10 commenti a Una meraviglia in bilico sul niente

  1. Chiara ha detto:

    Grazie per quest’intervista, delicata, interessante e molto ben articolata. Ammetto di apprezzarla ulteriormente per il fatto che questa anatomopatologia sia una donna e abbia descritto anche le difficoltà iniziali nel suo percorso di studi e professionale a causa dei pregiudizi a cui è andata incontro: spero che la sua testimonianza, nel suo piccolo, riesca a scardinarne qualcuno. Concordo assolutamente quando parla del background culturale italiano e dell’attrito che provoca verso questo tipo di discipline (costante da secoli ormai).
    Leggendo l’intervista mi sono venute in mente due opere, una pittorica e l’altra letteraria. La prima è il dipinto “Lezione di anatomia del Dottor Tulp” di Rembrandt, la seconda è la poesia “Lezione di anatomia” dello scapigliato Arrigo Boito.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ciao Chiara, grazie per gli “spunti” artistici che offri. Parlando di dipinti sulla passione per l’indagine anatomica, al celeberrimo Tulp aggiungerei l’altrettanto famosa Anatomia del cuore di Simonet. 🙂

  2. Efy ha detto:

    E mi sembra ancora più una meraviglia in bilico sul niente, la vita.

    Questa frase è tutto! Bellissima intervista. Domande intelligenti e risposte ammalianti!

  3. procellaria ha detto:

    Non mi torna tanto il rispetto per il cadavere. Spesso questo viene riportato come uno dei primi segnali di una consapevolezza superiore nell’evoluzione dell’uomo, in quasi tutte le culture continua ad essere una cosa presa parecchio sul serio e spesso si rimane più impressionati se un omicida deturpa un cadavere, come se il fatto grave fosse sciogliere un cadavere nella soda caustica più ancora dell’omicidio stesso. Credo si possano fare due osservazioni a riguardo. La prima è di ordine scientifico-filosofico: noi non siamo il nostro corpo, noi siamo informazione, che è veicolata sul nostro corpo. Nel momento della morte l’informazione viene dissipata e il corpo che rimane diventa un supporto rotto e vuoto, che si disgregherà soggetto alle leggi della chimica, della biologia e della fisica.
    La seconda osservazione è sull’ipocrisia che circonda questo presunto rispetto per i corpi. Se tenessimo veramente al destino dei cadaveri, non ci basterebbe nascondere agli occhi gli effetti della degradazione, ma useremmo tecniche di conservazione ben più sofisticate che la sepoltura o la tumulazione. E’ un po’ strano quello che si ritiene accettabile e quello che non lo è. Se un cadavere viene mangiato dai cani o dai maiali è sbagliato, se invece viene mangiato da batteri, funghi e forse anche insetti, ma in modo che non si veda, allora è ok. Poi chiaramente la moralità umana viene sempre dettata dalla convenienza contingente della classe dominante, che troverà un qualche creativo al suo servizio in grado di fornire una buona giustificazione culturale-religiosa a qualsiasi comportamento gli torni utile.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Quello di cui stai parlando è una questione antica come il mondo. 🙂

      Diogene voleva che il suo corpo venisse divorato da uccelli e bestie, perché “come potrò essere ferito dagli animali, se non sentirò nulla?”. E su un livello razionale tutti la pensiamo così. Eppure allo stesso tempo le cose sono più complicate, perché nessuno di noi potrebbe sopportare la vista della propria madre sbranata dai cani, o buttata a faccia in giù in un fosso. Perché il cadavere è sempre stato allo stesso tempo “incantato”, un simbolo, oggetto e territorio sacro. Questa contraddizione accompagna l’uomo fin dalla preistoria, quando ha cominciato a seppellire i morti invece che lasciarli alle intemperie.
      Io non credo che si tratti di ipocrisia, è semplicemente il modo in cui l’uomo si rapporta con le spoglie dei suoi simili. Nel corso dei secoli abbiamo alzato barriere difensive o cercato di donare senso tramite rituali e simboli. E le tecniche che abbiamo perfezionato proprio per conservare i cadaveri sono straordinarie (i cadaveri hanno fondato o tenuto assieme le nazioni, dai faraoni a Lenin).
      Le tue obiezioni, ripeto, sono perfettamente comprensibili; ma forse dimentichi o non riesci a vedere il fatto che, in fondo, siamo tutti feriti di fronte alla morte. E tutte le strategie messe in atto dagli uomini, per quanto deboli, contraddittorie o fallimentari possano sembrare, sono sempre commoventi. Non esiste un modo giusto e uno sbagliato per affrontare queste cose. Se il rispetto per il cadavere esiste è perché infonde fiducia, rende più accettabile la dissoluzione, veicola l’idea del passaggio e ci rassicura sul fatto che saremo trattati con dignità dai nostri simili durante il nostro addio al mondo. Se tutto questo addolcisce la paura di chi sta morendo, e rincuora chi rimane, vuol dire che è una tecnica che funziona.
      Chi come te (mi pare di capire) ritiene superflui questi rituali, e preferisce coraggiosamente confrontarsi di petto con la realtà della dissoluzione, senza filtri, può benissimo farlo. In un certo senso questo tipo di aumentata coscienza di tutti gli aspetti della morte è quello che ho sempre suggerito con il mio lavoro. Non credo però che porti a nulla giudicare negativamente i costumi o le credenze degli altri, sottolineandone le contraddizioni con la penna rossa come a scuola. In questo campo – purtroppo o per fortuna – non esistono verità stabilite. 🙂

  4. procellaria ha detto:

    E’ possibile che mi sia espresso male o che tu abbia la tendenza a estrapolare troppo, in ogni caso la tua risposta mi sembra non centrata sul mio commento, ma su supposte implicazioni del mio commento.
    In generale credo che giudicare negativamente credenze e culture aliene sia legittimo, alle culture di solito viene concesso un rispetto ben maggiore di quanto riservato agli individui e trovo la cosa francamente assurda, oltre che pericolosa. Comunque non è questo che stavo facendo, il tono del mio commento non voleva essere così assertivo come invece mi sembra tu l’abbia inteso.
    Dubito che nessuno sopporterebbe la vista del cadavere della propria madre mangiato dai cani o gettato in un fosso, dipende dal mondo immaginato in cui uno vive. Se esiste una letteratura radicata, una storia che giustifichi il banchetto dei cani, allora potrebbe anche diventare una necessità desiderata. La storia potrebbe esistere per diversi motivi, che vanno dalle stesse ragioni che giustificano lo sky burial tibetano (razionale), a questioni di ordine politico (forza) o anche solo al caso. Potrebbe anche essere che la storia preveda di mangiare il cervello della propria madre dopo la morte e allora lo si farebbe, anche se magari qualcuno preferirebbe evitare.
    Sui rituali non mi sono espresso e di sicuro non ho intenzioni censorie a riguardo. Visto che li citi ti dico cosa ne penso: non credo che quelli più diffusi vengano usati perché funzionino. In molti casi mi sembra che siano fonte di sofferenza e che si facciano per conformismo, per retaggio, perché chi gestisce questi riti di passaggio, sia che si tratti di un’oligarchia religiosa o burocratica, ha interesse a mantenere il controllo sui momenti chiave della vita degli individui (a volte ben contenti di essere controllati). Per come la vedo io sarebbe preferibile che il mercato dei rituali di passaggio fosse più aperto e più vario, in modo da trovare soluzioni più efficaci attraverso un meccanismo di ottimizzazione evolutiva adattato alle varie esigenze. Per esempio, una cosa che mi viene in mente è il suicidio rituale o eutanasia rituale, una pratica che potrebbe essere applicata per ridurre la sofferenza sia di chi muore sia dei cari, che potrebbe essere organizzata in molti modi diversi e che invece è proibita al 99% delle persone. All’estremo opposto, ci potrebbe essere chi desidera aumentare la propria sofferenza nel momento della morte (rari casi presumo), se per esempio uno è cristiano potrebbe voler riprodurre la passione di Cristo (magari solo simbolicamente), ma anche questo immagino sia proibito.
    Sono andato un po’ fuori tema, quello che volevo dire con il mio commento precedente è che mi sembra sproporzionato l’interesse e la cura per il cadavere, non tanto nella storia dell’uomo, ma oggi, con la consapevolezza che abbiamo di cosa siamo, rispetto all’interesse per l’individuo, che sembra tenuto in minor conto nonostante dovrebbe(?) essere la cosa più preziosa.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Mi scuso per aver compreso male, ma il tuo commento precedente mi sembrava mostrasse una presa di posizione piuttosto tranciante: il rispetto del cadavere è irrazionale e poco comprensibile (“non mi torna“), perché “noi non siamo il nostro corpo, noi siamo informazione” (e qui ci sarebbe da discutere, perché le teorie sul gene egoista non impediscono a miliardi di persone di coltivare una visione fideistica della vita). Inoltre, il rispetto del cadavere è “ipocrita“, perché i rituali di sepoltura messi in atto dalla nostra cultura non prevengono effettivamente il disfacimento, ma lo nascondono soltanto. L’ultima frase infine sembrava ascrivere tutta questa irrazionalità e ipocrisia ai bisogni di controllo della “classe dominante“, che troverà sempre un modo “creativo” (leggi: disonesto) per giustificare qualsiasi rituale utile ad assoggettare la società.

      Forse il tono – me lo concederai – un po’ perentorio mi ha tratto in inganno, perché:

      quello che volevo dire con il mio commento precedente è che mi sembra sproporzionato l’interesse e la cura per il cadavere, non tanto nella storia dell’uomo, ma oggi, con la consapevolezza che abbiamo di cosa siamo, rispetto all’interesse per l’individuo

      Lasciando da parte le convinzioni personali (quanto a me, per esempio, non sono proprio sicuro che oggi abbiamo una maggiore consapevolezza del nostro ruolo nel cosmo), quello che intendevi dire dunque era: “ci curiamo troppo del cadavere, e poco della persona che muore”.
      Sulla seconda parte della frase sono del tutto d’accordo con te, è un problema importante al quale lentamente ci si sta sensibilizzando; per quanto riguarda la salma, invece, resta il fatto che la cura del cadavere è un tipo di interesse per l’individuo. E’ una forma di rispetto per la sua figura, la sua storia, la sua importanza nelle relazioni affettive e familiari, ecc. Che la cura del corpo non si estenda all’infinito (“se tenessimo veramente al destino dei cadaveri […] useremmo tecniche di conservazione ben più sofisticate“) ma si limiti ad assicurare un aspetto dignitoso durante il momento dell’addio e del passaggio, non mi sembra poi così strano.

      Secondo me hai anche ragione quando dici che sarebbe auspicabile, oggi nella nostra società secolarizzata, aprirsi a forme più varie e personali di gestione del lutto.
      Ma, in generale, cercherei di tenere i piedi per terra. Possiamo anche immaginare una cultura lontana per la quale buttare la mamma nel fosso sia espressione di pietà filiale, ma se parliamo della nostra realtà, c’è una tradizione con cui fare i conti; fantasticare su un futuro in cui chiunque sarà libero di crocifiggersi in strada o divorare i propri avi, per quanto divertente, non mi sembra molto plausibile. 😀

  5. procellaria ha detto:

    Mi scuso, vado un po’ off topic per fare alcune precisazioni.

    Quando dico che “siamo informazione” non mi riferisco all’informazione genetica, ma all’informazione contenuta in tutto il nostro corpo, prevalentemente nel sistema nervoso centrale, che definisce la nostra (fluida) identità. Si può ipotizzare che questa informazione sia un algoritmo in continuo mutamento, con tante librerie condivise con altri individui della nostra specie e molte altre personali, così come personali sono i ricordi e tanti meccanismi di pensiero e azione. Al momento non sappiamo leggere questa informazione, né tanto meno scriverla (non finemente almeno), ma è possibile che in futuro sapremo fare entrambe le cose. Se accadrà, diventerà davvero chiaro cosa significa essere informazione. Non colgo il nesso con le convinzioni fideistiche di miliardi di persone, sia perché quanto credono miliardi di persone non ci dice molto sulla fondatezza di un’idea, sia perché una visione fideistica può essere adattata a qualsiasi modello della realtà fisica, accurato o fallace che sia.

    Non intendevo usare il termine “creativo” con il significato di disonesto. Dicevo che l’oligarchia dominante, economica, burocratica o religiosa, a seconda delle convenienze/opportunità può influenzare la realtà intersoggettiva rendendo ammissibile o non ammissibile, lodevole o deprecabile un qualsiasi costume. Per farlo fa ricorso a uomini creativi, costruttori di storie, metafore, ispirazioni, etc. Questo è successo in tutta la storia umana, ne sono esempi l’invenzione del monoteismo, la letteratura cavalleresca o gli attuali spot commerciali fortemente individualistici che ti dicono che tu sei l’oggetto più importante dell’universo. Quindi, per quanto bizzarro possa sembrarci un costume, basta che sia di un qualche vantaggio a una cerchia influente di uomini e allora può esistere. Questo non significa che i costumi siano per forza irrazionali (termine che in effetti non ho usato), per esempio, tornando al nostro caso, i metodi di smaltimento dei cadaveri generalmente tengono conto delle problematiche sanitarie annesse.

    Per quanto grottesco possa sembrare, vivere in una società che permetta a un uomo di crocifiggersi in strada o di mangiare la testa della propria madre, se è questo ciò che tutti gli interessati desiderano, mi renderebbe più sereno. Perché quanto più è bizzarro un comportamento che ha conseguenze solo su chi lo esercita, tanto più la sua ammissibilità diventa un test significativo per misurare la libertà individuale di quella società. Non è così irrealistico credere che stiamo andando verso una società di libertà individuale estrema, perché questo è l’interesse dell’oligarchia, che identifica in soggetti realizzati, con elevata autostima, convinti di essere padroni del proprio destino, che non devono vergognarsi delle loro aspirazioni per quanto strambe possano sembrare, i consumatori ideali. La letteratura popolare attuale, dai film Pixar alle mini serie della BBC, spinge in questa direzione. La tendenza però potrebbe mutare, perché per esempio la figura del consumatore potrebbe perdere di importanza.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Bellissimo commento, procellaria, grazie, c’è molto da ragionare su quello che dici; e ora mi è chiaro anche che su alcuni punti ti avevo effettivamente travisato, perché i tuoi interventi precedenti nascevano da tutta una serie di concetti inespressi.
      Il nesso con la visione fideistica è semplicemente il fatto che tale visione è condivisa da una moltitudine di persone, e implica delle regole e delle tradizioni specifiche che non possono essere trasgredite dal singolo. Dubito che l’individualità (che tu dici essere rafforzata, ma solo in superficie, suppongo, dal modello capitalista/consumistico) potrà mai esprimersi liberamente su certi temi sensibili: e non sarà nemmeno soltanto la religione a lottare contro lo “scandalo” di un’ipotetica libertà assoluta di costumi, ma la società stessa, che veicola comunque una metafisica – seppure laica – provvista di totem e tabù. La narrativa della vita eterna oltre la morte non è esclusiva della religione, ma la si ritrova ad esempio anche nel valore dato alla memoria: dalle parate d’onore alla preservazione maniacale del passato, dal feticismo museale ai nomi delle strade, a imperituro ricordo, e via dicendo. In questo senso, non credo che abbia proprio senso immaginare una società futura che permetta altro che modeste differenze, tali da non essere avvertite come violazioni gravi del sentimento comune. E metabolizzabili sia dalla morale condivisa, che dal mercato.

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