienze mi resterebbero da vivere?
      Ho visto purtroppo alcune persone morire di lunghe agonie, e non è certo una passeggiata. L’eutanasia esiste già di fatto, seppure sotterranea e nella forma (non rilevabile da un’eventuale autopsia) di cessazione dell’alimentazione del paziente, e ho visto i miei parenti prendere questa difficile decisione. Che dire? La malattia comporta anche una perdita di controllo, e anche questa è una sconfitta per il nostro amor proprio che andrà accettata prima o poi. Però, chi lo sa cosa penserò quando sarò diventato un peso insopportabile per i miei cari?
      Non ne ho davvero idea, ma di certo mi conforterebbe avere una possibilità di scelta.

      • Andrea ha detto:

        Bizzarro, leggendo questo commento non ho potuto non pensare ai libri e alle interviste fatte a Tiziano Terzani, forse un uomo “medievale” come dici tu. Una persona che ha sempre cercato di ragionare con la sua testa, come fai tu e come vedo fanno le persone che leggono questa tua “agenda delle scoperte e delle sensazioni”.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Terzani è stato di sicuro un personaggio fuori dall’ordinario, anche fieramente contraddittorio (e questo è il bello), che ha affrontato la morte in maniera esemplare, senza rifuggire da tutti gli inevitabili tentennamenti umani e dai momenti di riflessione, vivendo il suo ultimo periodo come “il più sacro”. E c’è di sicuro una particolare bellezza in tutto questo.

  6. andrea c ha detto:

    Rimanendo in tema, ne approfitto anche per chiederti cosa ne pensi di Eva Holland, quella vedova americana che ha postato su facebook una foto di famiglia(lei e i bambini) accanto alla salma del marito morto di overdose, per sensibilizzare le persone sui danni e rischi delle dipendenze. Di primo acchito devo dire che mi è sembrata di cattivo gusto, ma non conoscendo cosa c’è dietro, sospendo il giudizio.
    L’unica osservazione che posso fare è che a meno che non si tratti di un caso unico, forse negli Stati Uniti hanno un rapporto con la morte molto diverso(non saprei dire se più “sano” o soltanto più esibizionista) rispetto a noi italiani. Sugli account facebook italiani non ho mai visto niente del genere!

    • bizzarrobazar ha detto:

      In realtà la fotografia post-mortem, che ha una lunga tradizione, sta conoscendo una seconda vita con l’avvento degli smartphone, e può essere di grande aiuto per l’elaborazione del lutto. Si tratta di un ultimo ricordo che può rivelarsi prezioso anche a distanza di tempo – e se ci sembra osceno (o comunque “non giusto”) scattare una foto a un cadavere forse è solo per certi pregiudizi inconsci ancora legati alla fotografia che “ruba l’anima”, e via dicendo.

      Il caso a cui ti riferisci è diverso, perché in teoria la fotografia aveva l’intento di “sensibilizzare” il pubblico sul problema della droga. Sinceramente, più che scandaloso per la presenza di una salma, lo scatto mi sembra un po’ senza senso. Dubito che anche solo un tossicodipendente abbia lasciato gli stupefacenti dopo aver visto quell’immagine. 🙂

      • andrea c ha detto:

        Io più che altro di primo acchito ho trovato di cattivo gusto, o quanto meno strano, il fatto che sia la vedova che i figli esibiscono un sorriso forzato di circostanza, come se si trattasse di una foto di un party, o di una foto di matrimonio.
        .
        Ma forse è solo questione di atteggiamenti culturali diversi, in Italia sorridere vicino a un defunto sarebbe inconcepibile, ci sono addirittura persone che ai funerali esibiscono pianti ed espressioni tristi di circostanza(cosa che trovo di cattivo gusto, tanto quanto il sorriso forzato), mentre magari in altri Paesi ci sono tradizioni funebri più “festose”.
        Ad esempio in Ecuador(e forse anche in altri paesi del sud, e centro america) c’è l’usanza di riunirsi con tutti i parenti e gli amici del defunto, per celebrarlo in un banchetto simile a quello dei matrimoni, in cui si beve, si mangia, e si balla in memoria del morto!

        Probabilmente negli Stati Uniti, anche se non si arriva ad organizzare feste e sbornie di famiglia come nei paesi latinoamericani, c’è comunque una mentalità funebre un po’ diversa rispetto all’Italia

        Per il resto son d’accordo con te, la causa della sensibilizzazione sui rischi della droga sembra solo un pretesto per poter condividere nei social network un momento molto triste e difficile della propria vita. Cosa che magari superficialmente può sembrare esibizionismo, ma contiene anche motivazioni umanamente comprensibili!

        In tempi moderni in cui le famiglie sono sempre più ristrette, i rapporti di parentela sono diventati obsoleti, e gli amici veri sono sempre troppo pochi(a volte nessuno), il social network può essere l’unico “luogo” in cui trovare un po’ di solidarietà ed empatia nei momenti difficili

        • bizzarrobazar ha detto:

          La tradizione dei ricevimenti e dei party funebri – con diversi livelli di “allegria” concessa – esiste in molti paesi, Stati Uniti inclusi (ricordi ad esempio Il Grande Freddo?). Ho partecipato a qualcosa di simile anche in Italia, seppure non fosse un evento programmato ma piuttosto un’improvvisata, e sinceramente credo che quella situazione informale abbia fatto del bene a tutti i presenti e abbia risollevato il morale – dopotutto, anche il defunto l’avrebbe apprezzato.

          Un mio straordinario mentore e amico, morto qualche anno fa (una delle persone che maggiormente mi hanno formato o, per meglio dire, cercato di liberarmi dalla forma) è stato inumato nella sua terra natale, l’Inghilterra. I parenti hanno organizzato uno Humanist Memorial, una cerimonia non religiosa, con due tributi alla sua vita e alle sue passioni: uno a tema letterario, in cui sono state lette le sue poesie preferite, e uno a tema musicale, in cui il pubblico ha ascoltato pezzi degli Who, dei Fairport Convention, degli Heptones e dei Gluck. Sua moglie mi scrisse: “Le sue ceneri sono state disperse nel giardino, e torneranno in vita la prossima primavera con le campanule”. Credo di non aver mai letto parole più dolci.
          Ti immagini gli Who ad un funerale italiano? Eppure, perché no?

          • andrea c ha detto:

            Appunto, le facce sorridenti della vedova americana e dei figli(seppure palesemente di sorrisi forzati si tratta, si vede chiaramente la tristezza negli sguardi) hanno generato reazioni di disappunto in molti italiani(basta leggere i commenti sui social) compreso il sottoscritto, perché da noi la tradizione del funerale “festoso” è completamente assente.
            Il galateo funebre italiano impone ancora di vestirsi di nero, stamparsi in faccia l’espressione più triste possibile(anche se magari il morto è un parente lontano che non si faceva sentire da 10 anni, verso cui si prova indifferenza totale), parlare del defunto come fosse un santo(anche se fino al giorno prima era considerato uno stronzo), ed eventualmente suonare qualche “requiem” con l’organo.

            Per questo al primo impatto quei sorrisi, interpretati con un metro di giudizio tutto italiano, possono sembrare quasi una mancanza di sensibilità.

            Poi riflettendoci un attimo, ci si accorge che è solo questione di usi e costumi diversi, in fin dei conti non è molto diverso dalla classica vedova del sud italia, vestita di nero dalla testa ai piedi, che mette in scena tutto il suo melodramma, mostrandosi anche più triste e addolorata di quello che è realmente.

            Per quanto mi riguarda io sarei per un funerale libero, in cui ci si riunisce per ricordare e celebrare il morto, ma senza dover sforzarsi di mettere in scena melodrammi esagerati, o situazioni forzatamente festose. Se morisse una persona a me cara, non credo che avrei tanta voglia di far festa, e non mi piacerebbe dovermi sforzare di sorridere soltanto perché si usa fare in un certo modo!

  7. Vera Romagna ha detto:

    Appena ho letto che nell’Ordine della Buona Morte ci sono soprattutto donne, mi sono sinceramente detta: “Ah, lo immaginavo!” E sulle prime non ho capito bene perché. A ripensarci, credo che questa cosa non mi abbia stupito perché secondo la mia esperienza gli uomini tendono a essere meno preparati ad affrontare di petto i piccoli brani di caos della vita (essendo educati nell’illusione che, solo in virtù dell’essere maschi, la loro innata superiorità gli garantirà sempre senza sforzo i privilegi morali e fisici per cavarsela), quindi li schivano o vanno in catalessi finché non è passato tutto.
    Poi c’è una mia azzardata teoria: tutto ciò che dalla società viene respinto sino ai margini è propenso ad avere una connessione empatica colla donna, perché essa, benché sia accolta come esemplare di umanità, proprio come lo strano e il diverso deve continuamente “dimostrare” di poter essere accettata. Di essere inoffensiva, oppure di essere moralmente superiore. Dopotutto (sempre per la tradizione maschilista e patriarcale) il maschio è ritenuto la rappresentazione dell’umano standard, mentre la donna è una variante sempre in bilico, ma eternamente in relazione, fra l’essere umano e l’essere altro.
    Insomma, Morte e Fanciulla, Bella e Bestia ma anche, volendo, Dio e Madonna li vedo come parte di un grande archetipo della società patriarcale che elegge la donna tramite fra “l’umano” e “il meno umano”.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Quello che dici è estremamente interessante, soprattutto riguardo all’archetipo della femmina come ponte o filtro fra la normalità (maschile) e il perturbante.

      D’altro canto non credo si possa generalizzare troppo: che le donne siano più preparate dei maschi ad affrontare la morte è tutto da dimostrare, vi sono innumerevoli fattori (culturali, sociali, caratteriali, direi perfino relativi alla sessualità) che influenzano il modo in cui ogni individuo reagisce ai “piccoli brani di caos della vita”, bellissima espressione per inciso. Nei secoli passati per esempio esistevano Confraternite – esclusivamente maschili – votate al rapporto con la morte, e che si occupavano del recupero dei cadaveri abbandonati in campagna o nei fiumi.
      Come afferma anche l’intervistata, bisognerà aspettare una tesi di laurea o uno studio più approfondito al riguardo per farsi davvero un’idea. 🙂

  8. Enrico ha detto:

    Complimentoni! Articolo sublime!

  9. Fragola ha detto:

    Come infermiera di terapia intensiva trovo sconcertante che sia diventato normale morire in ospedale!
    Hai il cancro e i tuoi ti vengono a trovare negli orari stabiliti finché muori (spesso per farsi vedere dagli altri parenti o dagli operatori stessi) anche se prima magari ci si vedeva solo per le feste.
    Per di piú ho sempre trovato agghiacciante che il medico chiami a casa e anziché dirti che il parente è defunto ti dice che si è aggravato e tu arrivi in ospedale e ti senti anche in colpa di non essere arrivato in tempo!
    Io vorrei morire nel mio letto, magari per mia scelta, quando sono ancora nel pieno delle mie facoltà fisiche e mentali e poi vorrei una grande festa con tanta musica, in cui la gente ricordasse miei difetti e pregi mentre mangia e balla.
    Se fosse tutto colorato sarebbe anche meglio!
    Ciao!!^^

  10. Armando Carlone ha detto:

    Complimenti per l’articolo. Hai mai pubblicato qualcosa sul blog riguardo ai lavori di Ernesto de Martino?

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