Visitatori dal futuro

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su #ILLUSTRATI n. 42, Visitors.

Se potessimo comunicare, attraverso il tempo, con gli umani dell’anno 8113, riusciremmo a spiegarci?
E mettiamo il caso che ogni traccia della nostra attuale civiltà fosse stata cancellata: come potremmo far comprendere a questi lontani discendenti, a questi veri e propri alieni, il nostro presente?

Nel 1936 questa domanda prese forma nella mente del Dr. Thornwell Jacobs, allora preside della Oglethorpe University in Georgia, USA. Da qui la sua decisione di realizzare un compendio di tutto il sapere umano disponibile all’epoca. Ma c’è dell’altro: pensò che sarebbe stato opportuno fornire agli uomini del futuro un vasto assortimento di oggetti significativi, che potessero dare un’idea chiara degli usi e costumi del Ventesimo secolo.
L’impresa non era affatto semplice. Pensateci: cosa includereste nel vostro museo virtuale, per sintetizzare la storia della razza umana?

Con l’aiuto di Thomas K. Peters, fotografo, produttore cinematografico e inventore, il Dr. Jacobs passò tre anni a preparare la sua raccolta di materiali. La lista degli oggetti recuperati si faceva via via sempre più impressionante; includeva alcuni elementi che oggi potrebbero stupirci ma che evidentemente ai due curatori sembrava essenziale rendere noti agli uomini del nono millennio.

C’erano 600.000 pagine di testo in microfilm, 200 libri di narrativa, disegni di tutte le maggiori invenzioni meccaniche, una lista di sport e passatempi in voga durante il secolo scorso, pellicole che mostravano eventi storici e brani audio dei discorsi di Hitler, Mussolini, Roosevelt, Stalin. E ancora: fotografie aeree delle principali città del mondo, occhiali, dentiere, protesi artificiali per le braccia o le gambe, strumenti di navigazione, semi di fiori e piante, vestiti, macchine da scrivere… fino alle birre Budweiser, la carta di alluminio, la vaselina, le calze di nylon e i giocattoli di plastica.

I due uomini si dedicarono poi a sigillare in barattoli ermetici di acciaio e vetro questa montagna di oggetti, riempiendo di azoto alcuni dei recipienti per prevenire l’ossidazione dei materiali. Infine posizionarono il loro “museo”, contenente ben sei millenni di conoscenze umane, in una cripta negli scantinati del Phoebe Hearst Memorial Hall. Non dimenticarono di collocare un marchingegno chiamato Language Integrator proprio di fronte all’ingresso: sarebbe servito a insegnare l’inglese agli storici del futuro nel caso – piuttosto probabile – che la lingua di Shakespeare non fosse più in auge.

Il 25 maggio 1940, questa stanza venne ufficialmente chiusa. Una placca, fissata sull’enorme porta a tenuta stagna, specificava che non c’erano né oro né preziosi al suo interno. La prudenza non è mai troppa.

Lo strano e inaccessibile museo esiste ancora e, se tutto va per il verso giusto, rimarrà inviolato fino all’anno 8113, data indicata anche sull’iscrizione.
Già, ma perché proprio quest’anno?
Il Dr. Jacobs aveva considerato il 1936 come punto di mezzo di un’ipotetica linea del tempo e aveva raddoppiato il periodo già passato dalla nascita del calendario egizio, vale a dire 6177 anni.

Quella della Oglethorpe University fu la prima “capsula del tempo” mai costruita. L’idea ebbe vasta risonanza e seguirono molti altri tentativi di conservare l’identità e le conoscenze umane per il futuro, seppellendo simili campionari di ricordi e conoscenze.

Gli homo sapiens saranno ancora nei paraggi nell’anno 8113? Che aspetto avranno? E saranno davvero interessati a sapere come si viveva negli anni ’40 del Ventesimo secolo?
Più che le fantascientifiche visioni del futuro (utopiche o distopiche) che le capsule del tempo suggeriscono, il loro fascino risiede in quello che ci raccontano della loro stessa epoca. Un periodo ottimista, permeato da una fiducia nel progresso non ancora incrinata dalle catastrofi della Seconda guerra mondiale, dagli olocausti e dagli orrori nucleari, un’epoca ignara delle infinite tragedie a venire. Un tempo in cui si poteva ancora credere, con entusiasmo, di suscitare almeno un po’ di ammirazione e curiosità nei nostri discendenti.

Impossibile, oggi, pensare in termini umani a un futuro così distante. Già con la tecnologia in nostro possesso stiamo mutando, come specie, in modi insospettabili fino a poco tempo fa. Già stiamo modificando il sistema, ecologico e sociale, su una scala senza precedenti.
E se nonostante tutto vogliamo proprio immaginarci un “visitatore” dell’anno 8113… non è così insensato supporre che guardando a noi, suoi lontani antenati, lo vedremmo rabbrividire.

(Grazie, Masdeca!)

15 commenti a Visitatori dal futuro

  1. Massimiliano de Capua ha detto:

    Grazie a te.
    È sempre bello viaggiare attraverso le tue parole.

  2. Emiliano ha detto:

    Bellissimo! Ricordo che da bambino, avevo 8 anni, misi il pupazzetto di un pirata dentro una scatola da aprire inderogabilmente nel mitico 2000, il futuro! Purtroppo quando la aprii non provai nessuna sorpresa perché ricordavo ogni giorno della mia vita cosa contenesse quella scatolina sigillata con il superattack. 🙂

    • bizzarrobazar ha detto:

      Ricordo che quando avevo tredici o quattordici anni scrissi un raccontino in cui un attempato signore, facendo ordine in casa, ritrovava una busta indirizzata “A me stesso da adulto”, busta di cui aveva perso ogni ricordo ma che evidentemente aveva scritto quando aveva tredici o quattordici anni.
      Dentro la busta un solo foglio che chiedeva: “Hai tradito i miei sogni?”
      Insomma… capito l’antifona? La mia speranza era di dimenticarmi del raccontino, proprio come volevi fare tu con il pupazzo del pirata, e di rileggerlo per caso, ormai nei panni dell’attempato signore. Però anch’io purtroppo me lo ricordo troppo bene per cascarci. 🙂

      • Livio ha detto:

        Bello il racconto! È una splendida idea per un racconto a fumetti.

        • bizzarrobazar ha detto:

          Mah, tormenti adolescenziali. 🙂
          Però in definitiva è una domanda che in un certo senso ho continuato a farmi: cosa penserebbe di me il bambino che ero?

  3. SisKa ha detto:

    Fantastico! Grazie

  4. Clara Bella ha detto:

    Ogni volta che leggo storie su capsule del tempo o su oggetti lasciati orbitare nello spazio, non riesco a fare a meno di chiedermi cosa potrebbe succedere agli eventuali “alieni” che ritrovano gli oggetti abbandonati e dimenticati. Se passasse veramente tanto tempo (o spazio) e quelle conoscenze fossero perse e improvvisamente ritrovate, come potrebbero rapportarsi quella mole di cose? Vedono immagini, video, riproduzioni.. magari non potranno capire le istruzioni registrate o scritte, ma oltre a distruggere le prove o relegarle in qualche museo, non c’è anche la piccola speranza che gli oggetti della capsula li piacciano tanto che comincino in qualche modo ad assimilarli?
    Sarebbe davvero interessante poter analizzare i cambiamenti di quella società lontana, in relazione alle scoperte che noi del passato gli abbiamo ora inviato!

    • bizzarrobazar ha detto:

      E’ interessante anche pensare agli eventuali abbagli che potrebbero prendere… scambiando magari i centri commerciali per cattedrali. 🙂

  5. gery ha detto:

    “Una placca, fissata sull’enorme porta a tenuta stagna, specificava che non c’erano né oro né preziosi al suo interno.”
    Sempre se riescano a capire cosa c’è scritto sulla placca, o che l’oro e altri preziosi, abbiano ancora lo stesso valore in futuro. Magari chissà, la plastica sarà considerata preziosissima, molto più dell’oro.

    Ma di questo argomento avevi già accennato altrove o sbaglio? Bell’articolo, come sempre.

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