Peti sovversivi e ani musicali

Chi mi legge da un po’ conosce il mio amore per le storie non convenzionali, e la mia testarda convinzione che se si scava a fondo in qualsiasi argomento, per quanto all’apparenza inopportuno, è possibile incontrare piccole illuminazioni.
In questo post tenteremo assieme un ennesimo esercizio di equilibrismo. Partendo da una domanda che a tutta prima suona ridicola: può la flatulenza fornirci qualche intuizione sulla natura umana?

Un articolo del Petit Journal del 1 maggio 1894 descriveva “un artista più o meno lirico le cui melodie, canzoni senza parole, non vengono esattamente dal cuore. Per rendergli giustizia dobbiamo dire che egli è il pioniere di qualcosa di interamente originale, mentre libera dal profondo dei suoi calzoni quei gorgheggi che altri, gli occhi rivolti al cielo, proiettano verso il soffitto“.
Il sensazionale performer di cui parlava il quotidiano parigino era Joseph Pujol, celebre con il nome d’arte Le Pétomane.


Marsigliese di nascita, e all’epoca non ancora trentasettenne, Pujol aveva inizialmente proposto i suoi spettacoli nel Sud della Francia, a Cette, Béziers, Nîmes, Toulouse e Bordeaux per sbarcare infine a Parigi, dove si esibì per diversi anni al Moulin Rouge.
Il suo show di enorme successo si basava interamente sulle sue straordinarie abilità nell’emettere peti: era capace di imitare i suoni dei svariati strumenti musicali, colpi di cannone, tuoni; di modulare numerose melodie popolari, come La Marsigliese, Au clair de la lune, O sole mio; di spegnere candele con un colpo d’aria da 30 centimetri di distanza; di suonare flauti e ocarine collegati con un tubo al suo posteriore, dal quale poteva anche agevolmente fumare una sigaretta.
Forte di un successo sempre crescente a cavallo fra il XIX e il XX secolo, si esibì pefino di fronte al Principe di Galles, e anche Freud si recò a uno dei suoi spettacoli (sebbene più interessato alle reazioni del pubblico che all’artista in sé).


Pujol aveva scoperto la sua peculiare dote per caso a tredici anni, durante una nuotata nel Mediterraneo della sua Costa Azzurra. Avvertito di colpo un freddo penetrante all’intestino, era tornato di corsa in spiaggia e all’interno di una cabina aveva scoperto che il suo ano aveva per qualche motivo incamerato una buona quantità di acqua marina. Sperimentando negli anni, Pujol si era specializzato ad aspirare anche l’aria; non poteva trattenerla a lungo, ma il suo bizzarro talento gli aveva assicurato la notorietà tra i coetanei prima, e più tardi fra i commilitoni del suo battaglione.
Una volta assurto agli onori del palcoscenico, famoso e celebrato, Pujol venne anche esaminato da diversi medici interessati a studiarne l’anatomia e la fisiologia. Gli articoli di medicina sono un tipo di letteratura che personalmente adoro leggere, ma pochi sono così gustosi come l’articolo pubblicato nel 1892 sulla Semaine médicale dal dott. Marcel Badouin con il titolo Un cas extraordinaire d’aspiration rectale et d’anus musical (“Un caso straordinario di aspirazione rettale e di ano musicale”). Se masticate il francese, lo potete trovate qui.
Nell’articolo si scopre fra l’altro che una delle abilità (mai proposta nei suoi spettacoli per motivi di decenza) era sedersi su una bacinella d’acqua, aspirarla e spruzzarla con un forte getto fino a 5 metri di distanza.

La fine della carriera di Joseph Pujol coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Resosi conto dell’inaudita disumanità del conflitto, Pujol decise che la sua arte ridicola e un po’ vergognosa non aveva più motivo di esistere in un momento talmente crudele, e si ritirò per sempre dalle scene a fare il panettiere, come suo padre prima di lui, fino alla morte nel 1945.
Per molto tempo la sua figura venne rimossa, quasi fosse un imbarazzo per la borghesia e gli intellettuali francesi che avevano riso fino a poco tempo prima delle esibizioni di questo strano guitto. Se ne tornò a parlare soltanto dopo la metà del XX secolo, in particolare con una biografia edita da Pauvert e con il film Il Petomane (1983) di Pasquale Festa Campanile, interpretato con la consueta vena comico-amara da Ugo Tognazzi (film peraltro mai distribuito in Francia).

Pujol in realtà non fu né il primo né l’ultimo petomane. Fra i suoi precursori un certo Roland the Farter, vissuto in Inghilterra nel XII secolo, che si guadagnò ben 30 acri di terreno e un’enorme tenuta in cambio dei suoi servigi di buffone per Re Enrico II. Continuò per contratto ad eseguire di fronte al sovrano, ad ogni giorno di Natale, “unum saltum et siffletum et unum bumbulum” (un salto, un fischio e un peto).
Ma il più antico petomane professionista di cui ci è giunta notizia è il giullare medievale Braigetóir, attivo in Irlanda, immortalato anche nella tavola più famosa del libro di John Derricke The Image of Irelande, with a Discoverie of Woodkarne (1581).

L’unico a tentare di replicare in tempi moderni gli exploit di Pujol è l’inglese Paul Oldfield, conosciuto come Mr. Methane, che oltre ad apparire a Britain’s Got Talent ha inciso un album e lanciato un’app per dispositivi Android. Se cercate qualche suo video su YouTube, noterete come purtroppo i tempi siano cambiati dalla distinta signorilità dell’unico film muto esistente di Pujol.


Torniamo ora alla domanda posta all’inizio del post. Cosa ci racconta la storia di Pujol, e dei petomani in generale? Qual è il motivo del loro successo? Perché la scorreggia ci fa ridere?

La flatulenza, come il resto delle espressioni corporali legate al disgusto, è un tabù culturale. Questo significa che il divieto che la riguarda è variabile nel tempo e nello spazio, acquisito, non naturale: è qualcosa, per intenderci, che non è innato ma ci viene insegnato fin da piccoli (e infatti sappiamo di quali “schifezze” siano capaci i bambini).
Gli antropologi collegano questo orrore per i fluidi e le emanazioni corporee alla paura di un’eredità animalesca, pre-civilizzata; la paura cioè di vederci nuovamente primitivi, di veder crollare quell’ideale borghese di dignità e pulizia sotto la spinta di un residuo di bestialità. È lo stesso motivo per cui le società civili rifiutano progressivamente la crudeltà, ritenuta tratto “inumano”.
La cosa davvero interessante è che storicamente si può rintracciare, seppure convenzionalmente, la nascita di questa famiglia di tabù: il processo di civilizzazione (e dunque l’innalzamento di questa frontiera o barriera sociale) viene fatto risalire ai secoli XVI e XVII — che non a caso videro affermarsi il successo del Galateo, il trattato di etichetta di Monsignor Della Casa.
In questo periodo, all’uscita dal Medioevo, la cultura occidentale comincia a porre regole di comportamento per limitare e codificare ciò che è ritenuto rispettabile.

Nel tempo però il tabù (come ha ricordato Freud) viene avvertito come un peso e una costrizione. Così la società ricerca o crea determinati ambiti in cui sia accettabile, per un breve lasso di tempo, operare uno “strappo alla regola”, evadere la disciplina. Si tratta dello stesso meccanismo sociale che stava dietro alle blasfeme inversioni carnascialesche, accettate solo in quanto precisamente limitate a uno specifico periodo dell’anno.

Allo stesso modo, le esibizioni di Pujol erano sfoghi liberatori possibili soltanto su un palcoscenico teatrale, nel contesto satirico del cabaret. Incrinando per lo spazio di un’ora la facciata idealistica del gentiluomo, e contrapponendogli l’uomo fisiologico, l’osceno della carne e i suoi imbarazzi, Pujol sembrava a un primo livello sbeffeggiare le convenzioni borghesi (come farà ad esempio Buñuel nella famosa scena del pranzo nel Fantasma della Libertà del 1974).
Se così fosse, se il suo spettacolo fosse stato semplicemente sovversivo, avrebbe recato offesa e sarebbe stato etichettato come spregevole; il suo successo invece sembra indicare un’altra direzione.

È assai più plausibile che Pujol, con i suoi modi affettati e raffinati in contrasto con i boccacceschi rumori intestinali, si ponesse come una sorta di maschera, di burattino, di innocuo saltimbanco: grazie a questa distanza, egli poteva probabilmente mettere in scena un vero e proprio rituale catartico. Il pubblico rideva delle sue impudiche prodezze, ma segretamente riusciva a ridere anche di se stesso, della natura indecente del proprio corpo. E magari ad accettare un po’ di più anche i propri difetti repressi.

Ecco dunque l’intuizione che forse ci regala questo breve, “disdicevole” excursus: ogni volta che sghignazziamo di fronte a un peto in un film, o a una volgare battuta di toilet humor, stiamo mettendo in atto una difesa e assieme un esorcismo nei confronti della realtà che più fatichiamo ad ammettere; quella di appartenere ancora, e comunque, al regno animale.

13 commenti a Peti sovversivi e ani musicali

  1. Livio ha detto:

    Sempre interessante! Analisi attenta e precisa.

  2. Ester ha detto:

    Ti consiglio a questo proposito la lettura di “Il riso. Saggio sul significato del comico” di Henry Bergson (se non l’hai già letto): arriva alle tue stesse conclusioni! Comunque complimenti per la qualità degli articoli. Ciao!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Certamente, il saggio di Bergson è stato una delle letture che tanti anni fa trovai più formative. Mi hai fatto venire voglia di riprenderlo in mano ora, grazie!

  3. ora12 ha detto:

    Il saggio di Bergson è una tappa nella cultura francesi collegato con la tema del riso che arriva oggigiorno fino a Houellebecq che ha scritto sulla tema in questione.
    Per capire impatto del riso nell’epoca moderna, un salto di qualità e di quantità rispetto ad altre, è molto più importante un saggio di Baudelaire che da il riso una valenza satanica:

    “Le rire est satanique, il est donc profondément humain”

    Infatti il satanico è anche liberatorio.
    Collegato con il post ano veniva considerato posto diabolico, escrementi, ecc.
    E’ un segno dei tempi insomma.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ricordiamoci che nei pressi dell’ano c’è un osso chiamato “sacro”… l’alto e il basso sono più vicini di quanto si creda. 😉

      • ora12 ha detto:

        Ricordiamoci che origine dei concetti alto e baso, vuol dire sacro e profano, e la Caduta, più esattamente la perdita di una posizione originale. Da allora non esiste più una posizione, ma di due posizioni (che sono farfugliamenti della posizione originale) e di più, di pluralposizioni in democrazia spinta verso anarchia.

  4. Natasha ha detto:

    Giuro che era da tempo che volevo chiedere questo articolo!!! Questo blog non delude mai. Grazie
    Natasha

  5. Enrico ha detto:

    Conoscevo questo personaggio grazie al buon Tognazzi. E’ vero, il Petomane era avverso ai cosiddetti benpensanti. E qui finisce il concetto del post.
    Per il resto l’articolo, con il suo tentativo di far sentire il lettore succube di insensate costrizioni sociali dalle quali dovrebbe liberarsi, cercando di far assurgere ad eroe un tizio che sfruttava il suo talento per far sghignazzare la gente con il semplice scopo di nutrirsi, mi sembra una scontataggine supponente. Forse più inutile di un film senza audio su un tipo che ti fa sentire delle scorregge (vabbè, l’audio non esisteva, ma mi sembra un buon paragone) In tutti i modi non mi sembra sia necessario tirare in ballo saggi e trattati che hanno ben altri scopi di analisi e pulsioni esplicative. Questo post non riesce ad essere una provocazione, non ha un pensiero profondo che fa riflettere, sono presenti concetti a mio parere fatti propri e assemblati in un carosello di affermazioni che esulano del tutto da un uomo, e non è una critica a Pujol, che non aveva alcuna intenzione “rivoluzionaria” (intenzione inserita nei film a lui dedicati per dare “spessore” alla narrazione, ma non comprovati da alcuna prova). Non è il petomane un esempio di dirompente anticonformismo, tanto quanto non lo è un mangiafuoco o un saltinbanco.
    Perdona la mia schiettezza, mi piacciono sempre molto i tuoi articoli, pieni di sana curiosità e nozioni interessanti; ma questo era per me, volendomi ripetere, davvero scontato e supponente. Oltretutto pompato da un carrozzone di giustificazioni e nomi rispettabili, tirati in ballo inopportunamente. Scusate tutti il disturbo, e continuate a scrivere. Il Mondo è più bello con voi.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ti ringrazio per la critica. Mi dai l’occasione di spiegare un po’ di più il mio approccio.

      Le tue argomentazioni sono comprensibili: mi accusi di aver “montato” un caso intellettuale sull’attività di un artista che in definitiva non se lo merita. Un po’ come quelle vacue rivalutazioni dei film dei Vanzina, insomma.
      La mia è effettivamente una lettura personale della figura di Pujol, e infatti ho voluto separarla in maniera chiara, nell’articolo, dalla sua storia professionale. Una mia interpretazione che hai tutto il diritto di trovare insulsa o prestestuosa. D’altronde, quando dici che “non è il petomane un esempio di dirompente anticonformismo, tanto quanto non lo è un mangiafuoco o un saltinbanco“, mi è chiaro che abbiamo un punto di vista differente. Perché nel mangiafuoco io vedo – se non vero e proprio anticonformismo – di certo un punto di rottura dello schema, l’eccezionalità che si contrappone alla regola, che è poi il cardine dell’incanto; e non è un caso che saltimbanchi e circensi fossero ritenuti dei paria.

      Venendo al fulcro delle tue critiche, cioè il fatto che avrei esagerato nella speculazione rispetto alla nuda verità storica (anche se forse non ti sei reso conto che nel finale ridimensiono Pujol a innocuo burattino, maschera teatrale e nulla più), la risposta più ovvia è che la verità storica di per sé ha un valore limitato. Per quanto ci sforziamo di comprendere un’epoca e le implicazioni sociologiche, psicologiche, antropologiche che la sottendono, il nostro sarà sempre un lavoro di interpretazione – e forse è giusto così. Ragioniamo per simboli, e ogni cosa o persona non sarà mai per noi (forse non ha nemmeno il diritto di essere!) soltanto se stessa. Burroughs esprimeva il concetto in maniera ancora più radicale, mettendo in bocca ad Hassan-i Sabbah l’aforisma “Nulla è vero. Tutto è permesso.”

      Ti ricordi questo articolo?
      Non credo di essere mai stato spregiudicato quanto Herzog nella costruzione dei miei piccoli e strampalati articoli, ma di certo sto veicolando una visione. E non mi cruccio se quella visione non è filologicamente inattaccabile al 100%, non sono un accademico né intendo esserlo. Mi lascio un margine di voli pindarici, di fantasia, di interpretazione, perché questo blog non è un progetto rigoroso ma meraviglioso. Se non potessi permettermi almeno questo scarto letterario, sarebbe il mio racconto a perdere ogni valore.
      Pujol mi ha dato l’opportunità di accennare alla nascita del disgusto moderno, che gli studiosi fanno risalire ai secoli XVI e XVII; di parlare di tabù e di valvole di sfogo sociali (seppure rileggendo ti confesso che non trovo traccia di questo presunto “carrozzone di giustificazioni e nomi rispettabili“, né di “saggi e trattati“); e infine, anche se a prima vista non sembra, mi ha permesso di far emergere anche una parte di me stesso e delle mie riflessioni.

      Se i miei articoli normalmente ti piacciono, come dici, è anche per quel minimo di personalità che riesco ad infondere. Accordami questa libertà, ti prego, anche se in questo caso non ti ha convinto; altrimenti il blog si ridurrebbe a uno sterile case report senza interesse. E tu non troveresti motivo di muovere una buona critica come questa, né io di controbattere. E allora sai che tristezza. 🙂

  6. Enrico ha detto:

    Ben detto! Fondamentalmente questo è il tuo Blog, quindi è giusto che tu interpreti/dica del mondo ciò che secondo te è corretto. Apprezzo sinceramente che tu mi abbia dato una risposta dialogativa, invece di zittire o urlare come è spesso d’uopo in queste situazioni.
    Resto gaudentemente del mio parere, con il piacere che ciò mi sia stato concesso. E non sono sarcastico. Un abbraccio

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