Wunderkammer Reborn – Parte II

(Seconda e ultima parte – potete trovare la prima qui.)

Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero.
Le collezioni finirono disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.

L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.

Diamo innanzitutto un’occhiata, come abbiamo fatto per le collezioni classiche, ad alcuni elementi concettuali delle neo-wunderkammer.

Una wunderkammer democratica

La prima macroscopica differenza con il passato è che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete, perfino un teenager può creare il suo scaffale di meraviglie. Tutto ciò che serve è un po’ di pazienza e buona lena per scandagliare i vari siti di articoli naturalistici o di aste online alla ricerca di buone occasioni.

Esistono libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.

Il risultato è un’idea di wunderkammer più democratica, alla portata di tutti i portafogli.

Reinventare gli exotica

Abbiamo parlato della categoria classica degli exotica, quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose.
Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Dopotutto viviamo in un mondo in cui le distanze hanno perso significato, e per viaggiare non occorre nemmeno più spostarsi: in una manciata di secondi e pochi clic, possiamo esplorare virtualmente qualsiasi luogo, da una mulattiera sulle Ande alle giungle del Borneo.

S tratta di un dilemma fondamentale per i collezionisti, perché la globalizzazione rischia di elidere una fetta importante del concetto stesso di meraviglia. Le loro strategie, messe in atto consciamente o meno, sono molteplici.
Alcuni collezionisti hanno rivolto il loro sguardo all’unico vero spazio “esterno” che rimane, cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale. Tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, o addirittura dei frammenti di Luna.

Altri spingono nella direzione opposta, verso il passato più remoto, e la domanda di fossili di dinosauri è in costante crescita.

Ma esistono altri exotica più vicini a noi – anzi, che riguardano direttamente la nostra stessa società.
Esotismo interno: un ossimoro solo in apparenza, se si considera che perfino gli antropologi hanno ormai da tempo rivolto gli strumenti dell’etnologia all’Occidente moderno (si pensi per esempio a Marc Augé). Cercare ciò che è esotico nella nostra stessa cultura significa spingersi verso le zone liminali, le fringe realities del nostro tempo o del recente passato.

Ecco dunque la fascinazione per determinati oggetti “tabù” riguardanti per esempio il crimine (armi del delitto, oggettistica investigativa, memorabilia di serial killer) o la morte (oggettistica funeraria, collezionismo di corredi da lutto vittoriani); la sotto-categoria dei medicalia che si interessa delle quack cures, i rimedi alternativi (e spesso spaventosi, dalla nostra prospettiva) che si vendevano nella prima metà del Novecento, come ad esempio le terapie elettriche o i prodotti farmaceutici radioattivi.

Collezione di Jessika M. – foto Brian Powell, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Collezionismo funerario.

Kit per la Violet wand, la cui scarica elettrica a basso voltaggio avrebbe dovuto essere la panacea di tutti i mali.

Anche la categoria dei curiosa, vale a dire gli oggetti erotici vintage o antichi, è un esempio di exotica provenienti dal nostro stesso passato recente, ormai trasfigurato.

Il dialogo tra gli oggetti

Costruire una wunderkammer oggi è un progetto eminentemente artistico. L’interesse scientifico o antropologico, per quanto rilevante, è divenuto inscindibile dall’estetica.

C’è una maggiore attenzione generale all’interazione fra gli oggetti, rispetto al passato. Un dipinto può interagire con un oggetto piazzato di fronte a esso; una maschera tribale può esser fatta “dialogare” con un altro pezzo simile proveniente però da una tradizione completamente diversa. C’è senza dubbio una certa dose di irriverenza postmoderna in questo approccio, perché quando si aprono le porte delle wunderkammer all’oggettistica di cultura pop, e la si esibisce al fianco di raffinate e preziose antichità, il critico d’arte serioso non può che rabbrividire (vedi la particolare iconoclastia di Victor Wynd).

Un esempio a mio avviso paradigmatico di questa ricerca di maggiore interazione sono gli accostamenti “avventurosi” sperimentati dall’amico Luca Cableri (l’uomo che ha portato la Luna in Italia), alla cui intervista rimando per approfondire l’argomento.

Indossare una wunderkammer

Anche la moda, sempre sensibile ai nuovi trend, ha intercettato alcuni aspetti del mondo delle wunderkammer. Grazie soprattutto alle sottoculture goth e dark, si trovano oggi accessori, gioielli e monili prodotti a partire da oggetti naturalistici: ormai non si contano i negozi artigianali su Etsy, eBay o Craigslist in cui è possibile acquistare spille e collane con teschi, piccole tassidermie indossabili e altri corredi di vestiario.

Arte concettuale e imbalsamatori folli

Dicevamo che il rinnovato interesse proviene anche dal mondo dell’arte, che ha individuato nella forma-wunderkammer un efficace quadro teorico per parlare della modernità.
Il nome più celebre è ovviamente quello di Damien Hirst, che ha sfruttato il concetto sia nei suoi iconici animali conservati in liquido che nelle caleidoscopiche composizioni di lepidotteri e farfalle; ma anche For The Love of God, il teschio tempestato di diamanti, è una curiosità smodatamente preziosa che non avrebbe certo sfigurato nelle camere del tesoro del Cinquecento.

Hirst non è certo l’unico a rifarsi all’estetica delle wunderkammer. Mark Dion, ad esempio, crea dei veri e propri armadietti delle meraviglie per l’epoca attuale: a essere messi sotto formalina nelle sue opere non sono più degli esemplari naturalistici ma le loro repliche in plastica oppure oggetti di uso comune, dagli spazzoloni per pulire i pavimenti ai vibratori in gomma. Dion costruisce così una sorta di museo del consumismo in cui – ancora una volta – Natura e Cultura collidono e a tratti si confondono, ormai senza speranza di essere distinte l’una dall’altra.

Rosamund Purcell ha invece dato vita a un’installazione che ricrea in 3D il museo di Ole Worm del Diciassettesimo Secolo: reinvenzione e replica di un’illustrazione, “doppio” postmoderno e simulacro iperreale che permette di entrare all’interno di una delle più famose incisioni relative alle wunderkammer.

Oltre all’arte, per così dire, “alta” – quella quotata nelle case d’asta ed esposta dalle gallerie più prestigiose – assistiamo anche a uno svecchiamento di altri settori più artigianali.
È il caso dell’arte tassidermica, che sta conoscendo una nuova gioventù: oggi si moltiplicano i corsi e i workshop di tassidermia.

Ricordate che nella prima parte parlavo di tassidermia come domesticazione degli aspetti più spaventosi della Natura? Bene, a detta di chi vi partecipa, questi corsi sono un modo per esorcizzare la paura della morte su piccola scala, attraverso il contatto e l’attività creativa. (Ritorneremo su questo elemento tattile.)
Un’ulteriore spinta innovativa è arrivata poi dall’ennesimo movimento digitale, la Rogue Taxidermy.

La tassidermia “artistica” (non tradizionale), è sempre esistita, dai finti mirabilia come le sirene essiccate e le Jenny Haniver ai diorami antropomorfi di Walter Potter. Ma i nuovi tassidermisti rogue portano il tutto su un altro livello.

Nata inizialmente nel 2004 come un consorzio di tre artisti – Sarina Brewer, Scott Bibus e Robert Marbury – interessati alla tassidermia nel senso più ampio (Marbury per esempio non usa nemmeno veri animali, ma giocattoli di peluche), la rogue taxidermy è diventata in breve tempo un movimento internazionale grazie alla cassa di risonanza della rete.

Le chimere di questi artisti, sempre più estreme e fantasiose, sono in verità delle meta-tassidermie: esibendo il medium in maniera così palese, sembrano interrogarci riguardo al nostro rapporto con gli animali. Un rapporto che, rispetto al passato, è profondamente cambiato ed è oggi improntato un maggiore rispetto e attenzione all’ambiente. Uno dei principi fondamentali della rogue taxidermy è infatti l’esclusivo utilizzo di fonti etiche per i materiali, vale a dire che gli animali utilizzati in queste preparazioni sono tutti morti di morte naturale. (Per approfondire, c’è un bel volume che espone l’evoluzione e i principali artisti della corrente.)

Wunderkammer Reborn

Rimane dunque il quesito fondamentale da affrontare: perché, dopo cinque secoli, le wunderkammer stanno godendo di un tale successo proprio ora? È soltanto una moda rétro e nostalgica, simile alla frivola infatuazione per il vintage di tante sottoculture (sì, cari hipster, sto guardando voi) oppure l’attrattiva risiede in un’urgenza più profonda?

È forse presto per azzardare ipotesi, ma ci provo ugualmente: è mia convinzione che il motivo della rinascita delle wunderkammer sia da ricercare in una duplice esigenza. Da una parte il bisogno di ripensare la morte, e dall’altra il bisogno di ripensare l’arte e la narrazione.

Ripensare la morte
(e perché no, già che ci siamo, addomesticarla)

L’antropologo svizzero Bernard Crettaz è stato tra i primi a dar voce al bisogno sempre più diffuso di infrangere la “segretezza tirannica”, tipica del Ventesimo secolo, riguardo alla morte: nel 2004 organizzò a Neuchâtel il primo Café mortel, un evento gratuito in cui i partecipanti potevano parlare di come si affronta una perdita, e discutere le loro paure ma anche le loro curiosità sull’argomento. Basandosi sul lavoro e sulle idee di Crettaz, Jon Underwood inaugura nel 2011 il primo Death Café britannico. Il modello incontra da subito l’entusiasmo del pubblico, e ad oggi si contano quasi 5000 eventi svoltisi in 50 paesi del globo.

Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva il Death-Positive Movement vero e proprio.
Originatosi dalla volontà di ripensare da zero l’industria funeraria statunitense, verso la quale la fondatrice Caitlin Doughty è manifestamente critica, il movimento si propone di sollevare il tabù che pesa sul tema della morte, e favorire una riflessione aperta sugli argomenti correlati e sulle problematiche riguardanti il fine vita. (Forse conoscete il mio coinvolgimento personale nel movimento, al quale ho contribuito in diverse occasioni: potete leggere la mia intervista a Caitlin e il mio report dal Death Salon di Filadelfia).

Cosa ha a che fare il tabù della morte con le collezioni di meraviglie?
Nel corso degli anni ho avuto l’occasione di parlare con molti collezionisti. Quasi tutti ricordano “come fosse ieri” l’emozione di tenere fra le mani il primo pezzo della collezione, quel pezzoche ha dato avvio alla loro ossessione. E in grande maggioranza si tratta di un oggetto naturalistico – lo scheletro di un animale, una preparazione tassidermica, ecc.: come dice un amico collezionista, “il primo teschio non si scorda mai”.

L’elemento tattile è tanto fondamentale adesso quanto lo era nelle wunderkammer classiche, in cui il pubblico era invitato a studiare, esaminare, toccare in prima persona gli esemplari.

Possedere un teschio di animale (o perfino umano) è un modo innocuo e “sicuro” per prendere confidenza con la concretezza della morte. Questo potrebbe essere il motivo per cui l’elemento macabro delle wunderkammer, che era del tutto marginale secoli fa, oggi diviene spesso un aspetto preponderante.

Collezione di Ryan Matthew Cohn – foto Dan Howell & Steve Prue, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Ripensare l’arte: estetica della Meraviglia

Dopo il declino delle arti figurative, dopo la riproducibilità industriale della pop art, dopo l’avvento del ready-made, ormai l’arte concettuale è arrivata al suo confine estremo, dando il colpo di grazia al significato. Molti artisti contemporanei hanno di fatto svincolato una volta per tutte l’arte non solo dalla manualità, dall’artistry (maestria), ma anche dall’idea che l’arte debba per forza veicolare un messaggio.
Pura forma, puro significante, le nuove opere concettuali sono problematiche perché ambiscono a mettere un punto finale alla storia dell’arte come la conosciamo. Impossibili da capire, perché sono pensate per sottrarsi a qualsiasi discorso.
È difficile dunque immaginare in che modo la ricerca artistica supererà questo vuoto fatto di algida apparenza, lucidità scintillante ma sempre e solo di superficie; quale orizzonte si potrà aprire, al di là delle aste milionarie, delle artistar e delle impennate di mercato decise a tavolino dai mega-galleristi e mega-collezionisti.

Personalmente mi pare che la passione per le wunderkammer sia un modo per ritornare alle narrative, al significato. Un antidoto al ready-made e alla soverchiante superficie. Perché un oggetto è degno di figurare in una camera delle meraviglie soltanto in virtù della storia che racconta, della meraviglia che suscita, della vertigine che spalanca di fronte a noi.
Credo di riconoscere in questo genere di collezionismo un desiderio profondo di ridonare alla realtà il suo incanto perduto.
Perduto? No, la realtà non ha mai smesso di essere meravigliosa, è il nostro sguardo che ha bisogno di essere rieducato.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Ecco, la wunderkammer è in fondo soltanto una collezione di oggetti, e in un oceano di oggetti viviamo già sommersi.
Ma è anche uno strumento (com’era un tempo, com’è sempre stata), una lente d’ingrandimento per conoscere il mondo e noi stessi. Negli oggetti strani o bizzarri, il collezionista ricerca una dimensione magico-narrativa che si oppone all’omologazione e alla serialità della produzione di massa. Che se ne renda conto o meno, nell’essere sensibile alle storie che gli oggetti celano, alle emozioni che trasmettono, alla loro unicità, il collezionista di wunderkammer sta compiendo un atto di resistenza: perché dare valore all’eccezione, all’esotismo, significa cercare prospettive inedite a dispetto della Visione Condivisa.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

8 commenti a Wunderkammer Reborn – Parte II

  1. Livio ha detto:

    Tutto terribilmente meraviglioso!!!

  2. Giacomo Miglio ha detto:

    Ottima prosecuzione e conclusione del precedente articolo, la mia sola “paura” nel pensare alle wunderkammer come ad un fenomeno “di massa”, paura che anche in questo caso si possa scadere nel consumismo (mi rendo conto che sia un raginamento un po’ snob).

    Visto che hai nominato Damien Hirst ne approfitto per chiederti se hai mai considerato un articolo interamente su di lui.

    • bizzarrobazar ha detto:

      la mia sola “paura” nel pensare alle wunderkammer come ad un fenomeno “di massa”, paura che anche in questo caso si possa scadere nel consumismo

      Non sei l’unico! Alcuni collezionisti non vedono certo di buon occhio questa esplosione di interesse, si sentono defraudati di un segreto per pochi eletti.
      Il parallelo che ti posso fare, perché ne discuto ormai da anni con l’amico Mariano Tomatis, è quello dell’ambiente illusionistico: anche lì c’è una palpabile “crisi” dovuta all’accessibilità di tutorial e materiali che mettono in piazza i meccanismi della magia. La mia posizione è assolutamente analoga a quella di Mariano: così come lui grida “Magia al popolo!”, io lo faccio (a modo mio) con le wunderkammer, condividendo più informazioni possibile. E non è questione di ideologia, ma di amore per l’argomento, desiderio che non si fossilizzi, che rimanga vivo. La forma-wunderkammer si evolverà? Diventerà qualcos’altro? Ben venga, secondo me. Ogni crisi è bifronte: magari avremo un appiattimento o uno svilimento su certi fronti (anche nella magia può succedere), ma raggiungedo un numero più vasto di persone, chi lo sa che il concetto non incontri qualche giovane artista che lo utilizzerà per qualcosa di straordinario? Quando si parla di meraviglia, ecco, mi sembra che il vero rischio è che resti chiusa nel castello di qualche milionario. In un documentario sulle wunderkammer di prossima uscita, a cui sto marginalmente collaborando, uno degli intervistati dice “la meraviglia è un privilegio”. Ecco, a me questo non va giù. 🙂

      Visto che hai nominato Damien Hirst

      E’ un artista che conosco particolarmente bene. Proprio per questo farei fatica a condensare in un articolo le tante cose (non tutte positive, vista la sua figura controversa) da dire su di lui. Pensa che anni fa avevo diretto un documentario su di lui che purtroppo non è mai uscito. Ne sopravvive il trailer:

      https://www.youtube.com/watch?v=CleQQ4MtHaQ

      • Giacomo Miglio ha detto:

        Un vero peccato perché dal trailer, correggimi se sbaglio, si trattava di un opera di più ampio respiro proprio sulla tanto controversa arte contemporanea.

        Ottimo pero’ sapere che c’e’ un documentario sulle wunderkammer in cantiere!

        Riguardo al paragone con Magia al Popolo, l’unica remora che mi rimane e’ che quando si tratta di prestidigitazione non ci si limita al solo accesso alla bibliografia dedicata (apprezzo moltissimo il progetto di biblioteca digitale di Tomatis), ma e’ imprescindibile una grande preparazione e dedizione dell’interessato; la “paura” per quanto riguarda collezioni di oggetti, soprattutto se di provenienza “naturale”, e’ che sia poi la legge del consumo e del portafoglio a portare, con un fattorino di Amazon, a casa nostra un pezzo di “meraviglia”.
        Voglio dire, se penso alle storie (controverse per carità), degli esploratori del XVIII e XIX secolo e come si siano allestite la maggior parte delle collezioni museali, ecco quella meraviglia, quel senso di avventura e tutta la storia che alcune collezioni portano con se non credo sara’ più recuperabile, ne’ tanto meno acquistabile.

        Poi sul fatto che queste meraviglie vadano rese disponibili a tutti, anche come spunto di riflessione e critica proprio su come si sono andate assemblando nei secoli passati, sono più che d’accordo; il primo esempio che mi viene in mente e’ il Museo di Storia Naturale di Londra.

        • bizzarrobazar ha detto:

          quando si tratta di prestidigitazione non ci si limita al solo accesso alla bibliografia dedicata (apprezzo moltissimo il progetto di biblioteca digitale di Tomatis), ma e’ imprescindibile una grande preparazione e dedizione dell’interessato; la “paura” per quanto riguarda collezioni di oggetti, soprattutto se di provenienza “naturale”, e’ che sia poi la legge del consumo e del portafoglio a portare, con un fattorino di Amazon, a casa nostra un pezzo di “meraviglia”.

          Per quanto riguarda l’illusionismo, non mi riferivo alla semplice formazione del prestigiatore ma a una discussione più ampia (vedi ad es. questo articolo sempre di Mariano) sull’opportunità o meno di “aprire le porte” ai curiosi.
          Quanto alla legge del portafoglio, quella c’è sempre stata e sempre ci sarà. Così come la mancanza di conoscenza e la superficialità: non a caso qui inizio la ricognizione proprio dal concetto di camera delle meraviglie come miope sfoggio di opulenza. Se il fattorino di Amazon è un futuro pressoché inevitabile, ciò che si può fare in contemporanea è provare a diffondere cultura e consapevolezza.

          E la democratizzazione di cui parlo sta anche, a un ulteriore livello, nel “riprendersi” la meraviglia, togliendone l’esclusivo appannaggio ai grandi collezionisti e reinventandola al di fuori delle logiche di mercato. Ad alcuni non va giù che si parli di wunderkammer riguardo al ragazzo che, ossessionato dalla morte, raccoglie lo scheletro dell’uccellino caduto dal nido, o all’artista che colleziona conchiglie dalla forma bizzarra per includerle nei suoi progetti – vorrebbero rimanesse un concetto nobiliare, legato solo allo sfarzo. Eppure forse i veri cultori della meraviglia sono proprio il ragazzo e l’artista, più che il milionario che tiene il tirannosauro in salotto.
          La forma-wunderkammer può fornire un quadro teorico alla loro ricerca, equipaggiarli di un complesso e solido arsenale concettuale; così come diffondere la cultura dei cabinet de curosité può spingere altri a inventare nuove forme di stupore, che vadano magari al di là del negozio online o del conto in banca.
          In fondo, è meraviglia ciò che ci serve per riaprire gli occhi all’incanto. In questo senso le wunderkammer possono essere ancora strumenti d’esplorazione, sia individuale/introspettiva (il ragazzo) che collettiva (l’artista).

          Come giustamente sottolinei, le grandi “avventure” dei collezionisti del Settecento e dell’Ottocento non torneranno più (e grazie a Dio, verrebbe da dire, pensando ai tanti aspetti sinistri della loro storia). Che i puristi rimangano a contemplare il loro bel passato, fossile e idealizzato; io preferisco un’idea di wunderkammer viva e utile – anche a costo di piegarne un po’ il significato originale -, una meraviglia che parli alle orecchie e agli occhi di oggi.

          • Giacomo Miglio ha detto:

            “In fondo, è meraviglia ciò che ci serve per riaprire gli occhi all’incanto.”
            Assolutamente d’accordo.
            Grazie anche per il link all’articolo di Mariano.

            Mi viene spontaneo concludere che in fondo BizzarroBazar e’ proprio questo, una wunderkammer virtuale aperta a chiunque. E per questo, come sempre, ti ringrazio.

            Buona continuazione e buon lavoro, Ivan.

          • bizzarrobazar ha detto:

            Grazie a te per la bellissima conversazione!

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