Inanimus, mostri & chimere del presente

Guardo in alto, verso i ganci mobili a cui venivano appese le carni, e immagino il sangue e la sofferenza che queste mura hanno dovuto contenere – sopportare – per lunghi anni. Morte e dolore sono gli strumenti che la vita ha per procedere, mi dico.

Mi trovo nei locali dell’ex-macello di Padova: uno spazio specificamente progettato come luogo di massacro e in cui oggi gli animali vivono una seconda, bizzarra vita grazie alle opere di Alberto Michelon.
Quando lo incontro, mi investe subito con il febbrile entusiasmo di chi ha la fortuna (e il coraggio) di lavorare per vocazione. È evidente che quello che esce dalla sua bocca dev’essere un quinto di ciò che gli passa per la testa. Come dice John Waters, “la vita è nulla senza ossessione”.
L’ossessione di Alberto sono gli animali, e la tassidermia.

La tassidermia è tradizionalmente legata a due ambiti di impiego: i trofei di caccia, e le installazioni didattiche museali.
Oggi la domanda di preparazioni tassidermiche, però, va esaurendosi in entrambi questi contesti. Da una parte assistiamo al declino delle attività venatorie, che ormai trovano sempre meno posto nella cultura occidentale a fronte delle preoccupazioni ecologiche, e di un’evoluzione della sensibilità etica nei confronti degli animali. Dall’altra, anche i grandi musei di storia naturale hanno già le loro collezioni ben stabilite e raramente acquisiscono nuovi esemplari: spesso si limitano a chiamare il tassidermista quando è necessario effettuare operazioni di restauro sugli animali già musealizzati.

Per questo – mi spiega Alberto – oggi lavoro principalmente per privati che vogliono conservare i propri animali domestici. È più difficile, perché bisogna ricreare fedelmente l’espressività originaria del cane o del gatto, a partire dalle foto che mi danno; imbalsamare un animale da compagnia, conosciuto e amato, richiede il massimo scrupolo. Ma la soddisfazione è enorme quando riesce bene. Spesso i clienti piangono, parlano con l’animale – quando presento il lavoro ultimato, mi faccio sempre da parte e lascio alle persone un po’ di intimità. È una cosa che aiuta a superare la perdita”.

La cosa non mi sorprende: in un mio post sulle wunderkammer ho collegato la seconda giovinezza di cui sta godendo oggi la tassidermia (dopo un’epoca in cui sembrava ormai un’arte superata) al bisogno sociale di riconfigurare il rapporto con la morte.
Ma se sono venuto fin qui è perché Alberto non è solo un tassidermista tradizionale: è anche l’unico vero esponente italiano di tassidermia artistica.

Fino al 5 novembre, qui all’ex-macello, è possibile visitare la sua mostra Inanimus – un bestiario contemporaneo, una raccolta di tutti i suoi principali lavori.
A uno sguardo superficiale la tassidermia artistica, ossia non naturalistica, potrebbe sembrare non pienamente rispettosa dell’animale. In realtà la maggior parte degli artisti che utilizzano come medium il materiale organico animale, lo fa proprio per riflettere sul nostro rapporto con le altre specie, realizzando le loro opere a partire da fonti etiche (animali deceduti di morte naturale, raccolti in natura, ecc.).

Anche Alberto adotta un simile approccio deontologico, visto che ha iniziato i suoi esperimenti utilizzando gli scarti del suo atelier. “Mi dispiaceva dover buttare delle parti di pelle, o degli esemplari che non avrebbero trovato collocazione”, mi dice. “Ho cominciato quasi per passatempo, in maniera istintiva, seguendo un’urgenza intima.
Confessa candidamente di non conoscere bene né la scena della Rogue Taxidermy americana, né quella delle gallerie moderne. E che Alberto sia in realtà una specie di alieno rispetto all’universo dell’arte contemporanea, così spesso supponente e presuntuoso, è evidente: mi parla di istinto, di gioco, ma soprattutto – orrore e sacrilegio! – si permette di fare quello che nessun artista “serio” mai si sognerebbe: mi spiega il messaggio delle sue opere, una dopo l’altra.

Le sue opere hanno davvero molto da dire: più che di messaggi, però, si tratta di inviti alla riflessione, di una continua e multiforme rielaborazione della contemporaneità, del tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto.
Alcuni suoi lavori mi colpiscono immediatamente per la franchezza con cui affrontano temi di attualità: dal dramma dei migranti agli OGM, dall’eutanasia fino alla fobia odierna degli attentati terroristici.

Non credo di aver mai visto alcun artista usare la tassidermia per parlare del presente in una declinazione così diretta.
Una testa di capriolo rivestita di pelle di serpente, con una casacca arancione come quella dei prigionieri degli estremisti islamici, ha una catena al collo. Il riferimento è ovvio: le teste degli infedeli decapitati sono assimilate a trofei di caccia.
Ad essere sincero, questo rimando esplicito alle immagini di attualità (che, volenti o nolenti, sono divenute “pop”) mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia – ma se qualcosa mi toglie il terreno sotto i piedi, la benedico comunque. Questo è quello che l’arte migliore dovrebbe fare.

Altre installazioni, invece, vogliono raccontare le contraddizioni dell’Occidente, a metà strada fra la satira e la critica aperta a un sistema capitalistico ormai sempre più difficilmente sostenibile.
Una testuggine, rappresentata come una vecchia ingioiellata dai seni cadenti, è l’emblema di una società conservatrice basata sul privilegio economico: una concezione “preistorica” che, proprio come il rettile in questione, ha rifiutato qualsiasi evoluzione.

Un cavallo conquistatore, fiero e rampante, esibisce un pomposo manto a scacchi, composto a partire da diversi equini.
Un cavallo arrivista: per trovarsi dov’è, deve per forza aver fatto la pelle ad altri cavalli”, mi dice Alberto con un sorriso.

Un’installazione mostra gli organi interni di una tigre, conservati in liquido e disposti seguendo l’anatomia dell’animale stesso: occhi, lingua e cervello all’estremità dove dovrebbe trovarsi la testa, e così via. Alcune chimere sembrano sottoporsi a una sessione di bondage erotico: allusione al bracconaggio per approvvigionarsi di fantomatici elisir afrodisiaci come il corno di rinoceronte, e al fil rouge che ci lega a questi massacri.

Un cinghiale, seduto sulla tazza del water, è intento a sfogliare una rivista alla ricerca di un paio di occhi di vetro per riempire le suo orbite vuote.
L’importanza della libertà di scelta riguardo al fine vita è incarnata da due visoni che si sono impiccati – piuttosto che finire a far parte di una pelliccia.
Tre teschi di animali da allevamento sono appesi come trofei, e dai fori delle pistole da macello escono fiori di plastica (“li ho raccolti dalle tombe del cimitero, sostituendoli con fiori nuovi”, racconta Michelon).

Come avrete già capito, in realtà l’aspetto più interessante delle opere raccolte per Inanimus è la sperimentazione incessante a livello formale.
Ogni installazione è estremamente diversa dalla precedente, e Alberto Michelon trova sempre nuovi e sorprendenti metodi di utilizzo della materia animale: ci sono quadri astratti la cui tela è costituita da pelli di serpente o di pesci; composizioni entomologiche; tassidermie antropomorfe; un crocifisso interamente composto di frammenti ossei incollati pazientemente fra loro; maschere tribali, serpenti fallici che fanno il verso all’intimo griffato, lampadari scheletrici, testi in Braille ricavati dalle fantasie del manto di un sauro.

Ma gli altri tassidermisti, diciamo i “puristi”, non storcono il naso?
Certamente alcuni non la ritengono vera tassidermia, forse pensano che io mi sia montato la testa. Non mi importa. Cosa vuoi farci? Questo progetto sta prendendo sempre più importanza, mi diverte e mi entusiasma.

A ben vedere, non c’è poi grande differenza tra tassidermia classica e tassidermia artistica. Sia gli animali imbalsamati che si trovano nei musei di scienze naturali, che questi di Alberto, in fondo non sono altro che rappresentazioni, interpretazioni, simulacri.
Ogni tassidermista utilizza la pelle, e la forma, dell’animale per veicolare una particolare visione del mondo; e la narrativa museale (per quanto talmente consueta da essere ormai “invisibile” ai nostri occhi) non è forse più lecita di una prospettiva personale.

Per quanto Alberto mi ripeta di sentirsi ancora un artista alle prime armi, tutto sommato acerbo, i lavori di Inanimus testimoniano di una direzione artistica ben precisa. Mentre mi avvio verso l’uscita, ho la netta sensazione di aver visto qualcosa di unico, perlomeno nel panorama italiano. Quindi non posso esimermi dalla banale domanda di rito: progetti futuri?
Voglio continuare a migliorare, a imparare, a sperimentare nuove cose”, mi risponde Alberto perdendo lo sguardo tutto attorno, nella folla dei suoi animali trasfigurati.

Inanimus – un bestiario contemporaneo
Padova, Cattedrale Ex-macello, Via Cornaro 1
Fino al 17 Ottobre 2017 [Prorogato fino al 5 Novembre 2017]
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18 commenti a Inanimus, mostri & chimere del presente

  1. esse ha detto:

    in tanti anni di appassionata lettura di ogni articolo di Bizzarro Bazar mi sono trovata a volte impressionata, disgustata, più frequentamente affascinata… quindi immagino che prima o poi -per una questione statistica- dovesse succedere: trovo questa mostra bruttissima.
    Non brutta nel senso di ripugnante, disturbante, o offensiva.. sarebbe già qualcosa.
    Trovo proprio le opere inutili, come se volessero strizzare l’occhio a una certa cultura pop facile facile, usando la tassidermia per darsi quel tono in più.
    E sì che di opere “pop” e tassidermie miste ne ho viste, visti i miei studi e il mio ex lavoro (anche di mio marito!) in ambito artistico.
    Pazienza. Voglio bene lo stesso a Bizzarro Bazar. Mi sentivo solo di dirlo, per quel che conta.

    • bizzarrobazar ha detto:

      Pazienza, non sempre i gusti possono coincidere. Su Twitter e FB sembra che a molti piaccia, e il Comune di Padova ha prorogato di una settimana la chiusura vista la grande affluenza. Non che questo abbia a che fare con la qualità di un lavoro, intendiamoci, e capisco bene le tue perplessità. Da parte mia sai che ci tengo a dare visibilità a quegli artisti emergenti in cui mi pare di riconoscere un grande potenziale (l’ho fatto altre volte, e altre volte ho fatto storcere nasi). Le opere di Alberto mi hanno trasmesso una gioia di sperimentare per niente scontata, e mi sono ritrovato a pensarci a distanza di giorni; senza contare che alcune soluzioni tassidermiche non le avevo proprio mai viste – ad esempio la mappa della Laguna di Venezia a forma di pesce e in pelle di pesce.
      Grazie per voler bene lo stesso a questo spazio, per inciso. 🙂

  2. Alice in the Real World ha detto:

    “Tentativo di usare queste spoglie di animali come uno specchio in cui indagare il nostro stesso volto”.
    Probabilmente in questa frase c’è la giusta chiave per osservare questa mostra.
    Per una animalista come me è spiazzante, e ciò è presto comprensibile: vedere le spoglie di animali usate per opere d’arte è sempre spiacevole per chi li ama; d’altra parte Alberto Michelon esprime, molto chiaramente, che è dalla parte degli animali stessi, rappresentandoli, giustamente, come vittime.
    Il suo intento dalla parte delle vittime, sia umane che animali, è ben evidente, e sì, anche a me fa lo stesso effetto che dici tu, mi sento turbata da queste immagini e molte opere non le trovo certo belle, anzi.
    Eppure comprendo di pensarla come Michelon sui temi che tratta (e li tratta in maniera molto molto forte). Probabilmente un luogo di dolore come un macello è il posto adatto per affrontare temi sgradevoli.
    Formidabile il messaggio critico della signora/tartaruga, come anche quello dei visoni, e di zanne e corni su manichini-bondage.

    Sono giunta alla fine del 2009 nella lettura degli articoli di questo blog: a parte seguire l’uscita di questi ultimi post, mi sono prefissata di essere molto metodica nel percorrere gli scritti passati.
    Un caro saluto
    Alice

    • bizzarrobazar ha detto:

      A molti animalisti sembrerà paradossale, perché la tassidermia nell’immaginario è ancora associata alla caccia, ma per fare l’imbalsamatore bisogna amare gli animali alla follia. Studiarne le abitudini, le posture, le espressioni – meglio di un etologo. Non è proprio possibile fare un mestiere così se si odiano gli animali. 😀
      Per il resto, complimenti per lo scrupolo nel leggere gli articoli arretrati! 😉

      • Alice in the Real World ha detto:

        Sì Ivan, non ne ho mai dubitato, infatti mi ha colpita il ‘sentimento’ con cui Michelon affronta il suo lavoro di conservazione degli animali domestici, lo scrupolo di coglierne perfino l’espressione, che indica che SA che ogni animale da compagnia, per il privato, ha davvero tante espressioni uniche.
        Da animalista ho riconosciuto quel che Michelon prova per gli animali, e sono le stesse cose che prova ogni amante degli animali.
        Lui usa la sua arte di tassidermista per mandare i suoi messaggi: può turbare in certe installazioni, ma è molto chiaro che non oltraggia il mondo animale, anzi.
        Mi spiace che uno dei commentatori non abbia capito nulla del mio commento e mi abbia attaccata a sproposito qui sotto, anche se nel mio scritto ho cercato di essere più chiara possibile ma non è bastato, se uno non legge. E’ un rischio che nel mondo blog è sempre dietro l’angolo, del resto ho visto che anche tu come autore di articoli sei incappato più volte in questo problema.
        🙂

        • bizzarrobazar ha detto:

          Come no, ci ho fatto il callo. 😉

          • Alice ha detto:

            A proposito di tassidermia (scusa se salto di palo in frasca, ho avuto oggi il fulmineo ricordo di un articolo che avevo scritto nel 2010 -sono stata blogger, ebbene sì, dal 2006 al 2015, trattavo cinema e letteratura, con qualche escursione in altre materie se mi andava di scriverne): hai mai visto o sentito parlare delle mostre fotografiche di Karen Knorr (magari ne hai già parlato)?
            Io ne ho avuto notizia per la prima volta appunto nel 2010, quando esponeva le sue foto di grandi dimensioni nell’hinterland milanese. Mi sono subito documentata e le foto mi sono apparse molto belle, e anche originali, tanto che ne ho fatto incetta nella rete, a quel tempo, anche per documentare l’articolo.

            Certo, non sono installazioni ma fotografie, comunque il legame con la tassidermia c’è: le foto rappresentano sempre ambienti interni magnifici, bellissimi, d’epoca, lussuosi.. in cui sono posti, in pose ben studiate, degli altrettanto magnifici animali imbalsamati.

            Non c’è un messaggio preciso in quelle fotografie, credo: c’è solo che esteticamente sono semplicemente di grande bellezza formale (almeno per me!) 🙂
            Ciao!

  3. Livio ha detto:

    Spoglie di animali usate per opere d’arte… Allora per via del cremisi, o altri colori ricavati dagli animali, bisognerebbe essere disgustati dalla quasi totalità delle opere d’arte rinascimentali e non. Mi spiace ma non sopporto ogni forma di estremismo e di intolleranza.
    Detto questo trovo che la mostra sia spettacolare!

    • bizzarrobazar ha detto:

      Certo, anche le setole dei pennelli sono di origine animale, e via dicendo… Ovviamente una mostra simile rende visibile e centrale il ricorso alla materia organica e – in linea con la sensibilità odierna – si rivela più attenta alle fonti etiche dei materiali di molta arte del passato.

    • Alice in the Real World ha detto:

      Livio, stai citando (e polemizzando) il mio commento?
      Oooohhssignore (sospiro)… Eccone un altro che NON LEGGE quel che commenta.
      Allora Livio, dov’è che vedi estremismo in quel che ho scritto??
      TU hai usato la parola “disgustati”, io invece per niente!
      Ma hai letto bene e compreso quello che ho scritto?

      Ho scritto che è spiazzante, ma questo l’ha scritto anche l’autore dell’articolo (che dice:”questo rimando esplicito alle immagini di attualità…mi turba non poco, e non sono nemmeno sicuro che mi piaccia).

      E non hai letto che ho scritto che Michelon e io condividiamo le stesse opinioni?
      Forse non hai compreso che anche Michelon è contro le pellicce, contro la caccia di frodo (vedi le foto, leggiti tutto l’articolo per bene).

      Forse non hai letto che ho elogiato tre delle installazioni come formidabili (la critica alla plutocrazia fossilizzata per esempio)?

      Ma allora, cosa stai criticando esattamente di quel che ho scritto?
      Che sia una mostra “forte” da vedersi, lo dice l’autore stesso, e un’altra commentatrice, sopra, dice che trova tutta la mostra bruttissima!
      Io non l’ho detto, né questo né altre fantomatiche cose “da estremista”.
      Francamente ci sono due installazioni che trovo esteticamente belle, la leonessa col turbante e la tigre che salta rompendo il finto specchio, perché i felini hanno una loro potentissima bellezza naturale.

      L’estetica di questo tipo di mostra può piacere e non piacere: alla lettrice Esse non è piaciuta affatto, a me son piaciute, ESTETICAMENTE, alcune cose altre meno.
      Che hai da criticare sui gusti estetici altrui, e perché ti sei lanciato su di me dandomi dell’estremista? Leggi meglio quanto ho scritto per favore.

      I commenti inutilmente polemici come il tuo, quelli lanciati ciecamente senza aver letto (credo che tu ti sia fermato alla parola ‘animalista’ poi hai subito straparlato senza proseguire), sono il più profondo estremismo del mondo blog:
      e ci si fa anche brutta figura.

  4. Andrea ha detto:

    A proposito della difficoltà dell’imbalsamare animali domestici, mi ricorda un racconto contenuto in “Inventario della casa di campagna” di Piero Calamandrei (sí, quel Calamandrei); raccomando l’intero libretto, che vi sorprenderà non poco per la bellezza della scrittura (nonchè per il ritrovarvi una decina di scene che avete poi letto e visto in classici italiani della letteratura e del cinema, da Calvino a Fellini a Benigni…):
    “(…) Breve era lo spazio in cui aveva battuto quel piccolo cuore, e l’artista credeva di poterlo agevolmente colmare con poco stucco. Ma non aveva calcolato, il buon prete, che la pelle entro la quale egli lavorava era vecchia e cedevole: la rimpinzava di ripieno e quella, invece di tendersi, si dilatava e si afflosciava sempre piú. E allora, poichè soprattutto gli premeva di ricreare la lucentezza di quel pelame e quell’aspetto brioso che gli occhi della padrona non avevan cessato di ricordare, ecco che il buon prete, piú che delle dimensioni, si curó delle forme. Pur di dare al dorso una bella curva, e robustezza al petto e solidità alle gambe, non guardó a spese: dove c’era ancora una grinza, dàgli un altro batuffolo di cencio; dove c’era ancora un frinzello, dàgli un altro mannellino di paglia… E alla fine, quando quel potente torso fu solidamente piantato sulle quattro zampe come un monumento su quattro colonne, l’artista si dette con grande amore a ricreare una bella testa proporzionata a quel corpo rimesso a nuovo: in luogo di quell’unica zannina smorfiosa, una intera dentiera tutta unita e ridente; in luogo di quei poveri occhi lacrimosi e annebbiati dalla vecchiaia, due spilloni sgargianti di lucido vetro, con nerissime pupille cerchiate di fiammante arancione. (…)”
    Purtroppo la padrona non ha saputo apprezzare l’impegno:
    “Credo che, conciata cosi, con quella sua bella pinguedine di cartapesta, sia stata seppellita alla chetichella sotto un ulivo. Penso quanto ci almanaccheranno su gli archeologi, quando tra qualche millennio scopriranno questa mummia canina, dotata per omnia saecula della sua fiera ed incorruttibile obesità.”

  5. alberto michelon ha detto:

    Cari lettori di Bizzarro Bazar, sono onorato di leggere i vostri commenti (positivi e negativi) a seguito dell’articolo di Ivan Cenzi. Dopo tanto lavoro manuale e di pensiero è emozionante vedere che quello che ho creato insieme ai miei collaboratori, susciti reazioni, muova il pensiero e metta in comunicazione le persone. Sta succedendo la stessa cosa in mostra, dove le reazioni delle persone che vengono a visitarla sono tra le più disparate. Inanimus sta suscitando emozioni, sentimenti, azioni che io neanche lontanamente avrei pensato potesse arrivare a fare.
    Grazie a chiunque vorrà contribuire ad allargare la discussione in merito.

    • Medardo Giallo. ha detto:

      E’ un piacere avere a che fare con l’artista direttamente. Devo ammettere che vedendo le foto, mi sono venuti in mente due soliti noti come Cattelan e (più indirettamente) Hirst, e pensavo in un primo momento, qualche giorno fa, di farlo notare in maniera forse sprezzante.
      C’è un pensiero, una ricerca, dietro queste opere, che mi sembra interessante e degno di visione. Purtroppo ritengo che il rischio sia di restare immersi in una melassa di commenti e reazioni à la “epater le bourgeois”… Pensi di riuscire a spostare lo sguardo in futuro verso idee meno “scioccanti”?
      Grazie, e complimenti (a te e a Bizzarro)

    • Alice ha detto:

      Salve Alberto! Ho seguito il link e sono approdata al tuo sito, dove ho appreso meglio la differenza sostanziale fra tassidermia e imbalsamazione, e compreso di più l’impegno per lo scopo prefissato, ovvero restituire un aspetto realistico e naturale (come cade a proposito il commento di Andrea, più sopra! 😀 ). Grazie a te, e a Bizzarro Bazar, per questa interazione, la discussione è parte vitale in un blog, evviva!

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