I neonati prematuri di Coney Island

Un tempo, sulla midway dei circhi o dei Luna Park, fra l’odore di hot dog e le grida degli imbonitori, si potevano vedere straordinarie attrazioni secondarie, dai mangiatori di fuoco alle donne barbute, dalle ballerine elettriche alle mostruosità più esotiche (ne abbiamo parlato ad esempio qui e qui).
Eppure, oltre al fascino che ancora esercita su di noi quest’epoca di ingenua meraviglia, c’è un’altra e meno conosciuta ragione per cui dovremmo essere grati alle vecchie fiere itineranti: fra coloro che stanno leggendo queste righe, quasi uno su dieci è vivo anche grazie ai sideshow.

Questa è la strana storia di come i Luna Park, e la caparbietà di un medico visionario, contribuirono a salvare milioni di vite umane.

Fino alla fine dell’800, i bambini nati prematuri non avevano pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza. Gli ospedali non disponevano di unità neonatali in grado di assicurare cure efficaci per il problema, dunque i prematuri venivano ridati ai genitori affinché li portassero a casa — in pratica, a morire. Con ogni evidenza, Dio aveva deciso che quei bambini non fossero destinati a sopravvivere.
Nel 1878 un celebre ostetrico parigino, il Dr. Étienne Stéphane Tarnier, visitò una mostra chiamata Jardin d’Acclimation in cui veniva esibito anche un innovativo metodo di allevamento del pollame in ambiente riscaldato da un sistema idraulico, inventato da un impiegato dello Zoo di Parigi; immediatamente, il medico pensò di applicare lo stesso sistema ai neonati prematuri e commissionò la costruzione di una scatola che permettesse di condizionare la temperatura dell’ambiente in cui il bambino si trovava.
Dopo le prime, positive sperimentazioni all’Ospedale di Maternità di Parigi, ben presto l’incubatore fu dotato di una campanella che suonava quando la temperatura si alzava troppo.
Il suo braccio destro, Pierre Budin, sviluppò ulteriormente il concetto dell’incubatore di Tarnier, studiando da una parte come isolare e proteggere i fragili neonati dalle malattie infettive, e dall’altra ricercando le modalità e le quantità corrette di alimentazione di un bimbo prematuro.

Ma nonostante i buoni risultati, la comunità medica stentava a riconoscere l’utilità degli incubatori. Si trattava principalmente di una riserva dettata dalla mentalità dell’epoca: come ricordato, riguardo i bambini prematuri l’atteggiamento era piuttosto fatalista, e la morte dei piccoli più deboli era considerata inevitabile fin dall’alba dei tempi.

Fu così che Budin si decise a spedire un suo collaboratore, il Dr. Martin Couney, all’Esposizione Mondiale di Berlino nel 1896. Couney, il vero protagonista della nostra storia, era un personaggio fuori dal comune: al di là delle sue competenze di ostetrico, aveva uno sviluppato carisma e la verve di un vero animale da palcoscenico; queste sue doti si rivelarono, come vedremo, fondamentali per la riuscita della sua missione.
Couney, al fine di creare un po’ di clamore e diffondere meglio la novità, ebbe l’idea di esporre negli incubatori dei bambini prematuri in carne ed ossa. Dimostrando una notevole faccia tosta, chiese direttamente all’Imperatrice Augusta Vittoria di poter utilizzare alcuni infanti dell’Ospedale di Carità di Berlino. Il favore gli fu accordato, visto che comunque i neonati erano destinati a morte certa.
Però nessuno dei bambini alloggiati negli incubatori morì, e l’esposizione di Couney, intitolata Kinderbrutanstalt (“vivaio di bambini”) ebbe un’eco clamorosa in tutta la città.

Il successo si ripeté a Londra l’anno seguente, all’Esibizione di Earl’s Court (Couney totalizzò 3600 visitatori al giorno), e nel 1898 all’Esposizione Trans-Mississippi ad Omaha, Nebraska. Nel 1900 tornò a Parigi, all’Esposizione Mondiale, e nel 1901 alla Pan-American a Buffalo, NY.

L'edificio costruito per gli incubatori a Buffalo.

L’edificio costruito per ospitare gli incubatori a Buffalo.

Gli incubatori all’Esposizione di Buffalo.

Negli Stati Uniti, però, c’era una resistenza ancora maggiore nell’accettare questa innovazione e implementarla negli ospedali.
C’è da sottolineare che nonostante Couney stesse esibendo un’invenzione medica, lo stand con gli incubatori veniva (con suo grande disappunto) invariabilmente relegato nelle aree destinate al divertimento invece che nella sezione scientifica.
Fu forse per questo motivo che nel 1903 Couney prese una coraggiosa decisione.

Gli americani pensavano che quella non fosse altro che una trovata da circo? Bene, allora avrebbe dato loro l’intrattenimento che volevano. Ma a pagamento.

Infant-Incubators-building-at-1901-Pan-American-Exposition

Baby_incubator_exhibit,_A-Y-P,_1909

Couney si trasferì definitivamente a New York, e aprì una nuova attrazione al parco di divertimenti stabile di Coney Island. Per i 40 anni successivi, ogni estate, il medico esibì bambini prematuri nei suoi incubatori, al costo di entrata di un quarto di dollaro. Il pubblico affluiva numeroso per contemplare quei bambini estremamente sottopeso, gracili e indifesi, che dormivano nelle loro scatole di vetro temperate. “Mio Dio, guarda che piccolo!“, si sentiva esclamare dalla folla, mentre la gente scorreva lungo la ringhiera che la teneva separata dalla corsia di incubatori, infilati l’uno dietro all’altro.

 
Couney, per enfatizzare le dimensioni minute dei suoi neonati, cominciò a ricorrere anche a trucchi da vero e proprio imbonitore: se il bimbo non era abbastanza minuscolo, aumentava le coperte che lo avvolgevano per farlo apparire più piccolo. L’infermiera  Madame Louise Recht, al fianco di Couney fin dalle primissime esibizioni a Parigi, di tanto in tanto infilava il suo anello sul braccio dei neonati, per dimostrare quanto fossero sottili i loro polsi: peccato che l’anello fosse in realtà di dimensioni sproporzionate anche per il dito dell’infermiera.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Madame Louise Recht con uno dei neonati.

Bambino prematuro con al polso l’anello dell’infermiera.

L’attività di Couney, che presto si allargò a contare due centri di incubazione (uno a Luna Park e uno a Dreamland), può sembrare ai nostri occhi piuttosto cinica. Eppure non era affatto così.
I bambini ospitati nelle sue attrazioni erano stati rifiutati dagli ospedali della città, e consegnati ai genitori che non avevano speranze di vederli sopravvivere; il “Doctor Incubator” prometteva alle famiglie di curarli senza alcuna spesa da parte loro, a patto di poterli esporre al pubblico. I 25 centesimi che il pubblico pagava per vedere i neonati coprivano interamente le elevate spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, garantendo addirittura un modesto margine di guadagno per Couney e i suoi collaboratori. In questo modo, i genitori avevano un’opportunità di salvare il proprio bambino senza sborsare un soldo, e Couney poteva continuare la sua opera di sensibilizzazione sull’importanza e l’efficacia del metodo.
Cosa più unica che rara nell’America di inizio secolo, Couney non faceva nemmeno distinzioni di razza, esibendo neonati di colore a fianco di neonati dalla pelle chiara. I suoi incubatori annoverarono fra i loro “ospiti” anche la figlia prematura di Couney stesso, Hildegarde, che più tardi divenne infermiera e affiancò il padre nella gestione dell’attrazione.

Infermiere con bambini alla Fiera Mondiale di Flushing, NY. Al centro la figlia di Couney, Hildegarde.

Oltre ai suoi due stabilimenti di Coney Island (uno dei quali rimase distrutto nel terribile incendio del 1911), Couney continuò a portare in tour per tutti gli Stati Uniti i suoi incubatori, da Chicago a St. Louis a San Francisco.
In quarant’anni di attività Couney trattò circa 8000 bambini e salvò almeno 6500 vite; ma la sua instancabile ostinazione nel divulgare l’incubatore ebbe effetti ben più vasti. I suoi sforzi, sul lungo termine, contribuirono all’apertura delle prime unità ospedaliere di cura intensiva neonatale, oggi presenti in tutto il mondo.

Dopo un picco di popolarità a inizio secolo, sul finire degli anni ’30 il sucesso degli incubatori di Couney cominciò a calare. Si trattava di un’attrazione ormai vecchia e risaputa.
Quando il primo reparto per bambini prematuri venne inaugurato al Cornell’s New York Hospital, nel 1943, Couney confidò a suo nipote: “la mia opera è conclusa“. Dopo 40 anni di quella che aveva sempre considerato propaganda a fin di bene, chiuse definitivamente la sua attività a Coney Island.

Martin Arthur Couney (1870–1950).

La maggior parte delle informazioni presenti in questo post provengono dallo studio più approfondito sull’argomento, ad opera del Dr. William A. Silverman (Incubator-Baby Side Shows, in Pediatrics, 1979).

(Grazie, Claudia!)

23 commenti a I neonati prematuri di Coney Island

  1. Laura ha detto:

    A parte il fascino che esercitano su di me circhi e luna park e non a caso ci ho lavorato per anni, questa storia è pazzesca! E chissà quanti l’avranno considerato un cialtrone approfittatore. A volte il bene sta proprio dietro all’apparente male. Laura

  2. Gianmaria ha detto:

    Grazie molto interessante.

  3. Lucio ha detto:

    Anche a Torino all’Expo del Valentino del 1898 ci furono le incubatrici con bambini Vivi…mi colpi’ molto la Pubblicita’ su un libro della Storia di Torino e non ne capivo il Senso. http://i.ebayimg.com/00/s/MTAyNFg3Njg=/z/TXQAAMXQ0v1RcPTS/$T2eC16F,!yEE9s5jD(PLBRcPTSGwHQ~~60_57.JPG Grazie per L’Articolo.Lucio.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Vero. Ho omesso di dire che Couney generò una nutrita schiera di imitatori, spesso meno interessati di lui all’aspetto medico.

  4. Giulia ha detto:

    Avevo già letto questa storia in un libro che mi era piaciuto moltissimo, Delirious New York di Rem Koolhaas. Grazie per averlo approfondito!

  5. Kronos The Mad ha detto:

    Veramente interessante come articolo!

    P.s. da quando ho scoperto BizzarroBazar, aspetto sempre con intrepidazione gli articoli nuovi!
    Non prendermi per matto, ma ho passato tutta la notte della fantastica scoperta a leggere quasi tutti gli articoli presenti

  6. gery ha detto:

    Fa davvero riflettere come la sensibilità generale nei confronti della morte infantile, sia cambiata così radicalmente in pochi anni. Almeno qui da noi, nei paesi – chiamiamoli per capirci – primo mondo. E come questa persona, abbia dovuto lottare con ogni mezzo per riuscire a convincere l’opinione pubblica, a salvare i propri figli. Pazzesco. Oggi, la morte di un bambino è qualcosa di talmente inconcepibile e anomalo, che quando capita finisce subito sui giornali. Per fortuna.

  7. Incredibile!! Grazie per questa interessantissima apportazione.

  8. martina ha detto:

    Ancora una volta , commossa , ringrazio….

  9. Daniele ha detto:

    Forse è stata un’attività con una punta di cinismo, forse no (non sono mai stato bravo, nel processo alle intenzioni 😛 ) ma l’idea di lasciare quei bambini al loro destino era decisamente più cinica e pure crudele!
    Diciamo che, col senno di poi, è stato uno di quei casi in cui il marketing è servito a far conoscere un buon prodotto, non a nascondere i difetti di una ciofeca 🙂

  10. Alex ha detto:

    C’era tutta un’aptra sensibilità nei confronti della morte, specialmente per i bambini e i deboli, dovuta al percepirla come evento naturale. Il progresso medico ha (per fortuna) del tutto eliminato questo aspetto, ma in altri paesi è tutt’ora così: sono stato alcuni mesi in Africa, in Uganda, ospite di uno zio missionario, le famiglie sono numerose e i bambini muoiono come mosche, non tanto per la denutrizione, che in quella zona grazie alle matoke (banane verdi) e alla possibilità di una agricoltura di sussistenza è quasi assente, ma per l’altissimo numero di malattie. Ad esempio, quasi tutti rifiutano i consigli medici dei missionari di praticare il parto in strutture sanitarie, con almeno le minime norme igieniche, ma si affidano comunque a levatrici che applicano metodi tradizionali, come usare sterco di capre per certe medicazioni, in condizioni di igene spaventose. E la è normalissimo vedere bambini piccoli morire come nulla: le mamme non si disperano quasi per niente, quando percepiscono che il bambino sta per morire lo portano fuori dalle chiese, lo cullano, a volte lo lasciano fuori dalla capanna, e dicono “che si prepara a dormire e a tornare nel grembo”. Nella chiesa della missione, due/tre volte a settimana arrivavano mamme con i neonati in braccio a cullarli sedute in chiesa. I primi tempi non capivo, e i missionari spiegavano che le mamme li portavano a morire li, a volte erano già morti lungo la strada, ma su una quindicina di mamme che ho visto, nessuna è andata via disperata. Era normalissimo per loro. E per me, che ero li con la mia mentalità occidentale, era una visione straziante. Una mamma addirittura ha detto (al missionario, nel suo dialetto rugnancore) che non capiva perchè io stessi piangendo mentre la bambina stava dormendo, e per dormire intendeva che era morta.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie mille Alex per la tua commovente testimonianza.
      Il progresso medico ha effettivamente avuto un impatto anche sulla nostra percezione della morte, che oggi è avvertita come un evento paradossalmente “innaturale”, il nemico da combattere, la catastrofe da evitare. Si è, per così dire, accentuato il dualismo occidentale che già aveva associato il bene alla vita, e il male alla morte. In altre culture questa contrapposizione non è così netta, e un aspetto positivo del conoscere la morte in prima persona, di lasciarla coesistere con la vita, è un rapporto più sereno con il naturale fluire delle cose.
      Non intendo ovviamente dire che si dovrebbero lasciar morire i bambini malati, intendiamoci: ma guardando le società in cui la morte è più presente (rispetto alla nostra che l’ha volutamente rimossa) con grande nostra sorpresa le scopriamo meno attanagliate dalla paura e dall’ansia.

      • Alex ha detto:

        TI ringrazio del tuo apprezzamento. Purtroppo si è portati a pensare che tutto il mondo abbia la nostra visione, e sia quella giusta. Mio zio, era stato 20 anni in una zona del Bangladesh, una zona poverissima dove la missione aveva (ha) l’unica struttura “civile”, nel raggio di 50 km, perchè è una zona periferica dove vivono i paria, ovvero quelli che per nascita sono considerati intoccabili da tutto il resto della società. Ebbene, loro crescono fin da piccoli, con la consapevolezza di essere dei “sottouomini”, e credono che la loro condizione di emarginazione totale sia legittima. All’interno dei paria, esiste una categoria peggiore, che sono le donne: le bambine ( e le donne in generale) non possono usufruire delle cure mediche (tradizionali) al pari dei maschi, e sono considerate degli oggetti il cui fine è solo partorire. Se nasce una femmina malata, o si ammala in tenera età, non si tenta neanche di curarla. Alla missione, per alcuni periodi dell’anno, arrivavano dei medici volontari di Bologna. Una bambina, nata col labbro leporino, era stata lasciata dai genitori morire fuori dalla capanna, considerata maledetta. Recuperata dai missionari, è stata operata dai medici di Bologna. Dopo l’operazione e la degenza era stata riportata alla famiglia, pensando comunque che fosse accolta. Il padre infermiere, due giorni dopo era andato a casa, per controllare la medicazione. Ebbene, la bambina, era stata affogata dal nonno in un catino di acqua e latte, come prescrive l’usanza, per non che si debba restare impuri nel vedere il momento della morte. E per loro, è normalissimo.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Storia agghiacciante. 🙁
          Oltre che nella povera bambina, mi immedesimo anche nel nonno, costretto al terribile compito, ma convinto di dover agire a fin di bene.

  11. Livio ha detto:

    Ottimo articolo. eccellenti i commenti (come sempre)!

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