Henry Tonks e i ragazzi senza volto

Ho scritto in passato di come la chirurgia plastica sia nata durante la Grande Guerra come chirurgia ricostruttiva. Se infatti il soldato senza un braccio o una gamba era una figura familiare, l’introduzione di nuove armi durante il conflitto globale aveva provocato la comparsa di un tipo di feriti pressoché inedito: le gueules cassées, ovvero le “facce sfigurate”.
Gli elmetti proteggevano il capo dalle schegge delle granate, ma non il volto; così gli ospedali di campo cominciarono a ricevere un numero inimmaginabile di soldati a cui larghe porzioni di faccia erano state strappate via dalle esplosioni.
Si trattava di un tipo di menomazione cui la stampa raramente parlava, preferendo per l’appunto l’immagine più iconica e patriottica del reduce amputato, eppure i numeri parlano chiaro: solo tra le fila inglesi vennero effettuate 41.000 amputazioni, rispetto ai 60.500 uomini che soffrirono ferite alla testa o agli occhi.
Era insomma più probabile trovarsi senza volto che senza gambe.

Praticamente su ogni fronte si cominciarono a sperimentare procedure per ricostruire le facce dei combattenti distrutte dallo shrapnel o bruciate dai gas mostarda.
Nel gennaio 1916, all’ospedale militare di Aldershot, in Inghilterra, il pioniere della chirurgia Harold Gillies incontrò il medico Henry Tonks, che serviva come luogotenente temporaneo nel Royal Army Medical Corps.

Henry Tonks era un medico e un artista: oltre a far parte del Royal College of Surgeons, insegnava anche disegno e anatomia all’accademia di Slade.

Dal fronte tornavano in patria dei ragazzi in condizioni disperate, e già allora Tonks aveva la sensazione di non essere all’altezza di gestire, dal punto di vista professionale e umano, una simile catastrofe. Come egli stesso confessò in una lettera: “ho deciso che non servo a nulla come dottore“. E in un’altra lettera raccontava: “le ferite sono orribili, e da parte mia sarò contro qualsiasi guerra in futuro, non hai diritto di chiedere agli uomini di sopportare una simile sofferenza. Non sarebbe nemmeno un problema se le ferite guarissero bene, ma sono praticamente tutte in setticemia“.
E con il procedere della guerra le cose non migliorarono. In seguito all’offensiva della Somme, il 1 luglio 1916, più di 2.000 pazienti si riversarono sull’ospedale: “uomini senza metà della faccia; uomini bruciati e mutilati fino alla condizione di bestie“.

Così quando Gillies chiese a Tonks di documentare le sue operazioni ricostruttive dipingendo il volto dei pazienti prima e dopo la chirurgia, Tonks accettò di buon grado, trovandosi di certo più a suo agio in una dimensione artistica.
Disegnare dei ritratti poteva sembrare superfluo, dato che ai soldati sfigurati venivano già scattate delle fotografie, ma entrambi i dottori erano convinti che la freddezza oggettiva della pellicola potesse essere fuorviante rispetto alle qualità tattili ed espressive di un dipinto.

Grazie alla collaborazione con Gillies, Henry Tonks produsse una serie di ritratti di ferite facciali che rimane ancora oggi insuperato per impatto emotivo, interesse scientifico e sottigliezza di rappresentazione.
Certo, questi pastelli avevano un intento innanzitutto didattico, e lo stesso autore non desiderava che fossero messi a disposizione del grande pubblico. E tuttavia queste opere racchiudono una complessità che va ben oltre la funzione di illustrazioni mediche.

Per capire come Tonks ha lavorato sui suoi soggetti, abbiamo una straordinaria fortuna: in alcuni casi, negli archivi sono ancora presenti sia i suoi ritratti a pastello che le foto mediche. Possiamo dunque confrontare due immagini che mostrano lo stesso paziente, una impressa sulla pellicola e l’altra composta dal carboncino e dai colori dell’artista.

Comparando i disegni di Tonks con gli scatti fotografici, quello che emerge è l’astrazione operata dall’artista, tesa a rimuovere ogni accenno alla sofferenza o all’interiorità del soggetto. Si tratta di opere accurate, distaccate e al tempo stesso umane, il cui fulcro è la ferita aperta, resa con precisione quasi “tattile” nella stratificazione del colore (senza dubbio una conseguenza della formazione chirurgica dell’artista).
Eppure la qualità perturbante dei pastelli sta nella loro ambiguità assolutamente moderna.
Quello che potrebbe essere a tutti gli effetti il ritratto di un normale volto maschile — dei tratti ordinari, i capelli ben pettinati, un nodo di cravatta — viene in qualche modo “sabotato” dalla presenza della ferita. È come se il nostro sguardo, vagando sulla superficie del quadro, registrasse tutti questi dettagli comuni, per poi finire in corto circuito nel momento in cui incontra lo scandalo della piaga. Una mostruosità inconcepibile, impossibile da integrare nel resto dell’immagine.
Ed è allora inevitabile tornare agli occhi del soggetto ritratto, a quello sguardo fisso su di noi, e domandarci quale sia il suo impenetrabile significato.

Particolare anche l’utilizzo dei colori a pastello, un mezzo reputato “femminile” rispetto ai più virili, vivaci colori a tempera o a olio; una scelta che qui riesce a rendere morbide e tollerabili le lacerazioni della carne. Inoltre, grazie al carattere più sfumato di questi colori, Tonks dona ai suoi soggetti una bellezza, una delicatezza e una tenerezza che nessuna fotografia avrebbe potuto immortalare.
Questi ritratti sembrano vulnerabili quanto la gioventù mutilata che rappresentano.

Suzannah Biernoff, nel suo bellissimo saggio Flesh Poems: Henry Tonks and the Art of Surgery da cui ho tratto la maggior parte delle informazioni di questo articolo (lo trovate in Visual Culture in Britain, n.11, 2010) definisce le opere di Henry Tonks degli “anti-ritratti, nel senso che mettono in scena la fragilità e mutevolezza della soggettività, invece che consolidare il soggetto ritratto“.

Gli studi di Henry Tonks si discostano dalla classica illustrazione medica proprio in virtù di questa ricerca di una particolare bellezza. Non rifuggono dall’orrore che intendono rappresentare, ma lo ammantano di una sensualità sfuggente in cui il volto si fa segno della precarietà dell’esistenza, emblema della crudeltà che l’uomo infligge a se stesso.

23 commenti a Henry Tonks e i ragazzi senza volto

  1. Livio ha detto:

    Articolo meraviglioso! I ritratti sembrano opere di Francis Bacon…

  2. stefano ha detto:

    Ogni ritratto è un urlo alla follia della guerra. Articolo sublime. Riesci sempre, anche dopo tanti anni, a stupirci!

  3. Chiara ha detto:

    E’ proprio vero, il contrasto dettato dalla tecnica del pastello stessa (spesso ricondotta ad immagini eteree e delicate), associata alla raffigurazione delle ferite di guerra, è a dir poco eccezionale.

    La cosa più bella, però, è l’umanità che traspare da questi splendidi ritratti. Il primo conflitto mondiale a mio avviso ha primeggiato nell’alienazione di chi vi ha preso parte: psicologica, fisica, e sociale.

    E con questi disegni Tonks l’ha superata, sottolineando al mondo che questi ragazzi, ancora prima di essere oggetti di uno studio, sono innanzitutto esseri umani.

    P.s: purtroppo latito nei commenti, ma ti leggo sempre e continuo ad apprezzare tantissimo il tuo lavoro, per cui ti ringrazio!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Grazie Chiara. Sì, il pastello siamo abituati ad associarlo alla paesaggistica, ai ritratti femminili, ecc. Utilizzato così sortisce un effetto particolarissimo.
      E la Prima Guerra Mondiale è stato un tale massacro che la famosa “rimozione sociale della morte”, di cui spesso ho parlato, nasce proprio da lì, dall’impossibilità di metabolizzare un simile orrore.

      • Medardo Giallo ha detto:

        Quest’ultima tua frase mi ha molto colpito, caro bizzarro, perché, da persona blandamente interessata alla questione della rimozione della morte, non avevo trovato indicazioni, sui testi letti, relativi all’importanza della WWI. Mi riferisco per esempio a “il volto della Gorgone” (a cura di Umberto Curi) che indaga su questo aspetto.
        Peraltro, anche se forse non c’entra molto, ho letto un commento su Youtube sulla celebre “Decades” dei Joy Division, il cui testo secondo l’utente sarebbe ispirato proprio ai soldati della WWI. Una visione che cambia abbastanza il senso di quel pezzo, rendendolo forse meno “personale” anche se sempre angoscioso. Interessante, davvero interessante.
        L’articolo è al solito molto bello, solo l’ho trovato un po’ troppo forte stavolta. Non riesco a non pensare a quanta sofferenza (reale, sociale) devono avere patito questi sopravvissuti sfigurati proprio nella loro caratteristica fisica più importante. Come peraltro sanno i subumani che usano l’acido nel volto per punire le donne che osano contraddire i loro contorti schemi mentali.

        • bizzarrobazar ha detto:

          In Mors Pretiosa racconto di come a fine ‘800 il rapporto con il cadavere fosse ancora disinvolto (ad esempio, rappresentazioni sacre con ossa e teschi a fare da scenografia, o addirittura con cadaveri freschi d’ospedale si tenevano a Roma per l’Ottaviario dei defunti). Sono proprio i primi decenni del XX Secolo che sanciscono l’ospedalizzazione della salma e la rimozione della morte.

  4. Daimon ha detto:

    Proprio questa notte mi sono svegliato in un bagno di sudore, dopo aver sognato un bambino di pochi anni al quale due adulti avevano sfondato la faccia.
    Questi volti feriti mi hanno riportato alla sensazione, provata poche ore prima, di voler distogliere lo sguardo e dimenticare. Peccato che queste persone dipinte non fossero solamente visioni notturne dell’artista.
    Ad ogni modo, se l’articolo fosse uscito ieri sera, sicuramente ti avrei citato come causa dei miei incubi; invece dovrò continuare a domandarmi da dove cavolo sia saltata fuori un’immagine tanto truculenta.

    • bizzarrobazar ha detto:

      E dovrai domandarti anche la relazione segreta fra l’immagine vista in sogno e la pubblicazione di questo articolo. Insomma, se tu fossi Philip Dick, avresti già l’inizio di un buon romanzo. 😀

  5. Daimon ha detto:

    In effetti sono belle coincidenze. Comunque avevo già pensato che sarebbe un peccato sprecare una visone così strana, quindi ho preso qualche nota su carta (magari fossi Philip Dick! o meglio ancora Shintaro Kago o Suehiro Maruo).

    Adesso che ci penso, mi sbaglio o Dick manca nella Piccola Libreria Lunare?

    Perdonami, ma colgo l’occasione per raccontarti una cosa. Sapevi che esiste la pratica della fellatio da parte di pesci (vivi)?
    In passato hai parlato di zoofilia e ricordo un tuo articolo sull’octupus fetish, ma questa pratica da pescatori perversi mi sembra abbastanza inedita.
    Lasciando perdere gli emulatori, cosa scatta nella mente di un tizio che in totale autonomia di pensiero decide di inserire il proprio organo in un pesce?
    E ce ne sarebbero tante altre da dire…
    più mi disgusto e più mi appassiono al mondo.

    • Portgas. D. Mercy ha detto:

      Colgo l’occasione per risponderti. Hai sollevato un argomento a me caro, e non so resistere al mondo della perversione e della psicologia! La risposta è abbastanza semplice: curiosità, indisponibilità e voglia. Per dirla in termini raffinati, l’interno del pesce può avere una consistenza… “Vaginosa”. Oppure l’amore per i pesci, chi lo sa! La mente umana è un ricettacolo di follie, questo mondo non smetterà mai di evolversi in stranezze, per fortuna!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Che la fellatio con i pesci fosse davvero praticata (al di là delle vignette umoristiche) non lo sapevo, ma devo dire che non mi sorprende affatto.:)

  6. Portgas. D. Mercy ha detto:

    Interessante come sempre… Quest’anno ho l’esame e devo ringraziarvi per tutti gli spunti che mi date! Posso apprezzare questo articolo sotto tutti i punti di vista, artistico, storico, culturale… Davvero ben fatto!~ Mi chiedevo… Avete già fatto un articolo sui “campi di concentramento” giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale? Sarebbe interessante affrontare l’argomento degli esperimenti o della brutalità macabra e grottesca dei giapponesi, cosa che avete già fatto in altri articoli, eheh!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Dell’Unità 731 non ho mai scritto, no. Si tratta di episodi talmente disumani che non parlereri nemmeno di “macabro” o “grottesco”. Preferirei magari scrivere, in futuro, della trilogia di Men Behind The Sun – almeno ci sarebbe da fare qualche riflessione interessante sui limiti del cinema di exploitation… 🙂

  7. Gianmaria ha detto:

    Bellissimo articolo. Non posso citare la fonte, pefché si tratta di un libro non letto personalmente ma che mi fu raccontato da un caro amico, ma ricordo che un autore tracciava paralleli tra le ferite al volto della Grande Guerra e le icone del cinema horror classico: le labbra strappate di Conrad Veidt ne “L’Uomo Che Ride” (1928), il naso mancante di Lon Chaney ne “Il Fantasma dell’Opera” (1925), la guancia collassata di Boris Karloff in “Frankenstein”(1931). Anche se si tratta di adattamenti di storie gotiche scritte nel dicannovesimo secolo, la loro raffigurazione cinematografica è chiaramente influenzata dalle conseguenze della prima guerra monidale sui volti dei soldati.

  8. Eraserhead ha detto:

    Non so nemmeno io come sono finito qua, quello che so è che ho passato tutta la sera a spulciare i vari articoli dicendomi “ancora uno, ancora uno”. Complimenti davvero, quando dietro un blog c’è impegno, competenza, dedizione, passione e intelligenza
    ci vuole poco a diventarne degli accaniti lettori. E d’ora in poi io lo sarò sicuramente.
    A presto,
    E.

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