Tatuaggi da collezione

Da qualche giorno mi arrivano segnalazioni riguardo alla collezione di tatuaggi del Dr. Masaichi Fukushi, ospitata all’interno del Dipartimento di Patologia dell’Università di Tokyo. Colgo volentieri il suggerimento dei lettori, anche perché l’argomento è più sfaccettato di quanto sembri a prima vista.

La suddetta collezione è molto nota e al tempo stesso piuttosto oscura.
Nato nel 1878, il Dr. Fukushi intorno al 1907 stava studiando la formazione dei nevi sulla pelle, quando le sue ricerche lo portarono a esaminare le correlazioni fra il movimento della melanina attraverso la vascolarizzazione dell’epidermide e l’iniezione di pigmenti sotto cute nella pratica dei tatuaggi. Il suo interesse venne ulteriormente alimentato da una peculiare scoperta: la presenza di un tatuaggio sembrava arrestare la comparsa dei segni della sifilide in quell’area del corpo.

Nel 1920 il Dr. Fukushi entrò a lavorare al Mitsui Memorial Hospital, un ospedale di carità dove venivano offerte cure alle classi sociali più svantaggiate. In questo ambito il medico entrò in contatto con moltissimi tatuati e, dopo un breve periodo in Germania, continuò le sue ricerche sulla formazione di nevi congeniti alla Nippon Medical University. Qui, trovandosi spesso a svolgere autopsie, sviluppò un suo metodo per preservare l’epidermide tatuata prelevata dai cadaveri; cominciò quindi a raccogliere alcuni esemplari, riuscendo a stendere la pelle in modo da poterla esibire in cornici di vetro.

A quanto pare il Dr. Fukushi non mostrava un interesse esclusivamente scientifico per i tatuaggi, ma anche umano. I portatori di tatuaggi, infatti, spesso appartenevano alle fasce più povere e problematiche della società giapponese, e la simpatia di Fukushi per i meno fortunati lo spinse addirittura, in alcuni casi, ad accollarsi le spese di chi non poteva permettersi di completare un tatuaggio già iniziato. In cambio, il dottore chiedeva l’autorizzazione di prelevare la pelle post mortem. Ma la sua passione per i tatuaggi passava anche per la documentazione fotografica: accumulò un archivio di 3.000 scatti, andati distrutti durante il bombardamento di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
A questa perdita va aggiunto un buon numero di pelli tatuate, rubate a Chicago mentre il dottore le stava portando in tour negli Stati Uniti nell’ambito di una serie di lezioni accademiche fra il 1927 e il 1928.
L’attenzione per il lavoro di Fukushi conobbe un picco durante gli anni ’40 e ’50, quando diversi giornali pubblicarono articoli su di lui, come ad esempio quello qui sotto, apparso su Life.

Life

Come dicevamo, gran parte della collezione subì gravi perdite durante i bombardamenti del ’45. Alcune pelli però, messe al sicuro altrove, si salvarono e — dopo essere passate nelle mani del figlio di Fukushi, Kalsunari — farebbero oggi parte del Dipartimento di Patologia, anche se non visibili al pubblico. Sembra che fra i reperti vi siano anche delle pelli pressoché integrali, con i tatuaggi che si estendono per tutta la superficie del corpo. Il condizionale è d’obbligo, perché il Dipartimento non è aperto al pubblico, e sulla rete non si riescono a rintracciare notizie ufficiali.

D’altronde, se il tatuaggio è ormai una moda talmente diffusa in Occidente da non destare più alcuna sorpresa, rimane ancora piuttosto tabù in Giappone.
Tempo fa, il grande tattoo artist Pietro Sedda (autore fra l’altro dello splendido Black Novel For Lovers) mi raccontava del suo ultimo viaggio in terra nipponica, e di come in quel paese il lavoro del tatuatore fosse ancora svolto pressoché in segreto, in piccoli e anonimi parlor senza insegne, nascosti all’interno di normali stabili abitativi. Il fatto che i tatuaggi non siano normalmente visti di buon occhio potrebbe essere correlato alla tradizionale associazione di questo tipo di arte con i componenti della yakuza, anche se in alcuni contesti giovanili il tatuaggio di moda ha ormai preso piede.

Lo stigma del tatuaggio esisteva anche da noi fino a meno di mezzo secolo fa, sancito da espliciti divieti in bolle papali. Una celebre eccezione era quella dei tatuaggi effettuati dai frati marcatori del Santuario di Loreto, che segnavano simboli cristiani, propiziatori o di vedovanza sui polsi dei fedeli. Ma in generale gli unici a decorare il proprio corpo a questo modo erano tradizionalmente gli outcast, le persone ai margini: pirati, mercenari, disertori, fuorilegge. Tanto che nel suo più celebre saggio, L’uomo delinquente (1876), Cesare Lombroso catalogò tutte le declinazioni di tatuaggi riscontrate fra i detenuti, leggendole alla luce della sua (ormai sorpassata) teoria dell’atavismo: il criminale era, nella sua idea, un individuo darwinianamente involuto, che si tatuava rispondendo a un’innata arretratezza, tipica per l’appunto dei popoli primitivi — presso i quali il tatuaggio tribale era ampiamente praticato.

Tornando alle pelli umane preservate dal Dr. Fukushi, quello che non molti sanno è che non si tratta affatto dell’unica, né della più grande, collezione di questo tipo. Il primato va senza dubbio alla Wellcome Collection di Londra, che conta circa 300 pezzi individuali di pelle tatuata (a fronte dei circa 105 esemplari che sarebbero conservati a Tokyo), risalenti alla fine dell’800.

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I bordi di questi reperti mostrano un tipico pattern arcuato dovuto all’essiccamento tramite spilli. Ed è emozionante il mondo che simili tracce di un tempo passato rivelano, le motivazioni che si possono indovinare dietro un’iscrizione indelebile sulla pelle. Oggi il tatuaggio è spesso poco più di una decorazione senza grandi pretese, un disegnino tribale (di cui il più delle volte ignoriamo il significato) sulla caviglia o altrove, un abbellimento che fa del corpo una sorta di tela narcisistica; in un’epoca in cui, invece, il tatuaggio era un simbolo di ribellione verso l’ordine costituito, e di per sé comportava problemi di non poco conto, la scelta del soggetto era di primaria importanza. Ogni tatuaggio d’amore sottintendeva una relazione probabilmente pericolosa e “proibita”; ogni frase iniettata sottopelle dagli aghi era una definitiva dichiarazione di intenti, una filosofia di vita.

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Queste collezioni, per quanto macabre possano apparire, aprono uno spiraglio su una sensibilità non allineata. Sono, per così dire, un atlante illustrato della parte della società di norma non contemplata né cantata dalla storia ufficiale: quella dei reietti, dei perdenti, degli outsider.
Raccolte in un’epoca in cui si cercava di stilare una tassonomia di simboli che permettesse di riconoscere e prevenire determinate psicologie ritenute aberranti, oggi invece ci parlano di un’umanità che aveva fatto della propria diversità una bandiera.

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(Grazie a tutti coloro che mi hanno segnalato la collezione Fukushi).

La seduzione del primitivo: due insoliti “selvaggi”

Nel 1929, per i tipi della Knopf di New York, apparve il libro Lobagola: An Africa Savage’s Own Story. La notevole autobiografia, scritta da Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola, raccontava la vita avventurosa e bizzarra di uno “straniero nel XX secolo“.
Bata LoBagola era nato nell’Africa orientale, in una regione del Dahomey (oggi Benin) così remota da non essere ancora stata raggiunta dall’uomo bianco. Bata ebbe il primo incontro con gli europei negli ultimi anni dell’800 quando, assieme ad altri membri della sua tribù, si spinse fino alla costa e vide una nave pronta a salpare. Raggiuntala in canoa, i “selvaggi” furono benvenuti a bordo dai mercanti, che per un’ora circa li accompagnarono ad esplorare l’imbarcazione; ma quando la nave lasciò la sponda senza preavviso, impauriti, tutti i compagni di Bata si gettarono in acqua, finendo divorati dagli squali. Bata, che era stato trattenuto sottocoperta, scampò quel destino ma dovette partire per le sconosciute terre di un diverso continente. Aveva soltanto sette anni.

Arrivò dunque in Scozia, dove visse per tutta l’adolescenza sotto la protezione di un generoso benefattore e venne educato fra Edimburgo e Glasgow. Quasi per caso, scoprì che poteva guadagnare qualche soldo nel mondo dello spettacolo, semplicemente raccontando del suo paese d’origine e del suo popolo. Cominciò quindi ad esibirsi nei vaudeville e in piccoli show itineranti, rispondendo alle domande del pubblico e mostrando alcune danze tradizionali. Essendo colto e intelligente, oltre che un ottimo oratore, divenne presto più di una semplice attrazione da sideshow, e cominciò ad essere richiesto anche da etnologi e antropologi. Viaggiando di continuo fra Europa e Stati Uniti, LoBagola tenne lezioni all’Università della Pennsylvania e a quella di Oxford, diventando una sorta di “ambasciatore culturale” dell’Africa occidentale e dei costumi e tradizioni del suo popolo.

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Per comprendere quanto il pubblico fosse affascinato da questo “selvaggio”, bisogna calarsi nella realtà del tempo. Nella seconda metà dell’800 l’intensificarsi del colonialismo aveva portato alla scoperta di numerose popolazioni primitive, e in contemporanea era nata la nuova antropologia scientifica. A livello popolare, i romanzi d’avventura incentrati sull’esplorazione di terre vergini erano fra le pubblicazioni di maggior successo. E l’insaziabile desiderio di esotismo si mescolava al diffuso e aperto razzismo, alla curiosità di vedere l’arretrato primitivo con i propri occhi; tanto che quando fu invitato a Philadelphia nel 1911 LoBagola si guadagnò la definizione di “esemplare più interessante dell’intero Museo“. Come recitava il suo pamphlet promozionale, sembrava davvero “troppo raffinato per la primitiva rozzezza della sua tribù, e troppo selvaggio per la società sofisticata“.

Bata LoBagola era ormai diventato una piccola celebrità, in costante tour come informatore culturale nelle scuole e le università, ma purtroppo la sua vita prese una brutta piega. Bata aveva problemi con l’alcol e la tendenza a farsi coinvolgere in risse di poco conto, ma la vera spada di Damocle sul suo capo era la sua omosessualità. Arrestato più volte per sodomia e altri reati minori, finì in carcere una volta per tutte nel 1931 per piccoli furti e crimini sessuali. L’anno successivo il Bureau of Naturalization, ai cui ufficiali evidentemente sembrava che qualcosa non quadrasse, strinse la morsa attorno a LoBagola, costringendolo infine a confessare una realtà che nessuno aveva sospettato fino ad allora.
Bata Kindai Amgoza ibn LoBagola si chiamava in realtà Joseph Howard Lee, ed era nato a Baltimora, nel Maryland.

Non tutto, nel suo libro, era inventato: Joseph Lee era probabilmente stato a Glasgow da giovane, visto che dalle sue pagine si evince una certa conoscenza della città, e secondo diverse testimonianze egli aveva un leggero accento scozzese. Ma di certo la sua infanzia non era trascorsa tra leoni ed elefanti — e altrettanto sicuro è che leoni ed elefanti non si “alleavano”, come raccontato in una fantasiosa pagina del libro, per dare la caccia agli uomini.
Se alcuni lettori, che avevano familiarità con l’Africa occidentale, già alla pubblicazione della sua falsa autobiografia si erano accorti che le descrizioni di quei luoghi erano di pura invenzione, il dubbio non era invece mai sorto nella mente dei professori universitari. Fatto ancora più curioso se si pensa che nello stesso libro viene candidamente suggerita l’idea che agli uomini bianchi si possa raccontare qualsiasi cosa sull’Africa nera, ed essi ci crederanno.
La discriminazione razziale, a cui si accennava prima, può essere considerata uno dei fattori dietro la falsa identità di LoBagola: fin dal 1907, fingersi un primitivo gli aveva permesso di accedere a una serie di privilegi e di aiuti che paradossalmente non avrebbe mai ottenuto in qualità di afroamericano. Morì nel 1947 nel carcere di massima sicurezza di Attica, dove erano detenuti i più pericolosi criminali del tempo.

La sua strana truffa aveva però un precedente eccellente.


George Psalmanazar era apparso a Londra nel 1703, dichiarandosi nativo di Formosa (Taiwan), un’allora lontana isola di cui si conosceva molto poco. Psalmanazar aveva abitudini strabilianti: mangiava soltanto carne cruda speziata con cardamomo, dormiva seduto dritto su una sedia, metteva in scena complessi rituali quotidiani in onore del Sole e della Luna, seguiva un calendario sconosciuto. E i racconti della sua terra natìa erano favolosi e crudeli — in particolare le descrizioni dei sacrifici rituali di 18.000 ragazzi all’anno che culminavano nel cannibalismo.
George Psalmanazar venne invitato a parlare della cultura di Formosa nei più importanti circoli intellettuali, e si esibì in una lezione addirittura di fronte alla Royal Society.
Nel 1704 pubblicò il volume An Historical and Geographical Description of Formosa, an Island subject to the Emperor of Japan, che conobbe immediatamente un successo clamoroso e numerose ristampe. Ovunque non si parlava che di Formosa: lettori e intellettuali erano affascinati dalle descrizioni di questi selvaggi che indossavano soltanto una placca d’oro per coprire i genitali, abitavano sottoterra nutrendosi di serpenti, e occasionalmente si cibavano di carne umana. Oltre agli usi e costumi di Formosa, Psalmanazar ne riportava nel dettaglio anche il linguaggio e l’alfabeto, in maniera talmente convincente che molte grammatiche tedesche continuarono a riportare queste informazioni anche decenni dopo che l’inganno era stato confessato.

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Infatti nel 1706, di fronte al crescente scetticismo e ai resoconti di chi Formosa l’aveva raggiunta davvero, Psalmanazar aveva dovuto calare la maschera: era in realtà originario della Francia, educato dai Gesuiti, e le sue uniche doti erano un’enorme cultura e una geniale attitudine per le lingue. Tanto da riuscire a costruirne una dal nulla, per corroborare le sue menzogne, e raggiungere la fama.
Prima di morire nel 1763, scrisse un secondo libro di memorie, pubblicato postumo, in cui raccontava i retroscena della sua truffa. Ma nemmeno in quest’ultima autobiografia rivelava il suo vero nome, che rimane ancora oggi un mistero.

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Eppure, nonostante la conversione religiosa nei suoi ultimi anni di vita e il pentimento per la messinscena, l’opera di Psalmanazar rimane un piccolo capolavoro di inventiva. Oltre che una lingua precisa, alla sua Formosa l’autore aveva dato una storia, dei culti e tradizioni, perfino diverse monete di conio e minuziosi abiti cerimoniali, tanto che oggi il suo affresco sembra precorrere, per cura maniacale del dettaglio, certe costruzioni letterarie più moderne (si pensi alle appendici tolkieniane su genealogia, linguistica, botanica, ecc. della sua immaginaria Terra di Mezzo).
Ma c’è di più, come scrive lo storico Benjamin Breen:

Mentre divoravo l’immensa creatività mostrata in Description of Formosa, compresi che Psalmanazar stava anche raccontandoci qualcosa di fondamentale sulle origini della modernità. Il mondo di marinai, mercanti, schiavi e criminali deportati che aveva dato vita agli imperi europei oltreoceano, era costruito su finzioni elaborate, dal Prete Gianni a Jonathan Swift. Nonostante la scala e la singolarità del suo inganno l’avesse reso unico, Psalmanazar era anche rappresentativo: mentre stava inventando storie di cannibalismo formosano, i suoi pari scrivevano storie falsificate di utopie piratesche, resoconti parodistici di isole popolate da cavalli super-intelligenti, e sincere descrizioni di sacrifici demoniaci.
Queste opere sollevavano domande profonde sulla natura della verità e della finzione. L’atto di viaggiare è anche un atto autoriale, l’invenzione di una realtà che tutti noi filtriamo attraverso i nostri preconcetti individuali? Come possiamo capire dei mondi che differiscono dal nostro così fondamentalmente da sembrarci quasi altri pianeti?

(B. Breen, Made in Taiwan?: An Eighteenth-Century Frenchman’s Fictional Formosa)

Per la storia di LoBagola, la fonte primaria è un maginifico podcast di Futility Closet. L’autobiografia di LoBagola è disponibile su Amazon. La vicenda di George Psalmanazar è invece splendidamente raccontata in La follia di Banvard, e l’opera Description of Formosa è disponibile sull’Internet Archive.

Due cimiteri subacquei

Nell’insenatura chiamata Mallows Bay, il fiume Potomac scorre placido e indisturbato. L’ha fatto per ben più di due milioni di anni, lo perdonerete se non sembra particolarmente impressionato.
Le sue acque fresche e ricche di alghe scivolano via lungo le sponde, accarezzando le carene di centinaia di navi sommerse. Sì, perché in questo cimitero subacqueo riposano almeno 230 navi affondate — un surreale tributo qui, nel mezzo del Maryland a 30 miglia a sud di Washington, il ricordo di una guerra fra “bipedi implumi”, e di una strategia militare che si provò disastrosa.

Nel 1917, il 2 aprile, il presidente Woodrow Wilson chiamò alle armi gli Americani contro la Germania imperialista. Questo voleva dire spostare risorse alimentari, umane e belliche oltre l’Atlantico, che pullulava di sottomarini tedeschi. E mantenere un esercito al di là dell’oceano significava fabbricare la flotta più imponente della storia dell’umanità. Nel febbraio 1917, l’ingegnere Frederic Eustis propose un piano all’apparenza ineccepibile per abbattere i costi e risolvere il problema: la costruzione di navi in legno, più economiche e veloci da assemblare di quelle in acciaio; una flotta talmente vasta che avrebbe grazie al numero superato gli inevitabili affondamenti dei sottomarini, e portato provviste e armamenti fino alle coste europee.
Ma, fra guai burocratici e ritardi ingegneristici, il progetto cominciò ironicamente a fare acqua fin dall’inizio. I tempi di consegna non vennero rispettati, e nell’ottobre 1918 erano state completate soltanto 134 navi in legno; 263 erano finite solo per metà. Quando la Germania si arrese l’11 novembre, nessuno di questi vascelli era mai stato varato.

Cominciò una battaglia legale per accertare le rispettive responsabilità, visto che delle 731 navi commissionate soltanto 98 erano state consegnate; e anche queste avevano una struttura debole e mal costruita, dimostrandosi troppo piccole e onerose per la consegna di cargo sulla lunga distanza. I costi per mantenere questa flotta presto risultarono eccessivi, e in breve tempo si decise di eliminare l’intera operazione, affondando le navi dove si trovavano, una dopo l’altra.

Oggi Mallows Bay ospita centinaia di navi affondate, che si sono trasformate nel tempo in una sorta di reef naturale, in cui prospera un ecosistema florido. Visto che erano composte di legno, queste navi sono ormai parte della vita del fiume, e ospitano alghe e microorganismi che nel tempo cancelleranno questa follia bellica rendendola parte del Potomac stesso.
Mallows Bay è il più grande cimitero di navi dell’emisfero Occidentale. Per quello Orientale, bisogna guardare alla Laguna di Truk (o Chuuk) in Micronesia.

Qui, nel corso di un’altra sanguinosa guerra, la Seconda Mondiale, furono abbattuti centinaia di aerei e altri avamposti giapponesi nell’operazione chiamata Hailstone.

Il 17 febbraio 1944 l’inferno esplose in questa tranquilla laguna tropicale, quando le forze aeree statunitensi affondarono 50 navi giapponesi e circa 250 aerei. Almeno 400 militari nipponici trovarono la loro fine qui. Gran parte della flotta rimane ancora nel luogo in cui si inabissò a causa dei colpi nemici.

Galleggiando sulla superficie delle chiare acque della laguna, è ancora possibile vedere le imponenti strutture dei relitti; e molti temerari si immergono per esplorare lo spettrale paesaggio, dove carcasse di aerei e chiglie di navi da battaglia affollano il fondo sottomarino.

Lamiere arrugginite e taglienti, cavi fluttuanti e perdite di petrolio rendono estremamente pericolosa l’immersione. Eppure questo cimitero, il più grande del mondo nel suo genere, sembra offrire un’esperienza che vale il rischio. Fra il metallo contorto di un’ormai antica battaglia, sono ancora intrappolati i resti di alcuni combattenti, che il Giappone non è mai riuscito a recuperare. Vite spezzate, terribili ricordi di un conflitto epocale che ha mietuto più vittime di qualsiasi altra strage.
E anche qui la vita è rifiorita, coprendo i relitti di lussureggianti coralli e animali marini. Quasi a ricordare che il mondo va comunque avanti, senza curarsi delle nostre guerriglie, né delle eroiche vittorie di cui amiamo fregiarci.

(Grazie, Stefano Emilio!)

Lo strano mondo di Hurricane

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Ivan Manuppelli, in arte Hurricane, è un disegnatore, editore e cartoonist che porta avanti da anni la sua visione di fumetto underground. Il suo mondo sgangherato e weird è affollato di personaggi la cui anatomia è ufficialmente in crisi, corpi sciolti sotto la cui pelle si agita una moltitudine di esseri mostruosi che cercano di emergere. Esilarante e violento, Hurricane non rinuncia mai a quel gusto un po’ infantile della provocazione; rispetto ai simboli del capitalismo e della vita odierna il suo è più sberleffo che satira, una sorta di assalto lisergico al buon costume, uno spernacchiamento catartico.

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Eppure nei sorrisi posticci che spuntano da questi ammassi di carne e budella è facile intravvedere, in filigrana, tutta l’angoscia, lo spaesamento e l’impotenza di un uomo contemporaneo che sembra condannato a un perenne, grottesco inferno.

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Hurricane pubblica le sue tavole su Linus, Il Male, Frigidaire. Ma “clandestinamente” ha dato vita alla rivista Puck, la cui più straordinaria incarnazione è Puck Comic Party, un progetto ambizioso e sorprendente che ha coinvolto più di 170 autori underground italiani, europei e americani. L’idea è simile al “cadavere squisito” dei surrealisti: a ciascun disegnatore vengono mostrate le vignette precedenti, a cui egli aggiunge due o tre quadri che proseguono la storia. La trama, com’è prevedibile, si presenta fin da subito delirante e onirica, e fa da pretesto per una sciarada visiva davvero unica. Il bello di ogni pagina sta nel gustarsi il nuovo cambio di stile, nello scoprire come il prossimo autore rielaborerà gli elementi a disposizione. Piacere metanarrativo, certo, e gioco per intenditori; ma anche un esperimento folle che assomiglia a una grande festa collettiva. E non può non scendere una lacrimuccia quando si incrocia fra le vignette il segno inconfondibile del compianto Carlo Peroni di Zio Boris.

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A novembre dello scorso anno Hurricane mi ha contattato per scrivere un’introduzione alla sua mostra Inferno domestico allestita all’interno del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul. I pezzi centrali dell’installazione erano dieci tavole che rivisitavano le piaghe d’Egitto in chiave moderna, dissacrando il luogo dell’intimità e del comfort per eccellenza: la casa.

Ripropongo qui il pezzo scritto allora per Inferno domestico, e vi invito a scoprire il lavoro di Hurricane sul suo sito ufficiale e sulla sua pagina Facebook.

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LA RIVINCITA DI PINCO PANCO

CASA, s.f. Edificio cavo eretto come abitazione per l’uomo,
il ratto, il topo, lo scarafaggio, la blatta, la mosca,
la zanzara, la pulce, il bacillo e il microbo.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

Ovunque appoggerò la testa, amici
Quella sarà casa mia.
(Tom Waits)

La casa, nata come rifugio e tana del mammifero-uomo, da tempo ha trasceso questa sua funzione basilare. La casa è un’estensione concreta del fisico e della mente di chi la abita, prolungamento psichico nell’impulso di riorganizzazione del mondo, barriera contro il caos. In casa, tutto ha un senso, un’economia, un motivo. Nella casa, tutto è rassicurante, ci rincuora – sì, ogni cosa è al suo posto. Non come là fuori.

La casa è una bolla. È la nostra personale capsula all’interno della grande Astronave Terra che sfreccia nel vuoto, il cui suolo è stato parcellizzato dagli esseri umani in infinite sub-unità abitative. La casa delimita i confini della nostra vita, della cosiddetta privacy, è il luogo sacro e inviolabile in cui siamo noi a decidere a chi è concesso o non è concesso entrare. La casa è un filtro.

Nella solitudine della casa, in grado di tenere lontani gli estranei (“l’enfer, c’est les autres”), possiamo andarcene in giro nudi come prima che ci fosse inculcata qualsiasi vergogna, come prima della società. Non ci è proibita alcuna bassezza, né alcuna ascensione mistica, svanisce il timore di venire giudicati.

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E poi. La casa deve essere anche funzionale, come uno strumento. Efficiente nel liberarci dalle fatiche superflue. Ipertecnologica, con i suoi utensili robotizzati e le macchine che lavano, cuociono, asciugano, sterilizzano, regolandosi e programmandosi da sé. La casa lavora per noi. Ci solleva dagli ammennicoli quotidiani, di modo che noi possiamo dedicarci a ben più solenni imperativi…

La casa è una protesi; ma non ci si può illudere di usare una protesi senza che essa ci cambi, che rivoluzioni i limiti della nostra identità. Il cieco si orienta e sente la strada con la punta del bastone: dove finisce l’uno e inizia l’altro, resta un mistero.
Di (con)fusioni tra organico e meccanico, fisiologico e tecnologico, sapeva qualcosa J. G. Ballard, secondo il quale dimensione interna ed esterna non sono mai separate ma anzi si compenetrano senza soluzione di continuità. Nel suo racconto L’enorme spazio (1989), l’abitazione del protagonista si curva e si allunga fino a raggiungere distanze siderali, tanto che per passare dalla cucina al salotto ci vorrebbero secoli di cammino. Siamo sicuri di essere dentro la casa? O la casa sta dentro di noi? Abitiamo o siamo abitati?

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In fondo, forse, la casa dovrebbe semplicemente proteggerci, ma ha fallito. Ciò che è là fuori – la violenza, la disumanizzazione, la psicopatologia, la miseria umana – ha finito o finirà per fare irruzione fra queste fragili quattro mura. Non basteranno le porte blindate e i sistemi di sorveglianza per impedire che l’assurdo del cosmo faccia irruzione nel nostro baluardo, nel nostro bozzolo privato. L’assurdo è Pinco Panco che si ostina a incendiare la Casetta in Canadà, mentre il solerte Martino della canzone lavora sodo per ristabilire il decoro piccolo borghese, ricostruendo infinite abitazioni.

È una lotta contro i mulini a vento, sembrano suggerire i quadri apocalittici e gioiosamente sovversivi di Hurricane: la casa forse non è mai veramente esistita, è soltanto un’illusione, miope e meschina, che prima o poi si ritorcerà contro chi vi ha visto un ideale di vita, un’oasi finale – giardino all’inglese e bianco steccato inclusi.
Perché le piaghe d’Egitto, in realtà, non sono nulla di miracoloso o eccezionale.
Sono ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo.
Sono la vita, che si fa strada.

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Lutto e sacrificio: l’assenza incisa nella carne

Alcuni di voi avranno probabilmente sentito parlare del sati (o suttee), il rito indù di auto-immolazione che prevedeva che la vedova salisse sulla pira del marito defunto per bruciare viva assieme a lui. Ufficialmente vietato dagli inglesi nel 1829, la pratica diminuì nel tempo – non senza opposizioni da parte dei tradizionalisti – fino ad estinguersi quasi del tutto: se nell’800 si contavano circa 600 sati all’anno, dal 1943 al 1987 i casi registrati furono circa 30, e soltanto quattro nel nuovo millennio.

Il sacrificio delle vedove non era certo limitato all’India, visto che compariva in diverse culture. Nelle Storie, Erodoto parla di un popolo che abitava “al di sopra dei Crestoni“, in Tracia: presso queste genti, la favorita fra le vedove di un grande uomo veniva uccisa sulla sua tomba e sepolta con lui, mentre le altre mogli reputavano un disonore il continuare a vivere.

Fra gli Eruli del III secolo d.C. era comune per le vedove impiccarsi sul luogo di sepoltura del marito; nel 1700 dall’altra parte dell’oceano, quando un capo Natchez moriva le sue mogli (accompagnate spesso da altri martiri volontari) lo seguivano mediante suicidio rituale. Talvolta accadeva che alcune madri della tribù sacrificassero perfino i propri neonati, in un atto d’amore verso il defunto talmente grande che le donne che lo compivano erano trattate con i massimi onori e accedevano a un più elevato livello sociale. Simili pratiche funebri esistevano anche in altre popolazioni di nativi lungo il corso meridionale del fiume Mississippi.

Anche nel Pacifico, ad esempio nelle isole Fiji, furono attestate tradizioni che implicavano lo strangolamento delle vedove dei capi villaggio. Usualmente era il fratello della vedova ad eseguire o sovrintendere al soffocamento (si vedano le Notes on Fijian Burial Customs di Fison, 1881).

L’idea che sottendeva tali pratiche è che fosse inconcepibile (o sconveniente) per una donna rimanere in vita dopo il decesso dello sposo. Più genericamente, il vuoto che la morte di un leader lasciava dietro di sé era visto come incolmabile, fino ad annullare l’esistenza sociale dei sopravvissuti.
Se l’auto-immolazione femminile, e in rari casi maschile, è dunque rintracciabile in varie epoche e latitudini, la tribù Dani ha elaborato un tipo di sacrificio funebre del tutto particolare.

I Dani sono stanziati principalmente nella Valle del Baliem, la parte indonesiana dell’altipiano centrale sull’isola Nuova Guinea. Si tratta di un popolo ormai ben conosciuto anche per via del turismo; i guerrieri si vestono con accessori simbolici – un copricapo di piume, dei bracciali in pelliccia, una sorta di cravatta di conchiglie che specifica il rango di chi la indossa, delle zanne di maiale fissate alle narici e il koteka, un astuccio per il pene ricavato da una zucca essiccata.
Il vestiario femminile è più semplice, e consiste essenzialmente in una gonna di corteccia ed erbe, e un copricapo di variopinte penne d’uccello.

Presso questa popolazione, quando un uomo moriva, era tradizione che le donne a lui vicine (moglie, madre, sorella ecc.) si amputassero una o più falangi delle dita. Oggi quest’usanza è stata abbandonata, ma le anziane del villaggio ne portano ancora i segni.

Permettetemi a questo punto una piccola digressione.

Nel meraviglioso racconto di Dino Buzzati intitolato Le gobbe nel giardino (pubblicato nel 1968 all’interno de La boutique del mistero), il protagonista possiede attorno alla sua casa un grande parco in cui ama fare delle lunghe passeggiate notturne. Una sera, durante una di queste camminate, inciampa in una specie di collinetta formatasi sul prato, e l’indomani chiede al giardiniere che cosa sia:

«Che cosa hai fatto in giardino, nel prato c’è come una gobba, ieri sera ci sono incespicato e questa mattina appena si è fatta luce l’ho vista. È una gobba stretta e oblunga, assomiglia a un tumulo mortuario. Mi vuoi dire che cosa succede?». «Non è che assomiglia, signore» disse il giardiniere Giacomo «è proprio un tumulo mortuario. Perché ieri, signore, è morto un suo amico.»
Era vero. Il mio carissimo amico Sandro Bartoli di ventun anni era morto in montagna col cranio sfracellato.
«E tu vuoi dire» dissi a Giacomo «che il mio amico è stato sepolto qui?»
«No» lui rispose «il suo amico signor Bartoli […] è stato sepolto ai piedi delle montagne che lei sa. Ma qui nel giardino il prato si è sollevato da solo, perché questo è il suo giardino, signore, e tutto ciò che succede nella sua vita, signore, avrà un seguito precisamente qui.»

Più passano gli anni, e più il parco del narratore si riempie di nuove gobbe, mano a mano che le persone a lui care muoiono. Alcuni rilievi sono piccoli, altri enormi; il giardino, un tempo piatto e regolare, è ormai tutto disseminato di collinette comparse con ogni nuova perdita.

Perché questa faccenda delle gobbe del prato accade a tutti, e ciascuno di noi […] è proprietario di un giardino dove succedono quei dolorosi fenomeni. È un’antica storia che si è ripetuta dal principio dei secoli, anche per voi si ripeterà. E non è uno scherzetto letterario, le cose stanno proprio cosi.

Nel finale del racconto, si scopre che il protagonista non è affatto un personaggio di fantasia, e che la metafora dolorosa è riferita all’autore stesso:

Naturalmente mi domando anche se in qualche giardino sorgerà un giorno una gobba che mi riguarda, magari una gobbettina di secondo o terzo ordine, appena un’increspatura del prato che di giorno, quando il sole batte dall’alto, manco si riuscirà a vedere. Comunque, una persona al mondo, almeno una, vi incespicherà. Può darsi che, per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo a un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto penserà a un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.

Ecco, se mi è concesso fare l’azzardato accostamento, le gobbe nel giardino di Buzzati mi sembrano poeticamente analoghe alle dita mancanti delle donne Dani. Queste ultime rappresentano un’immagine commovente e potentissima: ogni volta che ci lascia una persona che amiamo, si sente spesso dire, “se ne va un pezzetto di noi” – ma qui la perdita non è soltanto emotiva, è un’assenza che si fa concreta. A causa di questa oggettivazione fisica del dolore, le donne senza dita fanno senza dubbio più fatica a svolgere i lavori quotidiani; e più i lutti si accumulano, più diventa impossibile per loro utilizzare le mani. Le donne anziane, che hanno visto morire tante persone, devono per forza essere aiutate dalla comunità. La morte si rivela dunque una ferita che rende, per così dire, invalidi a vita.

Certo, almeno ai nostri occhi contemporanei rimane uno scoglio immenso: la metafora sarebbe perfetta se la tradizione riguardasse anche i maschi, ai quali non è invece mai stato richiesto questo tipo di estremo sacrificio. È il corpo femminile a farsi, volontariamente o meno, portatore di questi segni tangibili del dolore.
Ma, volendoli leggere in una prospettiva più universale, mi pare che questi simboli racchiudano in fondo la certezza che tutti noi lasceremo un segno, una gobba nel giardino di qualcun altro. L’orgoglio con cui le donne Dani esibiscono le loro mani mutilate sembra suggerire che il passaggio di una persona inevitabilmente modifica il reale attorno a sé, riflettendosi nella comunità, addirittura fino a “scolpire” la carne dei suoi simili. La creazione di senso nelle manifestazioni del lutto sta anche nella reciprocità – la tradizione che oggi fa sì che io pianga il defunto, mi assicura che un domani altri piangeranno la mia dipartita.

Al di là delle declinazioni in cui il concetto si è storicamente proposto, in questa consapevolezza di reciprocità il genere umano pare aver sempre trovato conforto, perché significa in definitiva che non potremo mai essere soli.