Le nozze fantasma

Cina, provincia di Shanxi, nella parte settentrionale della Repubblica.
All’inizio del 2016, il capo della polizia della contea di Hongtong dà l’allarme: nel triennio precedente sono stati accertati almeno una dozzina di furti di cadavere all’anno. Le salme disseppellite e trafugate sono tutte di giovani donne, e la tendenza è talmente in crescita che molte famiglie preferiscono inumare i membri femminili vicino alle loro case, piuttosto che in luoghi più appartati. Altri fanno ricorso a tombe in cemento, installano telecamere a circuito chiuso, assoldano guardie o costruiscono delle grate attorno al sito di sepoltura, proprio come si faceva nell’Inghilterra dei body snatchers. Sembra che in alcune parti della provincia il corpo di una ragazza morta in giovane età non sia mai troppo al sicuro.
Cosa c’è dietro a questo trend inquietante?

Questi episodi di furto di cadavere sono collegati a un’antichissima tradizione che si pensava abbandonata da molto tempo: l’usanza dei “matrimoni nell’aldilà”.
La morte di un maschio giovane e celibe è considerata un evento che porta sfortuna all’intera famiglia: l’anima del ragazzo infatti non trova pace, senza una compagna.
Per questo i familiari, nell’intento di trovare una sposa per il defunto, si affidano a degli intermediari che si occupano di metterli in contatto con altre famiglie le quali hanno, a loro volta, recentemente perso una figlia. I due giovani deceduti vengono dunque sposati mediante un rito apposito e seppelliti assieme, per il sollievo di entrambe le famiglie.
Questo tipo di matrimoni sembra risalga alla dinastia Qin (221-206 a.C.) anche se le fonti principali attestano la pervasività della pratica a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Il problema è che, visti gli ingenti guadagni derivanti da un simile traffico, alcuni di questi “agenti di matrimonio” non si fanno scrupoli ad agire in clandestinità per dissotterrare le preziose fanciulle: talvolta, per rivendere i corpi, fingono di essere parenti della morta, ma in altri casi trovano famiglie in lutto che sono semplicemente disposte a pagare pur di trovare una sposa al loro caro estinto, chiudendo un occhio sulla provenienza del cadavere.

Fino a qualche anno fa i “matrimoni fantasma” si svolgevano utilizzando delle simboliche figurine di bambù, vestite con abiti tradizionali; oggi che il benessere è aumentato si arriva a spendere anche 100.000 yuan (equivalenti a circa 15.000 euro) per un cadavere fresco di fanciulla. Anche dei resti umani più vecchi, ricomposti con filo di ferro, possono valere intorno agli 800 euro. D’altronde sono proprio gli anziani dei villaggi ad ammonire le nuove generazioni: per scacciare la sfortuna non c’è niente di meglio che un’autentica salma.
Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale nel 2006, il business è talmente lucrativo che gli arresti si moltiplicano e si ha notizia almeno di due omicidi compiuti al fine di rivendere il corpo della vittima.

Se a primo sguardo questa tradizione ci può sembrare macabra e insensata, soffermiamoci un attimo sulle possibili motivazioni.
Nella provincia in cui si concentrano gli episodi, un grande numero di ragazzi maschi lavorano nelle miniere di carbone dove gli incidenti sul lavoro sono tristemente frequenti. La maggioranza di questi giovani costituiscono la sola prole avuta da una coppia, a causa della politica del figlio unico attuata dal governo cinese fino al 2013.
Oltre ai motivi legati alla superstizione, dunque, c’è anche una componente psicologica importante: immaginate il sollievo se, nel processo di elaborazione del lutto, poteste ancora fare qualcosa per rendere felice il vostro caro estinto. Ecco, il “matrimonio degli spiriti” agisce proprio da compensazione per la perdita di un ragazzo amato, morto magari lavorando per supportare la famiglia.

I matrimoni fra due defunti, o fra una persona viva e una morta, non sono peraltro prerogativa della Cina. In Francia le nozze postume (svolte solitamente quando una donna perde in modo prematuro il fidanzato) vengono regolarmente richieste facendo ricorso al Presidente della Repubblica, che ha il compito di rilasciare il permesso. Lo scopo è quello di riconoscere eventuali figli concepiti prima del decesso, ma vi possono essere anche motivazioni puramente emotive. In effetti è relativamente lunga la lista dei paesi che hanno visto casi di matrimoni in cui uno o entrambi i gli sposi non erano più in vita.

Infine, una piccola curiosità.
Nel celebre film di Tim Burton La sposa cadavere (2005), ispirato a una leggenda secolare (se ne può trovare un’incarnazione romantica anche nell’antologia Fantasmagoriana, nel racconto Die Todtenbraut di F. A. Schulze), è un anello infilato quasi per gioco su un arbusto a sancire l’inconsapevole fidanzamento dell’oltretomba.
Assai simile a quel ramoscello, all’apparenza innocuo, è il “trabocchetto” usato a Taiwan quando muore una giovane donna ancora nubile: i familiari piazzano per strada dei pacchetti rossi contenenti soldi dei morti, oppure una ciocca di capelli o delle unghie della morta. Il primo uomo a raccogliere il pacchetto è tenuto a sposare la giovinetta deceduta, pena un’indicibile sventura. Potrà poi prendere nuovamente moglie, ma dovrà riverire per sempre la sposa “fantasma” come la sua prima, vera moglie.

Questi rituali si rendono necessari quando un individuo accede all’aldilà prematuramente, senza aver eseguito un rito di passaggio fondamentale come il matrimonio (quindi senza aver completato il “corretto” percorso della sua vita). Come spesso accade nelle usanze funebri, la pratica ricopre una funzione benefica e apotropaica sia per il gruppo sociale dei vivi che per il defunto stesso.
Viene cioè scongiurata da una parte la sfortuna che potrebbe colpire i parenti; si viene a creare “per procura” quel legame tra due diverse famiglie che sarebbe mancato in assenza di un vero e proprio matrimonio; e ad un tempo ci si assicura anche che l’anima lasci questo mondo in pace, e non si avventuri per il suo ultimo viaggio indossando il marchio di una disgraziata solitudine.

Luca Cableri, il cercatore di meraviglie

Luca Cableri è un uomo divorato da una sconfinata passione.
Gallerista e collezionista, studia la storia delle wunderkammer da decenni; eppure quando ne parla, i suoi occhi si illuminano ancora. Chi si ostina a voler cercare la meraviglia, lo fa anche perché rifiuta di dimenticare lo sguardo del bambino — del bambino che era, del bambino che tutti siamo stati.

La più spettacolare creazione di Luca è Theatrum Mundi, una wunderkammer atipica e originale che si trova in pieno centro storico ad Arezzo.
Appena varcata la soglia della galleria, si entra in uno spazio straniante: sotto le bellissime volte affrescate del palazzo signorile che ospita questa collezione, si possono ammirare meraviglie antiche e moderne — scheletri di dinosauri e tute spaziali, edizioni originali del Monstorum historia dell’Aldrovandi e forchette per il cannibalismo rituale, tassidermie esotiche e installazioni di design contemporaneo.

Questi accostamenti “eretici” tra oggetti di museologia classica e rimandi alla cultura pop non sono affatto arbitrari, ma seguono una filologia che vuole dar conto dell’evoluzione che il concetto stesso di meraviglia ha subito attraverso i secoli. Se il coccodrillo imbalsamato appeso al soffitto era un tempo una vera e propria icona dello stupore (nessuna wunderkammer poteva dirsi completa senza un coccodrillo o un dente di narvalo!), il collezionista moderno non può ignorare le declinazioni attuali di meraviglia: ecco perché Theatrum Mundi propone anche reperti dell’era spaziale, o cimeli relativi alle arti più giovani, come il cinema.

Luca insegue questa sua estetica con spirito surrealista e un po’ irriverente, esponendo per esempio una maschera sciamanica di fianco a quella utilizzata nel film The Mask con Jim Carrey.

Theatrum Mundi testimonia quindi l’attualità del concetto di wunderkammer, e ha il grande merito di proporre un tentativo di svecchiamento. Con questo suo personale modo di infondere nuova vita al collezionismo di curiosità, Luca sta anche invitandoci a cercare il nostro.

A ottobre ho invitato Luca a parlare all’Accademia dell’Incanto, presso la galleria di Giano Del Bufalo; e nonostante tutte le nostre serate abbiano avuto un ottimo riscontro, il suo talk ha registrato il tutto esaurito nel giro di poche ore dall’apertura delle prenotazioni.
Visto l’interesse, ho pensato dunque di fargli qualche domanda per Bizzarro Bazar, anche a beneficio di chi non ha potuto partecipare alla sua lezione su come si “reinventa” una wunderkammer.

Ricordi com’è iniziata tua passione per le camere delle meraviglie?

Tutto è iniziato da piccolissimo, mio padre mi portava al fiume dove incominciai a raccogliere sassi e bastoncini dalle forme strane e quasi aliene; poi ci fu l’epoca delle conchiglie, e in seguito, in età adolescenziale, mi cimentai con i collage, ritagliando dalle riviste le figure più bizzarre che colpivano la mia immaginazione.
All’università scoprii il concetto di wunderkammer e ne rimasi affascinato, mi documentai parecchio, incominciai a visitare mostre e musei… e così oggi faccio il raccoglitore di meraviglie.

Credo che il tuo lavoro sulla galleria Thatrum Mundi abbia soprattutto il merito di smentire un assioma che molti danno per scontato: che il collezionismo di wunderkammer sia un sottogenere dell’antiquariato. Capita che i tuoi abbinamenti fra pezzi antichi e moderni facciano stocere il naso ai puristi?

La galleria Theatrum Mundi di Arezzo, che ho aperto con il mio socio Iacopo Briano, è stato un grande “azzardo ragionato” in un periodo di crisi non solo economica ma anche per l’antiquariato classico. Pensare di proporre meteoriti, tute spaziali, dinosauri, maschere precolombiane, sarcofagi egizi o oggetti originali del cinema è stato veramente innovativo, e quando si propone qualcosa di nuovo c’è sempre chi ti guarda con sospetto o ti critica. Tutto ciò che non si conosce o scardina la normalità all’inizio fa paura, destabilizza. Però molti antiquari classici, dopo aver storto il naso in un primo periodo, hanno incominciato ad apprezzare il nostro approccio alle wunderkammer. C’è anche l’indubbio vantaggio di poter esporre nella stessa stanza, con disinvoltura, un busto romano e la tuta originale di Batman, una maschera rituale della Nuova Guinea e un quadro d’arte contemporanea. L’importante è che gli oggetti siano messi in condizione di “parlare” tra loro.

Esiste davvero un’idea — un concetto unico, ben definito — di wunderkammer? C’è un elemento che può definire una collezione come “appartenente” a questo specifico genere di collezionismo?

L’elemento fondamentale che deve assolutamente caratterizzare la wunderkammer è ovviamente la meraviglia: gli oggetti devono essere stupefacenti, che sia per il loro aspetto, la storia o la loro funzione.
Furono i Principi e l’alta nobiltà i primi a racchiudere in una stanza tutte le curiosità dell’epoca per poter sorprendere i loro attoniti ed increduli ospiti.
Se consideriamo dunque il concetto classico di wunderkammer (nato dalle kunstkammer del Quattrocento per poi conoscere nel Sedicesimo secolo la massima espansione in tutta Europa) la caratteristica fondamentale era la presenza di quattro categorie. I naturalia erano oggetti della natura provenienti dalle Indie, dalle Americhe o dall’Africa. Pensa allo stupore degli europei di fronte al primo rinoceronte o alla giraffa. I mirabilia erano invece oggetti creati dall’uomo — pensiamo ai grandi lavori di oreficeria con cui gli artigiani creavano figure fantastiche e preziose. Con exotica si indicava tutto quello che veniva da lontano, oltre le colonne d’Ercole: i costumi dei nativi, la loro produzione artistica. E infine c’erano gli scientifica, oggetti della nuova scienza, astrolabi, mappamondi, cannocchiali, automi.
Nel XXI secolo, rimangono ancora valide queste categorie per poter parlare di stanza delle meraviglie, ma io ho voluto attualizzarle. Così includo nei naturalia anche dinosauri o fossili, nei mirabilia i prop originali dei film come la maschera di Dart Fener o la corazza del gladiatore di Russel Crowe; negli exotica, che in un mondo globalizzato come il nostro hanno perso la loro connotazione originale, trovano posto le meteoriti; e negli scientifica tutto quello che è legato alla conquista spaziale, come un pezzo di una navicella o una tuta spaziale che ha veramente viaggiato nel cosmo.
I miei sono solo degli esempi, ognuno è libero di creare la sua personale wunderkammer a seconda della sua personalità, gusto, cultura e inclinazioni collezionistiche. L’importante secondo me è non scordare le quattro categorie, altrimenti il tutto si riduce a un insieme eterogeneo di oggetti.

Nella mia esperienza, più cerchi la meraviglia, più la meraviglia ti viene incontro: le situazioni in cui ci si ritrova sono spesso paradossali o surreali. Qual è l’ultima cosa strana che ti è capitato di fare, in relazione alla tua collezione?

Anni fa comprai a Parigi un manichino-reliquario, il Niombo della statuaria Bwendè, un grande fantoccio antropomorfo fatto di tessuto e paglia. Mi piaceva la sua forma bizzarra e i tatuaggi dipinti sul busto. Inoltre aveva una storia pazzesca, si narrava che questi oggetti contenessero al loro interno i resti di un defunto sciamano che con sue le braccia faceva da tramite tra le divinità e il popolo.
Misi l’oggetto in catalogo, e qualche tempo fa mi chiamò un collezionista dal sud della Francia. Mi disse di essere interessato al Niombo ad una sola condizione: che all’interno dovevano esserci le ossa, perché altrimenti voleva dire che si trattava solo di un falso decorativo, creato apposta per i turisti creduloni degli anni cinquanta.
Presi il manichino e mi recai all’ospedale di Arezzo, in reparto radiografie. Tra la curiosità e l’ilarità generale facemmo i raggi X, incominciammo a scandagliare dai piedi per risalire alla testa senza risultato… poi all’ improvviso con grande sorpresa e stupore comparve l’agognato osso. Evviva!

Avventurarsi in questo tipo di ricerche ha, sempre per quanto mi riguarda, un ulteriore “appeal”, ed è il fattore umano. Le persone che si conoscono mentre si insegue un pezzo, un particolare oggetto. Alcuni tra i collezionisti sono eccentrici quanto le loro collezioni! Qual è la persona più curiosa che hai incontrato?

Sicuramente un collezionista americano con la passione per i minerali e i fossili. Una sera, durante una fiera mi invitò nel suo immenso ranch vicino a Tucson in Arizona e mi fece vedere la sua sterminata collezione. Rimasi strabiliato per la vastità e qualità degli oggetti, aveva praticamente tutto!
Dopo cena ci sedemmo all’aperto ad ammirare un meraviglioso cielo stellato sorseggiando una birra. A quelle latitudini, nel deserto e senza alcun inquinamento luminoso, la volta celeste sembra più vicina e più bella.
Lui ad un certo punto mi confida il suo sogno proibito: mi dice che c’è un minerale che ancora non possiede. Allora io chiedo quale sia, e lui mi indica la luna. Voleva un vero pezzo di luna. Incominciai una frenetica ricerca e trovai nell’est Europa un piccolo frammento donato da un presidente americano ad un ambasciatore… per poi scoprire a malincuore che era proibito fare commercio di materiale lunare. Allora ripiegai su uno straordinario frammento di meteore lunare per assecondare la richiesta del mio interlocutore.
Lui non si demoralizzò, anzi mi disse che negli anni seguenti avrebbe contattato degli ingeneri della Nasa in pensione, per farsi costruire un razzo privato che potesse atterrare sulla luna, prelevare un pezzetto e ritornare sulla terra!

Al di là delle diverse possibilità economiche, tutti i collezionisti che incontriamo sono così: eterni sognatori.
È per questo che spesso ricordo mio padre, che quand’ero ragazzo mi diceva: “sono curioso di sapere cosa farai da grande”… Ecco, oggi posso dire in tutta franchezza che sono orgoglioso di essere un “wunderkammerista”, un cercatore dell’impossibile e del meraviglioso!

Ecco il sito ufficiale di Theatrum Mundi.

L’homunculus in noi

L’homunculus di Paracelso, frutto di complicate ricette alchemiche, è una figura allegorica che ha affascinato per secoli l’immaginario collettivo. La sua fortuna ha presto travalicato l’ambito alchemico, e l’homunculus è stato preso a prestito dalla letteratura (Goethe, per fare un solo esempio), dalla psicologia (ne scrisse Jung), dal cinema (la meravigliosa, ironica scena di Pretorius ne La sposa di Frankenstein del 1935), e dal mondo dell’illustrazione (penso qui in particolare all’amico Stefano Bessoni). Ancora oggi evidentemente l’homunculus non ha perso il suo appeal: i misteriosi video postati su YouTube da un utente russo, che mostrerebbero alcuni strani esseri proteiformi nati proprio da improbabili procedimenti, hanno totalizzato in poco tempo decine di milioni di visualizzazioni.

Eppure non è dell’homunculus classico, più o meno metaforico, che vorrei parlare qui, bensì dell’utilizzo che di questo termine si fa in patologia.
Sì, perché a vostra insaputa un abbozzo di figura umana in miniatura potrebbe nascondersi nel vostro stesso corpo.
Benvenuti nel territorio in cui il fantastico fa irruzione nell’anatomia.

Facciamo un passo indietro, cominciamo proprio dall’inizio della vita.
La cellula fecondata (zigote) è al principio solo una; ma comincia subito a dividersi, a generare nuove cellule che proliferano, si trasformano, migrano. Dopo due settimane circa, le diverse popolazioni cellulari si organizzano in tre zone principali (foglietti germinativi), ognuna delle quali ha un compito preciso – ciascuna è preposta cioè alla formazione di un determinato tipo di struttura. I tre strati specializzati creano man mano le varie conformazioni anatomiche, costituendo la pelle, i nervi, le ossa, gli organi, gli apparati e così via. Questa metamorfosi, questo progressivo “affiorare” dell’ordine si conclude quando il feto è sviluppato in pieno.

Talvolta può però accadere che lo stesso processo, per qualche motivo, si attivi nuovamente anche in un individuo adulto.
È come se alcune cellule, vittime di chissà quale insondabile allucinazione, credessero di trovarsi ancora nello stadio embrionale: iniziano così a intessere nuove strutture, crescite abnormi chiamate teratomi, che assomigliano proprio ai derivati delle prime differenziazioni germinali.

Le cellule impazzite si mettono a produrre capelli, ossa, denti, unghie, talvolta materia cerebrale o tiroidea, persino occhi interi. A livello istologico questi tumori, generalmente di tipo benigno, possono essere solidi, contenuti all’interno di cisti, oppure un misto delle due cose.

In casi molto rari la crescita del teratoma può essere così altamente differenziata da assumere una forma antropomorfa, ancorché rudimentale. Sono i cosiddetti teratomi fetiformi (homunculus).

I report clinici relativi a questa anomalia patologica hanno davvero una qualità perturbante, cronenberghiana: un homunculus trovato nel 2003 all’interno di un teratoma ovarico in una donna vergine di 25 anni mostrava la presenza di cervello, spina dorsale, orecchie, denti, tiroide, ossa, intestini, trachea, tessuto fallico e un occhio al centro della fronte.
Nel 2005 un’altra massa fetiforme aveva capelli e arti abbozzati, con dita e unghie. Un homunculus riportato nel 2006 presentava un arto superiore, e due inferiori comprensivi di piedi e dita. Nel 2010 un’altra massa mostrava un piede dalle dita fuse assieme, peli, ossa e midollo. Nel 2015 in una paziente di 13 anni venne riscontrato un teratoma fetiforme con peli, arti vestigiali, un rudimentale tubo digestivo e una formazione cranica contenente meningi e tessuto nervoso.

Cosa spinge alcune cellule a cercare di creare una nuova, impossibile vita? E, in definitiva, siamo sicuri che quel minuscolo feto incompleto in realtà non si trovasse lì fin dal principio?
Tra le molte ipotesi avanzate, infatti, vi è anche quella che sostiene che gli homunculi (difficili da studiare proprio in ragione della loro rarità in letteratura scientifica) non siano dei veri e propri tumori, quanto piuttosto le vestigia di un gemello parassita, inglobato in periodo embrionale nel corpo del fratello. Più che di teratomi, dunque, sarebbe più corretto parlare di casi di fetus in fetu.

Ma in prevalenza i due fenomeni sono considerati distinti.
Per distinguere l’uno dall’altro ci si basa sull’esistenza o meno di una colonna vertebrale (presente nel fetus in fetu ma non nel teratoma), sulla localizzazione (i teratomi si riscontrano prevalentemente nei pressi dell’apparato riproduttivo, mentre i fetus in fetu nel retroperitoneo) e sulla zigosità (i teratomi spesso si presentano differenziati dai tessuti circostanti, quasi fossero gemelli “fraterni” del loro ospite, mentre il fetus in fetu sarebbe omozigote).

Studiare queste formazioni anomale potrebbe fornire informazioni utili per la comprensione dello sviluppo umano e della partenogenesi (fondamentale per le ricerche sulle staminali).
Ma un aspetto intrigante rimane proprio la loro natura problematica. Come dicevo, ogni volta che i medici si ritrovano di fronte a un homunculus, il dilemma è sempre come categorizzarlo: teratoma o gemello parassita? Struttura “affiorata” a posteriori, o forma che stava lì dal principio?

È interessante osservare che questa stessa incertezza, questo dubbio per ben 23 secoli ha riguardato anche gli embrioni normali. Il dibattito verteva su un’analoga questione: i feti sorgono dal nulla, o sono preesistenti?
È l’antica diatriba fra i sostenitori dell’epigenesi e del preformismo, ovvero tra chi affermava che le forme dell’embrione “emergessero” dalla materia indistinta, e chi sosteneva che esse fossero già contenute nel seme.
Se già Aristotele, studiando gli embrioni di pollo, aveva ipotizzato che le strutture fisiche del nascituro prendessero consistenza a poco a poco, guidate dall’anima, nel XVIII questa teoria venne messa in discussione dal preformismo. Secondo gli entusiasti di questa tesi (sostenuta tra l’altro da studiosi del calibro di Leibniz, Spallanzani e Diderot) l’embrione era già perfettamente formato ab ovo, così piccolo da non poter essere visto ad occhio nudo; durante lo sviluppo, esso si limitava a crescere in dimensioni, proprio come avrebbe continuato a fare anche dopo la nascita.
Da dove veniva questa idea? Una parte importante l’aveva sicuramente giocata un celeberrimo disegno di Nicolaas Hartsoeker, fra i primi scienziati ad avere osservato il liquido seminale al microscopio, nonché convinto assertore dell’esistenza di minuscoli feti già completi, nascosti all’interno della testa degli spermatozoi.
E Hartsoeker a sua volta aveva preso ispirazione proprio dalle famose immagini alchemiche dell’homunculus.

In un certo senso, gli homunculi nati dalle provette degli alchimisti e quelli studiati dagli anatomopatologi non sono poi così differenti. Gli uni come gli altri sono simboli degli enigmi dello sviluppo, del mistero fondamentale della nascita e della vita. Immagini in miniatura del problema ontologico che da sempre assilla l’umanità: appariamo dal caos indistinto, oppure il nostro cuore e il nostro animo esistevano già, da qualche parte, in qualche modo, prima di nascere?


Piccola appendice anatomo-patologica (e anche un po’ genetica)
di Claudia Manini, MD

I teratomi sono tumori a cellule germinali composti da una mescolanza di tessuti derivati da due o più foglietti embrionali (ectoderma, mesoderma ed endoderma) in combinazione variabile.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di tumori benigni ad insorgenza prevalente nelle gonadi. I teratomi, più frequentemente, sono composti da tessuti maturi, ovvero come quelli che compongono il corpo umano nella vita extrauterina, ma qualche volta possono contenere anche tessuti immaturi (embrionali o fetali) ed in questo caso più facilmente possono avere un comportamento biologico maligno.
L’origine dei teratomi, data la loro bizzarra morfologia, è da sempre materia di interesse, speculazioni e dispute scientifiche. La teoria partenogenetica che ne indica l’origine dalle cellule germinali dopo una prima divisione meiotica è oggi la più ampiamente accreditata, sostenuta da evidenze citogenetiche. Le altre due teorie suggerivano rispettivamente l’origine da blastomeri segregati agli stadi iniziali di sviluppo embrionale, o da residui embrionali, e sono ormai state abbandonate.
La teoria partenogenetica è supportata dalla distribuzione anatomica dei teratomi lungo le linee di migrazione delle cellule germinali primordiali; dal fatto che insorgono durante l’età riproduttiva (dato epidemiologico-osservazionale ma anche sperimentale su animale); e da evidenze citogenetiche che hanno dimostrato differenze genotipiche tra il tessuto teratomatoso che è omozigote e il genotipo eterozigote dei tessuti dell’ospite.
Le cellule germinali sono le uniche che, attraverso un meccanismo che si chiama “meiosi”, danno origine ai gameti, ovvero alla cellula uovo ed allo spermatozoo, cioè cellule che contengono solo metà del patrimonio genetico della cellula di origine (per questo dette aploidi).
Dalla fusione del patrimonio genetico aploide dei due gameti, dopo la fecondazione, origina una cellula con un patrimonio genetico “diploide” che continuando a dividersi darà origine ad un nuovo individuo con un genotipo eterozigote in quanto originato da due patrimoni genetici di individui diversi che si sono fusi.
Le cellule che compongono un teratoma hanno invece un patrimonio genetico identico tra i due set di 23 coppie di cromosomi.
I teratomi quindi, anche quando sorprendentemente diano forma a strutture fetiformi, sono un fenomeno diverso rispetto al fetus in fetu e rientrano nell’ambito della patologia tumorale e non malformativa.
Il che nulla toglie al fascino che la loro osservazione esercita e ad un certo sgomento quando ci si soffermi a riflettere sulle potenzialità differenziative di una singola cellula germinale.
Fonti
Kurman JR et al., Blaustein’s pathology of the female genital tract, Springer 2011
Prat J., Pathology of the ovary, Saunders 2004

Spionaggio a quattro zampe

Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso.
(William S. Burroughs, The Cat Inside, 1986)

Oggi, dopo Wikileaks e Snowden, siamo abituati a pensare allo spionaggio in termini di cyberwarfare: hacking delle comunicazioni, utilizzo di trojan e rilevamento di metadata, attacchi ai router esteri, utilizzo di droni di sorveglianza, sofisticati software, ecc.
Negli anni ’60 della Guerra Fredda, l’unico modo che c’era per ascoltare le conversazioni del nemico consisteva nel piazzare fisicamente delle cimici nel suo quartier generale.

Il problema era ovviamente che tutte le fazioni ascoltavano, e sapevano di essere ascoltate. Nessun agente si sarebbe messo a chiacchierare di argomenti top secret nelle sale di un palazzo governativo. Il metodo più sicuro rimaneva quello che abbiamo visto in decine di film — se si voleva discutere in tutta tranquillità, si usciva fuori dagli edifici.
Per i vari sistemi di intelligence era fondamentale dunque trovare una adeguata contromisura: ma come origliare una conversazione all’aperto senza destare sospetti?

Nel 1961 qualcuno al Directorate of Science and Technology della CIA ebbe l’illuminazione.
C’era una sola cosa a cui le spie nemiche, intente in una conversazione riservata, non avrebbero prestato attenzione: un gatto che si trovasse a passare di lì.
Nella speranza di aver trovato la svolta spionistica del secolo, la CIA lanciò un programma segretissimo chiamato “Acoustic Kitty”. Obbiettivo del progetto: creare dei cyber-gatti dotati di sistemi di sorveglianza, addestrarli a spiare, e infiltrarli al Cremlino.

Dopotutto, come scriveva Terry Pratchett, “è risaputo che un ingrediente vitale del successo è non sapere che ciò che stai tentando non può essere fatto“.

Dopo i primi anni di studi e progetti teorici, i ricercatori passarono ai test in vivo.
Impiantarono un microfono nel condotto uditivo di un gatto, una trasmittente con alimentatore, e un’antenna che si estendeva verso la coda dell’animale. Secondo la testimonianza dell’ex ufficiale CIA Victor Marchetti, “aprirono quel gatto, gli misero delle batterie, lo cablarono. Ne fecero una mostruosità“. Una mostruosità che però avrebbe permesso di registrare tutto quello che il micio era in grado di sentire.

Ma c’era un altro dettaglio, non proprio secondario, da risolvere. Il peloso agente in incognito si sarebbe dovuto avvicinare all’obbiettivo sensibile, senza lasciarsi distrarre lungo la strada — nemmeno da un intempestivo, proverbiale topolino. E tutti sanno che ammaestrare un gatto è un’ardua impresa.

Vennero dunque condotti alcuni esperimenti per controllare il gatto a distanza, in sostanza per telecomandarlo tramite impulsi elettrici (vi ricordate di José Delgado?). La cosa si rivelò più difficile del previsto, e i test si susseguirono per diversi anni senza risultati apprezzabili. I felini potevano essere “addestrati a muoversi per brevi distanze“; non esattamente un successo straordinario, nonostante i ricercatori cercassero di farlo passare per una “rimarchevole conquista scientifica“.
Alla fine, forse spazientiti, forse confidando in un inaspettato miracolo, gli agenti decisero di condurre una prova empirica sul campo. Spedirono il gatto nella sua prima, vera e propria missione.

Una bella mattina del 1966, due funzionari sovietici stavano seduti su una panchina proprio fuori dall’Ambasciata Russa a Washington, in Wisconsin Avenue, ignari di essere nel mirino di una delle più improbabili operazioni di spionaggio di sempre.
In una via adiacente, il primo gatto 007 della storia venne fatto scendere da un anonimo furgoncino.
Immaginatevi ora, all’interno del veicolo, diversi agenti della CIA, muniti di cuffie e radioriceventi, in trepida attesa. Dopo anni e anni di studi in laboratorio, era l’ora della verità: il metodo avrebbe funzionato? Sarebbero riusciti a pilotare il gatto nei pressi del target? Il micio avrebbe obbedientemente origliato la conversazione dei due uomini?

L’eccitazione, ahimé, durò ben poco.

Perché, fatti meno di dieci metri, l’Acoustic Kitty finì sotto le ruote di un taxi.
RIP Acoustic Kitty.

Con questo inglorioso incidente, dopo sei anni di ricerca pionieristica costata 20 milioni di dollari, il progetto Acoustic Kitty venne dichiarato un totale fallimento e abbandonato.
In un rapporto del Marzo 1967, declassificato nel 2001, si legge: “i fattori ambientali e di sicurezza nell’uso di questa tecnica in una reale situazione estera ci forzano a concludere che […] essa non sia pratica“.

Un’ultima nota: la storia del gatto investito dal taxi è stata raccontata dal già citato Victor Marchetti; nel 2013 Robert Wallace, ex direttore dell’Office of Technical Service, l’ha smentita, sostenendo che in realtà l’animale semplicemente non faceva ciò che i ricercatori avrebbero voluto. “L’equipaggiamento fu tolto dal gatto; il gatto venne ricucito una seconda volta, e in seguito visse una lunga e felice vita“.

A voi la scelta del finale che preferite.

Sogni di pietra

La pietra ci appare immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi.
Al di là del tempo, ha sempre rimandato all’idea della creazione.
Incastonate, inaccessibili, racchiuse nello scrigno naturale della roccia, restano in attesa d’essere scoperte quelle anomalie che abbiamo chiamato tesori: minerali dalla forma inaudita, dai colori inaspettati, dalla trasparenza ultraterrena.
Può accadere che, nel rompere la pietra, si scoprano disegni che sembrano opera ragionata. Vi si possono scorgere panorami, figure umane, città, piante, scogliere, flutti marini.

Chi ha nascosto dentro alla roccia queste fantasie? Una mano divina? O si tratta forse di visioni e paesaggi sognati dalla pietra stessa, e rimasti incisi nel suo cuore?

Se nel Medioevo i disegni all’interno della pietra erano probabilmente ritenuti una prova dell’esistenza dell’anima mundi, già all’inizio dell’epoca moderna erano stati declassati al rango di semplici curiosità.
I naturalisti del XVI e XVII Secolo, nelle loro wunderkammer e nei volumi dedicati alle meraviglie del mondo, catalogavano le figure scoperte nella pietra fra gli scherzi della Natura (lusus naturæ). Ricorda infatti Roger Caillois (La scrittura delle pietre, Marietti, 1986):

I dotti, tra gli altri Aldrovandi e Kircher, suddividono queste meraviglie in generi e specie secondo l’immagine che riescono a leggervi: mori, vescovi, gamberi oppure corsi d’acqua, visi, piante, cani o anche pesci, testuggini, draghi, teste da morto, crocifissi, tutto quello che una fervida immaginazione si è compiaciuta di riconoscere e identificare. Non esiste in realtà né essere, né oggetto, né mostro, né monumento, né evento né spettacolo della natura, della storia, della favola o del sogno, nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre.

È curioso notare, per inciso, come proprio questi “scherzi” siano stati più volte tirati in ballo nel lungo dibattito sul mistero dei fossili. Già Leonardo Da Vinci aveva intuito che le creature marine trovate pietrificate sulle cime dei monti erano avanzi di organismi viventi, ma nei secoli successivi si preferì invece pensare che i fossili non fossero altro che capricci della natura: se la pietra era capace di imitare una città, poteva benissimo creare dei simulacri di conchiglie o di esseri viventi. Solo alla metà del Settecento i fossili non vennero più considerati lusus naturæ.

Tra tutti i tipi di pierre à images (“pietre da immagini”), ce n’era una in cui il miracolo si ripeteva più spesso. Uno specifico tipo di marmo, che si estraeva nei dintorni di Firenze, era chiamato “pietra paesina” proprio perché non era raro ritrovare al suo interno delle venature che ricordavano dei paesaggi o perfino dei profili di città distrutte. Forse proprio la localizzazione toscana delle cave di paesina contribuì allo sviluppo, alla corte dei Medici, della prima vera scuola di pittura su supporto lapideo; altre botteghe specializzate in questo genere minore sorsero a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi.

 

Oltre alla pietra paesina, che era perfetta per evocare paesaggi marini o desolazioni rupestri, erano anche molto usati l’alabastro (per suggestioni celestiali e angeliche) e la pietra di paragone, o lavagna, sfruttata per vedute notturne o per rappresentare l’incendio di una città.

Il tutto partiva, forse, dalle prove di olio su pietra di Sebastiano del Piombo, che avevano l’intento di rendere la pittura altrettanto durevole della scultura; ma i colori in realtà non resistevano per molto tempo sull’ardesia levigata, con buona pace della pretesa eternità di questo metodo. Sebastiano del Piombo, interessato a un tipo di ricerca “alta”e formalmente austera, abbandonò la tecnica, che ebbe invece un inaspettato successo nell’ambito delle bizzarrie dipinte — grazie anche al “gusto per la rarità, l’artificiosa bizzarria, ovvero per quell’ambiguo gioco allo scambio dei ruoli tra arte e natura che fu apprezzato in sommo grado sia dal Manierismo cinquecentesco che dall’età barocca” (A. Pinelli su Repubblica, 22 gennaio 2001).

Così molti pittori, anche insigni (Jacques Stella, Stefano della Bella, Alessandro Turchi detto l’Orbetto, Cornelis van Poelemburgh), iniziarono a sfruttare le venature della pietra per costruire vere e proprie stranezze pittoriche in bilico fra naturalia e artificialia.

Lasciandosi ispirare dallo scenario offerto dalla lastra di marmo, vi aggiungevano figure umane, imbarcazioni, alberi e altri dettagli. Talvolta bastava poco: era sufficiente un balconcino, la sagoma di una porta o di una finestra, ed ecco che il disegno di una città guadagnava un immediato realismo.

Johann König, Matieu Dubus, Antonio Carracci e altri utilizzano in tal modo gli ornamenti a nastro e la profondità luminosa dell’agata, le volute e le sinuosità dell’alabastro. Nei soggetti devoti, il pittore trae dalle sfumature profonde e traslucide il mistero di un chiarore lattiginoso e sovrannaturale oppure, se vuole rappresentare il paesaggio del Mar Rosso, deve solo popolare di vittime spaventate i vortici della terribile ondata già suggerita dalle venature della pietra.

Particolarmente versato questo eccentrico genere di opere, che fra il Cinquecento e il Settecento divennero il fulcro di un importante commercio, fu Filippo Napoletano.
Nel 1619 il pittore donò a Cosimo II de’ Medici sette storie di Santi dipinte su “pietra lustra detta alberese”, e alcune delle sue opere sono ancora oggi impressionanti per la modernità della composizione e la vivida forza espressiva.
Rimane straordinaria, per esempio, la figurazione delle Tentazioni di Sant’Antonio, “piccolo capolavoro [in cui] l’intervento dell’artista è ridotto al minimo, tutto il dramma spirituale del santo echeggia nella malinconia del paesaggio dai toni danteschi” (P. Gaglianò su ExibArt, 11 dicembre 2000).

Il fascino di una pietra che “imita” la realtà, regalando l’illusione di un teatro segreto, è ancora oggi inalterato, come spiega elegantemente Caillois:

Tali simulacri, da molto tempo nascosti all’interno, appaiono quando le pietre vengono spaccate e ripulite. Sembrano rievocare ad una fantasia compiacente modelli in miniatura e immortali degli esseri e delle cose. Certamente solo il caso è all’origine del prodigio. Tutte le somiglianze sono del resto approssimative, incerte, talvolta lontane dal vero, decisamente arbitrarie. Non appena intuite, diventano però subito tiranniche o offrono più di quanto avevano promesso. Colui che le sa osservare vi scopre senza sosta nuovi dettagli che completano la presunta analogia. Immagini di questo tipo miniaturizzano a beneficio dell’interessato ogni oggetto del mondo, gliene riproducono per sempre una copia, che egli tiene nel cavo della mano, che può collocare a suo piacimento o chiudere in una vetrina. […] Chi possiede una simile meraviglia, prodotta, estratta e capitata nelle sue mani per uno straordinario insieme di casi, immagina volentieri che essa non sarebbe potuta giungere fino a lui senza lo speciale intervento del destino.

Immota, immutabile, inviolata dalle tribolazioni degli esseri viventi: è appropriato forse che la pietra, quando sogna, finisca per dare alla luce proprio questi paesaggi astratti e metafisici, di una bellezza aliena come quella della roccia stessa.

Diverse opere appartenenti alle collezioni Medicee sono visibili in un meraviglioso e poco noto museo di Firenze, quello dell’Opificio delle Pietre Dure.
La migliore raccolta fotografica sul tema è il catalogo
Bizzarrie di pietre dipinte (2000), a cura di M. Chiarini e C. Acidini Luchinat.

2017: un nuovo anno di meraviglie

Il capodanno, diciamolo, è una convenzione; eppure il significato ultimo di questa festa è dare conto delle stagioni, della ciclicità, ricordarci insomma che il Tempo è assieme continua fine e continuo inizio. Si ha l’impressione di voltare pagina, di poter ripartire da capo, concedendoci fantasticherie e speranze che fino al giorno prima erano soffocate. Il capodanno è il momento per sognare nuovi sogni.

Per quanto riguarda Bizzarro Bazar, il 2017 promette davvero di essere annus mirabilis: è in arrivo una cornucopia di novità.
Sulla maggior parte di questi progetti vige ancora il canonico segreto (che sorprese sarebbero, altrimenti?), ma tutto verrà svelato al momento debito nel corso dell’anno.

Una prima anticipazione è trapelata proprio ieri su Facebook.
Il format Cult+ della RSI (Radio e Televisione Svizzera) dedicherà alcune puntate della prossima stagione alla Roma macabra e curiosa: secondo voi, chi avranno interpellato come cicerone?

Lo stralunato Ronco (Stefano Roncoroni, ideatore del format), mi ha chiesto di introdurlo non soltanto al lato meno solare della Capitale e al patrimonio macabro italiano, ma anche nel sottobosco romano di cercatori, studiosi e artefici della meraviglia.
Una realtà sempre più presente, emersa — lo dico con un po’ di orgoglio — anche grazie a questo blog, che ha operato da catalizzatore, in particolare con la fortunata iniziativa dell’Accademia dell’Incanto. La troupe elvetica ha presenziato anche a uno degli incontri organizzati alla wunderkammer Mirabilia, intervistando relatori e partecipanti; sarà interessante scoprire cosa uno sguardo esterno ha intravisto nelle nostre passioni!
Potete seguire gli sviluppi sulla pagina Facebook di Cult+.

Ma ogni anno inizia anche con uno sguardo indietro.
Ecco allora che, in guisa di mio benvenuto al 2017, ho pensato di raccogliere in un e-book quattro anni di collaborazioni con la rivista d’arte Illustrati, edita da Logos.

The Illustrati Archives 2012-2016 è un’antologia che contiene tutti gli articoli firmati Bizzarro Bazar pubblicati finora sulle pagine della rivista, e mai comparsi qui sul blog.
Ecco uno scorcio di quello che vi attende:

Un abate sordomuto scolpisce in segreto un’opera monumentale; alcuni militari sopravvivono per sei anni intrappolati in un bunker; un uomo, da solo, causa più danni al pianeta di qualsiasi altro organismo nella storia del mondo. E ancora: pantaloni in pelle umana, formiche zombi, foreste maledette, mini dive del porno, strampalate teorie scientifiche, e il mistero del blu — il colore che per i Greci antichi non esisteva.

Tre euro per trenta piccole perle di meraviglia, da portare sempre con voi.
Potete acquistare l’e-book Kindle a questo link.
(La mia gratitudine a quanti sceglieranno in questo modo di sostenere il blog).

E ora al lavoro, a dissotterrare nuove stranezze, di cui la realtà non è certo avara.
Perché “più grande è l’isola della conoscenza, più lunga è la linea costiera della meraviglia“.