Il paradiso è pieno di pervertiti

Ayzad è uno dei massimi esperti italiani di sessualità alternative e BDSM, autore di svariati libri fra i quali spiccano BDSM – Guida per esploratori di erotismo estremo e XXX – Il dizionario del sesso insolito. La mia ammirazione per il suo lavoro è incondizionata: anche se non siete interessati a fruste e bondage, il mio consiglio è di seguirlo comunque, perché le sue approfondite perlustrazioni delle galassie del sesso estremo aprono prospettive inedite e illuminazioni sulla sessualità tout court, sulla psicologia dei rapporti, sulla semantica dell’eros e sulle storie che raccontiamo a noi stessi quando pensiamo di stare semplicemente facendo l’amore. Affrontando questi temi con scrupolo e ironia, la sua cartografia delle bizzarrie sessuali più strane assicura divertimento, stupore e molte sorprese.
L’ho incontrato la sera prima dell’apertura dei lavori della Rome BDSM Conference a cui partecipava come relatore, ed ha gentilmente acconsentito a firmare un reportage per Bizzarro Bazar su questo peculiare evento.

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Fenomenologia della Rome BDSM Conference

di Ayzad

Ho passato gli ultimi giorni circondato da gente in lacrime. Il che era prevedibile, dato che mi trovavo alla più grande convention europea sul BDSM. La parte sorprendente, in effetti, era semmai il motivo per cui piangesse – ma di questo parliamo dopo.

La terza edizione della Rome BDSM Conference si è tenuta in un gradevole hotel capitolino immerso in uno scenario quanto più lontano possibile dalle immagini romantiche solitamente associate alla Città Eterna. Il quartiere è così ontologicamente orribile da essere diventato perfino il soggetto di una celebre gag di Nanni Moretti: benché ci fossi già stato per la precedente edizione dell’evento, ho trovato la sua incongruenza con le comuni aspettative non meno bizzarra – e solo la prima di una serie in cui mi sono imbattuto durante il lungo weekend fra deviati.

Quel che potrebbe risultare ancora più scioccante per tutti coloro che ancora identificano l’eros insolito con squallida pornografia o col fenomeno di 50 sfumature di grigio è che una convention di sadomasochisti non sembra poi tanto diversa da un qualsiasi evento aziendale o raduno professionale. Nella hall i cartelli che indicano le aule dei seminari stanno fianco a fianco con quelli che puntano a noiosi meeting trimestrali di commercialisti; la gente porta al collo gli stessi tesserini usati alle fiere di ortodonzia; e partecipanti dall’aria esausta approfittano del bar per riprendere fiato – o concedersi un pisolino sulle poltrone più appartate.
Cravatte e tailleur sono una rarità fra i look casual adottati dalla maggior parte degli intervenuti, tuttavia anche gli abiti fetish non abbondano mica. Nelle aree comuni non si vedono più tacchi maliziosi o dettagli provocanti di quanti non se ne incontrerebbero in altri giorni lavorativi: i pochi collari da schiava e corsetti indossati con discrezione praticamente scompaiono fra jeans e t-shirt.

Le persone in sé, in compenso, colpiscono per la loro varietà. Al di là della provenienza geografica (con sconforto degli organizzatori erano più gli stranieri che gli italiani), è evidente che si tratti di una combriccola allegramente priva di ansie di conformità agli standard sociali. Le coppie omosessuali si mescolano alle altre con naturalezza rinfrescante rispetto alle controversie infinite sulle unioni civili alimentate da mass media e politicanti; diverse signore serenamente oversize, che in altri contesti verrebbero guardate storto, qui vengono accettate con lo stesso entusiasmo delle più eteree modelle fetish, e lo stesso vale per i disabili presenti. I ventenni chiacchierano educatamente ma sullo stesso piano con partecipanti dai capelli grigi. La situazione mi ha ricordato da vicino i resort naturisti, dove ci si dimentica in fretta di essere nudi e le persone vengono viste per le loro qualità umane, senza essere valutate per l’esteriorità.

A dirla tutta, questo aspetto della Conference ha la tendenza a spiazzare ogni volta che ci si ferma a considerare la situazione dal punto di vista di un osservatore esterno. «Fermi tutti: ma sto davvero discutendo di fisting anale con un chirurgo slovacco asessuale e una ragazza che avrà a malapena un terzo dei miei anni e si identifica come un pony ninfomane?» Per fare un esempio, benché fosse piuttosto ovvio mi ci è voluta un’intera giornata per rendermi conto che uno dei miei interlocutori fosse transessuale: semplicemente non stavo dando alcun peso al suo aspetto. Allo stesso modo, una volta che ci si trova immersi in quell’ambiente ci vuole un po’ per notare che assistere a un seminario dedicato alle varie tecniche per penetrare senza pericolo una donna con una baionetta, o seguire una lezione su come mordere la gente, non è propriamente normale – nemmeno per me. Perché sì: naturalmente la BDSM Conference ha anche lati decisamente pratici.

L’evento vero e proprio si svolge nel centro congressi dell’albergo, che consiste di parecchie aule disposte lungo un corridoio nel quale artigiani dell’erotismo vendono fruste, collari, polsiere, gatti a nove code e altri giocattoli zozzi. Quest’anno hanno condiviso lo spazio con la mostra fotografica legata a un concorso organizzato dalla più importante associazione leather italiana, che ne ha annunciato il vincitore durante la cena di gala tenutasi nel secondo giorno della conferenza.
Il programma offriva oltre ottanta seminari, ciascuno dei quali di quasi due ore. I relatori arrivano da tutta Europa, da Israele e dagli Stati Uniti (nonché dal Giappone, nelle edizioni precedenti). Ma qui è dove finiscono le somiglianze con altri congressi.

Benché nell’area loro riservata i partecipanti restassero sempre gioviali e rispettosi, i suoni provenienti dalle aule non lasciavano infatti alcun dubbio sulla natura delle lezioni. Schiocchi di frusta e mugolii misti a risate e occasionali strilli, mentre i workshop proponevano una raffica di titoli bizzarri. Violet wand, cosa fare con l’elettricità affiancava La cultura del consenso; si poteva passare da Negoziare una sessione a Dermoincisioni artistiche o al tecnicissimo Progressioni per bondage freestyle in sospensione; incontri intellettualoidi quali La realtà delle relazioni di scambio di potere totale, Destrutturare un incontro BDSM o il mio Poliamore e BDSM coesistevano con argomenti decisamente più terra-terra quali I su e giù dei giochi anali e Giochi d’aghi per sadici. Si è parlato inoltre di feticismi, psicologia, kinbaku, sicurezza, comunicazione, strumenti e soggetti esotici quali il solletico erotico o la semantica della sessualità. L’unica cosa che proprio non s’è vista sono stati i chudwah.

‘Chudwah’ è la contrazione inglese di Clueless Heterosexual Dominant Wannabe, cioè “sprovveduti dominatori eterosessuali di belle speranze”. Si tratta di quei trogloditi che impestano le comunità kinky sia virtuali che reali pensando che fare la voce grossa e una smorfia arcigna basti per portarsi a casa partner fighissimi pronti a fornire sesso orale e pulizie domestiche in cambio di qualche ceffone. Gente insomma che non riesce nemmeno a concepire che il BDSM sia un’arte che per risultare sicura e piacevole richiede molta dedizione, per non parlare di vero e proprio studio.
I partecipanti della Conference in compenso erano determinatissimi a migliorare il proprio livello di giochi, quindi si sono comportati come studenti modello. Ciò ha reso i seminari un’esperienza ancora più surreale, con gente impegnata a prendere appunti mentre interpreti disperati cercavano le parole per tradurre discorsi su temi improbabili quali l’infantilismo sessuale, il mindfucking estremo, il bondage tradizionale giapponese o l’origine storica di un particolare virtuosismo con le fruste nato nella Firenze rinascimentale. Credetemi: nella vita ci sono poche cose più strane del ritrovarsi a fine lezione a compilare un modulo di valutazione e discutere col proprio vicino di sedia se la dimostrazione di sutura genitale meritasse quattro o cinque stelline.

Indipendentemente dall’apparente assurdità della situazione, la serietà nell’impegno di tutti a imparare e condividere le proprie conoscenze era comunque palpabile, anche perché questo tipo di nozioni si traduce immediatamente in piacere e sicurezza quando ci si sposta in camera da letto – o nella camera delle torture. Per tutto il corso dell’evento la cultura dell’eros estremo ha avuto priorità su tutto, con dibattiti ininterrotti. Perfino l’ultimo giorno, quando eravamo tutti esausti, la conversazione bilingue durante il pranzo si è per esempio concentrata sui meriti relativi allo stile di presentazione di due relatori che s’erano entrambi occupati di umiliazione erotica. Tutti hanno convenuto che lo shock di sentirsi profondamente umiliati possa contribuire molto a scrollarsi d’addosso il proprio personaggio e concedersi il permesso di lasciare le proprie inibizioni alle spalle. Un insegnante però aveva attentamente creato uno spazio mentale in cui si potesse esplorare l’imbarazzo in un ambiente sicuro, mentre l’altro aveva sottoposto la partner a una sessione di degradazione estrema che molti partecipanti hanno ritenuto semplice abuso. Ne è seguita una discussione tanto educata quanto accalorata, che sarebbe continuata ancora se solo non fosse venuto il momento di assistere a una nuova serie di lezioni che pretendevano la nostra attenzione. Ma naturalmente oltre al lavoro c’è stato anche parecchio gioco.

Aspettarsi che centinaia di pervertiti riuniti in un luogo isolato non trovino occasione di divertirsi a modo loro sarebbe assurdo. Il programma del ritiro comprendeva quindi due feste: una riservata agli iscritti alla BDSM Conference e uno più ampio aperto a tutti la sera dopo. Entrambi sono stati tenuti nei saloni tipo palestra nei quali durante il giorno si svolgevano i seminari di frusta e bondage, che richiedono parecchio spazio. Quei pavimenti moquettati che di solito ospitano soporifere presentazioni aziendali sono stati liberati dalle sedie da conferenza e stipati con una serie impressionante di croci di S. Andrea, panche da fustigazione, gabbie, sling per fisting, gogne e altra mobilia inquietante. C’era pure una grande struttura di tubi Innocenti che assomigliava al gioco da giardino più grande del mondo, ma la cui funzione era consentire la realizzazione di bondage in sospensione multipli.

Non entrerò nei dettagli dei party. Ciò che li rendeva diversi da tanti eventi analoghi era semplicemente il ritrovarsi circondati dalle stesse persone incontrate a colazione con gli occhi ancora arrossati, e poi in veste di diligenti studenti durante il giorno, e ancora a cazzeggiare o tentare approcci al bar del salone, poi vestiti eleganti (o provocanti) per la cena di gala, e ora bardati di lattice e pelle mentre si scatenavano fra dolori e delizie nella luce soffusa. Quando mi sono trovato in fila con loro la mattina dopo al tavolo dei pancake e delle marmellate, ho sentito una specie di privilegio voyeuristico per quella possibilità di averli visti così completamente spogliati da ogni maschera, a mostrare senza malizia lati del loro carattere riservati di norma solo ai coniugi – e a volte nemmeno a loro.
Se già un’intimità continua conduce a legami profondi, la consapevolezza di trovarci tutti lì per la nostra passione per l’erotismo estremo ha spinto la cosa ancora un passo avanti. Con i nostri fantasmi psicosessuali confessati fin dall’inizio, il bisogno di nascondere e sublimare la libido era semplicemente sparito – con tre curiosi effetti.

Il primo era la totale assenza di quel tipo di comportamenti nevrotici tanto comuni nella vita quotidiana; dopotutto la stragrande maggioranza di problemi personali ha origine nella repressione degli istinti e dei pensieri sessuali. Mi azzardo a dire che le rarissime persone a disagio nelle quali mi sono imbattuto nel weekend sembravano tutte avere problemi di ben altra natura.
Un’altra peculiarità è stata la mancanza di viscidume e morbosità. Certo, le persone si scambiavano occhiate inequivocabili, ma le proposte di seduzione venivano fatte e ricevute con una splendida mancanza di sovrastrutture, così come anche i rifiuti erano accettati senza drammi. In effetti, perché avvolgere nell’ansia una parte della vita che dovrebbe essere normale e sana? Il contrasto con le immagini ipersessualizzate vomitate dalle televisioni nella lobby dell’hotel e dalle riviste sui tavolini sottolineava come la società “normale” travisi la gioia del sesso nel suo gemello malvagio – e quanto sia assurdo che tutti noi si sia finiti per credere a una tale orrenda mascherata, spesso perdendo completamente di vista il senso stesso della sessualità.

L’ultimo e forse più affascinante effetto dell’insolita convivenza è stato osservare i sottili cambiamenti nel linguaggio corporeo dei partecipanti. Più l’evento procedeva, più la gente appariva rilassata e in confidenza con la propria fisicità – compresi i lividi e i segni ostentati da molti come vere e proprie medaglie d’onore. Lontanissimi dagli stereotipi frigidi alla Helmut Newton che ancora prevalgono nell’immaginario del BDSM, abbondavano i sorrisi e gli abbracci; i movimenti divenivano più morbidi e consapevoli; le persone imparavano letteralmente a non avere più paura degli altri e di se stesse. Anche l’atteggiamento generale è rapidamente cambiato: anziché essere sempre pronti a criticare e lamentarsi di ogni minuzia come avviene di solito, in questa occasione tutti tendevano a godersi ogni opportunità di piacere – da una nuova pratica erotica a una semplice buona conversazione – ignorando le parti negative. Come aveva commentato un amico sessuologo durante l’edizione precedente, chi fosse entrato in cerca di perversione e depravazione sarebbe rimasto spiazzato dalla tenerezza diffusa fra i partecipanti.

Ecco quindi perché alla fine di tre stravaganti giornate ho visto piangere così tante persone alla cerimonia di chiusura. Per chi si è sempre sentito emarginato a causa delle proprie inclinazioni sessuali e sente di avere finalmente trovato una casa e una tribù, il momento del distacco si carica di così tanta emozione da avere perfino dato vita a un giro di scommesse su quanto avrebbe resistito il rude organizzatore dell’evento prima di scoppiare anch’egli in lacrime durante il discorso di ringraziamento. E non è stato il solo: immaginate come vi sentireste se aveste finalmente passato un weekend in paradiso e sapeste che dovrà passare un altro intero anno prima di ritrovare tanti spiriti simili. Immaginate cosa sia essere stati parte di un mondo perfetto – privo di pregiudizi, ignoranza, meschinità, paura, competizione, odio – e doverselo lasciare alle spalle per tornare alle mestizie quotidiane. Immaginate quanto sia strano rendersi d’un tratto conto che la vita sarebbe tanto migliore se solo più persone smettessero di aver paura della propria sessualità, e che buffo sia scoprirlo a una convention per depravati.

13 commenti a Il paradiso è pieno di pervertiti

  1. Chiara ha detto:

    Splendido articolo. Mi piacerebbe molto poter prendere parte ad un’esperienza del genere, soprattutto per poter godere della mancanza di pregiudizio e del senso di accettazione generale che eventi simili offrono, oltre al confronto spontaneo e sincero. Per quanto le situazioni descritte possano essere parse surreali, dal racconto si è evinto tantissimo rispetto, e se posso azzardarmi, anche una dimensione sana dell’ “insanità” della sessualità condivisa dai partecipanti. Non vedo queste pratiche come una perversione, ma come semplici preferenze (penso che a letto e a tavola, quando si è adulti, consenzienti e consapevoli, tutto sia lecito e non debba essere giudicato), e informarsi ed imparare da esperti per vivere nel modo più sano e sicuro possibile la propria sessualità è qualcosa che dovrebbero fare anche le persone con tendenze sessuali “canoniche”. Dovrebbero prendere esempio perché una partecipazione a questo tipo di convention o ai workshop indica un profondo altruismo nei confronti del partner, alla faccia della sessualità spesso egoistica e monodirezionale di chi ha la presunzione di vivere nella normalità.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Hai ragione Chiara, può sembrare un paradosso ma proprio perché certe pratiche sono effettivamente estreme o pericolose esigono un’attenzione e un rispetto per il partner maggiori del normale. Se non è piacevole per tutti i partecipanti, il gioco si interrompe.
      E, da parte mia, vedo molte analogie fra il movimento sex positive, che cerca di mitigare stigma e tabù nei confronti del sesso, e il movimento death positive di cui ho ampiamente parlato su queste pagine. Di base, si tratta sempre di accettare la diversità di punti di vista come una ricchezza, piuttosto che come una minaccia.

  2. Quello che bisognerebbe capire è che amare il BDSM non vuol dire essere “malato” dopo aver subito una qualsiasi forma di violenza o abuso,come invece l’autrice di “50 sfumature di grigio” lascia intendere. Questo è uno dei principali motivi che mi hanno spinta a non leggere questo “romanzetto”. Caro BB attendo un bel post sulla “body suspension” _^

  3. J.K. ha detto:

    Perdonatemi l’ignoranza, quello del sadomaso è un mondo che ( purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista) non ho ancora esplorato; quello che mi chiedo è: qual’è la linea che separa l’erotismo dal puro e semplice sadismo?

    • bizzarrobazar ha detto:

      La linea è determinata dalla celebre sigla SSC, che indica i requisiti basilari di un incontro (o “sessione”) di BDSM. L’acronimo significa Sane, Safe and Consensual. In sostanza, dev’esserci un’attenzione particolare al fatto che tutto ciò che succede sia pienamente voluto da tutte le parti, assolutamente sicuro dal punto di vista dei danni e non comprometta l’integrità psicofisica dei partecipanti.
      Fatte salve queste importanti direttive, direi che poi può essere erotico ciò che ti pare.
      Qualsiasi cosa piaccia, diverta ed ecciti tutti i presenti. 🙂

    • ayzadjetpackAyzad ha detto:

      La linea di cui parli è molto netta: il sadismo e il masochismo patologici sono autoreferenziali e non empatici, mentre il BDSM (che non a caso è indicato con un nome differente) si basa sulla relazione fra i partner.
      In altre parole: un sadico patologico “fa male tanto per far male”, fregandosene di chi subisce le sue crudeltà perché quel che lo muove è semplicemente l’atto in sé e la soddisfazione che prova nel compierlo. Questo è anche il motivo per cui agisce su vittime scelte per opportunismo.
      Chi pratica BDSM può invece causare anche sofferenza molto intensa, ma sempre in un contesto di consensualità (vedi la risposta di Bizzarrobazar) e nell’ambito di un’esperienza di consapevole esplorazione sensoriale e relazionale con un partner specifico. Ciò che importa non è quindi il dolore in sé – comunque controllato e quanto più possibile privo di conseguenze – bensì il rapporto che si crea fra dominante e sottomesso, il modo in cui le sensazioni vengono create, accettate ed elaborate creando una sorta di circolo virtuoso di sensorialità e sensualità.

      A questo punto l’obiezione di solito è: “ma che succede se due casi patologici si incontrano? Precipitano in una spirale autodistruttiva?”
      Naturalmente non c’è una risposta universale perché ogni persona e ogni coppia è diversa dalle altre. Tuttavia io dico spesso che il BDSM è la cura del sadomasochismo, perché l’esposizione alla cultura etica e tecnica dell’eros estremo conduce inevitabilmente ad adottare una serie di comportamenti che umanizzano i partner e rafforzano l’empatia fra di loro, disinnescando dinamiche pericolose. Di conseguenza, a meno che l’ipotetica coppia patologica non si impegni con gran sforzo a ignorare completamente la cultura BDSM, l’evoluzione del rapporto è generalmente positiva.

      Se vuoi approfondire l’argomento ti invito comunque a dare un’occhiata al mio sito ( http://www.ayzad.com ) o magari ai miei libri. ‘I love BDSM’ in particolare ( http://goo.gl/lR8o42 ) è dedicato agli aspetti relazionali dell’eros estremo.

  4. andrea c ha detto:

    Mi viene spontanea una domanda all’autore dello scritto, è davvero sicuro che senza tabù sessuali la vita sarebbe tanto migliore? il trend in crescita del BDSM non è forse dovuto anche all’eccessiva “normalizzazione” ed inflazione della sessualità, cioè al fatto che siamo continuamente bombardati da immagini erotiche e pornografiche(e quindi siamo assuefatti, un corpo femminile nudo non ci fa più lo stesso effetto che fa ancora ai musulmani abituati a donne coperte), e al fatto che ormai anche il sesso anale (che un tempo era considerato un tabù da infrangere)è considerato di routine.

    Se fosse “normalizzato” anche il BDSM cos’altro dovrebbe inventarsi la gente per eccitarsi sessualmente? a quel punto per assaporare il gusto del proibito finiremmo per ammazzarci a vicenda, giusto per “vedere l’effetto che fa”, come in un recente fatto di cronaca!

    Ovviamente sto ragionando per assurdo, per esagerazione, però sono convinto che un po’ di tabù(tabù infrangibili senza rischi eccessivi) siano necessari per mantenere un sano appetito sessuale, se tutto è considerato troppo normale, nel migliore dei casi può subentrare una certa una noia e apatia sessuale, nel peggiore dei casi si cercherà di infrangere quei pochi tabù ancora proibiti…che in una società sessualmente troppo libera può corrispondere con perversioni molto rischiose per la propria salute( come i giochi erotici basati sull’asfissia o la coprofagia), quando non addirittura illegali(come cannibalismo e necrofilia)

    • bizzarrobazar ha detto:

      La questione che sollevi, Andrea, non è nuova ma certamente fondamentale, e sono contento di segnalarla ad Ayzad per sentire come ti risponderà.

      Nel frattempo posso azzardare una mia replica, dato che anch’io non sono proprio digiuno di zone liminari e tabù.

      Quello che dici di primo acchito ha un suo senso: per quanto riguarda l’erotismo, vi è sempre stato un rapporto ambivalente nei confronti della proibizione. Da un lato avvertita come oppressiva, dall’altro come necessario ingrediente per rendere “piccanti” le situazioni amorose. Klossowski sottolineava come Sade non sarebbe potutto esistere senza il cristianesimo; così l’erotismo, per elevarsi, ha bisogno di un altare da dissacrare. Mandiargues, che si definiva “puritano ed erotomane”, pur essendo contro ogni censura rimpiangeva un po’ l’epoca in cui i romanzi scandalosi dovevano essere pubblicati “sous cape”, sotto pseudonimo – quando, cioè, gli scritti erotici erano ancora pericolosi, sovversivi, clandestini.

      D’altro canto, però, bisogna rendersi conto che esiste un tipo di fallacia logica chiamata in inglese slippery-slope: dire che “se il BDSM fosse normalizzato, non resterebbe che ammazzarci a vicenda” non è un ragionamento che tiene, per più di un motivo.

      Il primo, e principale, è il presupposto che la fantasia abbia bisogno di continue nuove stimolazioni, di intensità crescente – il che è tutto da dimostrare. Come c’è gente per cui la posizione del missionario è soddisfacente per tutta la vita, così altre potrebbero salire al settimo cielo dedicandosi allo spanking e non andare mai oltre. La liberazione sessuale non significa necessariamente ricercare limiti sempre più estremi, ma trovare la propria dimensione ed esprimere i propri desideri senza sensi di colpa. Tra l’altro il fatto che la comunità BDSM si sia data regole precise per garantire il rispetto della persona depone anche a favore di una certa maturità, in cui si prendono tutte le precauzioni affinché le cose non sfuggano di mano e non vadano “a schifìo”.

      Il secondo mito da sfatare è l’atmosfera “cupa” che circonda il BDSM. Quest’idea proviene probabilmente anche dai tipici fetish dress code, che contribuiscono a formare quest’aura minacciosa e maledetta. Ma Ayzad sottolinea spesso come anche l’ironia sia fondamentale in ogni rapporto. Associare il BDSM alla slippery-slope che porta ai comportamenti più orribili è dimenticare che si tratta basilarmente di una libera e spesso gioisa esplorazione del proprio corpo, delle sensazioni che può regalare, delle dinamiche mentali che si creano durante il gioco di ruolo, e che possono essere più intriganti delle stesse dinamiche fisiche.

      Il terzo punto da ricordare, a mio avviso, è che il decadere di un tabù non fa automaticamente crollare i pilastri del cielo. Nel corso dei secoli sono stati abbandonati innumerevoli divieti e proibizioni, ciò che faceva scandalo un tempo è divenuto accettabile senza che il mondo sia precipitato nell’anarchia. Nel momento in cui un comportamento “differente” viene sdoganato, la società si autoregola e l’ordine pubblico viene mantenuto lo stesso, senza epocali sconvolgimenti.
      Per ultimo, ricorda anche che la comunità BDSM è e probabilmente resterà di fatto ristretta. Se la maggioranza delle persone ha gusti diversi e non è interessata a questo tipo di pratiche, nessuno è obbligato a provarle.

      E ora passo la palla ad Ayzad! 🙂

    • Ayzad ha detto:

      E figurati se non la colgo al proverbiale balzo.

      Sono felice che bizzarrobazar abbia già dato una risposta da serio intellettuale, così posso permettermi di restare su concetti più terra-terra.
      La domanda di andrea c si fonda sul concetto tipicamente cattolico di ‘trasgressione’, che non a caso è un termine pressoché sconosciuto fra chi pratichi realmente le sessualità alternative. Per influenza culturale capita infatti di considerare particolarmente eccitante il “proibito” – qualunque cosa essa sia. Il meccanismo mentale non è diverso da quello vissuto da un bambino al quale venga detto “non fare la tal cosa”: nella foga di affermare la propria identità in un mondo pieno di regole e divieti per i più piccoli, inevitabilmente questa diviene desiderabile in modo irresistibile, oltre ogni logica razionale. Quando si è trattato di convincere la mia nipotina di cinque anni a mangiare le verdure, per esempio, è bastato dirle: “no, questo è cibo speciale che le bambine le fa crescere troppo e diventare troppo forti, quasi come i supereroi: è meglio che non lo mangi, se no poi diventi come quella del video (una ginnasta tanto piccola quanto bravissima)”. Bonus per chi ha notato la somiglianza con il divieto dell’albero della conoscenza nella Bibbia.

      Il fatto è però che ragionamenti del genere possono andare bene per i bambini e i minorati, ma non per gli adulti. Un ottimo esempio l’ha fatto proprio andrea c: la cultura ultrarepressiva di certi paesi musulmani ammanta il corpo femminile di una mistica quasi sovrannaturale… e infatti poi capitano il Capodanno di Colonia, la mutilazione genitale rituale, gli abusi istituzionalizzati, la segregazione di genere e culturale e via elencando. Un altro caso sono le culture in cui l’omosessualità non è “normalizzata”, per usare il suo termine, e diventa così il babau al quale attribuire anche i mali più irrazionali (“se si sposano loro gli etero non avranno più famiglie!”) giustificando così discriminazioni e violenze.

      Ma soprattutto: nei paesi industrializzati il BDSM viene praticato grossomodo dal 10% della popolazione adulta e sessualmente attiva. A conti fatti in Italia sono quindi poco più di 4 milioni di praticanti. Tu hai visto tutta questa epidemia di omicidi, stragi per le strade e catastrofi? In effetti, fior di studi dimostrano che chi pratica eros estremo è di norma molto più rilassato e tollerante della media ( http://goo.gl/x0Gowh , http://goo.gl/e7dDav ).
      I tossici che hanno recentemente ammazzato l’amico “tanto per provare” con l’eros estremo non c’entravano niente, ed erano appunto persone represse che una volta strafatte hanno scatenato la violenza incamerata senza una briciola di buon senso.

      Parlare di “tabù infrangibili senza rischi eccessivi” è poi un po’ strano. O c’è un tabù, o lo si può ignorare – non è come la concezione italiota della legge, che si frega se non c’è nessuno che ti veda. A conti fatti non è una questione di morale, che cambia da cultura a cultura e da epoca a epoca, ma di etica.
      Per fare qualche esempio di tabù più che concreti: “non si fa niente con chi non vuole, e men che meno lo si stupra”, “non si fanno cose che potrebbero traumatizzare altre persone”, “non si fa nulla che abbia conseguenze fisiche significative, e mai postumi permanenti”, “non si mente mai ai partner”… Sorpresa sorpresa, non appartengono a qualche strana setta buddhista ma proprio alla cultura BDSM – e non solo a parole, ma nei fatti. Ora confronta questi principi con quelli di gruppi oscurantisti tipo, che so, la chiesa cattolica (quella per intenderci che da sempre istituzionalizza e protegge la figura dei preti pedofili, che nelle parole del cardinale Tomasi [ http://goo.gl/lDMQgu ] “non sono più del 5%” su 430.000, quindi un esercito di 21.500 stupratori conclamati di bambini) e sappimi dire.

  5. Marialaura ha detto:

    E’ un piacere immenso leggere l’articolo, ancor piu’ le discussioni nei commenti.
    Che meraviglia!
    Non e’ forse perversione anche il castigo che si impone (e che impone) una mente puritana? “Perverso”, un concetto estremamente caleidoscopico!

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