Tatuaggi da collezione

Da qualche giorno mi arrivano segnalazioni riguardo alla collezione di tatuaggi del Dr. Masaichi Fukushi, ospitata all’interno del Dipartimento di Patologia dell’Università di Tokyo. Colgo volentieri il suggerimento dei lettori, anche perché l’argomento è più sfaccettato di quanto sembri a prima vista.

La suddetta collezione è molto nota e al tempo stesso piuttosto oscura.
Nato nel 1878, il Dr. Fukushi intorno al 1907 stava studiando la formazione dei nevi sulla pelle, quando le sue ricerche lo portarono a esaminare le correlazioni fra il movimento della melanina attraverso la vascolarizzazione dell’epidermide e l’iniezione di pigmenti sotto cute nella pratica dei tatuaggi. Il suo interesse venne ulteriormente alimentato da una peculiare scoperta: la presenza di un tatuaggio sembrava arrestare la comparsa dei segni della sifilide in quell’area del corpo.

Nel 1920 il Dr. Fukushi entrò a lavorare al Mitsui Memorial Hospital, un ospedale di carità dove venivano offerte cure alle classi sociali più svantaggiate. In questo ambito il medico entrò in contatto con moltissimi tatuati e, dopo un breve periodo in Germania, continuò le sue ricerche sulla formazione di nevi congeniti alla Nippon Medical University. Qui, trovandosi spesso a svolgere autopsie, sviluppò un suo metodo per preservare l’epidermide tatuata prelevata dai cadaveri; cominciò quindi a raccogliere alcuni esemplari, riuscendo a stendere la pelle in modo da poterla esibire in cornici di vetro.

A quanto pare il Dr. Fukushi non mostrava un interesse esclusivamente scientifico per i tatuaggi, ma anche umano. I portatori di tatuaggi, infatti, spesso appartenevano alle fasce più povere e problematiche della società giapponese, e la simpatia di Fukushi per i meno fortunati lo spinse addirittura, in alcuni casi, ad accollarsi le spese di chi non poteva permettersi di completare un tatuaggio già iniziato. In cambio, il dottore chiedeva l’autorizzazione di prelevare la pelle post mortem. Ma la sua passione per i tatuaggi passava anche per la documentazione fotografica: accumulò un archivio di 3.000 scatti, andati distrutti durante il bombardamento di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
A questa perdita va aggiunto un buon numero di pelli tatuate, rubate a Chicago mentre il dottore le stava portando in tour negli Stati Uniti nell’ambito di una serie di lezioni accademiche fra il 1927 e il 1928.
L’attenzione per il lavoro di Fukushi conobbe un picco durante gli anni ’40 e ’50, quando diversi giornali pubblicarono articoli su di lui, come ad esempio quello qui sotto, apparso su Life.

Life

Come dicevamo, gran parte della collezione subì gravi perdite durante i bombardamenti del ’45. Alcune pelli però, messe al sicuro altrove, si salvarono e — dopo essere passate nelle mani del figlio di Fukushi, Kalsunari — farebbero oggi parte del Dipartimento di Patologia, anche se non visibili al pubblico. Sembra che fra i reperti vi siano anche delle pelli pressoché integrali, con i tatuaggi che si estendono per tutta la superficie del corpo. Il condizionale è d’obbligo, perché il Dipartimento non è aperto al pubblico, e sulla rete non si riescono a rintracciare notizie ufficiali.

D’altronde, se il tatuaggio è ormai una moda talmente diffusa in Occidente da non destare più alcuna sorpresa, rimane ancora piuttosto tabù in Giappone.
Tempo fa, il grande tattoo artist Pietro Sedda (autore fra l’altro dello splendido Black Novel For Lovers) mi raccontava del suo ultimo viaggio in terra nipponica, e di come in quel paese il lavoro del tatuatore fosse ancora svolto pressoché in segreto, in piccoli e anonimi parlor senza insegne, nascosti all’interno di normali stabili abitativi. Il fatto che i tatuaggi non siano normalmente visti di buon occhio potrebbe essere correlato alla tradizionale associazione di questo tipo di arte con i componenti della yakuza, anche se in alcuni contesti giovanili il tatuaggio di moda ha ormai preso piede.

Lo stigma del tatuaggio esisteva anche da noi fino a meno di mezzo secolo fa, sancito da espliciti divieti in bolle papali. Una celebre eccezione era quella dei tatuaggi effettuati dai frati marcatori del Santuario di Loreto, che segnavano simboli cristiani, propiziatori o di vedovanza sui polsi dei fedeli. Ma in generale gli unici a decorare il proprio corpo a questo modo erano tradizionalmente gli outcast, le persone ai margini: pirati, mercenari, disertori, fuorilegge. Tanto che nel suo più celebre saggio, L’uomo delinquente (1876), Cesare Lombroso catalogò tutte le declinazioni di tatuaggi riscontrate fra i detenuti, leggendole alla luce della sua (ormai sorpassata) teoria dell’atavismo: il criminale era, nella sua idea, un individuo darwinianamente involuto, che si tatuava rispondendo a un’innata arretratezza, tipica per l’appunto dei popoli primitivi — presso i quali il tatuaggio tribale era ampiamente praticato.

Tornando alle pelli umane preservate dal Dr. Fukushi, quello che non molti sanno è che non si tratta affatto dell’unica, né della più grande, collezione di questo tipo. Il primato va senza dubbio alla Wellcome Collection di Londra, che conta circa 300 pezzi individuali di pelle tatuata (a fronte dei circa 105 esemplari che sarebbero conservati a Tokyo), risalenti alla fine dell’800.

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I bordi di questi reperti mostrano un tipico pattern arcuato dovuto all’essiccamento tramite spilli. Ed è emozionante il mondo che simili tracce di un tempo passato rivelano, le motivazioni che si possono indovinare dietro un’iscrizione indelebile sulla pelle. Oggi il tatuaggio è spesso poco più di una decorazione senza grandi pretese, un disegnino tribale (di cui il più delle volte ignoriamo il significato) sulla caviglia o altrove, un abbellimento che fa del corpo una sorta di tela narcisistica; in un’epoca in cui, invece, il tatuaggio era un simbolo di ribellione verso l’ordine costituito, e di per sé comportava problemi di non poco conto, la scelta del soggetto era di primaria importanza. Ogni tatuaggio d’amore sottintendeva una relazione probabilmente pericolosa e “proibita”; ogni frase iniettata sottopelle dagli aghi era una definitiva dichiarazione di intenti, una filosofia di vita.

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Queste collezioni, per quanto macabre possano apparire, aprono uno spiraglio su una sensibilità non allineata. Sono, per così dire, un atlante illustrato della parte della società di norma non contemplata né cantata dalla storia ufficiale: quella dei reietti, dei perdenti, degli outsider.
Raccolte in un’epoca in cui si cercava di stilare una tassonomia di simboli che permettesse di riconoscere e prevenire determinate psicologie ritenute aberranti, oggi invece ci parlano di un’umanità che aveva fatto della propria diversità una bandiera.

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(Grazie a tutti coloro che mi hanno segnalato la collezione Fukushi).

21 commenti a Tatuaggi da collezione

  1. Gigi ha detto:

    Ricordo in Gozu di Takashi Miike una scena in una sorta di lavanderia dove, sui ganci porta-vestiti, al posto degli abiti c’erano le pelli tatuate di alcuni ex-membri della yakuza. 😀

  2. SisKa ha detto:

    Ciao Ivan,
    grazie per questo articolo.
    Da dove vengo io abbiamo l’uomo del Similaun, o più affettuosamente chiamato da noi: Oetzi.
    Questa mummia antica, secondo studi, più di 5.000 anni, presenta sul corpo, ancora perfettamente conservato, numerosi tatuaggi.
    Sono piuttosto sicura che la sua storia è una di quelle che potrebbero suscitare il tuo interesse.
    Con affetto,
    SisKa

  3. alex ha detto:

    Dimenticate anche le raccolte di pelli tatuate fatte dai nazisti. Addirittura, se non ricordo male, realizzarono portafogli e altri oggetti con le epidermidi tatuate dei morti dei lager.

    • WordPress.com Support ha detto:

      Hai fonti attendibili su questo?

      • Gilgamesh ha detto:

        Non so se e una fonte attendibile

        Nella trilogia “I medici dei lager” e´ riportato, che con le pelli tatuate, alcuni nazisti ne facevano dei paralumi

        • bizzarrobazar ha detto:

          Possiedo anch’io la trilogia di Philippe Aziz, e il suo lavoro non è particolarmente affidabile. Si tratta di un’opera di indubbia efficacia emotiva ma in cui l’autore spesso “romanza” i fatti (un modus operandi da attribuire in parte all’epoca in cui questi libri divulgativi sono stati scritti, cioè più di quarant’anni fa).

  4. imma ha detto:

    Wow! Davvero inquietante. Una collezione degna di Jame Gumb nel Silenzio degli innocenti.

    Posso proporvi un argomento bizzarro. Il mento asburgico ed in particolare lo sfortunatissimo Carlo II di Spagna.
    Ciao

  5. Cristiano ha detto:

    Vomitevole, schifosa roba da depravati.

    • michelebast ha detto:

      Il tatuaggio giapponese ha una storia centenaria ed una tecnica raffinatissima, e, con esso, molte altre tradizioni, strutturate agli angoli del globo con le loro proprie caratteristiche tematiche, i loro valori spirituali, la loro autentica singola identità. L’incidere segni indelebili è qualcosa che ha accompagnato l’essere umano nel corso di tutta la sua storia e, praticamente, non esiste popolo antico (anche i “nostri avi”, tra questi) che non lo conosca, o lo abbia praticato. In Europa, con la scoperta ed i viaggi soprattutto verso l’Australia e la microasia, è tornato in auge, dopo secoli di marginalità, tanto da affascinare anche le classi sociali più elevate, fino alle famiglie reali (Lo Tsar Nicola II dei Romanov è celebre, come Cristiano IX di Danimarca), oltre ovviamente a quello che Marx avrebbe detto “lumpenproletariat” e che lo ha strutturato con le sue esperienze di vita, di armi e d’amore. Nell’incidersi la pelle un individuo si riconnette idealmente a tutte queste umanità differenti, a volte conflittuali; il tatuaggio può essere davvero l’espressione di una sensibilità che riconosce il valore della Storia, della Tradizione e delle Diversità, oltre ad essere una grandiosa dichiarazione di Umanità: marinai, “selvaggi”, avventurieri ed imperatori, galeotti e militari, uomini della medicina e studiosi, cosa sono se non differenziazioni dello spirito dell’Uomo?
      La depravazione è il giudizio di valore, prima del giudizio di conoscenza.
      Complimenti, come sempre, all’Autore.

  6. Considero il tatuaggio giapponese (irezumi) una vera e propria opera d’arte anatomica, per questo motivo comprendo perfettamente il desiderio del Dr. Fukushi nel volerli preservare.
    E’ la tecnica che viene utilizzata ad affascinarmi,quel gesto ripetuto ritmicamente…la simbologia nascosta dietro ogni figura.
    Se non ricordo male il film “TATTOO” tratta l’argomento.
    Un saluto 🙂

  7. Livio ha detto:

    Molto interessante, come sempre. Il commento di Cristiano mi sembra eccessivo, ma forse il nome “Cristiano” fa intendere una sua forte predisposizione religiosa bigotta. Nel Levitico, infatti, si dice “Non vi dovete fare addosso alcun tatuaggio” e il nostro da buon “cristiano” prende alla lettera nel suo giudizio. Stai più tranquillo, te lo dice uno schifoso depravato.

  8. Manu ha detto:

    E un’altra schifosa depravata è dell’idea che alcuni tatuaggi siano vere e proprie opere d’arte,e come tali vadano trattate. E’ una fortuna che qualcuno si sia dedicato a conservarle!!
    Amatissimi schifosi depravati del mondo, UNITEVI !!!!

  9. Ca Gi ha detto:

    Noto un dettaglio al tempo stesso commovente e spiazzante: la pelle tatuata della prima foto sembra essere quella di uno degli uomini dell’articolo di “Life” (“Devil’s mask”, sotto la foto dei bagni). L’accostamento della persona tatuata alla sua pelle post-mortem fa un certo effetto.

  10. Livio ha detto:

    Siete mitici, vi adoro!

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