Le violon noir

Il direttore d’orchestra piemontese Guido Rimonda, virtuoso del violino, possiede uno strumento eccezionale: lo Stradivari Leclair del 1721.
Come tutti gli Stradivari, anche questo violino ha ereditato il nome del suo più celebre proprietario: Jean-Marie Leclair, considerato il padre della scuola violinistica di Francia, “il più italiano dei compositori francesi”.
Ma lo strumento porta anche l’inquietante nomignolo di “violino nero” (violon noir): è infatti protagonista di un’oscura leggenda che riguarda proprio Jean-Marie Leclair, morto in circostanze drammatiche e misteriose.

Nato a Lione il 10 maggio 1697, Leclair godette di una straordinaria carriera: cominciò come primo ballerino al Teatro dell’opera di Torino – all’epoca i violinisti dovevano essere anche maestri di danza – e, stabilitosi a Parigi, a partire dal 1728 si guadagnò il favore di pubblico e critica grazie alle sue composizioni eleganti e innovative. Applaudito ai Concerts Spirituels, autore di numerose sonate per violino e basso continuo nonché per flauto, si esibì in Francia, Italia, Inghilterra, Germania e Paesi Bassi. Appuntato ordinario di musica e direttore della regia orchestra da Luigi XV nel 1733 (carica che per quattro anni condivise a rotazione con il suo rivale Pierre Guignon, prima di licenziarsi per i continui dissapori), venne ingaggiato anche alla corte d’Orange sotto la Principessa Anna.
Il suo declino cominciò nel 1746 con la sua prima e unica opera lirica, Scilla e Glauco, che non ebbe il successo sperato nonostante sia oggi considerata un piccolo capolavoro capace di fondere suggestioni italiane e francesi, antiche e moderne. Il successivo impiego al teatro di Puteaux, diretto dal suo ex-studente Antoine-Antonin duca di Gramont, si concluse nel 1751 a causa dei problemi finanziari del duca.

Nel 1758 Leclair si separò dalla seconda moglie, Louise Roussel, dopo ventotto anni di matrimonio e di collaborazione (la consorte, anch’ella musicista, aveva inciso in rame tutti i suoi lavori). Amareggiato sentimentalmente e professionalmente, si ritirò a vivere da solo in una piccola casa nel Quartier du Temple, all’epoca una zona pericolosa e malfamata di Parigi.
Le storie che cominciarono a circolare sul suo conto erano tante, e spesso diametralmente opposte: si diceva che egli, divenuto misantropo, vivesse recluso rifiutando ogni visita e facendosi passare i viveri con una carrucola; altri al contrario sostenevano che conducesse l’esistenza dissoluta del libertino.

Nemmeno la morte del musicista mise un punto finale a queste dicerie, anzi: perché il 23 ottobre del 1764, Jean-Marie Leclair venne trovato assassinato, con tre pugnalate, all’interno della sua abitazione. L’omicida non fu mai catturato.

Negli anni e nei secoli a venire, il giallo riguardante la sua morte non ha cessato di incuriosire gli amanti della musica, e come ci si può aspettare è sorta anche una leggenda “nera” sul suo conto.
La versione più popolare, raccontata spesso da Guido Rimonda, vuole che Leclair, appena dopo essere stato pugnalato, avesse raccolto le ultime forze per stringere al petto lo Stradivari.
Il violino era l’unica cosa che, nella sua misantropia, egli ancora amava.
Il cadavere fu trovato soltanto due mesi dopo la morte, mentre ancora teneva tra le mani lo strumento musicale; decomponendosi, la sua mano aveva lasciato sul legno un’impronta nera e indelebile, visibile ancora oggi.

Che si tratti, appunto, di una leggenda, lo dimostrerebbero i rapporti della polizia che, oltre a non fare menzione del famoso violino, raccontano il ritrovamento della vittima la mattina successiva all’omicidio (e non a mesi di distanza):

Il 23 ottobre 1764, di mattina presto, un giardiniere di nome Bourgeois […] passando davanti alla casa di Leclair si accorgeva che la porta era aperta. Quasi al medesimo istante arrivava sul luogo Jacques Paysan, il giardiniere del musicista. La casa piuttosto triste del violinista aveva un giardino in una corte interna. Ed entrambi gli uomini, avendo notato il cappello e la parrucca di Leclair che giacevano nel giardino, come precauzione cercarono dei testimoni prima di penetrare nella casa. Assieme a qualche vicino, entrarono dal musicista e lo trovarono per terra nel suo vestibolo. […] Jean-Marie Leclair era steso sulla schiena, con la camicia e la canottiera macchiate di sangue. Gli erano state inferte tre ferite con un oggetto appuntito, una sopra il capezzolo sinistro, l’altra sotto lo stomaco sul fianco destro, e la terza al centro del petto. Di fianco al corpo giacevano diversi oggetti, che sembravano essere stati posti lì intenzionalmente. Un cappello, un libro intitolato L’èlite des bons mots, della carta da musica, e un coltello da caccia privo di tracce di sangue. Leclair indossava il cinturone di questo coltello ed era evidente che l’assassino aveva ideato tutta questa messa in scena. L’esame del cadavere, compiuto dal signor Pierre Charles, chirurgo, riportava delle ecchimosi nella parte lombare, al labbro superiore e inferiore e alle ossa della mascella, il che provava che dopo una lotta con il suo assassino Leclair era stato buttato a terra di schiena.

(in Marc Pincherle, Jean-Marie Leclair l’aîné, 1952,
citato in Musicus Politicus, Qui a tué Jean-Marie Leclair?, 2016)

I sospetti della polizia si concentrarono sul giardiniere Jacques Paysan, la cui testimonianza era incerta e imprecisa, ma soprattutto sul nipote di Leclair, François-Guillaume Vial.
Quest’ultimo, un uomo di una quarantina d’anni, era figlio della sorella di Leclair; musicista egli stesso, arrivato a Parigi verso il 1750, da tempo perseguitava lo zio affinché lo facesse entrare al servizio del Duca di Gramont.
Sempre secondo il rapporto di polizia, Vial “si lamentava di ingiustizie che lo zio gli avrebbe fatto subire, dichiarava che aveva avuto quello che si meritava visto che aveva sempre vissuto come un lupo, che era un maledetto pezzente che se l’era cercata, e che aveva abbandonato sua moglie e i suoi figli per ridursi a vivere tutto solo in quella casa rifiutando di vedere chiunque della sua famiglia”. Vial fornì dichiarazioni contraddittorie agli inquirenti, oltre ad un alibi maldestro e palesemente falso.

Eppure, forse scoraggiati dalla doppia pista, gli investigatori decisero di archiviare il caso. All’epoca le indagini erano tutt’altro che scientifiche, e in casi come questi ci si limitava a interrogare i vicini e i familiari; l’assassinio di Leclair rimase così insoluto.

Ma torniamo alla macchia nera che impreziosisce il violino di Rimonda. Nonostante le fonti sembrino smentirne la provenienza “maledetta”, mai come in questo caso la veridicità storica si rivela ben poco rilevante in confronto alla portata della narrativa leggendaria.

Il violon noir è un autentico simbolo, quanto mai affascinante: appartenuto a un artista pienamente iscritto nell’epoca dei Lumi, esso ci parla invece dell’Ombra.
Mantiene impressa nel legno l’impronta della morte (lo spirito del defunto attraverso la sua traccia fisica), e si fa emblema della violenza, della crudeltà che gli esseri umani si infliggono l’un l’altro a dispetto della Ragione. Ma il marchio nero – quell’ultimo, affettuoso e disperato abbraccio di Leclair al suo strumento – è anche il segno dell’amore di cui l’uomo è capace: amore per la musica, per l’impalpabile, per la bellezza, vale a dire per tutto ciò che è trascendente.

Se ogni Stradivari è inestimabile, il violino di Rimonda lo è doppiamente in quanto rappresenta tutto ciò che c’è di terribile e di meraviglioso nella nostra natura. E quando lo si ascolta, sembra sprigionare diverse voci al medesimo istante: la personalità di Rimonda, che in maniera sublime esegue le note vere e proprie, si mescola con quella di Stradivari, percepibile nella limpidezza del timbro. Ma una terza presenza sembra aleggiare: è la memoria di Leclair e, assieme, la sua rivincita. Dimenticato in vita, continua oggi a riecheggiare attraverso l’adorato violino.

Potete ascoltare il violino di Rimonda nell’album Le violon noir, disponibile in CD e in formato digitale.

(Grazie, Flavio!)

Link, curiosità & meraviglie assortite – 12

Eli Bowen “la Meraviglia Senza Gambe”, con famiglia al completo, vi dà il benvenuto a questa nuova raccolta di notizie e stranezze dal mondo! Partiamo senza indugi!

  • Qui sopra nella foto, Walt Disney illustra il suo progetto per delle maschere di Topolino… un po’ particolari.
  • I globster sono misteriosi ammassi gelatinosi di origine organica che vengono ritrovati di tanto in tanto sulle spiagge di tutto il mondo. Qui la spiegazione di cosa sono davvero.

  • Una soluzione per mettere d’accordo vegani, vegetariani e carnivori? La bio-economia post-animale, e tra le altre cose punta a far “crescere” la carne in laboratorio a partire da cellule staminali.
    Un metodo del tutto indolore per gli animali, che potrebbero finalmente vivere le loro vite tranquilli, senza che si debba rinunciare a una bella bistecca, a un bicchiere di latte, a un uovo in camicia. E non si tratterebbe di prodotti alternativi ma proprio del medesimo prodotto, sviluppato in maniera tra l’altro più sostenibile rispetto all’agricoltura lineare (che ha dimostrato di essere problematica per quantità di terreno, sostanze chimiche, pesticidi, risorse energetiche, acqua impiegata, lavoro necessario, e gas serra emessi).
    Prendete per esempio il tanto controverso foie gras: in futuro potrebbe venire prodotto a partire dalle cellule staminali contenute sulla punta di una piuma d’oca. Sembra fantascienza, ma il primo foie gras da laboratorio è già realtà, e questo giornalista l’ha assaggiato in anteprima.
    Restano soltanto due scogli: da una parte occorre ridurre i costi della tecnica, ancora troppo alti per un utilizzo su larga scala (ma non ci vorrà molto tempo); dall’altra, c’è il piccolo dettaglio che si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che agricola. Bisognerà scoprire come reagiranno gli allevatori tradizionali, e soprattutto se i consumatori abituali di carne saranno disposti a provare i nuovi prodotti cruelty-free.

  • La città di Branau am Inn, in Austria, è tristemente nota per aver dato i natali a un certo dittatore di nome Adolf. Ma andrebbe ricordata, invece, per un’altra storia: quella di Hans Steininger, borgomastro che il 28 settembre del 1567 venne ucciso dalla sua stessa barba. Una lanugine folta e prodigiosamente lunga, che gli risultò fatale durante un grande incendio: nella concitazione della fuga dalle fiamme, il sindaco Hans dimenticò di arrotolare i suoi due metri di barba e metterseli in tasca, come faceva abitualmente, vi inciampò e precipitò giù per le scale spezzandosi il collo.
    Dato che nel ‘500 non esistevano ancora i Darwin Awards, i concittadini eressero una bella lapide sul fianco della chiesa e conservarono la barba assassina, ancora oggi visibile nel museo civico di Branau. Come monito, suppongo, per quelli che fanno gli originali a tutti i costi.

  • Ma se pensate che le morti imbecilli siano un’esclusiva umana, sentite questa: “a causa dell’umidità dell’ambiente e della lentezza con cui un bradipo si muove, nella sua pelliccia crescono dei vegetali. Questo, in combinazione con la vista scarsa, fa sì che alcuni bradipi afferrino il proprio stesso braccio, credendolo un ramo d’albero, e cadano verso morte certa.” (via Seriously Strange)

  • E ancora, come non citare quel genio di un roditore che si infilò in una trappola per topi vecchia di 155 anni esposta in un museo?
  • Sei sempre così ombroso e depresso, dicevano.
    Perché non impari a suonare uno strumento musicale, così ti rilassi e ti diverti?, dicevano.
    Li ho accontentati.

  • L’Olandese Volante del XX° secolo si chiama SS Baychimo, una nave cargo incagliatasi nei ghiacci dell’Alaska nel 1931 e abbandonata. Per i trentotto anni successivi il relitto fantasma è stato avvistato in diverse occasioni; c’è anche chi è riuscito a salire a bordo, ma ogni volta la Baychimo è sempre riuscita a sfuggire senza farsi ricatturare. (Grazie, Stefano!)
  • La terribile storia di “El Negro”, ovvero quando i cercatori di curiosità naturali nelle colonie non spedivano indietro in Europa soltanto pelli di animali, ma anche di esseri umani che avevano dissotterrato di notte dalle loro tombe.

  • Visto che parliamo di resti umani, otto anni fa veniva organizzata la più grande mostra itinerante di mummie (45 in totale). Non avete avuto la fortuna di vederla? Neanch’io. Ma ecco un po’ di belle foto.
  • Quando il senso estetico giapponese permea ogni più minuscolo dettaglio: date un’occhiata a queste due pagine tratte da un manoscritto del tardo Diciassettesimo secolo, che mostrano i vari tipi di design per i wagashi (dolcetti tipici serviti durante la cerimonia del tè). Food porn ante litteram.
  • Alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin e dell’Università del Maryland hanno creato dei brani musicali espressamente studiati per piacere ai gatti, con frequenze e suoni che dovrebbero essere, almeno in teoria, “felino-centrici“. Le tracce si possono acquistare, anche se a dire la verità i sample proposti non sembrano aver impressionato particolarmente i miei gatti. Ma quei due sono schizzinosi e viziati.
  • Un articolo di due anni fa, purtroppo ancora attuale: le persone transgender faticano ad essere riconosciute come tali perfino da morte.

“Quasi pronta caro, mi metto due perle e usciamo.”

  • Tra i musei più bizzarri, un posto di rilievo va tributato al Museum of Broken Relationships. Consiste di oggetti, donati dal pubblico stesso, che stanno a simboleggiare una relazione sentimentale ormai terminata: la collana di perle che un fidanzato violento aveva regalato alla sua ragazza per farsi perdonare gli ultimi abusi; un’ascia usata da una donna per sfasciare tutto il mobilio di una ex; i volumi di Proust che un marito leggeva ad alta voce a sua moglie — con le ultime 200 pagine ancora intonse, perché la loro relazione è finita prima del libro. Va be’, ma quale storia dura più a lungo della Recherche? (via Futility Closet)

In chiusura, vi ricordo che sabato 17 sarò a Bologna presso la libreria-wunderkammer Mirabilia (via de’ Carbonesi 3/e) per presentare il nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar. Con me anche il fotografo Carlo Vannini e Alberto Carli, curatore della Collezione Anatomica Paolo Gorini. Vi aspetto!

Delfinofilia

Art by Dr Louzou.

[…] scivolarono l’uno verso l’altra, con ammirazione reciproca, e la femmina di squalo scostava l’acqua con le pinne, e Maldoror batteva l’acqua con le braccia; e trattennero il respiro, con venerazione profonda, desiderosi entrambi di contemplare, per la prima volta, il proprio ritratto vivente. Giunti a tre metri di distanza senza il minimo sforzo, bruscamente caddero l’uno sull’altra, come due calamite, e si abbracciarono con dignità e riconoscenza, in una stretta tenera come quella di un fratello e di una sorella. I desideri carnali seguirono da vicino questa dimostrazione d’amicizia. Due cosce nervose s’incollarono strette alla viscida pelle del mostro, come due sanguisughe; e, con le braccia e le pinne avvinghiate intorno al corpo dell’oggetto amato che avvolgevano con amore, con le gole e i petti che presto non furono altro che una sola massa glauca dalle esalazioni di alghe; in mezzo alla tempesta che continuava a infuriare; al bagliore dei lampi; avendo per letto di nozze l’onda schiumeggiante, trascinati da una corrente sottomarina come in una culla, rotolando su se stessi verso le profondità ignote dell’abisso, si unirono in un accoppiamento lungo, casto e schifoso!… Finalmente avevo trovato qualcuno che mi somigliasse!… Ormai non ero più solo nella vita!… Aveva le mie stesse idee! Avevo di fronte il mio primo amore!

Ho sempre amato questa sulfurea descrizione dell’accoppiamento tra Maldoror e uno squalo, tratta dal secondo canto del capolavoro di Lautréamont.
Mi è tornata alla mente quando un’amica mi ha suggerito di dare una controllata a un certo Malcolm Brenner. Capisci subito di trovarti davanti a un tipo interessante, se la prima riga di Wikipedia lo descrive come “autore, giornalista e zoofilo“.
La passione di Malcolm, a quanto pare, sono i delfini.

Ora, la zoofilia è un argomento quanto mai delicato — provai ad affrontarlo anni fa — perché tocca corde sensibili non soltanto nell’ambito della sessualità ma anche dei diritti degli animali. Ho deciso di ritornare sul tema per raccontare due storie, molto diverse tra loro, che ritengo particolarmente rimarchevoli: riguardano entrambe degli incontri di natura sessuale tra esseri umani e delfini.
La prima è, appunto, quella di Brenner.

Per iniziare, il mio consiglio è di ritagliarvi un quarto d’ora di tempo e di guardare lo straordinario Dolphin Lover, qui sotto, che racconta la storia d’amore poco convenzionale tra Malcolm e la delfina Dolly.
Il merito del mini-documentario sta nella sensibilità con cui approccia il suo soggetto: un uomo abusato in tenera età, che è ancora visibilmente segnato da quella che è convinto essere stata una meravigliosa connessione sentimentale e spirituale con l’animale.
La visione del video di certo pone un intrigante spettro di domande: oltre alle questioni intrinseche alla zoofilia (la verosimiglianza dell’amore inter-specie, la liceità di inserire le tendenze zoofile in quadri patologici, il problema del consenso negli animali) vengono proposti alcuni punti audaci, come il parallelismo proposto da Malcolm con i matrimoni inter-razziali. “150 anni fa i neri erano considerati una subspecie degenere dell’essere umano. All’epoca il matrimonio misto veniva considerato come un crimine in molti stati, tanto quanto oggi il sesso tra specie diverse, la bestialità. Spero che in un futuro più illuminato la zoofilia non venga più vista in modo così controverso e pericoloso, proprio come oggi accade per il sesso interraziale.”

Il documentario, e il libro Wet Goddess (2009) pubblicato da Brenner, non hanno mancato di suscitare controversie. “Glorificare le interazioni sessuali umane con altre specie non è appropriato per la salute e il benessere di alcun animale. Mette a repentaglio la salute stessa del delfino e le sue coordinate di comportamento sociale“, ha dichiarato l’esperta Dr. Hertzing all’Huff Post.

Ma se pensate che la love story tra Malcolm e Dolly sia bizzarra, ce n’è almeno un’altra che la supera in stranezza. Lasciate che vi presenti Margaret Lovatt.

Margaret Lovatt. Foto: Matt Pinner/BBC

Da ragazza anche Margaret — pur non avendo inclinazioni né interessi zoofili — ha subìto le attenzioni erotiche di un delfino maschio.  E fin qui non ci sarebbe nulla di così particolare: questi mammiferi sono noti per essere sessualmente promiscui con gli addestratori e con gli altri umani che nuotano con loro. Talvolta possono diventare aggressivi nelle loro avance (dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il consenso è uno scrupolo del tutto umano).

Insomma, il fatto che un delfino abbia tentato approcci “piccanti” con Margaret è tutto fuorché inusuale. Ma il contesto in cui questo avvenne è così deliziosamente weird, e la sua storia così affascinante, che meritano di essere raccontati.

Isole Vergini, primi anni ’60.
Il dottor John C. Lilly era nel pieno delle sue ricerche (che, molti decenni più tardi, gli varranno una descrizione su Wiki immensamente più cool di quella di Brennan). Questo brillante neuroscienziato aveva già brevettatto svariati manometri, condensatori e misuratori medici; studiato l’effetto dell’altitudine sulla fisiologia del cervello; realizzato un apparecchio per visualizzare l’attività cerebrale tramite elettrodi (la stimolazione, usata ancora oggi, è chiamata “onda di Lilly”). Intrigato dalla psicanalisi, aveva anche già abbandonato le aree più convenzionali dell’investigazione scientifica per inventare le vasche di deprivazione sensoriale.


Realizzate nel 1954 e pensate inizialmente per lo studio della neurofisiologia dell’encefalo in assenza di stimoli esterni, le vasche di isolamento si erano inaspettatamente rivelate uno strumento capace di indurre uno stato alterato della coscienza, favorendo una trance profonda e introspettiva. Lilly aveva cominciato a considerarle veicoli spirtuali o psichici: “feci così tante scoperte che non osai riportare al gruppo di psichiatria perché mi avrebbero preso per pazzo. Scoprii che la vasca di isolazione era un buco nell’universo.” Da qui aveva preso avvio la seconda fase della carriera di Lilly, quella di esploratore della coscienza.

I primi anni ’60 furono anche il momento in cui John Lilly cominciò a sperimentare con l’LSD, si interessò agli alieni,  e… ai delfini.

Lo scienziato era convinto che questi mammiferi fossero estremamente intelligenti, e aveva scoperto che sembravano in grado di replicare alcuni suoni umani. Non sarebbe bello, pensava Lilly, riuscire a comunicare con i cetacei? Quali concetti illuminanti potrebbero insegnarci, con i loro enormi cervelli? Pubblicò le sue idee in Man and Dolphin (1961), che divenne subito un bestseller; nel libro prevedeva un futuro in cui i delfini avrebbero ampliato le nostre prospettive sulla storia, la filosofia e perfino la politica mondiale (auspicava l’istituzione di un Seggio di  consulenti cetacei presso le Nazioni Unite).

Il passo successivo di Lilly consistette nel farsi finanziare un progetto per insegnare ai delfini a parlare inglese.
Provò a coinvolgere la NASA e la marina militare americana — come farebbe chiunque, no? —, e ci riuscì. In questo modo Lilly fondò il Communication Research Institute, un laboratorio marino segreto sull’isola caraibica di St. Thomas.

Questo, a grandi linee, è il contesto in cui nel 1964 la nostra Margaret cominciò a lavorare con il delfino maschio Peter, uno dei tre cetacei che venivano studiati nella struttura di Lilly. Margaret si trasferì a vivere nel delfinario per tre mesi, a contatto con Peter sei giorni su sette. Qui diede all’animale lezioni di inglese, cercando per esempio di insegnargli a pronunciare “Hello Margaret”.
La M era molto difficile. […] Lavorai al suono della M e alla fine lui si rigirò per dirlo attraverso l’acqua e le bolle. Lavorò così duro per dire quella M di Margaret.
Peter però si dimostrava curioso nei riguardi di molte altre cose: “era molto, molto interessato alla mia anatomia. Se me ne stavo seduta e le mie gambe erano in acqua, si avvicinava per guardare a lungo il retro del mio ginocchio. Voleva sapere come funzionava quella cosa e io ne ero incantata.

Spendere così tanto tempo in intimità con il delfino introduce la Lovatt ai bisogni sessuali del cetaceo: “a Peter piaceva stare con me. Si strofinava sul mio ginocchio, o il mio piede, o la mia mano.” A quel punto, per non interrompere le sessioni, Margaret cominciò a soddisfare manualmente le necessità di Peter, quando insorgevano. “Glielo permettevo. Non mi dava fastidio, a meno che non diventasse troppo brutale. Era diventata una parte di quello che succedeva, come un prurito – te ne liberi, e continui. Ed è così che sembrava funzionasse. […] Da parte mia non era sessuale. Sensuale, forse. Mi sembrava che rendesse il nostro legame più intimo. Non per via dell’attività sessuale, ma per il fatto di non dover interrompere. E questo è tutto ciò che era in realtà. Io ero lì per conoscere Peter. Quello era un lato di Peter.

Con il passare dei mesi John Lilly perse gradualmente interesse per i delfini. La ricerca scientifica sugli allucinogeni, all’epoca di grande interesse per il Governo, lo impegnò sempre di più e finì per diventare un interesse più personale che professionale: come ricorda un amico, “vidi John trasformarsi da scienziato in camice bianco a hippy in piena regola.”

Icone della controcultura psichedelica: Ginsberg, Leary & Lilly.

Il laboratorio perse i finanziamenti, i delfini furono spostati in un altro acquario a Miami, e Margaret non seppe più nulla di Peter fino a qualche settimana dopo. “Ricevetti questa chiamata da John Lilly. John mi chiamò in persona per dirmelo. Disse che Peter si era suicidato.
Proprio come Dolly nel racconto di Malcolm Brenner, anche Peter aveva deciso di smettere di respirare (nei delfini la respirazione è volontaria).

Dopo più di una decade, alla fine degli anni ’70, la rivista pornografica Hustler pubblicò un articolo scandalistico su Margaret Lovatt e il suo rapporto “sessuale” con Peter, con tanto di esplicito disegno. Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di riportare la vicenda nella cornice di quei pionieristici esperimenti, Margaret rimase sempre nell’immaginario come la donna che si accoppiava con i delfini.

È un po’ sgradevole” ha dichiarato in una intervista per il Guardian. “Il peggior esperimento del mondo, ho letto da qualche parte, saremmo stati io e Peter. Va bene, non mi importa. Ma quello non fu mai il fine, né il risultato del nostro lavoro. Quindi mi limito a ignorare il tutto.

Verso la fine della sua carriera, John Lilly si convinse che gigantesche entità cosmiche (visualizzate durante i suoi trip con l’acido) fossero responsabili di tutte le coincidenze inspiegabili.
In maniera consona, mentre stavo ultimando questo post mi è capitata una di queste coincidenze. Ho aperto il sito del New York Times e trovato questo nuovo articolo: alcuni scienziati dell’Università del Cile hanno appena pubblicato una ricerca, in cui sostengono di aver addestrato un’orca a ripetere alcune parole in inglese.

Quindi il sogno di Lilly di comunicare con i cetacei continua.
Il sogno di Brennan, al contrario, è ancora controverso, così come le associazioni di zoofili — ad esempio la tedesca ZETA (Zoophiles Engagement für Toleranz und Aufklärung, “impegno zoofilo per la tolleranza e l’illuminazione”) — che credono in un futuro senza più alcuna barriera sessuale.
Un futuro in cui si possa tranquillamente fare l’amore con un delfino senza suscitare curiosità morbose.
E senza che a nessuno venga in mente di scriverne su un blog di stranezze.

(Grazie, Fabri!)

Svelando Gorini, il Pietrificatore

Questo post è apparso originariamente su The Order of the Good Death

Molti anni fa, quando avevo appena cominciato a esplorare la storia della medicina e delle preparazioni anatomiche, mi trovai terribilmente affascinato dai cosiddetti “pietrificatori”: anatomisti del Diciannovesimo e Ventesimo secolo che misero a punto oscuri procedimenti chimici per conferire ai loro preparati una solidità quasi lapidea ed eterna.
Il fine era quello di risolvere due problemi in uno: la costante penuria di corpi da dissezionare, e i problemi igienici relativi a questa pratica (all’epoca la dissezione era una faccenda non proprio pulita).
Ogni pietrificatore perfezionò la sua propria formula segreta per ottenere preparazioni anatomiche virtualmente incorruttibili: l’arte della pietrificazione divenne un’eccellenza squisitamente italiana, una branca dell’anatomia che fiorì grazie a una serie di fattori culturali, scientifici e politici.

Quando mi imbattei per la prima volta nella figura di Paolo Gorini (1813-1881), feci l’errore di presumere che il suo lavoro fosse molto simile a quello dei suoi colleghi pietrificatori.
Ma appena misi piede nella meravigliosa Collezione Gorini di Lodi, fui sorpreso nel vedere relativamente poche preparazioni scientifiche: molti dei pezzi esposti erano in realtà teste intere non sezionate, piedi, mani, corpi di bambini, ecc. Non si trattava insomma di studi strettamente medici: questi erano tentativi di preservare il corpo per sempre. Che Gorini stesse cercando di trovare il modo di trasformare i cari estinti in vere e proprie statue? Perché?
Dovevo saperne di più.

Qualsiasi ricerca biografica è di per sé una strana esperienza: scavare nel passato alla ricerca del segreto di un individuo è un’impresa inevitabilmente destinata al fallimento. Non importa quanto si legga della vita di una persona, i suoi desideri e i sogni più profondi rimangono comunque inaccessibili.
Eppure più esaminavo libri, carte, documenti su Paolo Gorini, più sentivo di poter in qualche modo relazionarmi con la ricerca di quest’uomo.

Sì, era un genio eccentrico. Sì, viveva solitario nel suo tenebroso laboratorio, circondato da “corpi d’uomo e di bestie, membri e organi di corpi, teste con intatta capigliatura […] oggetti per dama e scacchi fatti con sostanze animali; fegati e cervella pietrificati, pelli indurite, nervi di bue ecc.“. E sì, per certi versi egli si compiaceva di incarnare il personaggio dello scienziato un po’ pazzo, soprattutto a beneficio dei suoi amici scapigliati – scrittori e intellettuali che lo veneravano. Ma c’era di più.

Era necessario spogliare l’uomo dalla leggenda. Quindi, visto che una delle grandi passioni di Gorini fu la geologia, decisi di approcciarlo come se fosse un pianeta: procedendo sempre più a fondo, scendendo attraverso i diversi livelli di sedimenti che compongono il suo stratificato enigma.

La crosta esteriore era il frutto della mitopoiesi folklorica nutrita dalle storie sussurrate, dalle visioni d’orrore colte di sfuggita, dalle dicerie popolari. “Il Mago”, lo chiamavano. L’uomo che trasformava i cadaveri in pietra, che sapeva creare le montagne dalla lava fusa (come effettivamente faceva nelle sue dimostrazioni pubbliche di “geologia sperimentale”).
Lo strato immediatamente sottostante svelava l’immagine di uno scienziato “anomalo” eppure radicato entro i confini dello Zeitgeist, immerso nello spirito e nelle dispute del suo tempo, con tutti i vizi e le virtù che ne derivano.
Il livello più intimo – l’uomo vero e proprio – rimarrà forse per sempre oggetto di speculazione. Ma alcuni aneddoti erano talmente coloriti da permettermi di aprire uno spiraglio sulle sue paure e speranze.

Però ancora non sapevo come mai avvertissi un’affinità così curiosa con Gorini.

Le sue preparazioni, dal nostro punto di vista, possono apparire certamente grottesche e macabre. Egli aveva accesso ai cadaveri non reclamati dell’obitorio, fu in grado di sperimentare su un inconcepibile numero di corpi (“Alla compagnia dei viventi per la maggior parte della mia vita ho sostituito, senza troppo dolore, quella dei morti…“), e molti dei volti che possiamo vedere nel Museo sono quelli di contadini e gente povera. Questo è uno dei motivi per cui molti visitatori possono trovare la Collezione di Lodi piuttosto disturbante, rispetto a un’esposizione anatomica più “classica”.
Eppure, ecco quella che sembra una contraddizione macroscopica: verso la fine della sua vita, Gorini brevettò il primo forno crematorio realmente funzionale. Il suo modello era talmente efficiente che venne implementato in diverse parti del mondo, da Londra all’India. Ci si potrebbe chiedere perché quest’uomo, che aveva dedicato la sua vita intera a rendere i corpi eterni, tutto a un tratto aveva deciso di distruggerli con il fuoco.
Evidentemente Gorini non stava combattendo la morte: la sua era una crociata contro la putrefazione.

Quando Paolo aveva solo dodici anni, vide suo padre morire rovesciato da una carrozza in un orribile incidente: “Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principale d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo…
Il pensiero del corpo del suo amato padre che marciva nella tomba probabilmente lo perseguitò per sempre. “È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sia rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.”

Ed è qui che, all’improvviso, ho capito.

Questo era esattamente il motivo per cui trovavo il suo lavoro così rilevante: l’intento di Gorini era elaborare un modo per vincere lo “scandalo” del cadavere.
Egli inseguì instancabilmente un nuovo, più consono modo di relazionarsi con i resti dei cari scomparsi. Per un certo periodo, credette veramente che la pietrificazione potesse essere la risposta. Chi avrebbe più avuto bisogno di un ritratto, pensava, se la stessa persona amata poteva essere eternata per sempre?
Gorini suggerì perfino di usare le sue teste pietrificate per adornare le lapidi del cimitero di Lodi – una sfortunata ma innocente proposta, avanzata con la convinzione più genuina e un personale senso di pietas. (Non c’è bisogno di dire che quest’idea non venne accolta con molto entusiasmo).

Gorini era di sicuro eccentrico e un po’ strano ma, lungi dall’essere pazzo, era anche stimato dai suoi concittadini lodigiani in virtù della formidabile gentilezza e della sua generosità. Insegnante amato e appassionato patriota, era perennemente preoccupato che le sue invenzioni tornassero utili alla comunità.
Quindi appena comprese che la pietrificazione poteva forse avere i suoi vantaggi in campo scientifico, ma non era né pratica né particolarmente ben accetta come modo di rapportarsi con i defunti, si rivolse alla cremazione.

Ridefinire le prassi sociali di interazione con i defunti, focalizzare l’attenzione sul modo in cui trattiamo i cadaveri, esplorare nuove tecnologie in campo funerario – tutte queste preoccupazioni moderne erano già al cuore della sua ricerca.
Era un uomo del suo tempo, ma anche per certi versi un precursore. Gorini, lo scienziato e ingegnere interessato al destino dei morti, avrebbe paradossalmente incontrato condizioni più fertili oggi che non se fosse vissuto nel Ventesimo secolo. Non è difficile figurarselo mentre sperimenta entusiasta con l’idrolisi alcalina o con altre tecniche all’avanguardia per trattare i resti umani. E anche se alcune delle sue soluzioni, come la pietrificazione, appaiono ora inevitabilmente datate e lontane dal sentire contemporaneo, sembrano quasi rappresentare il seme di un’urgenza tuttora pertinente, e di una ricerca che continua anche oggi.

Il Pietrificatore è il quinto volume della Collana Bizzarro Bazar. Testo (in italiano e inglese) di Ivan Cenzi, fotografie di Carlo Vannini.