La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte… Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47esima mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con se stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

L’abominevole vizio

Tra le curiosità bibliografiche che ho collezionato negli anni, c’è anche un volumetto intitolato L’amico discreto. Si tratta dell’edizione italiana del 1862 di The silent friend (1847) di R. e L. Perry; oltre a 100 belle tavole anatomiche fuori testo, il libro esibisce anche un sottotitolo impagabile: Osservazioni sull’Onanismo ed i suoi funesti risultati, come L’Incapacità e l’Impotenza intellettuale e fisica.

Anche soltanto scorrendo l’indice, si comprende come la masturbazione fosse indicata dagli autori come causa principe delle malattie più disparate: si va dall’indigestione alla “malinconia ipocondriaca“, dalla sordità alla “curvatura della verga“, dal colorito pallido all’impossibilità di camminare, in un crescendo di sintomi sempre più terribili che spianano la via per l’inevitabile decorso finale — la morte.
Pagina dopo pagina, il lettore viene edotto su come l’onanismo provochi simili danni, nello specifico perché causa una

irritazione del sistema nervoso [che] produce, prima che l’età matura succeda alla gioventù, tutte le infermità della vecchiezza, effettuando ne’ suoi effetti terribili un concorso tale d’irritazione malaticcia che espone il corpo ad una eccitazione immensa e difficile a sopportare.

Ma questo non è che l’inizio: il male maggiore è quello arrecato allo spirito, perché la costante stimolazione nervosa

che mette l’uomo in uno stato d’angoscia e di miseria per tutto il resto della sua vita, e che sarebbe difficile a descrivere, fa sì che vegeti ma non viva: […] conduce l’uomo alla degradazione graduale e fatale di se stesso ed alla violazione dei diritti che la natura ha saggiamente istituiti per la conservazione della specie […] ad onta di tutte le leggi morali e religiose: di tal modo l’uomo che nella sua adolescenza era dotato d’uno spirito vivo e sociabile, diventa misantropo prima che sia giunto all’età di venti anni. Quanto devono essere deboli i sentimenti morali di colui che non si sente abbastanza forte per arrestarsi sull’orlo d’un sì terribile precipizio! […] Non è forse nulla d’accendere la tetra fiaccola che conduce a passi lenti e tristi al sepolcro della virilità, nel fiore della gioventù, lorché la sacra fiamma del genio, dei sentimenti e delle passioni dovrebbero invece animare tutto il sistema?

Trattandosi di un volume di anatomia e fisiologia, l’enfasi e il vocabolario evocativo (più vicino a quello di uno scadente poetucolo che alla terminologia scientifica) sembrano stranamente fuori posto — e possiamo sorridere nel leggere simili assurde teorie; eppure L’amico discreto non è che uno dei tanti esempi ottocenteschi di testi che demonizzavano la masturbazione, popolari e diffusissimi fin da quando nel 1712 un anonimo sacerdote aveva dato alle stampe un volume intitolato Onania, seguito nel 1760 da L’Onanisme del medico svizzero Samuel-Auguste Tissot, che divenne in breve tempo un best-seller del suo tempo.
Ora, se i medici reagivano in maniera tanto dura alla masturbazione maschile, vi lascio immaginare come fosse vista quella femminile.

Qui la repulsione per un atto già in sé considerato aberrante si arricchiva di tutti le ancestrali paure che da sempre avevano riguardato la sessualità della donna. Dall’antica vagina dentata (di cui ho già scritto), alla descrizione platonica dell’utero (hystera) come animale aggressivo che vaga nell’addome della femmina, passando per i dettami teologici biblico-cristiani, la medicina aveva ereditato una visione cupa e fortemente misogina: la sessualità femminile, vero e proprio rimosso, era avvertita come pericolosa e ingovernabile.
Un altro dei testi nella mia libreria è l’analogo femminile dell’Onania di Tissot: opera di J.D.T. de Bienville, La Ninfomania ovvero il Furore Uterino fu originariamente pubblicato in Francia nel 1771.
Copio un paio di passaggi, che mostrano toni molto simili a quelli degli estratti precedenti:

Si vedono ancora certe sviate fanciulle, che per lungo tratto di tempo hanno condotta una vita voluttuosa, attaccate improvvisamente da questo morbo; e ciò accade allorché uno sforzato ritiro le tien lontane dalle occasioni, che favorivano la rea e fatale loro inclinazione. […] Tutte, in somma, dopo che sono invase da tal morbo, si occupano con egual forza, e vivacità perpetuamente in oggetti, che possono accendere nella loro passione la fiamma infernale del piacer lubrico […], si trattengono nella lettura di lubrici Romanzi, che incominciano a disporre il cuore a teneri sentimenti, e terminano con ispirare la più grossolana, e turpe incontinenza. […] Le femmine che dopo aver inoltrati i primi passi in questo orrido laberinto, non hanno forza di tornare indietro, cadono insensibilmente, quasi senza avvedersene, in eccessi, i quali dopo aver corrotta, e danneggiata la loro buona fama, terminano col privarle della vita.

Il libro continua descrivendo il delirio in cui cadono le ninfomani, che si avventano come furie sugli uomini (evidentemente tutti casti e puri) lasciando “appena tempo di fuggir loro dalle mani“.
Certo, il testo è settecentesco. Ma le cose non migliorarono nel secolo successivo: è proprio nell’Ottocento che il malcelato desiderio di reprimere la sessualità femminile trovò una delle sue più crudeli attuazioni, nella moda della cosiddetta “estirpazione”.

Sotto questo eufemismo si indicava la pratica della clitoridectomia, l’asportazione chirurgica del clitoride.
Tutti sanno che le mutilazioni genitali femminili continuano ad essere una realtà in diversi paesi del mondo, e sono al centro di numerose campagne internazionali volte a promuovere l’abbandono della pratica.
Risulta forse più difficile credere che, lungi dall’essere tradizione esclusivamente tribale, essa fosse diffusa sia in Europa che in America nel quadro della medicina occidentale moderna.
La clitoridectomia, operazione tanto semplice quanto micidiale, si basava sull’idea che la masturbazione femminile portasse all’isteria, al lesbismo e alla ninfomania. Il perfetto ragionamento circolare che sottendeva questa teoria era il seguente: poiché le pazienti dei manicomi venivano spesso colte nell’atto di masturbarsi, evidentemente la masturbazione doveva aver causato la loro follia.

Uno dei più ferventi promotori dell’estirpazione era il Dr. Isaac Baker Brown, ginecologo e chirurgo ostetrico inglese.
Nel 1858 aprì una sua clinica a Notting Hill, e le sue terapie avevano tanto successo da spingere Baker Brown a rassegnare le dimissioni dal Guy’s Hospital per lavorare privatamente a tempo pieno. Mediante la clitoridectomia, il medico riusciva a curare (almeno a quanto raccontava) diverse forme di pazzia, epilessia, catalessi e isteria nelle sue pazienti: nel 1866 pubblicò un bel volumetto al riguardo, che il Times si affrettò a lodare, affermando che Brown aveva “condotto la follia alla portata del trattamento chirurgico“. Nel suo libro Brown riportava 48 casi di masturbazione femminile, i conseguenti, atroci effetti sulla salute delle pazienti, e il miracoloso risultato della clitoridectomia nella cura dei sintomi.

Non sappiamo con certezza quante donne finirono sotto il bisturi dell’entusiasta dottore.
Brown avrebbe probabilmente continuato senza impedimenti la sua opera di mutilazione, se non avesse commesso l’errore di organizzare un clamoroso battage pubblicitario per reclamizzare la sua clinica. Anche allora era considerato eticamente scorretto per un medico auto-promuoversi, e fu questo che spinse il British Medical Journal a pubblicare il 29 aprile 1866 un pesante j’accuse nei confronti del medico. Seguì a stretto giro il Lancet, e subito dopo anche il Times mostrò di aver cambiato opinione, chiedendosi in un editoriale se il trattamento chirurgico della follia fosse o meno consentito dalla legge. Brown finì indagato dalla Lunacy Commission, che si occupava del benessere dei pazienti dei manicomi, e preso dal panico negò di aver mai effettuato clitoridectomie sulle pazienti malate di mente ospitate nella sua clinica.

Ma ormai era troppo tardi.
Persino i piani alti del Royal College of Surgeons gli voltarono le spalle, e durante una seduta venne stabilita (con 194 voti favorevoli e 38 contrari) la sua espulsione immediata dall’Obstetric Society of London.
R. Youngson e I. Schott, nel loro A Brief History of Bad Medicine (Robinson, 2012), sottolineano il paradosso della storia:

La cosa straordinaria fu che Baker Brown cadde in disgrazia non perché praticasse la clitoridectomia per indicazioni assurde, ma perché, per avidità, aveva offeso l’etica professionale. Nessuno suggerì mai che vi fosse alcunché di sbagliato nella clitoridectomia in sé. Sarebbero dovuti passare molti anni prima che questa operazione venisse condannata dalla professione medica.

E ancora molti di più, perché infine la stessa masturbazione si liberasse dallo stigma della criminalizzazione medica e dai pregiudizi di carattere morale: ancora a inizio Novecento si continuavano a raccomandare e prescrivere lacci restrittivi, camicie di forza, cinture di castità, fino alle terapie d’urto come cauterizzazione ed elettroshock.

Brevetto del 1903 per prevenire erezioni e polluzioni notturne tramite l’uso di spuntoni, scosse elettriche e una campanella d’allarme.

In tutta questa terribile galassia dei presidi anti-masturbatori, ce n’è uno che a prima vista sembrerebbe innocuo e addirittura salutare: sono i corn flakes, inventati dal famoso Dr. Kellogg come dieta coadiuvante per sconfiggere le tentazioni dell’onanismo. Eppure, quando i cereali non bastavano, Kellogg suggeriva di cucire con il fil di ferro il prepuzio dei giovani ragazzi, e quanto alle femminucce consigliava di bruciare il clitoride con l’acido fenico, che a suo dire era

un mezzo eccellente per sedare l’eccitazione anormale, e prevenire che la pratica venga ripetuta in coloro la cui forza di volontà si è indebolita a tal punto che la paziente è incapace di esercitare l’autocontrollo.
I peggiori casi tra le giovinette sono quelli in cui la malattia è in stato così avanzato che i pensieri erotici sono accompagnati dalle stesse sensazioni voluttuose dell’atto pratico. L’autore ha incontrato molti simili casi in giovani donne che riferivano che bastava questo a produrre l’orgasmo sessuale, anche più volte al giorno. L’applicazione di acido fenico nel modo già descritto è utile anche in questi casi per placare l’eccitazione abnorme, che è frequentemente provocata dalla pratica di questa forma di masturbazione mentale.

(J. H. Kellogg, Plain Facts for Old And Young, 1888)

Bisognerà aspettare il Rapporto Kinsey (1948-1953) per vedere la masturbazione definitivamente sdoganata in quanto parte naturale e salutare della sessualità.
In fondo, nelle parole di Woody Allen, non è altro che “fare sesso con qualcuno che amate“.

Sulla “fisiologia fantastica” dell’utero, si veda questo meraviglioso articolo di R. K. Salinari; Wikipedia ha invece un lemma sulla storia della masturbazione; consiglio anche Orgasmo e Occidente. Storia del piacere dal Rinascimento a oggi, di R. Muchembled.

R.I.P. Leonard Cohen

Aveva visto il futuro. Aveva conosciuto la tenebra e la luce. Aveva sempre osservato il mondo senza sconti, con una sincerità talvolta crudele perfino con se stesso, non esitando a farci parte dei suoi fallimenti. Aveva anche compreso come siano proprio quelle ferite che portiamo dentro di noi, a permettere la bellezza.
Negli ultimi tempi, dava l’idea di un uomo che si preparava alla morte spogliandosi delle sue maschere, ad una ad una.
È venuto il tempo in cui si è vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi: credo che ti seguirò presto. Sappi che ti sono così vicino che se tu allungassi la mano, potresti raggiungere la mia.” Così scriveva pochi mesi fa a Marianne Ihlen, la musa che aveva l’ispirato  e che si trovava in quei giorni sul letto di morte.

Il percorso di Leonard Cohen è stato tormentato, in perenne precario equilibrio fra i due estremi dello spettro dell’esperienza: vizio ed estasi, depressione e misticismo, eccessi e frugalità, cinismo e romanticismo.
Eppure sarebbe vano cercare di rintracciare nelle sue parole una qualsiasi indulgenza o presunzione. Guardatevi una sua qualsiasi intervista, e vedrete una modestia quasi imbarazzata (la sua leggendaria insicurezza gli diede in effetti non pochi problemi con le esibizioni dal vivo), e la gentilezza di chi è consapevole della pena di essere vivi.

Era questo il fulcro delle sue poesie, e della sua musica. La qualità liturgica di molti suoi testi era forse per lui il registro più naturale per affrontare il problema della sofferenza, ma non esitava a contaminarla con elementi profani. In effetti la sua è sempre stata una ricerca sintetica, un tentativo di conciliare gli opposti che aveva vissuto: e si traduceva anche in un paziente lavoro di condensamento sulla parola (cinque anni per scrivere Hallelujah, dieci per Anthem). Lo scopo era giungere il più possibile vicino alla perfezione della semplicità.
Arrivare a versi come questo, capace di riassumere in un breve tocco l’idea più autentica di amore: “Tu va’ per la tua strada / me ne andrò anch’io per la tua“.

Questa necessità di trascendenza aveva portato il “piccolo ebreo” innamorato della Cabala a sperimentare diversi sentieri spirituali, fino a rinchiudersi in un monastero Zen — e non da “turista”, ci rimase sei anni. Salvo comprendere infine, come confessava nell’ultimo singolo pubblicato, che i suoi demoni erano sempre stati vergognosamente borghesi e noiosi.

Già, quell’ultimo gioiello nero, You Want It Darker; una sorta di testamento o di preparazione alla fine.
Un cupo dialogo tra l’uomo-Cohen, l’Uomo di ogni epoca e latitudine, e un Dio con cui è impossibile il vero compromesso (“Se tu sei il banco, abbandono il gioco / Se tu sei il guaritore, allora io sono debole e spezzato / Se tua è la gloria, a me lasci la vergogna“); un Dio che si rifiuta di tendere la sua mano verso l’uomo, lasciandolo perduto nell’inferno che gli è stato preparato (“un milione di candele accese per un aiuto che non è mai arrivato“).
Un Dio freddo ed enigmatico dal cui mistero scaturisce perfino il Male, tanto che tutto l’orrore sembra nascere dal Suo ordine imperscrutabile: se Dio vuole questa Terra un po’ più oscura, noi uomini, pronti, “soffochiamo la fiamma“.
Ed è in questo desolante affresco che, come un fiato finale, come un’estrema preghiera, arriva quello straziante hineni. “Eccomi“, la parola pronunciata da Abramo mentre si accingeva a sacrificare suo figlio per conto del Signore.
Sono pronto“, sussurra Leonard.

Forse era davvero, finalmente, pronto.

Speciale: Francesco Busani

Sono ormai diversi anni che mi interesso di illusionismo.
Intendiamoci, non ho neanche mai provato a far sparire un fazzoletto: quello che mi intriga è la portata simbolica del gioco di prestigio, lo scarto di prospettiva che opera, ma soprattutto il potere performativo di rendere instabile il confine tra realtà e finzione. La capacità dell’illusionista di toglierci il terreno sotto i piedi senza ricorrere a tanti giri di parole teorici, con un semplice gesto.
Eppure più si studia, più ci si accorge che a rendere possibile la magia è ancora e sempre la storia che si sta raccontando. Che sia sotterranea o esplicita, la narrativa rimane il vero meccanismo dell’incanto (o dell’inganno).

Quando il mentalista Francesco Busani ha accettato di partecipare all’inaugurazione dell’Accademia dell’Incanto, ho studiato la sua performance nei minimi dettagli.
Non tanto per scoprire i suoi trucchi — esercizio tutto sommato sterile e destinato alla delusione, perché come insegna Teller, “il segreto più grande dietro la messa in scena di un effetto magico che inganni in modo efficace è quello di realizzarlo con un metodo il più brutto possibile”.
No, il suo trucco migliore lo conoscevo già: sapevo che, prima di tutto, Busani è un eccezionale storyteller (uno storyteller “con gli effetti speciali”, come ama definirsi). Così mi sono concentrato sul modo in cui egli tirava i fili della sua narrazione. E sono rimasto con un sorriso stampato sul volto per l’intero show.
Perché durante un suo spettacolo succede qualcosa di strano: tutti ci rendiamo conto razionalmente che le storie fantastiche che Busani racconta sono, almeno in parte, frutto di fantasia; ma non sappiamo fino a che punto, e ci accorgiamo con sorpresa che esiste un’incontrollabile parte di noi che è disposta a crederci.

Un solo esempio: Busani ha raccontato la storia di due monete seppellite per anni assieme a un morto, sugli occhi del cadavere. Con l’aiuto di una spettatrice che si è offerta volontaria dal pubblico, in una routine che non vi svelo, le monete hanno dimostrato di aver acquisito virtù esoteriche e misteriose, a causa del prolungato contatto con la salma.
A colpirmi non è stato soltanto l’effetto finale, pure strabiliante, bensì un altro dettaglio a cui magari pochi hanno prestato attenzione: a chiusura del suo gioco, Francesco ha consegnato le monete nel palmo della spettatrice, e quest’ultima con uno scatto immediato e del tutto involontario ha tirato indietro le mani per non toccarle.

Ecco, quando quelle due monete sono cadute rumorosamente sul tavolo ho compreso quale eccezionale narratore fosse Francesco Busani.

Gran parte del fascino deriva proprio dal fatto che egli fa il “verso”, per così dire, a medium e sensitivi. Possiamo guardare con superiorità chi si affida a cartomanti e maghi, ma con un semplice gioco di prestigio raccontato nella giusta maniera Busani ci dimostra quanto il mito sia ancora intrinsecamente e inconsciamente efficace sulla nostra mente. E non è solo una lezione di umiltà: è anche a suo modo un tributo alla potenza della sconfinata fantasia umana.

Non mi sono dunque lasciato sfuggire l’occasione, la mattina successiva, di fargli qualche domanda in più sulla sua professione.

Partiamo dalla domanda inevitabile: quando e come hai cominciato a interessarti al paranormale da una parte, e all’illusionismo dall’altra?

Il mio è un percorso piuttosto anomalo per un mentalista. Non mi sono formato nei club magici o negli ambienti dove si ritrovano i prestigiatori, ma arrivo nel mondo della ricerca sul paranormale e sull’occulto, che ho coltivato fin da quando, a circa 12 anni, mi sono spaventato durante una seduta spiritica. In quel momento ho capito che l’unico modo per esorcizzare le mie paure era capire se potevano realmente esistere sistemi per contattare l’aldilà.
Successivamente mi sono interessato anche alle facoltà ESP, a figure di sensitivi e medium e ai casi di cronaca misteriosi. Durante tutti questi anni ho visitato luoghi infestati, cimiteri, castelli, ho visto all’opera sensitivi, cartomanti e anche qualche medium. Ho partecipato a ritiri spirituali, ascoltato decine di testimonianze relative a situazioni paranormali, letto centinaia di libri scritti sia da scettici che da believer. Visto che la maggior parte delle persone di cui sentivo o leggevo le testimonianze erano in buona fede, ho cominciato a chiedermi come mai io, assieme ad altre migliaia di ricercatori, non riuscissi a verificare alcunché di particolare.
Questo percorso è proseguito in parallelo con quello religioso di cattolico praticante fino ai ventiquattro anni, quando sono giunto alla conclusione che non esistono prove oggettive e scientifiche di fenomenologie paranormali. In quel preciso momento mi sono staccato anche dal percorso religioso che avevo mantenuto fino a quel momento solo per motivi sociali.
Infine ho scoperto che esistevano illusionisti che, utilizzando perlopiù tecniche derivate dai medium, “simulavano” i prodigi delle sedute spiritiche. Da lì al mentalismo il passo è stato breve.

Ti definisci “scettico al 100%”, eppure a fini scenici utilizzi tutto l’armamentario simbolico dell’occultismo e del paranormale. Non c’è una contraddizione?

Essere scettici e mentalisti non è per nulla un contraddizione: anzi forse è vero il contrario. I più grandi performer, da Derren Brown a Silvan solo per citarne due conosciuti in Italia, sono dichiaratamente scettici. E d’altronde se qualcuno possedesse doti paranormali, non avrebbe bisogno né di definirsi mentalista, né di mantenere il segreto sulle sue tecniche… né probabilmente di esibirsi per soldi!
La mia scelta stilistica, nella maggior parte dei miei spettacoli, è quella di utilizzare contesti e narrazioni che richiamano il mondo dell’occulto e dello spiritismo. Il mentalista è un intrattenitore – non dimentichiamolo – e la sua performance consiste nel sospendere l’incredulità nello spettatore. Questo processo avviene per gradi.
All’inizio di un mio show lo spettatore è cosciente che sta assistendo ad uno spettacolo. Poi, passo dopo passo, uso varie tecniche ed effetti per traghettare lo spettatore verso uno stato di dubbio sempre più profondo, fino a quando non è più in grado di capire dove finisce la finzione e inizia la realtà.

Nei tuoi spettacoli ti poni in maniera radicalmente differente rispetto ai classici mentalisti che sfoggiano “superpoteri” e abilità psichiche sovrumane: spesso si ha la sensazione che tu voglia rimanere un po’ in disparte, come se la tua funzione fosse quella del catalizzatore e del testimone di eventi inspiegabili, piuttosto che il loro diretto artefice. In altre parole, eviti programmaticamente l’effetto “et voilà!”.
Quanto è difficile per un performer questa rimozione dell’ego? Non rischia di diminuire l’impatto dei tuoi trucchi?

Penso che il mentalismo raggiunga il suo effetto più dirompente quando è il pubblico stesso a realizzare dei prodigi. Lo spettatore si aspetta che un illusionista possa stupirlo, ma non che sarà stupito da se stesso.
Questo scarto, seppure non sempre attuabile, è a parer mio l’ultimo gradino della trasmissione della meraviglia al pubblico, quello più alto. Infatti io spesso ci arrivo per gradi. Ad esempio in uno spettacolo scritto da me e dall’amico Luca Speroni, abile mentalista e copywriter, accadeva che ogni effetto magico fosse un passo per far acquisire al pubblico (tutto il pubblico in sala!) i poteri tipici delle guaritrici magiche che ancora oggi esistono nell’Appennino Tosco-Emiliano. Attraverso alcuni riti e un percorso ascetico ogni spettatore che saliva sul palco si trovava ad avere questi poteri sempre più amplificati.
Oppure prendi il mio intervento durante una conferenza/spettacolo con il collettivo Wu Ming e Mariano Tomatis (esiste un video della performance su YouTube): sono riuscito a far gridare a tutto il pubblico una parola che lo spettatore sul palcoscenico aveva soltanto pensato. L’effetto è stato stranissimo: le persone tra il pubblico si guardavano l’un l’altro divertite e si chiedevano come potesse essere accaduto.
Detto questo, non esiste un “modo corretto” per trasmettere lo stupore al pubblico: ogni performer deve trovare il proprio. Il mentalista-superuomo in determinati casi potrebbe far pesare troppo la sua abilità e risultare altezzoso, ma è anche vero che ci sono colleghi preparatissimi che rivestono in modo magistrale il personaggio del mentalista con poteri da X-Men.
Dipende anche dalla situazione. Lo spostamento dell’attenzione sullo spettatore funziona bene con un pubblico non troppo numeroso, ma spesso di fronte a platee più ampie, ad esempio negli spettacoli aziendali, rimango invece vestito dell’abito tipico del mentalista.

Al di là dei tuoi spettacoli di bizarre magic, hai sviluppato un’originale declinazione di mentalismo one-to-one. Come cambia il tuo lavoro quando ti trovi di fronte a un solo spettatore? Quali libertà ti puoi permettere, e a quali devi rinunciare?

Amo in particolar modo il contesto one-to-one, mi consente di esibirmi in ambienti e ambiti in cui spesso sarebbe impossibile realizzare uno spettacolo. Lavorare davanti a un solo spettatore è una bella sfida, sia psicologicamente che tecnicamente: sono indispensabili grande empatia, capacità di improvvisazione e sicurezza. La libertà che ti puoi permettere è quella di “affidare” allo spettatore stesso una parte dell’effetto, vale a dire che è lui che ne elabora e ne gestisce il senso, il significato speciale che un gioco può ricoprire rispetto alla sua sfera personale. Di contro, parlavamo di egocentrismo del performer: ecco, nel one-to-one devi assolutamente scordartelo, va messo da parte e soprattutto dal punto di vista etico bisogna rinunciare alla tentazione del potere quasi illimitato che quel ruolo, in quel momento, ti consentirebbe di avere.

Nel libro Magia a tu per tu racconti nel dettaglio come sei arrivato a costruire i tuoi effetti migliori, e in generale risulta evidente il perfezionismo nello studiare ogni minimo dettaglio della performance. Ti spingi perfino a dare suggerimenti minuziosi sulla logistica, su come posizionare o preparare la scena, eccetera. Eppure una delle cose che mi ha più colpito sono i passaggi in cui, di contro, parli dell’importanza dell’improvvisazione: quei preziosi momenti in cui – magari per quello che potrebbe sembrare a prima vista un incredibile colpo di fortuna – il numero travalica l’intento originario, e diventa qualcosa di più, sorprendendo perfino te stesso. Questo tipo di “fiuto” che ti permette di volgere la casualità a tuo favore, ho il sospetto che nasca proprio dalla meticolosità della preparazione, dall’esperienza. In che misura lasci la porta aperta all’imprevisto?

Un mentalista deve saper cogliere ogni situazione che si crea durante la performance, e volgerla a proprio favore. Non di rado, sia sul palco che in one-to-one, un’informazione ricevuta dallo spettatore permette di creare una variazione che risulta molto più potente dell’effetto magico programmato che, a quel punto, passa in secondo piano e può essere accantonato.
Chiaramente ogni improvvisazione, sia in ambito musicale che teatrale o illusionistico, necessita di una perfetta conoscenza della materia: da qui la maniacale preparazione di tutta l’impalcatura che deve sorreggere una mia performance.
Questa caratteristica di cambiare repentinamente traiettoria è anche una delle differenze che si notano tra gli illusionisti ed i sensitivi: i primi solitamente propongono allo spettatore uno schema che rimane invariato indipendentemente da ciò che lo spettatore comunica (volontariamente o involontariamente). Al contrario i sensitivi, dai quali io prendo ispirazione, sono estremamente opportunisti e se colgono uno spiraglio da cui possono trarre maggior stupore lo utilizzano al volo. Certo, è molto meno faticoso proporre una routine magica in modo “meccanico”, ma penso che la seconda strada porti a risultati eccezionali, e regali grande soddisfazione anche allo spettatore.

Qual è il tuo consiglio d’oro per qualcuno che volesse muovere i primi passi sulla strada del mentalismo?

Vorresti conseguire il brevetto di volo in una scuola dove nessun insegnante ha mai volato? Piuttosto rischioso… Eppure in questi anni ho visto nascere corsi di mentalismo tenuti da performer che non hanno mai fatto uno show in vita loro. Analoga situazione per i libri e i corsi online: hanno la pretesa di spiegare tecniche ed effetti, ma del loro ideatore non trovi traccia. Hai un bel cercare uno show del “docente” per andare a vederlo in scena, è tutto inutile: mai una foto di lui sul palco, mai una recensione. Ecco perché consiglio di frequentare lezioni e corsi tenuti da mentalisti che lavorano sul serio a contatto con il pubblico, che fanno davvero spettacolo.
Diverso è il discorso per i libri di storia dell’illusionismo, di storytelling e di principi generali: in Italia abbiamo scrittori riconosciuti in tutto il mondo, uno per tutti Mariano Tomatis che con il suo ambizioso progetto Mesmer – Lezioni di mentalismo ha realizzato una vera e propria enciclopedia relativa alla storia del mentalismo partendo dal ‘700.

Anche il mestiere ideale ha sempre qualche lato frustrante. C’è qualche aspetto del tuo lavoro che proprio non ti va giù?

La frustrazione inizia quando non si è più in grado di esprimere se stessi dal punto di vista artistico. Per questo motivo cerco sempre di rinnovarmi, e presentare testi che siano stimolanti per me, prima ancora che per il pubblico. Per ora non ho incontrato aspetti negativi, forse perché il mentalismo, pur essendo la mia professione, non riesco ancora a considerarlo un lavoro: rimane sempre la più grande delle mie passioni.

Ecco il sito ufficiale di Francesco Busani.