I viaggi telepatici del Colonnello Astrale NOF4

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Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli“, diceva Salgari. Per Mauriac, “lo scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine“. Entrambi i concetti, il viaggio mentale e la battaglia alla solitudine, sono buone direttive per comprendere la vita e l’opera di NOF4, al secolo Oreste Ferdinando Nannetti.

La vita, non la si decide mai. Ci si illude, se tutto va bene, di controllarne il corso, ma talvolta il timone è guasto fin dall’inizio. La vita toccata in sorte a Oreste Ferdinando Nannetti fu dolorosa: nato a Roma la notte di capodanno del 1927, figlio di Concetta Nannetti e padre ignoto, divenne presto chiaro che non era un bambino come gli altri. Questo significava, all’epoca, una sola destinazione all’orizzonte – il manicomio. Oreste vi entrò per la prima volta a 10 anni, dopo essere stato affidato per tre anni a un istituto di carità. Nel 1948 subì un processo per oltraggio a pubblico ufficiale, ma il giudice lo reputò innocente in quanto incapace di intendere e volere (“vizio totale di mente“); passò poi una decina d’anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà prima di essere definitivamente trasferito a Volterra. Al manicomio di Volterra Oreste arrivò nel momento peggiore, quando nella struttura vigeva ancore un regime carcerario, con tanto di sbarre chiuse a chiave alle finestre e l’ordine di chiamare gli infermieri “guardie”. Le cose cominciarono a cambiare lentamente dopo il 1963, ma il clima poliziesco perdurò, con toni sempre più attenuati, fino all’abbandono dell’ospedale nel 1979 in seguito alla Legge Basaglia. Nel 1973 Nannetti fu dimesso e trasferito all’Istituto Bianchi. Morì a Volterra nel 1994, e a riguardarla adesso, questa sua vita, sembra tutta spesa sotto il segno della negazione civile, a partire da quella infamante sigla sul suo certificato di nascita, “NN”, “Non Noto”, dove sarebbe dovuto comparire il nome di suo padre. La vita di un povero figlio di puttana da rimuovere, cancellare, dimenticare. Soltanto un’altra mutazione fallita.
Ma Oreste Ferdinando Nannetti, in barba a tutti, la traccia del suo passaggio l’ha lasciata eccome su questa realtà, incidendola, graffiandola, tagliandola. E scrivendo, per viaggiare con la mente e per combattere la solitudine.

Negli anni di internamento a Volterra, Nannetti incise il suo febbrile capolavoro: un mastodontico e immenso “libro graffito” sul muro del reparto Ferri. Lungo 180 metri per un’altezza media di due, il graffito venne realizzato utilizzando la fibbia del panciotto (che tutti i ricoverati indossavano) per incidere l’intonaco. In seguito Nannetti si mise a “scrivere” in questo modo anche sul passamano in cemento di una scala, aggiungendo altri 106 metri per 20 centimetri alla sua opera. La sua produzione conta più di 1.600 altri scritti e disegni su carta, incluse diverse cartoline: queste cartoline, mai spedite e indirizzate a parenti immaginari, sono un altro tentativo di vincere le voragini di un’impensabile solitudine.

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Se la vita triste e misera che avete letto poco sopra, riassunta in un solo paragrafo, è quella “ufficiale” di Nannetti, cioè così come la si poteva vedere dall’esterno, attraverso i suoi scritti e graffiti si viene a dischiudere la sua vera storia, la sua vera realtà.
In questa dimensione, Oreste non era Oreste, bensì un “astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale“, “santo della cellula fotoelettrica“, e si presentava con i nomi di Nanof, Nof, e soprattutto NOF4. La sigla stava a significare “Nannetti Oreste Ferdinando”, “Nucleare Orientale Francese”, oppure “Nazioni Orientali Francesi”, mentre il “4” era il numero di matricola consegnatogli all’inizio dell’internamento. Quante moltitudini può possedere al suo interno un uomo che si autodefinisce “Nazioni”?
Il lavoro “minerario” di NOF4 era un continuo studiare e scavare nella realtà, e il suo graffito si propone come “chiave mineraria” per accedere alle insondate profondità della psiche. In esso leggiamo che “il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico; sono materie viventi le immagini che hanno una temperatura, e muoiono anche due volte“.

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NOF4 è in grado di comunicare telepaticamente con gli alieni: “i testi di Nannetti raccontano di conquiste di stati immaginari da parte di altre nazioni immaginarie, di voli spaziali, di collegamenti telepatici, di personaggi fantastici, poeticamente descritti come alti, spinacei, naso ad Y, di armi ipertecnologiche, di misteriose combinazioni alchemiche, delle virtù magiche dei metalli, ecc.“. (Quaderni d’altri tempi, II,6)

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Come un agente in incognito perso nella paranoia dell’Interzona di Burroughs, Nannetti riceveva dispacci dall’altrove e riportava i risultati delle sue investigazioni psichiche sul cemento: “alcune notizie che nel sistema telepatico mi sono arrivate, che vi paiono strane ma che sono vere: 1. La Terra sta ferma, e gli astri girano sulla parte della Terra; 2. La donna non ha padre, vostro padre era una donna“. Eroico scienziato di frontiera, all’interno del suo “osservatorio nucleare“, NOF4 rilevava i flussi magnetici, guardava foreste di tralicci metallici e antenne con l’occhio della mente, e continuava a incidere il graffito con la sua fibbia.
Le fitte righe del testo di cui è composto, con i disegni e le illustrazioni che lo interrompono ogni tanto danno l’idea di un flusso ininterrotto di parole, di suoni, di immagini. Un’enciclopedia del mondo trattata quasi come dialogo interiore, e comunicata a questo stesso mondo con urgenza, magari disordine, comunque determinazione”, scrive il sociologo Adolfo Fattori, e Lara Fremder gli fa eco: “Forse è andata così, è andata che un uomo apparentemente senza storia cerchi di scriversene una e che per farlo scelga un muro, un grande muro, una superficie di 180 metri, l’intera facciata di un ospedale psichiatrico. E che cominci così a scrivere e a disegnare e a ordinare tutto dentro pagine graffiate con forza sulla parete. […]  Quello che penso, che amo pensare, è che NOF 4 avesse altri interlocutori con i quali dialogare, ai quali mostrare i propri disegni e passare le chiavi del proprio sistema minerario. Amo immaginare che quegli interlocutori lo avessero capito bene quel pazzo e che con lui avessero disposto piani e progetti per altre dimensioni, di certo non per questa, avviata a quella lenta agonia di significati e bellezza a cui assistiamo giorno dopo giorno”.

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L’ex-ospedale psichiatrico di Volterra, chiuso nel 1979, è in stato di completo abbandono. Del graffito di Nannetti, considerato un capolavoro mondiale di Art Brut, si è salvato ben poco (una parte è stata distaccata nel 2013 a scopo conservativo). Ne rimane soltanto qualche breve tratto, così come dei suoi scritti e disegni esiste qualche fotocopia. Se non fosse stato per l’infermiere Aldo Trafeli, l’unico a comunicare con Nannetti e a instaurare con lui un rapporto di amicizia, forse nemmeno conosceremmo la sua vicenda.

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Fra i pezzi del graffito che ancora resistono, uno in particolare è la traccia visibile della gentilezza di Nannetti. In alcuni punti, infatti, le righe del testo salgono e scendono: quando gli venne chiesto il perché di quella strana “onda”, Oreste rispose che l’aveva fatto per non disturbare gli altri pazienti che si appoggiavano al muro per farsi scaldare dal sole; avrebbe potuto chiedere loro di spostarsi, ma invece aveva preferito continuare a incidere attorno alle loro teste.

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Nannetti, lo “scassinatore nucleare“, il “colonnello astrale“, non era mai andato oltre le scuole elementari. Ma, pur non essendo un letterato, nella scrittura aveva trovato un’astronave per esplorare la sua stessa malattia e la sua sofferenza.
NOF4 non era più solo, NOF4 viaggiava: “come una farfalla libera canta, tutto il mondo è mio… e tutto fa sognare…

Le uniche immagini filmate esistenti di NOF4.

Ecco la pagina Wikipedia su NOF4. Le citazioni nel post provengono dal meraviglioso numero monografico di Quaderni d’altri tempi interamente dedicato a Nannetti. In questo articolo potete anche ascoltare la voce di Nannetti, interrogato dai medici sul significato dei suoi graffiti.
(Grazie, gery!)

16 commenti a I viaggi telepatici del Colonnello Astrale NOF4

  1. stefano ha detto:

    la sottile linea tra genio e follia, ovvero l’imperscrutabilità della mente umana.

  2. AlmaCattleya ha detto:

    Che post commovente. Nella miseria della sua prigione ha trovato come una ragione di vita, un voler reinventare la propria storia come se fosse stato in attesa di qualcosa di grande, di misterioso. Non so se è stato così per lui, ma sono le sensazioni che mi vengono in mente.
    P.S.: Credo che tu non abbia parlato di Shirley Ardell Mason nota come Sybil, la donna con molteplici personalità. Ho letto che molto probabilmente si è molto esagerato sul fatto delle sue 10 e più personalità dissociate. Te la cito perché penso proprio che ti possa interessare.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ciao Alma, è vero, di Sybil non ne ho mai parlato, ma qualche anno addietro ho fatto di meglio: ho intervistato direttamente una persona affetta da disturbo dissociativo dell’identità. 🙂
      Comunque le tue impressioni credo siano assolutamente corrette: fingersi in contatto con mondi diversi, intento in complicati calcoli e a ricevere esoterici dispacci, era un modo di “colorare” una realtà troppo misera di per sé. La malattia mentale, molto spesso, più che una malattia è una specie di cura, un espediente della mente, una difesa estrema contro l’inaccettabile.

  3. Daniele ha detto:

    “La donna non ha padre, vostro padre era una donna”: in poche parole, quasi un riassunto di “All you zombies” di Heinlein!
    Sarei curioso di leggere i suoi rapporti, potrebbe esserci dentro qualche intuizione interessante (le parti riportate nell’articolo hanno un che di zen, e i disegni mi danno la stessa sensazione di quelli del manoscritto Voynich, anche se sono diversi).

    • bizzarrobazar ha detto:

      Sì, purtroppo gli stralci che abbiamo sono frutto di difficile decodifica, oppure sono stati indicati direttamente da Nannetti all’infermiere suo amico. Anche a me piacerebbe che se ne conoscessero di più.

  4. gery ha detto:

    Fantastico articolo! E di nulla ;D, tra l’altro hai segnalato dei link con dei materiali che non ero riuscita a trovare. Grazie mille a te!

  5. Manu ha detto:

    Mi viene in mente “Vagabondo delle stelle” di J.London. Per entrambi la prigionia, fisica o della mente, non è un limite ma un accesso, un portale verso un’assoluta libertà. Quello che gli altri vedono come un “prigioniero”,di sè stesso o di catene, è la creatura più incredibilmente libera che esista perchè può esplorare mondi negati alle persone normali.

    Fantastico articolo,grazie!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie a te Manu. È vero, la fantasia è uno dei più potenti antidoti a qualsiasi tipo di sofferenza. Si potesse prescrivere al posto delle benzodiazepine… 🙂

  6. Gianmaria ha detto:

    Una persona così, se me ne avesse raccontato qualcun altro, me la sarei figurata come uno di quei “matti” da thriller hollywoodiano o da fumetto horror italiano.
    L’immagine dell’internato che ossessivamente incide iscrizioni sui muri della sua prigione usando un pezzo della propria camicia di forza sembra ben si presta per descrivere uno dei tanti avversari di Batman oppure ci ricorda Tom Waits nel Dracula di Coppola.
    Stuzzicato dalla realtà storica di NOF4, uno sceneggiatore potrebbe “usarlo” come personaggio in un albo di Dylan Dog, dove con poca sorpresa si scoprirebbe che questo viaggiatore della mente è stato in realtà lucido tutto il tempo e realmente in contatto con entità altre.
    Magari il villain della storia si rivelerebbe il famoso direttore della struttura (ovviamente sadico).
    Poi, con un comodo colpo di scena finale alla Dennis Lehane o M N shaymalan, ecco che il vero folle risulterebbe essere proprio quest’ultimo.
    E ancora una volta la narrativa sancirebbe il rassicurante trionfo della ragione, della spiegazione, del senso su tutto quello che appare strano. Come se ogni bizzarria del mondo non fosse che un semplice scombinamento del cubo rubrikiano che non aspetta altro che una risoluzione.
    Invece nel tuo articolo (come sempre) riesci a ricordarci che non possiamo sempre applicare il nostro personale filtro (per quanto esso coincida con quello della società in cui viviamo) per osservare tutte le sfaccettature del mondo, e che non dovremmo scartare tutte le altre percezoni possibili come “indegne”.
    Mi piace come celebri la diversità e come ci inviti a guardarla, persino a fissarla, da vicino per esserne disarmati.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie per il bellissimo commento. Certo, la pazzia è una narrativa rassicurante, perché di riflesso rafforza la Norma. Ogni sguardo non allineato (cioè che sfida la categorizzazione, come quello di NOF4) sabota la visione condivisa della realtà, manomette l’illusione del cubo di Rubik di cui parli, vale a dire l’idea che le cose abbiano un senso specifico, una direzione e un verso precisi e conosciuti.
      NOF4 era un pazzo? Un artista? Un malato? Nessuna di queste cose, o tutte? La bellezza della sua figura sta nello scacco che subiamo, se siamo onesti, a volerlo rinchiudere in un’etichetta.

  7. Chiara ha detto:

    Grazie per questo post, non conoscevo questo personaggio e ho trovato la sua storia di una dolcezza e di una malinconia disarmante, ricordandomi la geniale ingenuità dei bambini che riescono a creare dal nulla un mondo tutto loro. Da una parte la capacità di NOF4 di crearsi un mondo tutto suo con cui scappare dall’annichilimento e la spersonalizzazione della prigionia suscita in me tenerezza ed ammirazione, dall’altra parte mi fa venire in mente la Psicopolizia descritta da Orwell e mi fa augurare che non venga mai inventata, poiché rappresenterebbe la distruzione più totale del concetto di libertà!
    Un caro saluto e come sempre complimenti per gli articoli, sempre interessanti, delicati e ben scritti.

  8. Gianluca TheDancingLeper ha detto:

    Pazzesco

  9. piras ha detto:

    che storia incredibile,sono queste le persone che piu mi affascinano,vissute nell’ombra ma che a modo loro hanno lasciato traccia del loro passaggio.analoga la vicenda di adolf wolfli

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