Buon Natale!

Mai come durante queste feste natalizie si è parlato tanto di alberi.
Sembra che l’ultima moda al riguardo sia quella di posizionare gli alberi di Natale a testa in giù. Ho i miei dubbi che  si tratti di una tradizione addirittura medievale (come alcuni sostengono), fatto sta che gli alberi capovolti hanno senz’altro un elemento bizzarro e surreale che personalmente non mi dispiace.

Ma qui in Italia, e a Roma in particolare, si è parlato anche di alberi di Natale non all’altezza.
Senza addentrarmi in questioni politiche, vorrei prendere a pretesto questi alberi “devianti” per augurarvi un Natale weird e non convenzionale.

E per farlo non c’è nulla di meglio di questa divertente storiella, narrata da Tom Waits durante un suo concerto.

C’erano una volta due alberi in una foresta: c’era l’albero storto, e c’era l’albero dritto. E tutto il giorno l’albero dritto guardava l’albero storto dicendo: “Guardati, sei storto! Sei storto — guarda i tuoi rami, sono storti anche quelli! Anche le tue foglie, sono tutte storte! Probabilmente sei storto anche sotto terra… guarda me, invece. Io sono alto. Io sono dritto. Ma tu sei storto!”
Poi, un giorno… nella foresta arrivarono i boscaioli.
E diedero un’occhiata in giro. E uno di loro disse “Bob, taglia tutti gli alberi dritti.”
E quell’albero storto è ancora là, che diventa più forte, e più strano, ogni giorno che passa.

Buone feste!

“Rachel”: tra favole e anatomia

L’ultima volta che ho parlato del mio amico e mentore Stefano Bessoni è stata quattro anni fa, in occasione dell’uscita del libro-cortometraggio Canti della Forca. Molte cose sono successe da allora. Stefano ha insegnato in innumerevoli corsi e workshop di stop motion in Italia e all’estero, pubblicando alcuni manuali sull’argomento (uno introduttivo, e un testo più tecnico diviso in primo e secondo livello); ma ha anche continuato la sua esplorazione della letteratura per ragazzi reinterpretando alcuni classici come Alice, Pinocchio, il Mago di Oz e la figura tradizionale di Mr. Punch / Pulcinella.

L’ultima fatica di Bessoni si chiama Rachel, un’opera entusiasmante per più di una ragione.

Innanzitutto, si tratta della nuova incarnazione di un progetto a cui Stefano lavora da decenni: quando lo conobbi – eoni fa – stava già cercando i finanziamenti per un film intitolato Il Paese delle Scienze Inesatte, la cui sceneggiatura ad oggi rimane fra le cose più genuinamente originali che io abbia mai letto.

Ambientato durante la Grande Guerra in un paese sperduto sulle coste dell’oceano, narrava la storia di un cercatore di meraviglie in un mondo fantastico; vi si aggiravano personaggi strampalati, ossessionati dalle scienze anomale e patafisiche (qualcuno ricorda lo splendido libro Forse Queneau?), tra fameliche wunderkammer, cacciatori di calamari giganti, anatomisti pazzi, taverne costruite all’interno di capodogli spiaggiati, botteghe di zoologia apocrifa, ventriloqui, spettri e homunculi.

Un vero e proprio compendio della poetica di Bessoni, nato dall’amore per le fiabe nere, per l’estetica delle camere delle meraviglie, per la filosofia naturale del Settecento e le ballate macabre di Nick Cave.

Oggi Stefano sta riportando in vita quel particolarissimo universo, e Rachel costituisce soltanto un tassello dell’impresa. Si tratta infatti del primo volume della tetralogia Le scienze inesatte che sarà pubblicata a cadenza semestrale, e che si arricchirà di tre titoli dedicati agli altri protagonisti della storia: Rebecca, Giona e Theophilus.

Rachel è una sorta di prequel, o di antefatto della vicenda vera e propria: è la storia di una strana e malinconica bambina che vive da sola in una casa sulla scogliera, con l’unica compagnia di alcuni improbabili amici immaginari. Ma una terribile rivelazione la aspetta…

Per quanto riletto attraverso la lente della fantasia, il personaggio è ispirato alla figura storica di Rachel Ruysch (1664-1750), figlia del celeberrimo anatomista fiammingo Frederik Ruysch (di cui ho già scritto).

Scrive Bessoni:

Si racconta che Rachel aiutasse il padre nelle sue preparazioni e che fosse anche molto brava. Testimonianza di questa inusuale attività infantile è la sua presenza in un famoso dipinto di Jan van Neck, dove, abbigliata come un maschietto, assiste il padre durante una lezione di anatomia sul corpo di un neonato. Rachel vestiva con pizzi e merletti da lei ricamati e decorava con fiori le creazioni anatomiche conservate in vetro, immerse in un liquido che Ruysch aveva battezzato liquor balsamicum, una mistura portentosa in grado di conservare nel tempo l’effimera bellezza delle cose morte; molti di questi preparati, oggi esposti nei musei, conservano ancora il colorito roseo della pelle e la morbidezza di un corpo vivo.

Ma il destino della vera Rachel fu diverso da quello immaginato nella mia storia. Una volta cresciuta abbandonò la medicina e l’anatomia, diventando una bravissima pittrice specializzata in nature morte e ritratti, una delle pochissime artiste dell’epoca di cui ci sia pervenuta notizia. Alcune delle sue opere sono conservate agli Uffizi e nella Galleria Palatina a Firenze.

Rachel Ruysch, Natura morta con cesto pieno di fiori ed erbe con insetti, 1711

Arrivato a questo punto, mi sento in dovere di fare una confessione: i libri di Bessoni per me sono sempre stati una bussola speciale. Ogni volta che mi sembra di non riuscire più a mettere a fuoco o trovare la direzione, mi basta prenderne uno in mano e di colpo le sue illustrazioni mi ricordano ciò che è davvero essenziale: perché l’opera di Stefano riflette una totale dedizione alla parte di sé che è capace di meravigliarsi. E una simile purezza è preziosa.

Basta guardare con quale amore vengono omaggiati, fra le pagine di Rachel, i favolosi diorami perduti di Ruysch; dietro le bambole anatomiche parlanti, le chimere, i bimbi sotto formalina, gli immancabili teschi di coccodrilli, non c’è traccia di sofisticazione né della “maniera” di un artista ormai riconosciuto. Si avverte soltanto uno sguardo di bambino che ancora brilla di emozione di fronte all’incanto, che è ancora in grado di riempirsi di visioni oniriche di rara bellezza — ad esempio le flotte di Zeppelin che solcano i cieli sopra alla scogliera dove vive la piccola Rachel.

Ecco perché sapere che il suo progetto più ambizioso e personale è ritornato alla luce mi riempie di entusiasmo.
E poi c’è un’ultima ragione.

Dopo tanti anni, e a partire da questi quatto libri, Le scienze inesatte è sul punto, stavolta per davvero, di trasformarsi anche in un vero e proprio lungometraggio di animazione stop motion. Attualmente in fase di sviluppo, il film sarà una coproduzione Francia-Italia, ed è già stato riconosciuto di interesse culturale dal MiBACT.

E chi non vorrebbe vedere questi personaggi, e questo mondo macabro e buffo, prendere vita sullo schermo?

Rachel di Stefano Bessoni è acquistabile a questo indirizzo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 11

Come recita un vecchio adagio, “Mai leggere Bizzarro Bazar mentre si prepara la cena”.

  • Da qualche tempo esiste una versione virtuale della Biblioteca di Babele immaginata da Borges. Farsi un giro attraverso gli esagoni e spulciare dei libri a caso è un’esperienza vertiginosa — ci sono volumi contenenti il vostro nome, ma anche tutto quello che avete fatto oggi o che farete domani; ma per cogliere appieno l’immensa portata del progetto, è indispensabile questa eccellente disamina sul blog di Virio Guido Stipa.
  • F.A.Q.: qual è una delle cose più schifose che può succedere durante la decomposizione? Se dovete chiederlo, probabilmente non conoscete l’adipocera. Rimediate con questo articolo di Atlas Obscura.
  • Occorreva proprio chiamare H. R. Giger per disegnare l’uovo di Alien? No, bastava questo simpatico funghetto chiamato Clathrus archeri.

  • Vi ricordate il mio Museo del Fallimento? Ecco una recente aggiunta: il Transaereo di G. B. Caproni. Da Wiki: “Spinto da otto motori e caratterizzato da tre cellule triplane per un totale di nove ali, era progettato per poter trasportare su distanze transatlantiche 100 passeggeri alla volta. Volò due volte, il 12 febbraio e il 4 marzo del 1921, decollando dal lago Maggiore. Precipitò in acqua al termine del secondo volo, danneggiandosi in modo molto grave e ponendo fine agli ambiziosi test.

Il sogno

La realtà

  • Proposito per l’anno nuovo: trovare un mecenate che mi assuma come eremita decorativo da giardino. La barba ce l’ho già.
  • Su Repubblica è uscito un bel video sulla tradizione napoletana dei femminielli — incredibile strategia popolare per elaborare e accettare la diversità rendendola “teatrale”. D’altronde, come diceva Orson Welles, “l’Italia conta oltre cinquanta milioni di attori. I peggiori stanno sul palcoscenico“.
  • L’olandese Arnoldus Montanus scrisse nel 1671 un libro intitolato “Il nuovo e sconosciuto mondo: ovvero la descrizione dell’America e delle Terre del Sud, contenete l’Origine degli Americani e degli abitanti delle Terre del Sud, viaggi rimarchevoli compiuti laggiù, qualità delle spiagge, isole, città, fortezze, villaggi, templi, montagne, fonti sorgive, fiumi, case, la natura delle fiere, alberi, piante e coltivazioni indigene, religione e costumi, eventi miracolosi, vecchie e nuove guerre: adornato con illustrazioni tratte dalla vita nelle Americhe, e descritte da Arnoldus Montanus“.
    Il titolo era così lungo che evidentemente non c’era più spazio per una piccola precisazione: e cioè che il buon Arnoldus non si era mai mosso dall’Europa in vita sua. E, a dire la verità, a guardare le illustrazioni un po’ si intuiva:

  • Momento di meraviglia assoluta:

  • Il multiverso, le dimensioni parallele, le realtà alternative — tutti questi concetti potranno magari suonare ancora un po’ fantascientifici, ma se ne parlava già nel Medio Evo, in seguito a una disputa teologica.
  • Se dovessi votare la mia pagina preferita IN ASSOLUTO in tutta Wikipedia, non avrei dubbi. Eccola.
  • Anni fa avevo scritto dell’incredibile storia di Phineas Gage, l’uomo che sopravvisse con il cervello trapassato da parte a parte da una sbarra di ferro. Oggi abbiamo un suo emulo contemporaneo: lo scienziato che per sbaglio ha infilato la testa in un acceleratore di particelle acceso.
  • La caverna qui sopra non è naturale. E’ stata scavata con un getto di acqua pressurizzata. Per quale motivo?
    Benvenuti nel mondo dei cercatori abusivi di mammut.

  • Mentalfloss ha pubblicato un articolo che sarebbe stato perfetto nel mio ciclo di post “L’amore che non muore” (qui, qui e qui): la storia della vedova del Missouri che fece installare una finestrella sulla tomba del marito per continuare a vedere il suo volto.
  • A Varanasi il fumo delle cremazioni non si ferma mai; i turisti scattano fotografie, rapiti dalla profonda esperienza spirituale. Chi invece ha una visione differente delle cose è Gagan Chaudhary, uno degli “intoccabili” addetti alle pire funebri. Alcol e ganja, assunti da quando aveva 13 anni, gli consentono di non svenire per l’odore; le sue gambe sono massacrate di tagli e cicatrici; la sua è una vita passata tra abusi, violenze e orribili visioni. Racconta la sua esperienza in un toccante articolo su LiveMint: “Ho visto cadaveri la cui pelle era stata strappata; ho visto corpi con la lingua di fuori e il sangue che scorreva dagli orifizi. […] Ho visto corpi fatti a pezzi e ricuciti. Ho visto cadaveri senza testa; ho visto corpi ricoperti di cicatrici. E li ho bruciati tutti.

  • Balthus torna a far discutere, a causa della petizione online per far rimuovere (o per lo meno contestualizzare, come è stato detto successivamente, aggiustando il tiro) una sua opera esposta al MET di New York. Ancora una volta ricompare l’ombra della pedofilia a macchiare i suoi dipinti: occasione per riflettere sull’arte (è puro significante o deve essere valutata con il metro dell’etica?); e per rileggere l’articolo che avevo dedicato alla spinosa questione un paio d’anni fa.
  • WoodSwimmer è un video in stop motion che ha dell’incredibile. Brett Foxwell l’ha realizzato tagliando tronchi e pezzi di legno a fette sottili, e fotografando progressivamente queste sezioni. Nelle sue parole, “una tecnica semplice ma paurosamente noiosa da completare“.

  • Questa qui sotto è una pinza da testa. In epoca vittoriana serviva per tenere ferma la nuca di un soggetto durante i tempi di esposizione, piuttosto lunghi, di una fotografia.
    Forse immaginate già dove stiamo andando a parare: nelle foto postmortem serviva per fissare i cadaveri in pose naturali, come se fossero vivi, giusto?
    Be’, non proprio. Tempo di fare un po’ di debunking sulla fotografia postmortem.

Questa immagine viene da un articolo chiamato The Truth About Post Mortem Photography. Mai scrivere qualcosa che comincia con “La verità su”.

  • Negli ultimi 59 anni, Jim “Antlerman” Phillips ha continuato a battere le colline del Montana alla ricerca di corna di alce, cervo o antilope, perse dagli animali durante la loro muta annuale. La sua collezione ammonta ormai a più di 16.000 corna. (Grazie, Riccardo!)

Ed è tutto: io vi lascio con una GIF invernale fatta di ossicini e vi ricordo che, se proprio siete a corto di idee per i regali di Natale, magari un bel libriccino su Parigi, molto pop e colorato, può fare alla bisogna.

Philipp Wiechern, Boneflacke Collection, 2012.

Pestilenze, alberi sacri e un bicchiere d’acqua tonica

Ho un debole per l’acqua tonica. Forse perché è l’unica tra le bevande gassate ad avere un gusto che non ho mai capito fino in fondo, impossibile da descrivere: un sapore ambiguo, strano contrasto tra quel pizzico di zucchero e la vena aspra che asciuga il palato.
Di tanto in tanto, nelle sere d’estate, mi capita di sorseggiarla sul terrazzo di casa mentre guardo i Colli Albani, dove i Castelli Romani si aggrappano al vulcano spento. E portando il bicchiere alle labbra, non posso impedirmi di pensare a quanto strana possa essere la storia dell’umanità.

Sovrani, guerre, crociate, invasioni, rivoluzioni, e via dicendo. Qual è la più potente tra le cause di cambiamento? Quale agente ha prodotto le più drammatiche modificazioni a lungo termine della società umana?
La risposta è: le epidemie.
Secondo diversi studiosi, nessun altro elemento ha avuto un impatto così profondo sulla nostra cultura, tanto che si è detto che senza la peste, il progresso sociale e scientifico come lo conosciamo non sarebbe stato possibile (ne avevo già scritto tempo fa). Con ogni ondata epidemica, i sopravvissuti si ritrovavano poco numerosi e molto più ricchi. Così le arti e le scienze avevano modo di svilupparsi e fiorire; ma la peste cambiò anche la storia della medicina e i suoi metodi.

“Peste” è un termine in verità generico, come “malattia”: fu usato storicamente per definire diversi tipi di epidemie. Fra queste, una tra le più antiche e probabilmente la peggiore che abbia mai colpito l’umanità, era la malaria.

Si crede che la malaria abbia ucciso più di tutte le altre cause di morte messe assieme attraverso l’intera storia umana.
A dispetto dell’importante riduzione dell’impatto della malattia nell’ultima decade, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa 300 milioni di persone siano colpite ogni anno. Significa all’incirca la popolazione degli Stati Uniti. Di quelli che si ammalano, più di 400.000 muoiono ogni anno, soprattutto bambini: la malaria reclama la vita di un bimbo ogni due minuti.

La malaria prende il nome dalla “mala aria” che si poteva respirare negli acquitrini e nelle paludi che circondavano la città di Roma. Si credeva che l’odore mefitico e stagnante fosse la causa del morbo. (Giovanni Maria Lancisi aveva suggerito già nel 1712 che le zanzare potessero avere a che fare con l’epidemia, ma soltanto alla fine del XIX secolo Sir Ronald Ross, premio Nobel inglese, provò che la malaria è trasmessa dalla zanzara anofele.)

Ai tempi della Roma medievale, ogni estate riportava con sé il flagello, e morivano centinaia di persone. La pestilenza colpiva senza fare distinzioni: uccideva aristocratici, guerrieri, contadini, cardinali, perfino Papi. Come scrisse Goffredo da Viterbo nel 1167, “quando è incapace di difendersi con la spada, Roma può difendersi per mezzo della febbre”.

La malaria era diffusa in Europa, Asia e Africa. Eppure, nessuno sapeva esattamente cosa fosse, né come curare la patologia. Non c’era cura, non c’era rimedio.

Ecco, questa è la parte che davvero mi fa impazzire. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che qualcuno stesse giocando un brutto scherzo agli esseri umani — perché, in realtà, un rimedio c’era. Ma gli Dei beffardi l’avevano piazzato in una terra che non era mai stata raggiunta dalla malaria. Peggio: si trovava in una terra che nessuno aveva ancora scoperto.

Mentre l’Europa continuava a essere devastata dalle terribili febbri di palude, la soluzione era nascosta nel folto delle giungle del Perù.

Qui entrano in gioco i gesuiti. La loro prima missione in Perù fu fondata nel 1609. I gesuiti non potevano esercitare la medicina: le istruzioni lasciate dal fondatore dell’ordine, Sant’Ignazio di Loyola, proibivano loro di diventare dottori, poiché dovevano concentrarsi unicamente sulle anime degli uomini. A dispetto del divieto di praticare la medicina, i preti gesuiti spesso rivolsero la loro attenzione allo studio di erbe e piante. Padre Agostino Salumbrino era un gesuita, e un farmacista. Egli fu tra i primi missionari in Perù, e visse al collegio di San Pablo a Lima, facendo buon uso della sua conoscenza farmacologica nel costruire quella che sarebbe diventata la più grande è migliore farmacia in tutto il nuovo mondo. I gesuiti volevano convertire i nativi al cattolicesimo, ma capirono che non poteva essere fatto con la forza; prima dovevano comprendere gli indios e la loro cultura. I guaritori nativi, ovviamente, conoscevano ogni sorta di rimedi naturali, e i preti annotarono con cura tutta questa conoscenza, raccogliendo piante ed erbe mai viste prima di allora, registrando e dettagliando i loro effetti. Ed è a questo punto che notarono che gli indiani che vivevano nelle Ande a volte bevevano infusioni di una particolare corteccia per arrestare i brividi e le convulsioni. I gesuiti fecero due più due: forse quella corteccia poteva essere efficace nel trattamento delle febbri di palude.

A partire dal 1630 circa, Padre Salumbrino (forse con l’aiuto di un altro gesuita, Bernabé Cobo) decise di spedire a Roma un piccolo quantitativo di questa corteccia, per vedere se potesse essere d’aiuto con la malaria.
A Roma, all’epoca, viveva un altro personaggio straordinario: il Cardinale Juan De Lugo, direttore della farmacia dell’Ospedale Santo Spirito. Era stato lui a trasformare la farmacia da una bottega artigianale a qualcosa che si avvicina a una moderna filiera produttiva: sotto la sua direzione, l’officina galenica aveva raggiunto proporzioni inedite, sia per scala che per visione. Migliaia di vasetti e bottiglie, scaffali straripanti di ricette per preparazioni medicinali, prescrizioni per il loro uso e descrizioni di sintomi e malattie. De Lugo curava i poveri e distribuiva medicamenti gratuiti. Quando la corteccia peruviana arrivò a Roma, De Lugo comprese il suo potenziale e decise di pubblicizzare la medicina il più possibile: si trattava del primo rimedio che funzionasse veramente contro le febbri.

Il Perù offre alla scienza un ramo di cinchona (acquaforte, XVII Secolo).

La corteccia dell’albero cinchona contiene quattro differenti alcaloidi attivi contro il parassita della malaria, il più importante fra i  quali è il chinino. Il segreto del chinino è che è in grado di calmare la febbre e i brividi, ma allo stesso tempo di uccidere il parassita che causa la malaria, perciò può essere impiegato sia come cura che come trattamento preventivo.
Ma non tutti erano felici dell’arrivo di questa nuova, miracolosa polvere di corteccia.

Prima di tutto, era stata scoperta dai Gesuiti. Di conseguenza, tutti i protestanti immediatamente rifiutarono di assumere la medicina. Non potevano accettare che la cura per la più antica e mortale delle malattie fosse arrivata dai loro rivali religiosi. Così in Olanda, Germania e Inghilterra la cura fu quasi unanimemente rifiutata.
In secondo luogo, la corteccia era amarissima. “Lo sapevamo, quei Gesuiti stanno cercando di avvelenarci!

Ma forse il rifiuto più veemente arrivò proprio dal mondo della medicina.
Questo potrebbe non sorprendere, se si sa come i dottori trattavano la malaria prima del chinino. Molte cure medievali implicavano ad esempio il traferire la malattia su oggetti o animali: si portava una pecora nella camera da letto di un paziente febbricitante, e si salmodiavano canti e preghiere per spostare il morbo sulla bestia. Una cura ancora popolare nel Diciassettesimo secolo faceva uso di una mela dolce e di un incantesimo rivolto ai tre Magi che seguirono la stella a Betlemme: “Si tagli la mela in tre parti. Nella prima fetta si scrivano le parole Ave Gaspari, nella seconda Ave Balthasar, nella terza Ave Melchior. Poi si mangi ogni segmento all’alba per tre mattine consecutive, recitando tre padrenostri e tre avemarie”.

Anche dopo il Medioevo, l’ortodossia medica credeva ancora ciecamente negli insegnamenti di Galeno. Ai tradizionalisti, che volevano preservare l’antica dottrina della medicina galenica ad ogni costo, sembrava che la corteccia di cinchona smentisse tutta la loro visione del corpo umano – ed effettivamente era quello che avrebbe fatto. Secondo Galeno, la febbre era un disordine causato dalla bile: non era un sintomo ma una malattia in sé. Un paziente con febbre alta si riteneva soffrisse di “fermentazione” del sangue. Quando il sangue fermentava, si comportava un po’ come il latte che bolle, producendo un residuo spesso che andava eliminato affinché il paziente potesse riprendersi. Per questo motivo i trattamenti d’elezione erano i salassi, le purghe, o entrambi.
Ma la corteccia peruviana sembrava curare la febbre senza produrre alcun residuo. Com’era possibile?

Gli anni passarono, e il successo della cura arrivò dall’uso: nessuno sapeva perché, ma funzionava.  Nel tempo, la corteccia di cinchona modificò il modo in cui i medici si approcciavano alla malattia: fu uno dei colpi decisivi inferti alla dottrina di Galeno, che aprì e preparò la strada alla medicina moderna.

Un grande contributo per il successo della corteccia dei Gesuiti venne da un certo Robert Talbor. Talbor non era un medico: non aveva una vera e propria istruzione, era soltanto un ciarlatano. Ma era riuscito a diventare piuttosto famoso e alla moda, e quando venne chiamato a curare il re Carlo II d’Inghilterra dalla malaria, egli usò un rimedio segreto che stava sperimentando da tempo. Funzionò, e ovviamente si scoprì che si trattava della polvere dei Gesuiti sciolta nel vino. Re Carlo appuntò Talbor come medico personale, facendo infuriare l’establishment medico inglese, e lo spedì in Francia dove curò anche il figlio del re. Senza rendersene conto, Talbor aveva scoperto il modo perfetto per somministrare la corteccia di cinchona: le emulsioni più efficaci erano quelle create dissolvendo la polvere nel vino — e non nell’acqua — perché gli alcaloidi della cinchona sono altamente solubili in alcol.

Alla fine del XVIII secolo, quasi trecento navi arrivavano ai porti spagnoli dalle Americhe ogni anno — quasi una al giorno. Una su tre veniva dal Perù, e a bordo di ognuna c’era l’immancabile corteccia di cinchona.

Caventou & Pelletier.

Il chinino nacque ufficialmente nel 1820: due scienziati, Pelletier e Caventou, isolarono il principio attivo e misero a punto la procedura di estrazione dell’alcaloide dal legno. Per il nome della loro droga presero ispirazione dal nome originario della pianta, quina o quina-quina, che significa “corteccia delle cortecce”, o “corteccia sacra”.

Per il chinino si combatterono ancora innumerevoli  battaglie, si persero e rischiarono vite. Negli anni 40 e 50 dell’Ottocento, i soldati britannici e i coloni in India usavano più di 700 tonnellate di corteccia ogni anno, ma il monopolio sul chinino era spagnolo. Esploratori inglesi e olandesi cominciarono quindi a contrabbandare i semi della pianta, e proprio  gli olandesi riuscirono infine a stabilire delle piantagioni a Java, arrivando a controllare presto le scorte mondiali di chinino.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i Giapponesi occuparono Giava, e ancora una volta si impugnarono le armi per un estratto di corteccia; ma per fortuna venne sviluppata una versione sintetica del chinino, e per la prima volta le compagnie farmaceutiche furono in grado di produrre la sostanza senza il bisogno di enormi piantagioni.

Le truppe di stanza nelle colonie consumavano, nelle loro razioni mediche, farmaci antipiretici a base di chinino come ad esempio la tintura di Warbug. Questo portò alla creazione, tramite l’aggiunta di soda, di diverse Acque Toniche al chinino; nel 1870 venne commercializzata l’Acqua Tonica Indiana di Schweppes, a base della celebre acqua minerale inventata già a fine Settecento dall’orologiaio svizzero Jacob Schweppe. L’Acqua Tonica Indiana era pensata appositamente per i coloni inglesi che cominciavano ogni giornata con una forte dose di solfato di chinino, e conteneva acido citrico per dissolvere gli alcaloidi, e un un pizzico di zucchero.

Quindi eccomi qui ora, che guardo i i Colli Albani. Vivo nel luogo in cui un tempo cominciavano le temute antiche paludi; la mortale “mala aria” si sprigionava proprio da queste terre.
Ovviamente, la malaria venne eradicata negli anni ‘50 in tutta la penisola italiana. Eppure ogni volta che mi verso un bicchiere di acqua tonica, e assaporo l’amaro aroma del chinino, non posso impedirmi di pensare a quanto possa essere strana la storia dell’umanità — in cui un albero sacro venuto dall’altra parte dell’oceano è capace di dimostrarsi più importante di tutti i sovrani, le guerre e le crociate del mondo.

Gran parte delle informazioni sono tratte da Fiammetta Rocco, The Miraculous Fever-Tree. Malaria, medicine and the cure that changed the world (2003 Harper-Collins).