La Morgue, ieri e oggi

Riguardo al tabù occidentale per la morte, si è scritto estesamente di come la sua “rimozione sociale” sia avvenuta pressappoco in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale e l’istituzione dei grandi ospedali moderni; eppure sarebbe forse più corretto parlare di rimozione e medicalizzazione del cadavere. Di morte, in realtà, si è continuato a parlare estesamente per tutto il ‘900: un secolo intriso di funeree meditazioni, anche a causa della sua storia di inaudita violenza. Ciò che è scomparso dalla quotidianità delle nostre vite, piuttosto, è la presenza del corpo morto e soprattutto della putrefazione.

Fino alla fine dell’800 il rapporto con le spoglie era inevitabile e accettato come parte naturale dell’esistenza, non soltanto nella preparazione delle salme svolta in casa, ma anche nell’esperienza concreta delle morti avvenute per cause non naturali.
Uno degli esempi più eclatanti di questa familiarità con la decomposizione è senza dubbio la famigerata Morgue di Parigi.

Istituita nel 1804 a sostituzione del deposito di cadaveri che nei secoli precedenti era situato nelle galere del Grand Châtelet, la Morgue si trovava nel cuore della capitale, sull’île de la Cité. Nel 1864 venne trasferita in un edificio più ampio sulla punta dell’isola, proprio dietro a Notre Dame. Il termine indicava, fin dal ‘500, la cella in cui venivano identificati i criminali; nelle carceri, i prigionieri venivano messi “alla morgue” per essere riconosciuti. Dal ‘600 invece la parola cominciò ad essere usata esclusivamente per designare il luogo in cui si svolgeva il riconoscimento delle salme.

Visto il grande numero di morti violente e di corpi ripescati nella Senna, questo obitorio era costantemente rifornito di nuovi “ospiti”, e ben presto la sua funzione originaria venne trascesa. La maggior parte dei visitatori, cioè, non avevano familiari scomparsi da riconoscere.
I primi che avevano motivi diversi da quelli ufficiali per recarsi ad osservare i cadaveri, allungati su dodici tavoli di marmo nero dietro la grande vetrata, erano naturalmente gli studiosi di medicina e di anatomia.

Questo ricettacolo per i morti sconosciuti trovati a Parigi e nei sobborghi della città contribuisce non poco all’avanzamento delle scienze mediche, grazie al vasto numero di corpi che fornisce, che, di media, ammontano a circa duecento all’anno. Il processo della decomposizione nel corpo umano alla Morgue può essere seguito attraverso ogni stadio fino alla sua soluzione da coloro che dal gusto, o dalla ricerca della scienza, son condotti fino a quella triste esibizione. I medici frequentano spesso il posto, non per mera curiosità, ma a fini di osservazione medica, poiché ferite, fratture e lesioni di ogni sorta si presentano occasionalmente, come effetti di un incidente o di un assassinio. A malapena un giorno passa senza l’arrivo di cadaveri freschi, trovati principalmente nella Senna, e molto probabilmente uccisi per essere stati lanciati o fuori dalle finestre che affacciano sul fiume, oppure già dai ponti, o da quelle chiatte di legno a cui generalmente ritornano con le tasche piene di soldi quegli uomini che vendono le merci […]. I vestiti dei morti portati in questo edificio vengono appesi, e il cadavere esposto in una stanza pubblica per essere ispezionato da chi visita il posto in cerca di un amico perduto o di un familiare. Se non viene riconosciuto nel giro di quattro giorni, viene dissezionato pubblicamente, e poi seppellito.

(R. Sears, Scenes and sketches in continental Europe, 1847)

Questa descrizione, però, è fin troppo “pulita”. Nonostante i provvedimenti presi per mantenere i corpi a una bassa temperatura, e i bagni in cloruro di calcio, le esalazioni erano tutt’altro che piacevoli:

Per la maggior parte del XIX secolo, e fin da un’epoca ancora precedente, l’odore dei cadaveri fa parte del quotidiano della Morgue. A causa del suo scopo e del suo modo di funzionamento, la Morgue è il luogo privilegiato del fetore cadaverico a Parigi […]. In effetti, i cadaveri che hanno soggiornato nell’acqua costituiscono la realtà ordinaria della Morgue. La loro putrefazione è particolarmente spettacolare.

(B. Bertherat, Le miasme sans la jonquille, l’odeur du cadavre à la Morgue de Paris au XIXe siècle,
in Imaginaire et sensibilités au XIXe siècle, Créaphis, 2005)

Quello che per noi oggi risulta più curioso (e per certi versi incomprensibile) è il fatto che la Morgue divenne ben presto una delle attrazioni parigine più alla moda.
Vero e proprio teatro della morte, pubblica esibizione dell’orrore, accoglieva frotte di visitatori appartenenti a ogni ceto sociale, e offriva certamente il brivido di uno spettacolo unico. Era tappa fissa nei tour della capitale, come dimostrano i diari dell’epoca:

Abbiamo lasciato il Louvre e siamo andati alla Morgue dove tre cadaveri attendevano di essere identificati. Erano una vista orribile. In una teca di vetro c’era un bambino che era stato ucciso, il suo volto paurosamente fracassato.

(Diario di Adelia “Addie” Sturtevant, 17 settembre 1889)

La descrizione più illuminante emerge dalle splendide e terribili pagine che all’obitorio dedica Émile Zola. Le sue parole ci restituiscono un’immagine perfetta dell’esperienza della Morgue nel XIX secolo:

Laurent si prese la briga di passare ogni mattina dalla Morgue mentre andava al lavoro. […] Quando entrava, un odore nauseabondo, un odore di carne macerata lo disgustava, e soffi gelidi gli correvano sulla pelle; l’umidità dei muri sembrava impregnargli gli abiti che sentiva più pesanti sulle spalle. Andava difilato alla vetrata che separa gli spettatori dai cadaveri; appiccicava ai vetri la faccia pallida, guardava. Davanti a lui erano allineate grigie lastre di pietra. E sulla pietra i corpi nudi apparivano come sparse macchie verdi e gialle, bianche e rosse; certuni serbavano nella rigidità della morte le loro carni illibate; altri sembravano informi avanzi di macellazione, sanguinolenti e putrefatti. In fondo, contro il muro, pietosi brandelli di indumenti, gonne e pantaloni, pendevano raggrinziti sull’imbiancata nudità della parete. […] Sovente la carne di quei volti cadeva a brandelli, le ossa avevano perforato la pelle diventata molle, la faccia era come spappolata e disossata. […] Un mattino si prese un vero spavento. Stava osservando un annegato da qualche minuto, piccolo di statura, atrocemente sfigurato. Le sue carni erano molli e sfatte, e l’acqua corrente che le lavava le portava via pezzo dopo pezzo. Il getto che cadeva sulla faccia scavava un buco a sinistra del naso. E all’improvviso il naso si spianò, le labbra si staccarono scoprendo i denti bianchi. La testa dell’annegato si spalancò in una risata.

Zola esplora anche la malcelata tensione erotica che un simile spettacolo poteva provocare negli spettatori, sia maschi che femmine. Una zona liminale — il confine fra Eros e Thanatos — che per la nostra sensibilità odierna è ancora più “pericolosa”.

Era uno spettacolo che lo divertiva, soprattutto quando c’erano donne con il petto nudo bene in vista. Queste nudità brutalmente esposte, macchiate di san­gue, qua e là sforacchiate, lo attiravano e lo trattenevano alla vetrata. Una volta vide una giovane donna di vent’anni, una ragazza del popolo, grossa e forte, che pareva dormisse sulla pietra; il suo corpo fresco e opu­lento biancheggiava con una soavità di tinte di una grande delicatezza; accennava un sorriso, la testa appena reclinata, e offriva il petto in un modo provocante; poteva sembrare una cortigiana in una posa di molle abbandono non fosse stato per una linea nera sul collo che le metteva come un vezzo d’ombra; era una ragazza che si era impiccata per una delusione d’amore. Laurent la osservò a lungo, come accarezzandola con lo sguardo, smarrito in una sorta di trepido desiderio. […] Un giorno Laurent vide una di queste signore che se ne stava ferma a qualche passo dalla vetrata coprendosi le narici con un fazzoletto di batista. Indossava una deliziosa sottana di seta grigia e un’ampia mantellina di pizzo nero; una veletta le nascondeva il volto, e le mani guantate sembravano minute e finissime. Un dolce profumo di violetta le aleggiava attorno. Guardava un cadavere. Su una pietra non troppo distante giaceva il corpo di un ragazzo robusto, un manovale morto sul colpo cadendo da un’impalcatura; aveva un busto quadrato, muscoli grossi e tozzi, carne bianca e pingue; la morte ne aveva fatto una statua mormorea. La signora lo esaminava, lo rivoltava per così dire con lo sguardo, lo soppesava, restava assorta nella visione di quell’uomo. Alzò una punta della veletta, guardò ancora, poi uscì.

Infine, la Morgue era anche un’attrazione ironicamente democratica, proprio come la morte stessa:

La Morgue è uno spettacolo alla portata di tutte le borse, che qualunque passante, povero o ricco, si concede gratuitamente. La porta è aperta, entra chi vuole. Ci sono ammiratori che allungano il cammino pur di non perdersi una di queste rappresentazioni della morte. Quando le lastre di pietra sono spoglie, la gente esce delusa, come defraudata, biascicando proteste. Quando sono ben fornite, quando c’è sfoggio di carne umana, i visitatori accorrono numerosi per procurarsi emozioni a buon mercato – si spaventano, scherzano, applaudono o fischiano come a teatro, e per quel giorno escono soddisfatti commentando la buona riuscita della Morgue.
Laurent fece presto a conoscere il pubblico che frequentava il posto, un pubblico variopinto e disparato che lì veniva a impietosirsi e a sghignazzare in compagnia. Entravano operai diretti al lavoro, con una pagnotta e gli attrezzi sotto il braccio; la trovavano buffa la morte. In mezzo a loro qualche mattacchione di turno faceva sorridere la platea con qualche battuta sul ghigno di ogni cadavere; i morti carbonizzati li chiamavano “i carbonai”; gli impiccati, gli assassinati, gli annegati, i cadaveri sforacchiati o maciullati eccitavano il loro estro beffardo, e con una voce che leggermente si incrinava balbettavano frasi comiche nel vibrante silenzio della sala.

(É. Zola, Thérèse Raquin, 1867)

 

Nell’arco della sua attività, la Morgue non venne criticata se non sporadicamente, e soltanto per la posizione ritenuta troppo centrale. La curiosità di vedere le salme non era evidentemente avvertita come morbosa, o perlomeno non era considerata particolarmente sconveniente: del famoso obitorio e dei suoi corpi scrivevano volentieri i giornali, dedicando spazio ai ritrovamenti più misteriosi.
Il 15 marzo 1907 la Morgue venne definitivamente chiusa al pubblico, per questioni di “igiene morale”. I tempi, evidentemente, stavano già cambiando: di lì a poco l’Europa conoscerà purtroppo una saturazione di cadaveri tale da non poter essere più considerata uno spettacolo di intrattenimento.

Eppure, il desiderio e l’impulso a osservare gli effetti della morte sul corpo umano non sono mai del tutto scomparsi. Oggi sopravvivono nelle “morgue” virtuali dei siti internet che propongono fotografie e video di violenze e incidenti. Riparati non più da una vetrata a muro, ma dalla distanza offerta dallo schermo di un computer, i visitatori contemporanei osservano questi iperrealistici obitori in cui la fragilità corporea è declinata in tutte le sue possibili varianti, testimoni della sfrenata fantasia della morte.
La cosa che più colpisce, navigando in queste bacheche in cui l’osceno è messo in vetrina, sono le reazioni degli utenti. In questo sottobosco estremo (che sarebbe interessante studiare seriamente, con gli strumenti della psicologia sociale) si trova una vasta gamma di persone, dall’avventore più o meno casuale in cerca di brividi fino ai gorehound più esperti, che sembrano collezionare queste immagini quasi fossero figurine e che, a ogni nuovo video postato, fanno gli “scafati” disquisendo della qualità tecnica ed estetica della realizzazione.
Sarà forse per esorcizzare il disgusto, ma un’altra costante è il ricorso a uno humor sgraziato e fuori luogo; ed è impossibile leggere queste battute, oscene e apparentemente irrispettose, senza pensare ai “mattacchioni” di cui parlava Zola, che scherzavano di fronte all’orrore.

Gli aggregatori di immagini brutali fanno discutere sulla libertà di informazione, sull’etica e la liceità dell’esibizione del cadavere, e ci si può domandare se abbiano davvero un qualche scopo “educativo” oppure siano soltanto derive morbose, abnormi, patologiche.
Ma simili fascinazioni non sono affatto inedite: mi pare anzi che questo tipo di curiosità sia in un certo senso intrinseco alla specie umana, come ho già avuto modo di sostenere.
E, a ben vedere, si tratta in fondo dello stesso istinto autoptico, la stessa voglia di “vedere con i propri occhi” che in un tempo non certo lontano (l’epoca, per intenderci, dei nonni dei nostri nonni) faceva della Morgue parigina una sortie en vogue, un’uscita alla moda di gran richiamo.

Le nuove morgue virtuali costituiscono certamente una nicchia e, rispetto alle folle che sfilavano a vedere i corpi gonfi degli annegati, in generale la nostra attitudine è più complessa. Di sicuro, come detto in apertura, è coinvolto un elemento di tabù che a quei tempi era molto meno presente.
Il cadavere, ai nostri occhi, rimane ancora una realtà scomoda, scandalosa e spesso troppo dolorosa da accettare. Eppure, consciamente o no, torniamo sempre a fissare il nostro sguardo su di esso, come se racchiudesse un misterioso segreto.

33 commenti a La Morgue, ieri e oggi

  1. Enrico Alexander ha detto:

    Bellissimo articolo! Complimenti!

  2. gery ha detto:

    Interessantissimo articolo, come sempre!

    Riguardo al confine fra Eros e Thanatos, lessi un po di tempo fa, un trattato sulla pedagogia nera di Alice Miller, “La persecuzione del bambino”. In un passaggio in cui illustrava la pedagogia del passato, citò un pedagogo del 700, che consigliava ai genitori (o tutori) che volevano soddisfare le curiosità sessuali nei ragazzini, di far loro passare una giornata in un obitorio, magari dove possibile di assistere ad una dissezione.
    Questo perchè era considerato moralmente inaccettabile la visione un corpo nudo di una persona viva. Un cadavere era considerato un esercizio serio: ” Lo spettacolo di un cadavere ispira gravità e induce alla riflessione, e questa è l’atmosfera migliore che un bambino possa sperimentare in simili circostanze.”

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie gery per la curiosa segnalazione. Sarebbe interessante capire se questa era un’idea isolata, una “trovata” di quel particolare pedagogo, oppure se aveva qualche pur minima diffusione. I bambini avevano in effetti libero accesso alla Morgue nell’800, ma non ho mai letto di simili “gite” educative all’obitorio riguardo ai secoli precedenti. Sapresti per caso rintracciare il nome del pedagogo citato nel libro?

      • gery ha detto:

        Si volentieri! Anche se ho l’impressione che sia più che altro un consiglio dell’autore, più che una vera e propria consuetudine. La Miller mette un certo J. Oest, 1787. La citazione della Miller non è di prima mano, lei stessa l’ha presa dal libro “Schwarze Pädagogik” di Katharina Rutschky.

        Se vuoi qui c’è la versione in inglese del libro della Miller, con giusto quel passaggio: https://books.google.it/books?id=wNXZOf_T7LAC&pg=PA46&lpg=PA46&dq=%22J.+Oest%22+1787&source=bl&ots=OTuLkypGTd&sig=FBUCGyCRHD_S2ugLtYa-wx5t1WE&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiMucyNo4zOAhXKWhoKHR9IAb0Q6AEIHjAA#v=onepage&q=%22J.%20Oest%22%201787&f=false

        • bizzarrobazar ha detto:

          Grazie infinite! Ho trovato il testo integrale originario di Joahnn F. Oest, è presente su Wikisource. 🙂

          • gery ha detto:

            Wow grande :D! Io per esempio, non ero riuscita a trovarlo!

          • bizzarrobazar ha detto:

            Tra l’altro, riflettevo sul fatto che la Miller interpreta quel passaggio come un esempio della volontà di “disgustare” sistematicamente il bambino – una violenza orrenda che avrà deleteri effetti sulla sua psiche (“the groundwork is thus being laid for the development of future perversions“).
            La Miller ovviamente considera il tutto dal suo punto di vista di psicologa; ma un antropologo della morte forse sarebbe stato più cauto.
            Viene cioè da chiedersi – sempre prendendo per “serio” un provvedimento pedagogico di questo genere – se un bambino del ‘700 sarebbe stato segnato dalla vista di un cadavere allo stesso modo di un bambino del XX Secolo. All’epoca di Oest il ragazzino, cresciuto in un frame storico-culturale ben diverso dal nostro, avrebbe avuto forse più strumenti per metabolizzare la vista di un morto?
            Insomma, è tutto da dimostrare che una simile “lezione anatomica” sarebbe stata per lui un momento così traumatico e sconvolgente come l’autrice presuppone.

          • gery ha detto:

            Si! Diciamo che la Miller aveva elaborato una sua ricerca, validissima nel suo campo … ma da brava psicologa, cercava comunque di applicarla in ogni contesto possibile, finendo in certi casi con il decontestualizzare la situazione.
            Per esempio, cercò di spiegare Hitler e la sua politica, attraverso l’educazione avuta durante l’infanzia (pedagogia nera). Interessante ma con il limite che la stragrande maggioranza dei bambini dell’epoca venivano educati come lui (a suon di mazzate e ubbidienza cieca ai genitori), ma solo lui è diventato “Hitler”.
            Per cui anche secondo me un bambino del 700 aveva un approccio differente nei confronti della morte (e del sesso), quindi assai più facile che la cosa non lo sconvolgesse per nulla. Di sicuro non come sconvolgerebbe un bambino occidentale moderno.

          • gery ha detto:

            Anzi, si potrebbe perfino azzardare l’ipotesi, che per un bambino del 700 sarebbe stato più sconvolgente e disgustoso vedere il corpo nudo di una persona viva che non di una morta, proprio per via del contesto socio-culturale in cui viveva.

          • bizzarrobazar ha detto:

            Possibile. Il ‘700 vide anche gli ultimi strascichi della grande peste del secolo precedente, e la presenza della morte era comunque quotidiana – molto più del sesso. Tabù invertiti rispetto ai nostri. 🙂

  3. ora12 ha detto:

    Vedete un Zola africano, africano zolà:

    https://www.youtube.com/watch?v=7tVgiI9iFMM

    • bizzarrobazar ha detto:

      Mi sembra sinceramente piuttosto off-topic, visto che l’articolo non parla di necrofilia. 🙂
      Comunque grazie, il video è un’interessante testimonianza di necrofilia “situazionale”, ovvero indotta dall’impossibilità di altri sfoghi sessuali.

      • ora12 ha detto:

        La citazione di Zola portata nell’articolo descrivono due casi di puri di necrofilia sentita profondamente in spirito, che non è detto di non chiamarsi tale se non conclude nell’amplesso carnale.
        La necrofilia è il senso, essenza e significato finale dell’articolo, se e vera la intuizione di Freud per l’amplesso tra Thanatos ed Eros.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Il passo di Zola certamente accenna anche alla pulsione erotica, che però non deriva tanto dal fatto che i corpi vagamente desiderati siano morti, quanto che siano nudi. In quale altro posto, nell’800, si poteva vedere la nudità maschile e femminile in maniera così accessibile, rispettabile e non sospetta?
          Quanto al significato dell’articolo, chiaramente ognuno è libero di leggerci dentro quello che vuole, e mi fa piacere che in te abbia scatenato associazioni così diverse. Per conto mio, essenzialmente qui stiamo parlando di due argomenti: la familiarità con il cadavere in periodi storici differenti, e il voyeurismo (che magari, come suggerisco, non è sempre e del tutto negativo).

          • ora12 ha detto:

            E’ più che normale che l’opera di un autore vada al di là delle sue intenzioni. Succede di frequente.

            Non c’e diversità tra le nostre associazioni, io ho alzato più in alto la mira, ho visto il fenomeno da un punto di vista più generale, universale, che comprende tutti i punti di vista, e che in questo caso è proprio l’intuizione geniale di Freud che non per caso tu lo hai menzionato nel articolo Thanatos-Eros. E non per caso Zola mette nel suo romanzo descrizione minuziosa di una visita nell’obitorio. Il suo romanzo, e maggior parte della sua opera, riduttivamente è una visita nell’obitorio. Partendo da de Sade, tutta la letteratura francese, con influenza immensa nella letteratura mondiale, è una visita nell’obitorio, testimoniando che l’umanità e ossessionato dal sesso e dalla morte.

            Dal punto di vista freudiana ogni pulsione erotica implica la pulsione di morte, anzi è la stessa cosa, due facie della stessa medaglia. Da qui il risultato: che differenza fa tra nudità del Morgue e la nudità del Moulin Rouge? La morte è presente in qualsiasi nudità, nel senso che è dentro di noi. E proprio da qui può venire la liberazione.

          • bizzarrobazar ha detto:

            Be’, adesso capisco perfettamente cosa intendevi dire!
            Hai espresso benissimo alcuni concetti fondamentali. Il rapporto Eros/Thanatos è una delle più feconde intuizioni freudiane, e il triangolo si completa con un terzo elemento, analizzato in maniera lucida e sistematica da Bataille: la crudeltà.
            Vi ho accennato in alcuni miei articoli sui martiri dei santi (ad es. questo e questo), oltre ovviamente ai numerosi riferimenti al “mio” Sade che compaiono regolarmente su questo blog.

            “Tutta la letteratura francese è una visita all’obitorio”, questa frase è spettacolare e prima o poi te la ruberò. 🙂
            Hai ragione, quello che rende davvero straordinaria la produzione letteraria francese (e che deriva direttamente dalla tradizione della libre pensée) è questo suo sguardo fisso sulla parte nera dell’esistenza, un sondare l’abisso senza battere mai ciglio, senza mai arretrare. Nessuna letteratura è più esigente con il lettore, nessuna lo spinge così sul ciglio del precipizio. Da Villon passando per Flaubert, Villiers de l’Isle-Adam, Lautréamont, Maupassant, i maudits, Apollinaire, fino almeno ai post-surrealisti, assistiamo a una continua dissezione delle passioni e delle miserie umane. Letteratura “crudele” in senso artaudiano, che fa violenza a se stessa e a chi legge. Ma non è questa l’essenza stessa della filosofia, il voler uscire dalla zona di comfort per cercare una verità, anche scomoda?

            Ma mi accorgo che sto finendo fuori tema anch’io, se cominci a farmi parlare di queste cose potrei non fermarmi più.
            Grazie comunque per lo stimolo.

  4. Elisa ha detto:

    Interessante e stimolante come sempre.. : ) Faccio la maestra e mi capita di assistere a discussioni rispetto al rapporto tra bambini e morte: come va gestito, cosa dire o non dire, cosa mostrare, eccetera. Noto che sempre più c’è la tendenza a non farli nemmeno partecipare ai funerali. A me pare una scelta sbagliata e assurda, per molti bambini una persona cara scompare e va in cielo. Fine. Credo sia più difficile elaborare il lutto e comprendere la logica della vita senza poter sperimentare il contatto e la consapevolezza della morte. Senza vivere i rituali.. Una volta si moriva in casa, ora facciamo persino fatica ad entrare in un ospedale e renderci conto che la civiltà moderna non ha ancora sconfitto nè il dolore né la malattia, figuriamoci la morte. Restano tante domande. Non so, il discorso dal mio punto di vista è incredibilmente vasto e affascinante.. Ci sarebbe molto da dire anche sui tabù e su come modifichino la nostra percezione e la nostra reazione agli aspetti vari del mondo, che in sè non contengono valori morali, ma li acquistano attraverso la visione della cultura che agisce come filtro. Per me c’è più serenità nel vestire un cadavere che nell’evitare un funerale. Gesti che riconciliano con qualcosa che fa parte di noi, che ci piaccia o no, e che sono essi stessi un rituale e un saluto, un’ultima testimonianza del rapporto intimo tra noi e la persona che è mancata. Un ultimo amorevole contatto con ciò che rimane. Eppure le persone, persino di una certa età, quasi si scandalizzano della scelta di non far fare tutto agli addetti.. Così è : ) Mi sono dilungata anche troppo, che dire..bravo!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie per il bellissimo commento Elisa.
      Concordo con quello che hai scritto, e aggiungerei anche che in generale i bambini sono molto più forti di quello che normalmente pensiamo. Proprio perché i filtri culturali e i tabù non sono così radicati, riescono ad affrontare certe situazioni con una sorprendente naturalezza. Questo mio discorso va preso con le pinze, ovviamente, non sto dicendo che l’esperienza della morte non sia traumatica; ma forse costruire per i bambini un mondo dorato in cui dolore e morte non hanno diritto di cittadinanza potrebbe indebolirli in futuro. Oggi in ambito educativo si tende a prediligere un approccio più schietto, magari con l’ausilio di appositi libri: online esiste ad esempio questa lista di testi sulla morte per l’infanzia, che credo sia fra le più esaustive, compilata peraltro da una pedagoga.

  5. Elisa ha detto:

    Ti ringrazio molto per la tua risposta, mi trovi completamente d’accordo.. Pensa che avevo scritto anche una riflessione esattamente su ciò che dici, poi l’ho eliminata perché il commento era già ‘fiume’!
    I bambini interagiscono con la realtà in modo molto più naturale e schietto a mio avviso, sono abbastanza privi di sovrastrutture. Guardano una ‘deformità’ senza distogliere lo sguardo, un insetto che a molti adulti pare repellente o dentro un animale morto..si fanno guidare dalla curiosità, dalla scoperta e dalla meraviglia..e forse li capiamo no? : )
    Per me i bambini restano traumatizzati quando si specchiano nelle nostre paure, nei nostri limiti o nella nostra ansia..se noi siamo sereni lo saranno anche loro. (Non voglio farne una regola semplicistica, solo esprimere ciò che succede nella maggior parte dei casi, senza parlare di patologie o altro).
    Rispetto ai libri che citi (grazie!!) mi è capitato di usarne, per diversi avvenimenti, il più difficile dei quali è stata la morte di una bambina di 5 anni della mia classe, dopo un lungo percorso di malattia. Accoglierla in classe, nei momenti in cui poteva frequentare, con grande rispetto e amore, ma senza falsi pudori rispetto ai suoi strumenti medicali, al suo dolore e alla sua malattia, parlando con semplicità e naturalezza è stata l’ennesima conferma di ciò che dici, i bambini sono forti, e come. E sanno stare dentro ai vari aspetti della realtà. Quando infine è mancata abbiamo dovuto parlare di morte e dopo aver parlato alle famiglie siamo anche andati al cimitero, facendo un percorso educativo vero e proprio. E ti parlo di bambini dai 3 ai 6 anni. Non è facile. Nascono domande forti e complesse. Ma non è negando le risposte o costruendo le finte realtà dorate che citi che li aiuteremo a crescere.
    (Scusa se non ho risposto sotto, ma il commento diventa sottile sottile e se è lungo è scomodo da leggere : ))

    • bizzarrobazar ha detto:

      Caspita, non so come esprimere al meglio i miei complimenti per quello che fai. Sono davvero colpito.

      Ti segnalo, anche se molto probabilmente lo conoscerai, il movimento globale death positive, che sta diventando un fenomeno di notevole portata. Visto che saltuariamente collaboro con i fondatori (a breve uscirà un mio nuovo articolo scritto per loro), anche sul blog ne trovi traccia, precisamente qui e qui. Il loro sforzo è rivolto a promuovere un dialogo più aperto su questi temi, e talvolta affrontano anche il problema dell’infanzia.

  6. Elisa ha detto:

    Grazie : )
    Il movimento death positive l’ho conosciuto proprio qui su Bizzarro Bazar leggendo i due post che mi hai linkato..uno dei due mi aveva anche spinta a commentare, cosa che faccio pochissimo!
    Leggerò con molto piacere un nuovo articolo, per quanto riguarda il rapporto tra morte e infanzia l’interesse personale quello professionale si fondono, a suo modo è un tabù anche questo..

  7. bizzarrobazar ha detto:

    Ok, devo dirlo: adoro quando succede.
    I vostri commenti, fra divagazioni e associazioni libere, stanno diventando più interessanti dell’articolo.

  8. Luca ha detto:

    Ottimo articolo, veramente… mi ha fatto riflettere (anche i commenti, in particolare quelli di Elisa, essendo io padre di due bambini… anzi grazie per gli spunti!).

    Sono nel campo del soccorso da più di 10 anni (prima come soccorso sanitario e poi come vigile del fuoco), e quando fai queste attività inevitabilmente vieni a contatto con la morte.

    In tutti questi anni sono rimasto sempre colpito da come le persone siano attratte da questo triste evento, sopratutto se in cicostanze “violente” (incidenti, suicidi etc).

    Pensavo che questa curiosità morbosa fosse una deviazione dei tempi moderni (oggi giorno i morti non li vediamo oggettivamente), invece già nei secoli scorsi questa cusiorisà era estramente viva.

    Comunque a me appare evidente che ci sia qualcosa di più profondo e inconscio in questo desiderio di vedere la morte (forse la necesstità di esorcizzarla?)

    Nonostante tutti i progressi del mondo e delle tecnologie rimaniamo ancora affascinati da una cosa estreamente naturale come il “trionfo della morte” 😉

    Ciao!
    l.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Tempo fa ho scritto un articolo (l’ho linkato anche nel post, ma magari non si vede bene) sulla curiosità “morbosa” per il cadavere, cercando di dare una risposta alle tue domande: eccolo. È un’opinione strettamente personale, ma potrebbe forse interessarti – vi sostengo che un simile interesse sia naturale e, anzi, rappresenti una sorta di vantaggio evolutivo.

      • Luca ha detto:

        Ah vero! Lo stesso articolo lo avevi linkato anche sopra (ma non lo avevo letto ancora prima di rispondere).
        Riflessioni molto interessanti, grazie mille!

        Comunque vedere il filmato di un grave incidende stradale o vederlo dal vivo è profondamente diverso… il computer rende tutto così asettico e privo di pericoli. (cosa che la realtà non è affatto).

        Grazie mille!

        • bizzarrobazar ha detto:

          Certamente… siamo così abituati alla rappresentazione della morte, che quasi fatichiamo a riconoscerla quando la incontriamo sul serio.

          Visto che parliamo di queste cose, condivido un’esperienza personale di qualche anno fa (non ricordo se ne ho mai parlato).
          Mi sono trovato talvolta a prestare soccorso in incidenti seri, uno dei quali mortale – una donna falciata da un pirata della strada, di notte. In quest’ultimo ho notato, in alcune delle altre persone che come me si erano precipitate a dare aiuto, una sorta di particolarissima negazione: sull’asfalto c’era una gamba tranciata di netto, ma un paio degli astanti si rifiutavano di accettare il fatto che fosse davvero una gamba della vittima, semplicemente perché non c’era sangue. Voglio dire, cos’altro poteva essere? Alla poveretta mancava una gamba, ed eccola lì due metri più avanti. Ma no, “non c’è sangue”, ripetevano. Perché quella gamba fosse vera, doveva esserci per forza del sangue.
          In questo caso il loro rifiuto/shock psicologico nasceva certo dalla poca dimestichezza con situazioni simili, ma ho il forte sospetto che fosse rafforzato anche dall’immaginario cinematografico. La scena non era credibile perché in contrasto con quello che si sarebbe visto al cinema. Come ho già scritto, basta pensare per esempio ai suoni: una pistola sentita dal vero emette uno schioppo strano e deludente, quasi poco reale rispetto all’idea che abbiamo dello sparo, inculcataci dai film. Anche il suono di un tamponamento è sempre più secco e sconcertante di quello che ci aspettiamo. Questa è l’iperrealtà di cui parlava Baudrillard, cioè il fatto che i simulacri che abbiamo creato hanno ormai sostituito la realtà oggettiva, nella nostra testa, diventando più veri del reale.
          Anche per questo la gente cerca i video di morte, per vedere com’è davvero (sempre riparati, come dici tu, dal filtro del computer). Ancora una volta è soltanto un’immagine, un simulacro, ma in questo caso un po’ più fedele alla realtà.

          E in definitiva, se mi trovassi per disgrazia dall’altro lato e fossi io quello ferito, preferirei senza dubbio essere soccorso da un death nerd che ha passato ore e ore a guardarsi video di incidenti sanguinosi – avrei forse qualche speranza in più di non vederlo svenire! 🙂

          • Luca ha detto:

            Lo ammetto, la conclusione mi ha strappato il sorriso.

            Riguardo allo scarso sanguinamento da te descritto lo vedo possibile, almeno inizialmente (immagino una amputazione sotto il ginocchio).

            Comunque corretta l’analisi dove il cinema/televisione ci da una visione distorta di queste cose, una visione esagerata.

            (esempio banale: sai quante volte mi sento dire “ma quando una macchina brucia il serbatoio esplode no?” … no).

            Ciao e grazie!

          • bizzarrobazar ha detto:

            Non posso dire se l’amputazione in quel caso fosse accaduta postmortem (sono stato il primo a trovare la vittima, ma non so da quanto tempo giacesse sulla strada; possibile che qualche altra macchina le fosse passata sopra dopo l’incidente); la calza si era inoltre attorcigliata e annodata attorno al moncherino, tipo laccio emostatico. Ma vorrei evitare penosi tentativi di improvvisarmi medico legale: il punto è che quella era la sua gamba. La questione avrebbe dovuto finire lì.

  9. ora12 ha detto:

    Che significato ha l’espressione famosa: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”?

  10. Livio ha detto:

    Niente da aggiungere, articolo strepitoso e commenti da favola!

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